Cosa hanno imparato i maranza da chi ha deciso di chiamarli così

Riprendiamo, in versione integrale, l'articolo di Gigi Roggero pubblicato su «il manifesto» del 24 ottobre. L'articolo parte della scelta di DeriveApprodi di pubblicare la traduzione del testo di Houria Bouteldja (Beaufs et barbares) col titolo Maranza di tutto il mondo, unitevi! e riflette su come i comportamenti i comportamenti che abbiamo visto in piazza nelle scorse settimana «restituiscono ciò che è stato seminato: un sistema che saccheggia e depreda, fa i conti con dei giovani che saccheggiano e depredano con la stessa ferocia e violenza che hanno subito e appreso. Chi invoca ogni giorno la guerra, si trova la guerra nelle vie del centro».
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Nel settembre 2024 DeriveApprodi ha pubblicato un libro dal titolo Maranza di tutto il mondo, unitevi! Fino ad allora maranza era un termine giovanile volutamente minoritario e perlopiù circoscritto ad alcuni contesti metropolitani del Nord Italia; per coloro che lo utilizzavano indicava tute acetate, cappellini e borselli dai loghi vistosi, comportamenti spavaldi. Nato come stigma razzializzante (combinazione di marocchino e zanza, cioè tamarro), nel corso del tempo era stato appropriato da gruppi di giovani delle periferie, orgogliosi di sbattere in faccia alla società i propri stili di vita.
Prima ancora dell’uscita del libro, alcuni docenti che conoscevano il lavoro dell’autrice hanno reagito in modo stizzito: come vi permettete di dare un titolo così scanzonato al testo di un’importante studiosa come Houria Bouteldja? In effetti il titolo originale è Beaufs et barbares, letteralmente «bifolchi e barbari»; al termine «bifolchi», che richiama più le campagne di Rocco Scotellaro che le metropoli contemporanee, qualcuno ha proposto di sostituire la categoria usata dalla stessa autrice di «piccoli proletari bianchi». «Per chiarezza», dicevano con un’inconsapevole ironia. Ovviamente il volume di Bouteldja, ça va sans dire, non parla dei maranza. È un testo che si colloca tra pensiero decoloniale e marxismo, ripercorrendo genealogicamente la colpevole indifferenza della sinistra francese al tema della razza: all’oggi propone, attraverso una difficile alleanza tattica tra gli impoveriti dalla crisi economica e i soggetti razzializzati delle banlieue, di mutare radicalmente l’agenda politica transalpina, segnatamente della France Insoumise. Tentativo che, peraltro, sta dando alcuni risultati concreti.
Allora vi rendete conto che non c’entra niente con i maranza? Tranquilli, chi ha deciso quel titolo se ne è perfettamente reso conto, e proprio per questo lo ha scelto. Ma la sfida culturale e politica non è tradurre un libro, ma risignificarlo. E dopo la sua uscita, il clinamen ha piegato la pioggia di eventi comunicativi dalla parte di questa azzardata scommessa. La destra al potere, con la fatwa lanciata contro il testo dell’incolpevole Bouteldja, ha dato un bel contributo: condanne a priori, accuse di aizzare i riot, addirittura richieste di messa al bando del volume. Fatto sta che, a partire dai tumulti seguiti alla morte di Ramy (24 novembre 2024) e dal titolo di un libro che – a quanto pare – pochi si sono peritati di leggere, in breve tempo il termine maranza è diventato una categoria sociale e politica di primo piano. Stile di vita per descrivere i comportamenti giovanili non allineati oppure sinonimo di nuove classi pericolose, questione da indagare o da criminalizzare, fonte di riconoscimento o di allarme penale, i maranza hanno fatto il loro ingresso sulle pagine dei giornali, nei talk show televisivi, nelle discussioni sociologiche e da bar, oltre che ovviamente nei decreti governativi sulla sicurezza.
Ora, dopo il weekend maranzesco di Milano, in cui lo shopping compulsivo ha ceduto il posto al saccheggio compulsivo, ecco che il volume (ovvero il suo titolo) torna al centro del dibattito: «la bibbia dei maranza che pilota i dodicenni», perché «quando c’è un libro che ne fa la teoria, il modello di rivolta è ancora più replicabile». Tra gli ennesimi provvedimenti securitari strillati dalla destra (la cui efficacia è inversamente proporzionale alla propaganda pre-elettorale), prese di distanza della sinistra e prese di distanza dalle prese di distanza di chi sta a sinistra della sinistra, psicosi di massa su orde barbariche che calano sui più sperduti villaggi per darli alle fiamme, in attesa che nelle università nascano i «maranza studies», c’è solo una questione che resta sottaciuta. Al netto di ogni giudizio morale, forse bisognerebbe iniziare a dire che, come in uno specchio deformato, questi comportamenti restituiscono ciò che è stato seminato: un sistema che saccheggia e depreda, fa i conti con dei giovani che saccheggiano e depredano con la stessa ferocia e violenza che hanno subito e appreso. Chi invoca ogni giorno la guerra, si trova la guerra nelle vie del centro. Nel nome della libertà di mercato si sono esaltati gli «spiriti animali» ferocemente in lotta per soldi, denaro, potere. Perché stupirsi adesso che ci siano fette consistenti delle nuove generazioni che, per sfuggire al destino dei genitori, vogliono portare alle estreme conseguenze questa impietosa libertà che hanno loro insegnato? Forse i maranza la lezione, prima che dal complesso libro di Bouteldja, l’hanno imparata da chi ora invoca esercito e galera. E l’hanno creativamente e paurosamente reinterpretata a partire dalle loro condizioni di vita: se il futuro non c’è, just do it.
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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.




