Peregrinatio
- Federico Ferrari
- 2 ore fa
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L’estraneità come contropotere

Di fronte alla crisi delle forme politiche tradizionali e all’affermazione di un nuovo autoritarismo identitario, il testo di Federico Ferrari prova a interrogare le possibilità della sottrazione, della distanza e della costruzione di forme di vita non assimilabili. A partire da Tronti, Taubes e Simone Weil, la peregrinatio diventa così una postura politica: non fuga dal mondo, ma esercizio di estraneità, disciplina e preparazione del conflitto.
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Ci siamo lasciati ingannare dall’ipnotica favola dell’apocalisse. Il discorso pubblico, intossicato dallo spettacolo della rovina imminente e dal narcisismo della catastrofe, continua a raccontarci che viviamo la fine dei tempi. Una fine che si prolunga all’infinito, come in una serie Netflix ben congeniata in cui l’epilogo è sempre rinviato alla puntata successiva. In realtà, la narrazione apocalittica di massa è soltanto una forma anestetizzante: serve a mascherare l’unica vera tragedia del presente, e cioè che nulla cambia nel grande continuum della storia dell’oppressione e che le cose continuano indisturbate a scivolare lungo i binari del loro disfacimento, politico e sociale.
Eppure, sotto la cenere di questo spettacolo della rovina, qualcosa di profondamente nuovo si è consolidato. Ciò con cui dobbiamo fare i conti oggi, in Italia e nel cuore dell’Europa, non è la semplice prosecuzione della violenza spietata del liberismo classico, e nemmeno la piatta replica dei fascismi storici del Novecento. Siamo entrati nell’era di un nuovo pensiero autoritario e xenofobo (principio di autorità e paura dello straniero, dell’insolito, dell’estraneo) — un dispositivo post-ideologico che trova nel trumpismo da esportazione la sua incarnazione globale più vistosa.
Davanti all’affermazione di questo nuovo autoritarismo assistiamo, come suo contraltare, a un’ulteriore metamorfosi dell’estetizzazione della politica teorizzata da Walter Benjamin. Se negli anni Trenta del Novecento essa si concretizzava nelle imponenti sceno-coreografie delle adunate oceaniche, destinate a sublimare le masse in corpo mistico, oggi si manifesta nell’estetizzazione digitale del mondo: una produzione ininterrotta di immagini e narrazioni sature di un sovrappiù finzionale e allucinogeno in cui la linea di demarcazione tra realtà e virtualità, tra verità e menzogna, perde di nettezza. La massa non ha più bisogno di scendere in piazza per sentirsi parte del rituale; viene invece inglobata in un flusso virtuale continuo, dove la realtà sfuma nella finzione e la seduzione anestetizzante sostituisce l’adunata dei corpi. Anestesia sociale compiuta, alienazione dei corpi in una sfera ipersignificante vuota e, soprattutto, paralizzante.
Questo autoritarismo difensivo, proprietario e identitario, non ha dunque bisogno dello Stato etico tradizionale. Vive di atomizzazione, sfrutta la solitudine degli individui, trasforma il risentimento in programma e la paura dell’altro in collante sociale. Promette una falsa protezione blindando i confini (non solo quelli fisici, ma anche quelli psicologici e identitari), mentre sul piano materiale smantella il welfare, il lavoro e i diritti essenziali; rinuncia così a qualsiasi prospettiva di riscatto o di rigenerazione sociale e si accontenta di governare la paura di un’umanità impoverita e precarizzata.
Di fronte a questa tenaglia, l’interrogativo leninista si riaffaccia con una ferocia priva di sconti: che fare?
La risposta è resa drammatica da un fatto storico ineludibile: manca il soggetto politico. Non esiste oggi, sullo scacchiere politico, un soggetto collettivo, un’organizzazione, una forza di classe capace di assumere la testa degli oppressi, di raccogliere la sofferenza sparsa e trasformarla in un progetto di rottura. Le forze della sinistra istituzionale, ormai ridotte a pure agenzie di gestione dell’esistente o a guardiani contabili dello status quo, hanno smarrito persino l’alfabeto dell’opposizione, per non parlare del discorso rivoluzionario che è ormai lingua morta incomprensibile ai più.
Quando il soggetto manca e la storia sembra bloccata, il pericolo più grande è il cedimento alla protesta impotente, al vano scontro frontale contro un avversario che trae forza proprio dal conflitto diretto. L’altro pericolo, ovviamente, è il ritiro consolatorio nel privato. Oggi, visti i rapporti di forza all’interno della società, non si tratta di opporre a una forza cieca una reazione speculare, ma di comprendere la necessità di uno scarto di lato: disinnescare la logica dello scontro subìto attraverso quella postura severa che — come ci ricordava l’ultimissimo Tronti (qui l’articolo cofirmato con Marcello Tarì) — la memoria del monachesimo e la filosofia del distacco ci consegnano, ovvero la xeniteia, la peregrinatio.
Farsi stranieri. Non si tratta di una fuga dal mondo (fuga mundi), né di un ripiegamento ascetico o sdegnoso. Come ha mostrato Jacob Taubes rileggendo la teologia politica paolina, l’istanza escatologica non è un’attesa passiva della fine, ma l’introduzione di una cesura nel tempo presente: un abitare le strutture del mondo “come se non” fossero l’orizzonte ultimo. La peregrinatio è una decisione politica ed esistenziale di prim’ordine: è la scelta giovannea di collocarsi nel mondo ma non del mondo, assumendo il pathos della distanza come l’unica misura possibile di fronte all’omologazione dominante. Quando la società diventa inabitabile e le sue forme politiche tradizionali si rivelano inservibili, estraniarsi e non offrire appigli al potere è il solo modo per evitare l’assimilazione, che coincide poi con l’asservimento.
Il primo monachesimo del deserto non nasceva come un alibi per gli sconfitti, ma come la fondazione di un contropotere. Quei monaci che abbandonavano le città dell’Impero in dissoluzione non cercavano la pace dell’anima: cercavano la forza per costruire una forma di vita inassimilabile. C’era in quel silenzio una concentrazione di forze, un’attesa attiva e militante che rifiutava di disperdersi nella chiacchiera del presente.
Per abitare questo tempo di transizione e di oppressione, occorre saldare la decisione etica del singolo con la pratica della distanza, articolandola in tre dispositivi fondamentali: la contemplazione, la lotta e la cedevolezza strategica.
La contemplazione non è la cura narcisistica dell’interiorità, ma uno sguardo libero e spietato sulla realtà. Contemplare significa mantenere lucida la facoltà del giudizio, smascherare le ideologie del nuovo autoritarismo e saper leggere la caducità delle sue costruzioni apparentemente inespugnabili. È un esercizio di de-saturazione della percezione che ci permette di strappare il reale dal flusso ininterrotto di una comunicazione deviante, sottraendoci a una fruizione distratta del mondo.
La lotta è la traduzione di questa estraneità in pratica quotidiana. È la costruzione di comunità inattuali, di roccaforti di resistenza concettuale ed etica dove l’accoglienza dello straniero, la solidarietà tra i frammenti e il rifiuto della logica di mercato diventano la regola di un nuovo abitare. Ma è anche la lotta, quotidiana e leale, dentro le istituzioni, con lo Stato e contro lo Stato. In una formula, si tratta di essere, sempre e ovunque, mit und gegen.
La cedevolezza strategica: sottrarsi all’ossessione della vittoria immediata non significa fare della sconfitta un valore — in politica la sconfitta non è mai un merito —, ma rifiutare di farsi logorare dalle regole del gioco stabilite dal nemico. Significa apprendere l’arte della sottrazione: non farsi schiacciare dalla logica del potere dominante, saper mollare la presa laddove lo scontro è una trappola e riposizionarsi per preservare la propria autonomia. Invece di consumare le energie in una resistenza passiva o in battaglie perdenti, si asseconda l’urto dell’avversario per sbilanciarlo e ridurne l’impatto, mantenendo intatta la propria libertà di manovra.
Non possiamo attendere che un nuovo soggetto politico si costituisca per miracolo, anche se non si deve smettere di credere nell’impossibile. Occorre piuttosto esercitare quella pratica dell’attenzione insegnata da Simone Weil: uno sguardo paziente capace di scorgere i minimi segni di mutamento, anche quelli più miseri e nascosti, per cogliere l’emersione di nuovi simboli attorno ai quali possa finalmente aggregarsi un soggetto sociale e politico. Nel frattempo, il singolo ritrova la propria consistenza nella disciplina dell’estraneità, nella capacità di aggregare le solitudini attorno a un rigore comune, nella fermezza di chi rifiuta la guerra tra poveri promossa dalla nuova destra autoritaria. Se la società è xenofoba, noi ci poniamo consapevolmente come l’oggetto della sua paura, diveniamo la sua stessa estraneità: corpo estraneo nel corpo sociale, corpo intruso.
Si tratta di puntare, realisticamente e razionalmente, verso obiettivi raggiungibili senza mai smettere di rivolgere lo sguardo verso quelli irraggiungibili.
La peregrinatio non è una resa: è l’addestramento della forza. È l’atto con cui ci dichiariamo stranieri a questo presente per custodire la nostra incommensurabile libertà e poter essere, quando la breccia si aprirà, l’inizio di un altro mondo.
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Federico Ferrari (Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: L’insieme vuoto (Johan & Levi, 2013; 2024), L’anarca (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), Oscillazioni (SE, 2016), Visioni (Lanfranchi, 2016), Il silenzio dell’arte (Sossella, 2021), L’antinomia critica (Sossella, 2023), Ritratti (Sossella, 2025), Nicola Samorì, sulla soglia del tempo (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, La pelle delle immagini (Bollati Boringhieri, 2003) e Estasi (Sossella, 2022).




