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Controcanto al neoliberismo razzista di Margaret Thatcher

La poesia politica di Linton Kwesi Johnson





Per la «cartografia dei decenni smarriti» a cui «Machina» sta dedicando una parte delle sue pubblicazioni in vista del festival «I sentimenti dell’aldiquà» che si svolgerà a Bologna il 9, 10 e 11 giugno, Mara Surace ripercorre l’impegno politico e musicale del «poeta del reggae» Linton Kwesi Johnson e inquadra la controrivoluzione capitalistica degli anni Ottanta attraverso la lente della lotta antirazzista delle comunità caraibiche e Black British in Gran Bretagna.



* * *

fi wha?

fi mek di rulah dem andastan

dat wi naw tek noh more a dem oppreshan

(Di Great Insohreckshan, Making History, 1984)

[per cosa? / per far capire a chi comanda / che non avremmo più subito la loro oppressione]

(trad. G. Galli) [1]


La poesia politica di Linton Kwesi Johnson non solo è profondamente legata all’epoca di Margaret Thatcher ma ne rappresenta il controcanto: è la rappresentazione visibile della falsità e della violenza del famigerato There Is No Alternative del neoliberismo thatcheriano.

Dopo aver passato un’infanzia felice a Chapelton in Giamaica, principalmente con la nonna e immerso nella cultura orale dell’isola, LKJ arriva a Londra a 11 anni, nel 1963, per raggiungere la madre nel quartiere di Brixton.

La sua formazione politica ha luogo oltre i muri delle istituzioni scolastiche dove le idee rivoluzionarie degli autori neri non possono penetrare. Nelle numerose interviste e negli scritti in prosa, di recente raccolti nel libro Time Come. Selected prose (Picador 2023), LKJ ha individuato la scintilla della sua carriera, al bivio tra musica, politica e poesia, nell’adesione giovanile al movimento delle Pantere Nere. È grazie a loro e alla biblioteca messa a disposizione che Linton avvia il percorso della sua consapevolezza politica e inizia a tessere insieme gli studi su razza e classe con la personale esperienza di cittadino nero inglese.

A partire dall’inizio degli anni Settanta, scrive poesia, collabora con riviste di riferimento per la comunità nera come «Race Today» e diventa un militante. Quando poi i suoi versi incontrano il genio del reggae Dennis Bovell, il messaggio di LKJ raggiunge un ampio pubblico. Nel 1978 esce il primo album, Dread Beat an’ Blood e LKJ si afferma sulla scena come poeta dub, o, come lui preferisce definirsi, poeta reggae [2].

La sua attività poetico-politica è orientata a dar voce alla comunità nera e alla working class razzializzata e criminalizzata, servendosi della natura antagonista e conflittuale del reggae: il suo «genere poetico afferma l’esistenza di una cultura insorgente e interstiziale, attraverso la performance di una voce migrante; una voce che arriva dai margini dell’impero, dalla resistenza, per rendersi visibile socialmente, culturalmente e storicamente in un mondo moderno ostile ed escludente» [3].

Nel documentario di Franco Rosso del 1979, che prende il titolo dal primo album Dread Beat an’ Blood, LKJ affermava: «Penso che abbiamo molte lotte importanti nelle nostre mani in questo paese in questo momento e io voglio essere parte di quella lotta. C'è una vasta gamma di forze politiche che variano dal National Front fino a Margaret Thatcher e al partito Tory che stanno cercando di demoralizzare le persone nere... non so quale contributo posso dare a ciò che sta accadendo qui, ma sono parte di qualunque cosa stia accadendo». Non è solo «parte di ciò che sta accadendo», ne è anche portavoce e, soprattutto, controcanto. Come ha scritto Roggero: «Il militante, infatti, non agisce a prescindere dalla storia, e neppure accettandone il corso. Agisce dentro e contro la storia; non seguendo lo spirito dei tempi, ma aggredendolo» [4]. E LKJ, senza dubbio, aggredisce le forze neoliberiste, razziste, xenofobe, fasciste che dilagano dalla fine degli anni Settanta, costruendo una narrativa contro-egemonica. LKJ sfida i codici ufficiali anche nella forma: si riappropria della denigrata lingua della sua terra, il creolo giamaicano, per innalzarla a lingua poetica; diventa cantore «del basso», senza arrendersi alla costrizione secondo cui la poesia va scritta in Inglese standard. Si oppone allo standard normalizzato del centro imperiale e colonialista per alimentare la voce del margine de-coloniale. Non solo per farsi cronista degli avvenimenti ma per schierarsi. «Il compito di un poeta - dice in una recentissima intervista - non è solo essere un testimone ma anche prendere posizione» [5].


Parole profetiche

Margaret Thatcher sarebbe stata eletta dopo meno di un mese e LKJ aveva già espresso con fermezza la sua posizione politica. Gli era chiaro che le alternative governative sulla rappresentazione e sul trattamento della comunità nera e dei gruppi resi minoritari oscillavano tra il razzismo più lampante e il pietismo liberale di chi li dipingeva come soggetti privi di qualsiasi agency politica.


Credo che il partito Tory proverà a rubarci ciò che noi, come comunità nera, abbiamo fatto da quando siamo in questo paese. Credo che i poteri della polizia saranno aumentati e che ci sarà un ancora maggiore controllo della nostra comunità. Assisteremo a un momento difficile, abbiamo l’abilità di organizzarci per combattere ogni tentativo di abbatterci di nuovo. […] Non siamo le vittime indifese come i liberali vorrebbero dipingerci. Nessuno può fare niente per noi. Lo dobbiamo fare noi stessi. […] Qualsiasi forma di protesta è necessaria. Se schiacci la testa di un uomo al muro, quell’uomo lotterà. Noi, persone della comunità nera, abbiamo già sperimentato la violenza, la violenza dello Stato, la violenza è parte della nostra esperienza, dai tempi della schiavitù fino ai giorni d’oggi in Inghilterra.

(«New Musical Express», 21 Aprile 1979) [6].


Parole come queste risulteranno profetiche, dopo le rivolte insorte a Brixton nel 1981. «Dopo le insurrezioni del 1981 […] alcune persone iniziarono a dire che i miei versi degli anni Settanta erano profetici. Non lo so; quello che so è che se fossi stato una persona nera che nei primi anni Settanta viveva nel Regno Unito urbano, non avresti dovuto essere un preveggente per capire che prima o poi la polizia avrebbe scatenato un inferno contro di noi» [7]. Dall’inizio della sua carriera, e sempre in quasi tutte le interviste, il poeta ricorda che la sua poesia nasce dalla politica e che la sua presa di coscienza sorge dall’esperienza violenta di una gioventù trascorsa in un ambiente ostile.

La poesia in musica di Linton cresce e raggiunge il suo massimo livello proprio durante il governo Thatcher, che viene ricordato dal poeta come un deliberato attacco politico nei confronti della working class e delle sue conquiste sociali dal secondo dopoguerra in poi. La working class nera era tanto coinvolta nella lotta, attraverso molteplici organizzazioni autonome, quanto era presa di mira dalle istituzioni e dalla polizia. Il loro razzismo alimentava la violenza e la disuguaglianza sociale.

Il pensiero di LKJ è lo stesso delineato da Stuart Hall alla fine degli anni Ottanta, che, descrivendo il neoliberismo di Thatcher, afferma: «Il Thatcherismo è semplicemente un altro nome per esercitare la medesima vecchia e familiare dominazione di classe da parte della medesima, vecchia e familiare classe dominante» [8]. Nel 2013, infatti, quando tra le strade di Londra circa 3000 persone celebrano la morte della «Lady di ferro», LKJ scrive: «Per me, Thatcher era una spietata guerriera di classe per la classe dominante. […] Verrà ricordata da molte persone nere della mia generazione come una bigotta e una xenofoba che alimentò il fuoco dell’odio razziale, aiutando i fascisti, che erano incoraggiati a compiere attacchi terroristici contro le persone nere e asiatiche» [9].

Nel manifesto proposto da Margaret Thatcher per le elezioni del 1979 si legge che: «Non contiene formule magiche, non si basa su dogmi ma sulla ragione, sul senso comune». Il neoliberismo del governo Thatcher intende dunque proporsi come «senso comune», come l’unica strada percorribile, neutra, depoliticizzata, pacificata. «La speranza di ogni ideologia è di naturalizzare sé stessa» affermava Hall sulla scia di Gramsci, ovvero, «diventare invisibile, operare inconsciamente» [10].


«Devono esserci delle alternative». La grande insurrezione di Brixton

LKJ, come Hall, sviluppa una strategia contro-egemonica non solo per resistere alle violenze, che arrivano da più fronti, ma per immaginare collettivamente alternative e smascherare la falsità violenta del «senso comune» neoliberista. «Dobbiamo avere una sorta di visione alternativa. Voglio dire, le cose non devono essere come sono e il capitalismo non può essere il modo migliore per condurre le nostre vite, non può essere il miglior sistema economico possibile. Devono esserci delle alternative» [11].

Il lavoro di LKJ è un lavoro di rottura contro-egemonica sotto moltissimi aspetti. Stravolge le convinzioni delle persone immigrate della generazione caraibica precedente affermando che la sua generazione, una «subcultura della resistenza all’oppressione razziale»[12], è in Inghilterra per restarci ed avrebbe reclamato a ogni costo il proprio posto.


Maggi Tatcha on di go / wid a racist show/ but a she haffi go/ kaw, / rite now, / African / Asian / West Indian / an Black British / stan firm inna Inglan/ inna disya time yah

[Margaret Thatcher sulla scena / con il suo spettacolo razzista / ma deve andarsene / perché, / ora, / africani / asiatici / caraibici / e neri britannici / sono irremovibili in questa Inghilterra / in questi tempi

(It Dread Inna Inglan, in Dread Beat an’ Blood, 1978, trad. mia)]


Stravolge anche l’idealizzazione coloniale che aveva ammantato l’Inghilterra di un’aura attrattiva, in quanto lontana «madrepatria». Il ribaltamento è così evidente che la sua canzone/poesia più famosa recita:


Inglan is a bitch / dere’s no escapin it / Inglan is a bitch / dere’s no runnin whe fram it

[L’Inghilterra è una cagna / non si può evitarlo / L’Inghilterra è una cagna / non si può ignorarlo (Inglan is a Bitch, in Bass Culture, 1980, trad. G. Galli)]


L’anno decisivo per la comunità oppressa di Londra, e di Brixton in particolare, è il 1981, raccontato da LKJ nella poesia Di Great Insohreckshan, uscita a tre anni di distanza dai fatti, nell’album Making History. Il fulcro della rivolta è tra Railton Road e Atlantic Avenue.


It woz in april nineteen eighty wan / doun inna di ghetto af Brixtan / dat di babylan dem cauz such a frickshan / an it bring about a great insohreckshan / an it spread all owevah di naeshan / it woz truly an histarical occayshan

[Avvenne nell’aprile del 1981 / giù nel ghetto di Brixton / l’oppressione di babilonia fu tale / da portarci a una grande insurrezione / che si estese all’intera nazione / fu un’occasione veramente storica (Di Great Insohreckshan, in Making History, 1984, trad. G. Galli)].


Questi riots hanno come antecedente un altro avvenimento di cui LKJ si fa portavoce: l’incendio di New Cross scoppiato il 18 gennaio 1981 nel quartiere sud-est londinese, durante il sedicesimo compleanno di Yvonne Ruddock, in cui muoiono tredici persone tra i 14 e i 22 anni. La poesia intitolata New Crass Masshakah sceglie accuratamente la parola «massacro» poiché la polizia e la stampa chiudono l’accaduto classificandolo come un incidente. Linton, invece, è risoluto nell’affermare che «il massacro di New Cross è stato un attacco fascista e razzista»[13]. Tra chi assiste all’accaduto e la comunità si parla delle bombe molotov lanciate all’interno dell’abitazione da membri del National Front, il partito di estrema destra che, grazie all’esacerbazione dell’odio razzista e all’implicita legittimazione dei conservatori al governo, da anni prende di mira la popolazione nera e immigrata. È loro lo slogan «send them back!» a cui LKJ risponde fermamente con la sua Fite Dem Back, ricordando qual è il trattamento che va riservato ai fascisti:


fashist an di attack / den wi countah-attack / fashist an di attack / den wi drive dem back / We gonna smash their brains in / cause they ain’t got nofik in ’em

[fascisti all’attacco / noi li respingeremo / fascisti all’attacco / li contrattaccheremo / fascisti all’attacco / noi li travolgeremo/ Spacchiamo le loro teste/ perché dentro non hanno niente (Fite Dem Back, in Forces of Victory, 1979, trad. G. Galli)]


Ad aprile del 1981, dopo l’ennesimo arresto arbitrario a Brixton e dopo aver appreso che il governo avrebbe ancora aumentato la presenza delle forze di polizia nel quartiere, quando un tassista nero viene fermato, perquisito e arrestato, la comunità nera si scaglia contro il furgone della polizia. È l’inizio dei riots di Brixton: «Sei ore di violenza, scontri e incendi. […] I numeri variano […], ma possiamo parlare di circa 300 poliziotti feriti, 56 vicoli delle forze dell’ordine e 61 veicoli privati distrutti, 82 arresti e 65 civili feriti» [14].

Il governo Thatcher condanna le rivolte e l’uso della violenza da parte della comunità nera. Invece di guardare ai problemi strutturali all’origine della rivolta l’attenzione è sulla comunità nera che viene atomizzata e criminalizzata: ogni individuo che ha preso parte alla ribellione non è nient’altro che un criminale. Thatcher afferma che «nessuno dovrebbe condonare la violenza. Sono stati dei criminali» [15].

LKJ stravolge anche il «senso comune» neoliberista per cui la violenza legittima è solo quella dello Stato contro le persone oppresse. In un’intervista di pochi mesi fa ancora si scalda quando gli si chiede se si pente in qualche modo di aver celebrato la violenza della popolazione nera contro la polizia. La sua risposta è chiara: «Non mi pento, ho celebrato la cultura della resistenza contro l’oppressione razziale, questo è quello che celebro. Non sto celebrando la violenza in quanto tale. Non sono una persona violenta. La rabbia, il risentimento, l’irritazione rispetto a ciò che era successo a New Cross si sono palesati in quei sollevamenti» [16].

La sua, allora, è una poesia musicale che controbatte, che esorta all’autodifesa, visto che le autorità stanno fallendo in modo consapevole nel far rispettare i diritti della popolazione non bianca.


«Rispondere alla violenza con la violenza»

«Se veniamo attaccati, allora reagiamo. Il National Front non ha il monopolio della violenza. Certo che è giusto rispondere alla violenza con la violenza. Con cos’altro dovresti rispondere? Staresti lì a guardare e a lasciare che ti buttino a terra?» [17].

Non si tratta di apologia della violenza, perché, come ha affermato Robert Franklin Williams (membro del Black Panther Party for Self-Defense), l’autodifesa non è «amore della violenza» ma «amore della giustizia». È autodeterminazione, rovesciamento dell’ordine egemonico e affermazione di diritti negati; non desiderio di sopraffare ma di lottare ad armi pari e soprattutto con armi proprie[18].


Di Special Patrol / will fall / like a wall force doun / or a toun turn to dus / even dow dem think dem bold / wi know dem cold like ice wid fear / an wi is fire!

[Le Special Patrol / cadranno / come una parete demolita / o una città ridotta in polvere / anche se si credono coraggiosi / sappiamo che sono gelati di paura / e noi siamo il fuoco!

(All Wi Doin Is Defendin, in Dread Beat an’ Blood, 1978, trad. G. Galli)]


LKJ, rivendica e celebra gli strumenti di ribellione che la popolazione oppressa sta utilizzando per sollevarsi contro le ingiustizie. Si scaglia contro tutti i mezzi che lo Stato neoliberista sta utilizzando per opprimere la popolazione, ne mette a nudo la violenza che vuole essere normalizzata. Sul finire dei Settanta, in All Wi Doin is Defendin, paragona lo Special Patrol Group (SPG) al ghiaccio che verrà sciolto dal fuoco della ribellione. L’SPG era una «brigata mobile indipendente della polizia locale. In seguito all’individuazione delle zone con i più alti tassi di criminalità, le SPG avviano un’intensa campagna di operazioni di polizia effettuando un numero sproporzionato di arresti di giovani neri in tutte le inner cities delle grandi città inglesi»[19]. All’inizio degli Ottanta, nei versi di Di Great Insohreckshan, rievoca le rivolte di Brixton per celebrare la disfatta dello Swamp 81.


It woz event af di year / an I wish I ad been dere / wen wi run riat all owevah Brixtan / wen wi mash-up plenty police van / wen wi mash-up di wicked wan plan / wen wi mash-up di Swamp EightyWan

[Fu l’avvenimento dell’anno / e avrei voluto esserci / quando siamo insorti in tutta Brixton / quando abbiamo distrutto molte camionette della polizia / quando abbiamo distrutto il piano malvagio / quando abbiamo distrutto lo Swamp 81

(Di Great Insohreckshan, in Making History, 1984, trad. G. Galli)].


Swamp 81 è l’operazione di polizia basata sul principio dello «stop and search» che seguiva la dichiarazione di Margaret Thatcher, secondo cui «le persone hanno paura che questo paese possa essere sommerso (swamped) da persone con cultura diversa; si teme che il carattere britannico così significativo per la democrazia e la legge nel mondo, possa essere sommerso e potrebbero esserci reazioni ostili verso chi arriva nel Regno unito» Nei primi quattro giorni di campagna, 943 persone erano state fermate e perquisite dalle forze di polizia[20].


La natura razzista della «sicurezza» neoliberale

Sotto la falsa neutralità della ricerca di «legge e ordine», queste operazioni di polizia svelavano piuttosto la natura razzista del concetto di sicurezza che si stava delineando in quegli anni. Per il neoliberismo thatcheriano, la «sicurezza» consisteva nel prendere di mira i quartieri neri, come Brixton, visti come focolai di delinquenza ma in realtà i luoghi in cui era più evidente l’effetto delle politiche neoliberiste di stretta sul welfare, sulla spesa pubblica, sull'istruzione e sul sostegno sociale.

Negli anni del thatcherismo, un’altra legge che permetteva i controlli indiscriminati e l’incarcerazione di moltissimi giovani neri era la legge Sus: dall’abbreviazione di «suspected», introdotta con il Vagrancy Act del 1824, consentiva alle forze di polizia di arrestare qualunque persona fosse sospettata di avere l’intenzione di commettere un reato. «In base a ciò che diceva questa legge, un magistrato poteva mettere in prigione chiunque, semplicemente basandosi sulla testimonianza di un poliziotto che affermava di averlo visto agire in maniera sospetta, in due occasioni. Secondo un articolo pubblicato su “Race and Class” (n. 6, 1979), più del 40% delle persone arrestate con questa legge erano giovani neri» [21].

LKJ, in Sonny’s Lettah (Anti-Sus Poem), mette in luce la crudeltà premeditata di questa legge che criminalizzava i giovani neri. È una poesia in forma di lettera che un ragazzo, Sonny, scrive a sua madre dal carcere di Brixton. Lui e il fratello Jim sono stati fermati dalla polizia, cha ha iniziato a picchiare Jim senza motivo, i due ragazzi stavano solo aspettando l’autobus, senza disturbare nessuno: mi an Jim stan-up, watin pan a bus, nat cauzin no fus. Dopo il racconto delle botte subite, la musica si ferma un istante e le parole di LKJ rimbombano nel petto di chi ascolta: mamma, non potevo restare lì senza fare nulla: Mama, I jus coudn stan-up deh an noh dhu notn.

La musica ricomincia, le parole si fanno più rapide, la reazione di Sonny all’ingiustizia subita è violenta, tanto che Jim è in carcere accusato di Sus e Sonny dell’omicidio di un poliziotto.


Mama, / more policeman come dung / an beat mi to di grung / dem charge Jim fi sus / dem charge mi fi murdah

[Mamma / arrivano altri poliziotti / e mi picchiano finché non cado a terra / Jim è accusato di Sus / io di omicidio

(Sonny’s Lettah (Anti-Sus Poem), in Forces of Victory, 1979, trad. G. Galli)].


Tale concezione neoliberista di «sicurezza» intende cancellare i sintomi della povertà. Non prende in considerazione le cause sociali di tale crisi; farlo significherebbe mettere in dubbio le stesse basi del capitalismo neoliberista, ormai «senso comune» naturalizzato.

Al contrario, in Wat About Di Workin Class? LKJ ricorda di chi è la responsabilità: della classe dirigente, dei capitalisti, non di certo della working class nera, che, come è successo dall’incendio di New Cross in poi, sarà sempre pronta a reagire.


Nah badda blame it pan the black working class / mistah racist / blame it pan di ruling claas / blame it pan yu capitalis baas / wi pay the caas / wi suffah the laas / an wi naw goh figet New Craas / wi naw goh figet New Craas

[Nessuno incolpi la classe operaia nera / signor razzista / incolpa la classe dirigente / incolpa i tuoi boss capitalisti / noi paghiamo il prezzo / noi subiamo le perdite / e noi non dimenticheremo New Cross / noi non dimenticheremo New Cross (Wat About Di Workin Class?, in Making History, 1984, trad. mia]


«Noi siamo le forze della vittoria»

Come la femminista nera Audre Lorde, anche LKJ è consapevole che «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». Per questo motivo, da un lato evidenzia la violenza degli strumenti del neoliberismo thatcheriano (la legge Sus, le SPG, le politiche razziste), per minare le basi dello status quo, dall’altro esalta le rivolte di Brixton «che hanno acceso il fuoco della resistenza» [22], per intraprendere un cammino che mostra la capacità di agency, l’autodeterminazione e la non passività della sua comunità. La sua è poesia distruttiva e costruttiva insieme, è poesia catartica e trasformativa.

I versi di due canzoni, Forces of Victri, composta alla fine degli anni Settanta e Mekin Histri, negli anni Ottanta, si muovono esattamente in questa direzione.


We’re di forces af victri / an wi comin rite through / we’re di forces af victri / now wat yu gonna do

[Noi siamo le forze della vittoria / e avanziamo decisamente / noi siamo le forze della vittoria / ora cosa farete

(Forces of Victri, in Forces of Victory, 1979, trad. G. Galli)]


Le rivolte che iniziano nel 1981 e si diffondono poi in un’ondata di insurrezioni lungo gli anni Ottanta, non sono state le prime né le ultime ma sono state significative «per la loro visibilità e i loro fattori storici - la recessione, il passaggio dal welfare state al control state, l’arrivo di una generazione altamente politicizzata, con una nuova relazione rispetto alla nazione britannica […]. Queste rivolte vennero definite casuali, di devianza spontanea o di reazione brutale ma c’era qualcosa di intenzionale in esse: chi partecipava alle rivolte diceva ai reporters che i “riots” erano proteste della comunità in risposta all’accesso limitato al diritto di cittadinanza [….]. I “riots” erano atti di resistenza politica alla classe dominante, [ma erano] viste attraverso la lente del crimine» [23].

LKJ si batte per far riconoscere la forte componente politica di questi movimenti e per questo nel 2012 scriveva: «È diventato chiaro per tutti che i neri di seconda e terza generazione non erano più disposti a sopportare ciò che i nostri genitori avevano sopportato. Eravamo giovani ribelli politicizzati e stavamo combattendo» [24].

LKJ, ancora come Stuart Hall, non intende solo distruggere gli strumenti di oppressione ma vuole anche costruire nuove trame alternative, alimentando concezioni altre di pubblico, di bene comune e di società, «per rispondere all’affermazione di Thatcher secondo cui “non esiste la società, ma solo gli individui e le loro famiglie”» [25]. Se è vero che «alcuni modi di pensare, sentire e valutare che sono propri del thatcherismo sono entrati nelle vite quotidiane delle persone comuni come una forza materiale e ideologica» [26], la poesia militante di LKJ, ancora oggi, quando il capitalismo neoliberista sembra l’unica strada percorribile, sollecita uno sforzo di decostruzione personale, congiunto a uno sforzo di immaginazione politica collettiva.

LKJ ha sempre indirizzato le colpe verso l’alto della scala gerarchica e ha sempre osservato le problematiche sociali nella loro componente strutturale: addita l’ «oppressin man» e il «mistah govament man»:


War... war... / mi seh, lissen / oppressin man / hear what I say if yu can / wi have a grevious blow fi blow

[Guerra... guerra... / ti dico, ascolta / oppressore / ascolta ciò che dico se puoi / noi abbiamo / un duro colpo da infliggere

(All Wi Doin Is Defendin, in Dread Beat an’ Blood, 1978, trad. G. Galli)].


Now tell mi someting / mistah govament man / tell mi something // How lang yu really feel / yu coulda keep wi andah hell / wen di truth done reveal / bout how yu grab an steal / bout ow yu/ mek yu crooked deal / mek yu crooked deal / een? / […]/ It is noh mistri / wi mekin histri / it is noh mistri / wi winnin victri

[Ora dimmi un po’ / signor governante / dimmi un po’ // Per quanto tempo pensi veramente / di poterci tenere sotto i tuoi talloni / quando la verità viene rivelata / mentre tu accaparri e rubi / mentre tu fai affari disonesti / fai affari disonesti / eh? // […] Non è un mistero / stiamo facendo la storia / non è un mistero / stiamo vincendo

(Mekin Histri, in Making History, 1984, trad. G. Galli)].


Ma si rivolge anche a tutta la popolazione, esortandola a diventare alleata e compagna, chiedendo di vigilare sulle istituzioni che si sono dimostrate ingiuste e inaffidabili, e di ribellarsi a esse quando è necessario.


Hey people of England / greatest injustices are committed upon this land / how long will you permit them to carry on? / is England becoming a fascist state? // The answer lies at your own gate / and in the answer lies your fate

[Ehi gente d’Inghilterra / le più grandi ingiustizie vengono commesse su questa terra / quanto ancora le lascerete continuare? l’Inghilterra sta diventando uno Stato fascista? // La risposta giace alla vostra porta / e nella risposta giace il vostro destino (Reagge Fi Peach, in Bass Culture 1980, trad. mia].


Dopo una carriera musicale di successo al fianco della Dub Band di Dennis Bovell, dopo aver vinto il Golden PEN Award e il PEN Pinter Prize, aver ricevuto diverse lauree ad honorem e importanti riconoscimenti in Giamaica, Linton è ancora l’unico poeta nero a essere pubblicato nella sezione classici moderni di Penguin. Nonostante negli anni Duemila abbia dichiarato di non voler più pubblicare poesie, pensando di non poter fare di meglio rispetto a quanto aveva scritto fino agli anni Novanta, ha da poco pubblicato altri versi in una edizione aggiornata di Penguin e un libro che raccoglie i suoi testi in prosa. Vive ancora a Brixton, il quartiere dall’alto valore simbolico per le comunità caraibiche e Black British «in quanto rappresenta sia l’oppressione dello Stato, sia la resistenza della comunità a essa»[27].



Note [1] G. Galli, a cura di, Linton Kwesi Johnson, Stampa Alternativa, Roma 1982. [2] Per approfondire la biografia di LKJ, la discografia e anche la questione dub poetry/reggae poetry si rimanda a: M. Surace, Inglan is a bitch. Vita e opera di Linton Kwesi Johnson, AgenziaX, Milano 2020; D. Austin, Dread Poetry and Freedom. Linton Kwesi Johnson and the Unfinished Revolution, Pluto Press, London 2018; S. Parolai, LKJ. Vita e battaglie del poeta del reggae, Chinaski Edizioni, Genova 2009. [3] J. L. França Junior, The arts of resistance in the poetry of Linton Kwesi Johnson, «Revista Africa e Africanidades», vol. 3, n. 11, 2010, p. 7. [4] G. Roggero, La generazione scomparsa, «Machina», DeriveApprodi, 22 novembre 2022. [5] L. K. Johnson, Reggae poet Linton Kwesi Johnson reveals his cultural influences, intervista, Sounds, BBC, 15 aprile 2023. [6] L.K. Johnson, The bbc won’t put this man on TV in case he upset the General Election. Who says music, politics and people don’t mix?, «New Musical Express», 21 Aprile 1979. [7] L.K. Johnson, Riot, Rhymes and Reason, LKJ Records, 18 aprile 2012. [8] S. Hall (1988), The Hard Road to Renewal. Thatcherism and the Crisis of the Left, Verso, London 2021, p. 7. [9] L.K. Johnson (2013), Thatcher and the Inner-City Riots, in Id., Time Come. Selected prose, Picador, London 2023, pp. 189-190. [10] Hall, The Hard Road to Renewal, cit., p. 8. [11] L.K. Johnson, Reggae, Art and Politics: The Revolutionary Poetry of Linton Kwesi Johnson, People’s World, 12 agosto 2005. [12] L.K. Johnson (2010), Writing Reggae: Poetry, Politics and Popular Culture, in id., Time Come, cit, p. 145. [13] L.K. Johnson, presentazione dell’album LKJ a cappella Live, LKJ Records, 1996. [14] F. Fantazzini, Dread Inna Inglan. Identità, musica e lotte politiche della controcultura Black British 1948-1981, autoprodotto 2020 [poi ed. Red Star Press, Roma, 2021], p. 99. [15] Ibidem. [16] Johnson, Reggae poet Linton Kwesi Johnson, cit. [17] L.K. Johnson, Poet Lynton, «Record Mirror», 23 settembre 1978. [18] E. Dorlin, Difendersi. Una filosofia della violenza, Fandango, Roma 2020, p. 205. [19] Fantazzini, Dread Inna Inglan, cit., p. 92. [20] K. Evelyn, Resistance and the Dub Griot: Four Linton Kwesi Johnson Poems, Policing, and Social Unrest, «Postcolonial Text», vol. 15, n. 2., 2020, p. 11. [21] França Junior, The arts of resistance, cit., pp. 22-23. [22] D. Sarikaya, The Construction of Afro-Caribbean Identity in the Poetry of Linton Kwesi Johnson, «Journal of Caribbean Literatures», vol. 7, no. 1, 2011, p. 173). [23] Evelyn, Resistance and the Dub Griot, cit., p. 15. [24] Johnson, Riot, Rhymes and Reason, cit. [25] Hall, The Hard Road to Renewal, cit. p. 12. [26] Ivi, p. 6. [27] Evelyn, Resistance and the Dub Griot, cit., p. 15.


* * *

Mara Surace (1994) è un’antropologa genovese. Ha scritto per Genova University Press, Meltemi e Bottega Errante Edizioni. Nel 2020 ha pubblicato Inglan is a bitch. Vita e opere di Linton Kwesi Johnson con AgenziaX.

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