Donne e sovversione sociale

Intervista a Mariarosa Dalla Costa di Louise Toupin [1]




Donne e sovversione sociale. Un metodo per il futuro (ombre corte Verona 2021, pp. 120) è il titolo del volume con cui ombre corte ripubblica alcuni dei materiali di quel libro cult del femminismo materialista degli anni Settanta che è Potere femminile e sovversione sociale. La pubblicazione, che segue di poche settimane l’uscita di Oltre il lavoro domestico. Il lavoro delle donne tra produzione e riproduzione scritto da Lucia Chistè, Alisa Del Re, Edvige Forti nel 1979 (si veda l’intervista ad Alisa Del Re in questa sezione), rientra nella meritoria iniziativa dell’editore di rendere disponibili al dibattito contemporaneo i materiali di una straordinaria stagione di lotta femminista, che negli anni immediatamente successiva cadrà rapidamente nell’oblio sotto la spinta della repressione delle lotte e di una critica più attenta ai regimi di potere e alla differenza sessuale che all’analisi materialista e anticapitalistica. Il volume, da ieri nelle librerie, contiene i saggi: Donne e sovversione sociale di Mariarosa Dalla Costa e Maternità e aborto del collettivo Lotta femminista di Padova, entrambi scritti nel 1972. Si tratta di due testi che hanno aperto, in Italia e sul piano internazionale, la discussione e la lotta femminista sul tema del lavoro domestico e della autodeterminazione riproduttiva. A questi si aggiunge una lunga intervista di Louise Toupin a Mariarosa Dalla Costa che ripercorre gli sviluppi della riflessione politica prima e dopo la pubblicazione di Potere femminile. Ne proponiamo qui un estratto che presenta genesi e sviluppi di quel volume, come assaggio dei contenuti del libro e come introduzione al lavoro di Mariarosa Dalla Costa e all’esperienza della campagna internazionale Salario al lavoro domestico [A. C.].


* * *


Louise Toupin: Potere femminile e sovversione sociale ha avuto un impatto internazionale nel mondo femminista quando è stato pubblicato nel 1972, prima in italiano e poi in inglese. Negli anni seguenti è statotradotto in diverse lingue e ha obbligato femministe di tutte le tendenze a situarsi rispetto all’analisi che proponeva(…). Hai detto, in un intervento al convegno di Montréal [16-17 novembre 1984, Università del Québec], che a causa del particolare contesto italiano già dai primi anni Settanta, il femminismo in Italia era certamente segnato, più fortemente che in altri paesi, dal problema del lavoro/rifiuto del lavoro. Era così per l’influenza intellettuale della corrente operaista che faceva del rifiuto del lavoro uno dei temi centrali della sua analisi?


Mariarosa Dalla Costa: Il tema del rifiuto del lavoro rese possibile agire e lottare con la prospettiva di una riduzione draconiana della giornata lavorativa. Era l’unico approccio che poteva aprire nuove possibilità alle donne. Andava contro le proposte della sinistra istituzionale che, con la sua ideologia del lavoro, diceva alle donne che aggiungere un altro lavoro a quello che già stavano facendo in casa era l’unica strada possibile. Noi denunciammo tutto questo. Per calcolare il lavoro delle donne bisognava partire dal lavoro che già stavanofacendo, quello domestico, e su questa base concepire una consistente riduzione della loro giornata lavorativa.Parallelamente la loro autonomia finanziaria doveva partire dal riconoscimento economico del loro lavoro a casa, e lo stesso valeva per gli uomini se, come può succedere, erano loro a fare questo lavoro, anche se solo inparte.


Nel leggere Potere femminile e sovversione sociale è sorprendente constatare che la strategia del salario al lavoro domestico in quanto tale non è menzionata, eccetto di passaggio in una nota a pie’ di pagina. Ciò significa che la strategia del salario al lavoro domestico fu chiarita dopo la pubblicazione della teoria? e se così è,quando e in quale occasione apparve?


Il nostro maggiore desiderio era di aprire una nuova prospettiva di lotta sulla condizione della donna. Ma ladeterminazione a rivendicare un salario al lavoro domestico richiese ancora un po’ di tempo. Comunque, anche se la domanda di un salario appare solo in un’edizione più tarda di Potere femminile, fu inserita molto velocemente nei nostri documenti interni. Credo che alcune delle incertezze riguardo a questo argomentoabbiano avuto origine dal nostro essere consapevoli del fatto che, in larga misura, sarebbe stato difficile ottenere un obiettivo del genere che avrebbe veramente aperto un’alternativa alla condizione delle donne. Il sistema capitalistico era basato esattamente sul contrario, l’opposizione fra i lavoratori salariati e quelli senza salario, principalmente le donne come riproduttrici di forza lavoro. Era molto diverso dal chiedere l’aumento di un salario che già c’era. Da un lato potevamo apparire irrealistiche ma dall’altro sapevamo che, come altri settori della società in lotta, volevamo davvero creare un mondo diverso, un sistema diverso nel quale la subordinazione di un soggetto a un altro sarebbe stata impossibile. La domanda del salario al lavoro domestico costituiva in questo senso la richiesta più radicale che potevamo fare per sovvertire non solo lacondizione delle donne ma quella dei lavoratori senza salario in generale come quella dei lavoratori salariati.

Infatti, la divisione fra lavoro salariato e lavoro non salariato rappresentava la divisione fondamentale all’interno della classe operaia intesa nel senso più largo, la base per tutte le altre stratificazioni. In questo senso la nostra domanda costituiva il fulcro per la più potente ricomposizione di classe. Non fu per caso che, per reagirea questa ricomposizione, espressione di un ciclo internazionale di lotte che rappresentava la riunificazione didifferenti settori della società lavoratrice, il capitale decise di lanciare una controffensiva politica ed economicache, a livello globale, è ancora in implacabile divenire (…).

Secondo te il significato principale dell’emergere del movimento delle donne era non solo espressione di unamassiccia rivolta delle stesse contro il compito loro assegnato di provvedere al lavoro di riproduzione materiale e immateriale ma anche l’espressione di una profonda rottura dell’ordine sociale, una rottura dell’equilibrio che avete definito «il rapporto di dipendenza fra società e fabbrica». Cosa vuoi dire con questo?

In gioco con l’esplosione del movimento femminista, e con questo voglio dire tutto ciò con cui il movimentofemminista era d’accordo, c’era la volontà delle donne di affermarsi come persone, come individui sociali, di affermare i loro bisogni riproduttivi in funzione di se stesse come donne e non più solo in funzione della soddisfazione dei bisogni di altri. Ciò aveva enormi implicazioni nell’area della sessualità, sul come la donna organizzava la propria vita, sul come viveva (da sola? con altre donne? con un gruppo di persone? insomma,non necessariamente con un uomo), sulle sue scelte procreative. In quest’ultimo ambito le donne in Italia espressero il massimo rifiuto del lavoro anche in funzione della propria affermazione.

Il significato dell’emergere del movimento delle donne era la rottura della relazione puramente funzionale frariproduzione e produzione, il rifiuto delle modifiche nell’organizzazione della riproduzione introdotte solo in funzione delle modifiche nel mondo della produzione (ad esempio il fatto che le donne avrebbero dovuto avere più o meno figli a seconda dei bisogni produttivi). Il senso di questa emersione era l’affermazione delle donne come soggetti sociali autonomi di contro all’essere, dentro la famiglia, una semplice appendice dei programmi economici.

(…) A livello politico tutto ciò rappresentava una rottura con il periodo precedente: l’affermazione dell’autonomia delle donne significava lottare non solo in supporto di altri soggetti, in questo caso quelli cheerano sfruttati nelle fabbriche, ma lottare sul loro terreno primario, il lavoro domestico, il che significò unallargamento e con ciò un potenziamento del fronte di lotta.


(…) Parliamo delle innovazioni teoriche di Potere Femminile. Potremmo menzionare la nuova comprensionedel ruolo svolto dalla famiglia nella società capitalistica (come centro di produzione e non solo di consumo), dellaposizione delle donne e del lavoro che svolgono in famiglia (produttrici e riproduttrici di forza lavoro), e del poteredelle donne (se fanno un lavoro produttivo, rifiutando questo lavoro possono sovvertire la società). Così le donnesono reintrodotte nella storia come soggetti, e soggetti rivoluzionari. Un’altra cosa nuova era la richiesta di salario al lavoro domestico come leva di potere per iniziare la «negoziazione della riproduzione». sei d’accordo con questoriassunto delle innovazioni teoriche di Potere femminile? e quando ti guardi indietro, quale pensi fosse la cosa piùimportante che hai detto?


Hai toccato i punti chiave. Prima di menzionarne altri, voglio ricordarti che Potere femminile, come gli altridocumenti che producevamo, era inscritto in un orizzonte di analisi marxiana, ovvero questi documenti esprimevano un discorso dal punto di vista di classe, esteso a modo nostro. Ciò significa che il nostrosoggetto/oggetto privilegiato erano le donne che riproducevano gli individui come detentori di forza lavoro, cioè donne che materialmente vivevano in una condizione proletaria.

Ma noi sottolineammo anche, in numerosi documenti e articoli, la particolare precarietà per tante donne dell’appartenenza di classe. Infatti, quando il movimento femminista si sviluppò, costituì un punto di riferimento, un elemento chiave nella costruzione di una nuova identità per le donne. Molte lasciarono il matrimonio che aveva garantito loro un certo livello sociale. Da un giorno all’altro, si trovarono a confrontarsi con il problema della sopravvivenza economica e obbligate a svolgere lavori precari in quanto era molto difficile immaginare che i mariti che avevano appena lasciato le avrebbero supportate finanziariamente. La lotta delle donne di classe operaia (come l’avevamo ridefinita), siccome puntava a un cambiamento radicale del mondo, era decisiva per l’apertura di nuove prospettive e opportunità di vita per tutte le donne.

C’è un altro punto in Potere femminile che considero fondamentale, ancora di più oggi nel contesto della nuova economia globalizzata. Spero che non ti dispiaccia se cito qualche passaggio su questo tema. Questo è uno:


A partire da Marx, è stato chiaro che il capitale comanda e si sviluppa attraverso il salario. Il fondamento della società capitalistica è il lavoratore salariato e il di lui o di lei diretto sfruttamento. Non è stato altrettanto chiaro né è stato mai assunto dalle organizzazioni del movimento operaio che proprio attraverso il salario viene organizzato lo sfruttamento del lavoratore non salariato. E che semmai il suo sfruttamento è stato tanto più efficace in quanto nascosto, mistificato dall’assenza di un salario. Il salario cioè comandava attorno a sé più prestazioni di quanto apparisse nella contrattazione di fabbrica. Quindi il la- voro delle donne appariva una prestazione di servizi personali al di fuori dal capitale [2].


e questo ancora:


Il comando capitalistico attraverso il salario si dispiega come coercizione per ogni individuo abile afunzionare sotto la legge della divisione del lavoro in modi direttamente o indiretta- mente produttivi, tutti tesi a catalizzare l’estensione nel tempo e nello spazio del dominio capitalistico [3].


E così possiamo dire che il capitale, nella famiglia, comanda attraverso il salario del marito il lavoro della moglie in casa. Ma questa relazione può essere letta in altri modi, nel rapporto fra economia monetaria e non monetaria, fra nuova economia globalizzata ed economia di sussistenza e, nella nuova divisione del lavoro, fra produzione e riproduzione. Ad esempio, attraverso il lavoro salariato che un lavoratore emigrante svolgea New York il capitale comanda anche il lavoro agricolo della moglie che, rimasta al villaggio, continua ad alimentare questa struttura economica che, a sua volta, costituisce un’assicurazione sulla vita per il lavoratore se deve o vuole tornare a casa.


(…) Come interpreti l’enorme impatto internazionale sul movimento femminista che Potere femminile e sovversione sociale ebbe negli anni Settanta e, ancora, come interpreti il fallimento della strategia che proponeva?


Dal mio punto di vista, il libro ebbe un’enorme risonanza non solo perché l’analisi colpiva nel segno ma ancheperché si sentiva che veniva da un mondo che era vivace e attivo, e indicava la direzione in cui agire. Il libro sottolineava l’idea del capitale come relazione sociale, relazione di classe da distruggere e non semplicemente come qualcosa da migliorare, o come una quantità di ricchezza da distribuire più equamente. Questa era la differenza fra il femminismo rivoluzionario e il femminismo riformista.

Quegli anni erano caratterizzati da un ciclo di lotte che si era sviluppato a livello internazionale a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, volto a spezzare le basi e gli equilibri del capitalismo, sia all’Est che all’Ovest, al Nord e al Sud. E l’Italia, più specificamente, vide nel corso degli anni Settanta una massicciamobilitazione di operai, studenti, disoccupati, tecnici ed esponenti di altri settori chiave del mondoproduttivo.

Il movimento femminista emerse in questo quadro di lotte. Attiviste di vari paesi che simpatizzavano con la nostra prospettiva o che l’avevano sposata decisero di tradurre e usare Potere femminile assieme al ricco complesso di analisi e materiali di documentazione pro- dotto dai nostri gruppi, costituito dai nostri giornali, bollettini, volantini, ciclostilati e opuscoli pubblicati e pensati per un uso militante [4].

Grazie a questo patrimonio si formarono non solo le attiviste ma anche successive generazioni di donne che avrebbero occupato posti a vari livelli nelle istituzioni e nelle università. Padroneggiarono il tema ma, spesso,cancellandone le origini, le fonti e lo scopo reale di questo discorso e alzarono ostacoli di vario genere alla possibilità di esistenza e diffusione degli ulteriori passi nell’evoluzione della nostra analisi.

Perché non vincemmo? Per le stesse ragioni per cui gli altri settori in lotta non vinsero. Perché contro un ciclo di lotte così potente, che portò a un’importantissima ricomposizione del potere di classe soprattutto fra lavoro salariato e non salariato, il sistema capitalistico rispose decentralizzando la produzione, cambiandone le condizioni, causando molta disoccupazione, precarizzando il lavoro, abbassando i salari e facendo tagli draconiani alla spesa pubblica destinata a scopi sociali. Questo è ancora più vero oggi [5] e rende molto incerte a livello generale le stesse possibilità di vita.

La sistematica applicazione in tutto il mondo delle politiche di aggiustamento strutturale nel nome della gestione della crisi del debito internazionale provocò un sottosviluppo della riproduzione a livello planetario.In molti paesi gli anni Ottanta rappresentarono una decade di rivolte popolari e lotte per il pane. In Italia furono anni di repressione politica e «normalizzazione». La storia del movimento femminista per il salario al lavoro domestico e i lavori delle sue teoriche furono praticamente cancellati dalla scena femminista e dalla cultura femminile in generale e ignorati nei curricula universitari. Ciò fu vero non solo per i lavori scritti negli anni Settanta ma anche per quelli pubblicati nei primi anni Ottanta, che erano fondamentali per la successiva formulazione del discorso [6].

In Italia la risposta del sistema capitalistico fu anche più dura negli anni Novanta in relazione a ciò che stava avvenendo in tutto il mondo. Mentre analizzavo in due saggi quegli anni (Capitalismo e riproduzione e Sviluppo e riproduzione [7]) in Italia vedemmo fenomeni come suicidi per mancanza di lavoro o per il rifiuto di accettare i soli lavori che venivano offerti perché il datore di lavoro era un’organizzazione criminale, casi di persone chetentavano di vendere i propri organi per denaro, casi di madri che abbandonavano i loro figli immediatamente dopo la nascita, il fatto che una larga parte della popolazione era in debito con gli usurai e così via.

La guerra del Golfo fu una specie di shock per la società italiana. La gente in Italia doveva riconsiderare l’idea di mandare i propri figli a morire in guerra. Così, ricominciò a riflettere sul mondo, sugli effetti a livellosociale di questo sistema economico, e su cosa si poteva fare. Sorse un nuovo dibattito polarizzato sulla possibilità di costruire un’altra produzione, un altro consumo e altre relazioni con la vita, la natura e gli esseriviventi.


Come vorresti descrivere gli stadi di evoluzione del tuo pensiero? Come si trasformò la prospettiva del salario al lavoro domestico attraverso i cambiamenti indotti dalle congiunture italiane e internazionali e, infine, come aggiorneresti ad oggi la richiesta di salario al lavoro domestico?


La prima cosa da dire sull’evoluzione del mio pensiero è che non è inserito in un percorso di vitaperfettamente lineare, cioè senza interruzioni e ostacoli. Non ho solo viaggiato nel mondo con un corpo di don- na, e questo significa scadenze biologiche e condiziona- menti, ma lavoro, responsabilità e difficoltà tipiche del genere a cui appartengo costituirono ostacoli, in mo- menti differenti della mia vita, alla possibilità di dare espressione scritta ai pensieri e ai problemi sui quali mi stavo interrogando. Questi ostacoli,tuttavia, costituirono al tempo stesso un terreno di ispirazione e di analisi. Il fatto di aver privilegiato una vita da intellettuale ed attivista comportò per me pesanti costi e rinunce. Ma ogni cosa che ho fatto non potevacertamente essere fatta senza pagarne i costi.

Negli ultimi anni Settanta e durante gli anni Ottanta dovetti confrontarmi con le conseguenze della repressione politica: aiutare le persone compresa me stessa, salvaguardare il nostro patrimonio, ovvero evitare che tutto ciò che avevamo prodotto nel corso della nostra attività negli anni Settanta fossesemplicemente distrutto e, nel dibattito politico interno, discutere della dolorosa necessità di dissolvere lanostra rete e chiudere i nostri centri delle donne [8].

Alla fine degli anni Settanta stava finendo un’era. L’attivismo basato sulla massima attività da un lato e la mancanza di denaro dall’altro ci portò a un punto di rottura. A differenza di cosa esiste ora per le varie iniziative delle donne, non c’era nessuna possibilità di trovare fondi sia a livello nazionale che internazionale.

Incidentalmente, però, mi chiedo quali limiti, rischi e ambiguità le attuali iniziative possono incontrare proprio per questa ragione. Sembra che la stessa logica che opera in altre grandi questioni come la sempre più grave sofferenza dei popoli del mondo da un lato e il fiorire di iniziative fondate per e attorno a questa sofferenza dall’altro, operi anche sulla questione delle donne. In effetti, è impossibile ignorare il profondo deterioramento della loro condizione. Il rischio è di veder crescere sempre più numerose professioniste del disagio delle donne e una burocrazia femminile tesa a controllare la ribellione e i tentativi di costruire lotte radicali contro tutto questo, ovvero contro questo tipo di sviluppo nelle sue nuove espressioni neoliberiste: politiche di aggiustamento strutturale, guerre, continua espropriazione dei popoli dei loro mezzi di produzione e riproduzione, tutto orientato a un solo obiettivo: ogni cosa deve diventare una merce e, soprattutto, unamerce da esportazione.

Torniamo al nostro periodo degli ultimi anni Settanta. La nostra organizzazione si trovò nel bisogno di passare a un nuovo stadio quando divenne evidente che lo Stato non ci avrebbe concesso il salario al lavoro domestico. Tuttavia avevamo vinto ad altri livelli: l’affermazione di un’identità femminile non più definita solo in funzione del matrimonio, della famiglia e dei figli; l’affermazione di una sessualità femminile non piùdefinita solo in funzione della procreazione; l’affermazione dei diritti delle donne riguardo alle strutture sanitarie, all’aborto, al parto e, più in generale, al genere di trattamenti offerti dai reparti ospedalieri diostetricia e ginecologia (anche se molto rimane da fare in quest’ambito in molti ospedali); avevamo conquistato la riforma del codice di famiglia e molte altre cose.

Sulla questione del salario al lavoro domestico e delle condizioni economiche in generale, ricevemmo nonsolo una risposta negativa ma anche, come successe per gli altri movimenti, una risposta repressiva.Confrontarmi con tutto ciò assorbì molto del mio tempo e delle mie attività. Riguardo alla mia produzioneintellettuale nel corso degli anni Ottanta avevo anzitutto terminato il libro sulla relazione fra le donne e loStato durante il periodo del New Deal, ovvero durante la fase di costruzione del welfare state negli statiUniti [9]. Il libro intendeva essere uno studio sulla nascita della relazione pianificata donne/welfare/modo diproduzione che avrebbe costituito il modello dominante nei paesi occidentali sino agli anni settanta. Al tempostesso, in questo studio, le lotte delle donne che accompagnarono la nascita di questo modello assieme a quelle degli operai e dei disoccupati sono lette come espressione del desiderio di autonomia. Gli anni Trentanegli Stati Uniti furono terreno di sperimentazione della famiglia moderna in tempo di crisi: la donnacasalinga doveva amministrare il salario del marito (se lo aveva) ma doveva anche essere disponibile per il lavoro esterno, bianco o nero, e allo stesso tempo doveva supportare la famiglia in un contesto di alta disoccupazione maschile, di un mercato del lavoro

instabile e di un nuovo sistema di sicurezza sociale.

Se gli anni Trenta segnarono la nascita dello stato di welfare negli stati Uniti, gli anni Ottanta segnarono l’inizio del suo smantellamento. Mentre durante gli anni Trenta l’idea era di adattare la riproduzione di forzalavoro alla produzione delle merci nella cornice della creazione di un piano complessivo di organizzazione produttiva e sociale, negli anni Ottanta la riproduzione fu lasciata alla «libera iniziativa» degli individui e la produzione delle merci fu gradualmente spostata all’estero in un contesto internazionale di guerra crescente. Come sono state capaci le donne di continuare, in questo quadro, a costruire la loro autonomia? Ho scritto articoli sul tema, nei quali mi sono concentrata sulla spesa pubblica e le politiche per l’impiego in Italia [10]. In altri articoli ho continuato a riflettere sul movimento femminista degli anni settanta, sulle questioni cruciali che aveva posto e sulle lotte che aveva guidato [11]. Questo genere di riflessioni è talvolta presente anche negli altri articoli che ho menzionato, quelli sulla spesa pubblica e l’impiego. Tutti questi lavori furono concepiti in una situazione molto precaria. Il mio pensare e scrivere aveva di fronte un’infuocata tempesta di eventi che stava bruciando il nostro mondo, il femminismo delle grandi lotte, nella polvere della repressione e della normalizzazione.

Un altro importante tema che ricorre in molti dei miei scritti è la demistificazione del discorso secondo ilquale sarebbero state offerte alle donne diverse strategie per conciliare il lavoro in famiglia e quello fuori casa. Le donne accademiche che esaltavano la «doppia presenza» delle donne durante gli anni Novanta non spiegavano come molte di loro avevano risolto il problema del lavoro domestico [12]. Su questo argomentopenso che non c’erano e non ci sono ancora molte strategie familiari possibili. Ce ne sono solo due, e questoè particolarmente vero in un paese come l’Italia caratterizzato da un sistema di servizi molto deficitario emolto costoso. O le donne vanno a lavorare fuori e rinunciano ad avere bambini evitando così la parte più importante e più problematica del lavoro domestico, in modo da poter combinare il lavoro domestico e illavoro esterno, oppure le donne che hanno bambini lavorano fuori ricevendo aiuto in forma gratuita (che in effetti è lavoro) da altre donne, di solito parenti, o pagando altre donne perché facciano una parte, in generela più pesante, del lavoro domestico. Ma, in questo caso, il denaro dato come retribuzione a queste donnenon deve annullare il guadagno che le datrici di lavoro ottengono dalla loro attività esterna. Per questo motivola somma di denaro ricevuta dalla donna che entra in casa quando la prima esce è molto piccola. Così ilproblema non è risolto e determina un’ulteriore stratificazione fra le donne e, come scrivo in un saggio dei primi anni Ottanta, nel quale analizzo la ristrutturazione del lavoro produttivo e riproduttivo che avvenne inItalia grazie alle nuove ondate immigratorie, le donne immigrate, soprattutto filippine, assunsero una larga partedel lavoro domestico, particolarmente la cura dei bambini, degli anziani, dei disabili e dei malati [13].



Note [1] L’intervista, condotta fra il 1996 e il 1998, e completata nel 2013, è stata originariamente pubblicata in L. Toupin, Le salaireau travail menager. Chronique d’une lutte féministe internationale (1972-1977), les éditions du remueménage, Montréal 2014. Lenote che l’accompagnano sono della intervistatrice. La traduzione, la prima in italiano, è di Dario De Bortoli e di Mariarosa DallaCosta. La versione integrale è disponibile in M. Dalla Costa, Donne e sovversione sociale. Un metodo per il futuro, ombre corte Verona 2021. [2] M. Dalla Costa, Donne e sovversione sociale, ombre corte, Verona 2021, p. 73. [3] Ibidem. [4] Questi materiali sono stati raccolti da Mariarosa Dalla Costa che nel 2011 li ha donati alla Biblioteca Civica di Padova. [5] Ci si riferisce al decennio degli anni Novanta. [6] Ad esempio L. Fortunati, L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, Marsilio, Venezia 1981. Si veda anche S. Federici e L. Fortunati, Il Grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale, FrancoAngeli, Milano 1984 e M. DallaCosta, Famiglia Welfare e Stato tra Progressismo e New Deal, FrancoAngeli, Milano 1983. [7] M. Dalla Costa, Sviluppo e riproduzione, «vis-à-vis», 4, 1996; e in Donne sviluppo e lavoro di riproduzione, a cura di M. Dalla Costa e G. F. Dalla Costa, FrancoAngeli, Milano 1996, 2a ed. 2003. [8] In seguito all’uccisione nel 1978 del politico italiano Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, l’Italia subì un’ondata repressiva senza precedenti alpunto che qualsiasi iniziativa degli attivisti fu fortemente impedita per molti anni. [9] M. Dalla Costa, Famiglia welfare e Stato fra Progressismo e New Deal, FrancoAngeli, Milano 1983 (3a edizione 1997). vedi anche M. Dalla Costa, Famiglia e welfare nel New Deal, in «economia e lavoro», 3, luglio-settembre 1985, pp. 149-152. [10] Vedi in particolare Mariarosa Dalla Costa, Percorsi femminili e politica della riproduzione della forza-lavoro negli anni Settanta, «La critica sociologica», 61 (1982), pp. 50-73; Politiche del lavoro e livelli di reddito: E le donne?, in «sociologia del Lavoro», 26-27 (1985-86), pp. 155- 170;Fuori dal mulinello, in Aa.vv., Crisi delle politiche e politiche nella crisi, Pironti Libreria L’Ateneo, Napoli 1981, pp. 93-104; La femme entre lafamille et les politiques de l’emploi en Italie, in Les rapports sociaux de sexe: Problématiques, méthodologies, champs d’analyses. Actes de la tableronde internationale des 4-5 et 6 novembre 1987, «Cahiers de l’APre», 7, Paris, aprile-maggio 1988, pp. 121-127. [11] Mariarosa Dalla Costa, Domestic Labour in the Feminist Movement in Italy since the 1970s, «International sociology», 3, 1 (marzo 1988), pp.23-24; Emergenza femminista negli anni Settanta e percorsi di rifiuto sottesi, in G. Guizzardi, S. Sterpi (a cura di), La società italiana crisi di unsistema, FrancoAngeli, Milano 1981, pp. 363-375; Percorsi femminili e politica della riproduzione della forza-lavoro negli anni Settanta, cit. [12] Il termine «doppia presenza» utilizzato dalle accademiche italiane corrisponde grosso modo ai concetti di «conciliazione tra famiglia e lavoro», «articolazione lavoro maternità» o «conciliazione della vita familiare e professionale». Per una critica a questi concetti vedi Louise Toupin,Le féminisme et la question des ‘mères travailleuses’. Retour sur le tournant des annes 1970, «Lien social et politiques», 36 (autunno 1996), pp. 69-75. [13] Vedi M. Dalla Costa, Emigrazione, immigrazione e composizione di classe in Italia negli anni Settanta, in «Economia e lavoro», 4 (ottobre-dicembre 1981).

logo-machina-footer.png

© All Rights Reserved. Machina-DeriveApprodi by DeriveApprodi srl. Piazza Regina Margherita 27, 00198 Roma

Credits

Design&Identity: Andrea Wöhr

Product Design: Olworker

Coordinamento editoriale: Giulia Page

Iconografia: Sergio Bianchi, Roberto Gelini

Web master: Massimo Di Felice