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Clinica dell'autismo e differenza soggettiva

Un’intervista a Jean-Claude Maleval


Dóra Maurer, Seven Turns, 1977-1978
Dóra Maurer, Seven Turns, 1977-1978

Jean-Claude Maleval è uno dei più importanti psicoanalisti lacaniani contemporanei.

L’intervista che segue affronta alcuni dei nuclei centrali della sua elaborazione teorica: la distinzione tra autismo e psicosi, il concetto di «bordo», il ruolo degli interessi specifici, il transfert, il rapporto con gli oggetti digitali, la questione dell’identità e il problema contemporaneo della normalizzazione delle differenze soggettive. Si tratta di una prospettiva interna al campo psicoanalitico, e più precisamente a un orientamento lacaniano, che nel corso degli anni ha suscitato discussioni, critiche e controversie, soprattutto nel confronto con altri paradigmi clinici e neuroscientifici sull’autismo. Proprio per questo motivo, il testo non va letto come una verità definitiva o come una posizione unanimemente condivisa, ma come un contributo teorico e clinico che merita di essere discusso seriamente. Si può essere d’accordo oppure no con le ipotesi di Maleval. Le si può criticare, mettere in questione o persino rifiutare radicalmente. Ma ciò che emerge con forza da questa intervista è il tentativo di costruire uno sguardo sull’autismo che non si riduca esclusivamente alla logica della normalizzazione o della correzione adattiva, e che provi invece a interrogare la singolarità delle forme di esistenza autistiche. In un momento storico in cui il dibattito sull’autismo è attraversato da tensioni teoriche, cliniche, politiche ed etiche sempre più forti, confrontarsi anche con prospettive differenti può rappresentare un’occasione importante di riflessione critica (N.B.).


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Noemi Bagno: Partirei dal suo lavoro sull’autismo. Come è nato il suo interesse per questa questione clinica? E in che modo, oggi, la clinica dell’autismo rappresenta una sfida per il pensiero psicoanalitico?


Jean-Claude Maleval: Inizialmente mi sono interessato alla psicosi. Poi, negli anni Novanta, sono apparse pubblicazioni straordinarie di autistici ad alto funzionamento o Asperger, come Donna Williams o Temple Grandin. Anche film come Rain Man hanno contribuito a modificare profondamente la percezione dell’autismo.

Quando lessi il libro di Donna Williams, pensai dapprima che descrivesse una forma di schizofrenia. Ma mi resi conto rapidamente che non si trattava affatto di schizofrenia. Continuai quindi il mio lavoro sulla psicosi e, parallelamente, iniziai a interrogarmi sull’autismo, che all’epoca consideravo ancora una forma di psicosi, come del resto faceva gran parte degli psicoanalisti.

Successivamente incontrai alcune persone autistiche nella pratica clinica. In particolare, intorno al 1990, seguii un paziente autistico che mi colpì molto e che mi portò progressivamente a considerare l’autismo come un modo di funzionamento specifico, differente dalla psicosi. Ancora oggi continuo a lavorare sia sulla psicosi sia sull’autismo, ma distinguendoli in modo sempre più preciso.

Per quanto riguarda la seconda domanda, credo che l’autismo rappresenti effettivamente una sfida per la psicoanalisi. Se infatti lo consideriamo una struttura soggettiva specifica — o almeno un funzionamento molto particolare — allora questo implica una presa in carico clinica adeguata a tale specificità. Una pratica quindi differente sia da quella elaborata da Freud per le nevrosi sia da quella sviluppata per le psicosi.

Molti psicoanalisti tendono a considerare continui questi diversi funzionamenti soggettivi. Io invece sostengo una posizione decisamente discontinuista: non si conduce una cura con un soggetto psicotico come con un nevrotico, e non si lavora con un soggetto autistico come con uno psicotico. Si tratta ogni volta di modalità cliniche differenti, perché differenti sono i modi di funzionamento soggettivo.

Da questo punto di vista, l’autismo costituisce davvero una sfida per la psicoanalisi. Non si tratta tanto di interpretare, quanto piuttosto di sostenere la costruzione di ciò che Eric Laurent ha chiamato «bordo». È un concetto relativamente nuovo nella clinica psicoanalitica dell’autismo e credo che resti ancora ampiamente da esplorare.



NB: Potrebbe spiegare meglio la questione del bordo?


JCM: Si tratta di un concetto centrale. Il bordo costituisce una delle principali difese dell’autistico, ed è proprio questo che differenzia profondamente l’autismo dalla psicosi. Nella psicosi le difese assumono forme più instabili e mutevoli; nell’autismo, invece, troviamo più frequentemente la costruzione di un bordo.

Con questo termine intendiamo un oggetto sul quale viene localizzato il godimento. Questo oggetto resta separato dal soggetto ma, allo stesso tempo, viene mantenuto costantemente sotto controllo, sempre «a portata di mano». La separazione non è mai del tutto compiuta: l’oggetto non è realmente perduto.

Da una parte il bordo protegge il soggetto dal rapporto diretto con l’Altro; dall’altra gli permette comunque di appoggiarsi indirettamente all’Altro, passando però attraverso questa mediazione. È anche grazie al bordo che l’autistico può sviluppare alcune capacità e regolare il proprio godimento.

Una delle incarnazioni possibili del bordo è il doppio. Alcuni aspetti che il soggetto non riesce ad assumere direttamente possono essere delegati a questa figura intermedia. Talvolta, quando il doppio è molto presente, è più efficace rivolgersi a lui piuttosto che direttamente all’autistico stesso.

In generale distinguo tre forme principali del bordo: l’oggetto, il doppio e l’interesse specifico. Sono tre dimensioni spesso strettamente intrecciate.



NB: Nel vostro libro sottolineate che, quando l’autismo evolve in modo più stabile o più adattato, può emergere anche un fantasma di autogenerazione.


JCM: Sì, talvolta accade, ma soprattutto nelle forme poste all’estremità più alta dello spettro. Questo fantasma può emergere nel momento in cui il soggetto si separa progressivamente dal doppio che fino a quel momento orientava il suo godimento.

A partire da questa separazione, il soggetto può integrare maggiormente il proprio modo di godere e costruire una forma di autonomia rispetto al doppio. In quel momento compare talvolta un fantasma di autogenerazione: il soggetto tende a percepirsi come capace di fondarsi da sé, senza dipendere dall’Altro nello stesso modo.

Non è però qualcosa di originariamente presente. È piuttosto il risultato di un certo percorso soggettivo.



NB: Questa prospettiva può aiutare i clinici a comprendere meglio anche quelle forme di autismo più «invisibili»? Oppure, in questi casi, la diagnosi differenziale resta particolarmente difficile?


JCM: Con gli autistici molto severi, la diagnosi differenziale più difficile è spesso quella tra autismo e psicosi infantile. Nelle forme più gravi non è sempre semplice distinguere schizofrenia e autismo.

All’estremo opposto dello spettro, invece, la difficoltà riguarda soprattutto la distinzione tra autismo ad alto funzionamento, psicosi ordinaria e, talvolta, alcune forme di nevrosi ossessiva.



NB: Che cosa pensa invece del termine «camouflage», oggi molto utilizzato nella ricerca sull’autismo?


JCM: Nel mio lavoro preferisco parlare di «identità dissimulata», ma il termine «camouflage» può certamente essere utilizzato. Si tratta sostanzialmente della stessa clinica. Io ho privilegiato l’altra espressione, ma i due termini sono molto vicini.



NB: Per quanto riguarda invece i dispositivi digitali, avete spesso sottolineato l’importanza di appoggiarsi alle passioni e agli interessi specifici dell’autistico. Molti soggetti autistici investono fortemente in strumenti digitali o tecnologici. Tuttavia numerosi psicologi e psicoanalisti considerano queste tecnologie soprattutto come un rischio, in particolare per la possibilità di sviluppare forme di dipendenza. Ritiene che questa questione debba essere pensata diversamente nel caso dell’autismo?


JCM: Sì, è una questione molto importante. In fondo è lo stesso dibattito che troviamo nella maggior parte delle istituzioni: bisogna lasciare gli autistici in rapporto con i loro oggetti autistici oppure limitarli?

La questione si pone sia per gli autistici severi sia per quelli ad alto funzionamento. Bisogna favorire gli oggetti digitali o invece contenerne l’uso?

Effettivamente questi oggetti sono spesso investiti in modo molto intenso, e questo investimento ha una funzione importante, perché costituisce anche una modalità specifica di difesa. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’investimento può diventare eccessivo.

Per questo motivo il lavoro clinico richiede ciò che potremmo chiamare una «dolce forzatura». Vale a dire: accettare l’importanza di questi oggetti per il soggetto autistico, ma allo stesso tempo introdurre dei limiti capaci di temperare l’eccesso di godimento che può concentrarsi su di essi.

Questo vale sia per gli oggetti autistici tradizionali sia per gli oggetti digitali. Esiste certamente un rischio di dipendenza, ma non credo che la soluzione consista nel sopprimere tali oggetti. Piuttosto, bisogna imparare a inquadrarne l’uso in modo intelligente e condiviso con il soggetto stesso.



NB: Secondo voi quale ruolo gioca il transfert nel lavoro con i soggetti autistici? In particolare nelle istituzioni, ma anche nei dispositivi fondati su atelier, mediazioni o oggetti condivisi, quale funzione può assumere il transfert rispetto all’équipe curante e allo psicoanalista?


JCM: Bisogna anzitutto distinguere il transfert verso l’istituzione da quello verso una singola persona. Nell’autismo esistono infatti forme differenti di transfert, che possono evolvere nel tempo.

Direi però che il compito principale dell’analista consiste nel partecipare alla costruzione di un bordo. L’analista può offrire un oggetto suscettibile di essere investito dal soggetto autistico oppure, talvolta, può egli stesso assumere questa funzione.

Il lavoro clinico si appoggia allora su questo bordo. Per esempio, si può partire dall’investimento di un video o di un interesse specifico e lavorare progressivamente sulla regolazione del godimento.

Successivamente può prodursi anche uno spostamento verso l’Altro. In alcuni casi l’analista può assumere la funzione di doppio nel transfert, permettendo così al soggetto di aprirsi maggiormente al mondo.

Ma anche questa posizione comporta un rischio: il doppio può essere investito in maniera eccessiva. Per questo motivo è importante favorire gradualmente uno spostamento dell’investimento dall’analista verso interessi specifici o altre mediazioni.

Con gli autistici ad alto funzionamento, questi interessi specifici possono occupare un posto centrale nel lavoro clinico. Ricordo, ad esempio, un paziente appassionato di piante carnivore: abbiamo trascorso molte ore insieme in giardino a cercarne diverse varietà. Oggi è diventato fioraio, specializzato proprio in piante carnivore (sorride).



NB: Mi domandavo allora se la cosiddetta «affinity therapy», cioè il lavoro terapeutico fondato sulle affinità, possa essere utile anche per comprendere il ruolo che talvolta assumono fratelli e sorelle dei soggetti autistici. In certi casi, infatti, un sibling può essere scelto come doppio. Quali effetti soggettivi avete osservato in situazioni di questo tipo?


JCM: In generale, quando un fratello o una sorella assumono la funzione di bordo, ciò produce spesso effetti molto positivi per il soggetto autistico. Molti autistici ad alto funzionamento si sono appoggiati in modo importante su un fratello o una sorella durante l’infanzia.

Talvolta questa presenza contribuisce persino a rendere l’autismo meno visibile, perché offre al soggetto un modello stabile a cui riferirsi e attraverso cui orientarsi nel rapporto con il mondo.

In numerosi casi il fratello o la sorella funzionano come doppio, e questo può risultare più favorevole rispetto a un oggetto o persino rispetto a un animale.

Per quanto riguarda invece la «affinity therapy», personalmente preferisco parlare di »terapia orientata dal bordo». L’«affinity therapy» rappresenta piuttosto uno degli aspetti possibili di questo approccio.

Possiamo certamente utilizzare entrambe le espressioni, ma il termine «bordo» ha una maggiore precisione teorica in ambito psicoanalitico, perché designa la principale modalità difensiva del soggetto autistico.

Naturalmente dipende anche dal pubblico a cui ci si rivolge. In un contesto psicoanalitico utilizziamo più facilmente il termine «bordo», mentre in altri contesti il riferimento alle «affinità» può risultare più accessibile.



NB: Vorrei riprendere alcune questioni emerse nel nostro precedente incontro. In particolare, mi interessa il problema della trasmissione pubblica dell’approccio psicoanalitico all’autismo. Ancora oggi, infatti, persistono molti pregiudizi nei confronti della psicoanalisi, soprattutto presso le famiglie. Secondo voi, quali possibilità esistono oggi per far conoscere meglio questo orientamento clinico?


JCM: Non è una domanda semplice per uno psicoanalista. Forse riguarda più direttamente gli specialisti della comunicazione che non noi clinici.

Detto questo, credo che il primo passo consista semplicemente nel parlare, dialogare, pubblicare articoli, esprimere le nostre idee. È importante inoltre che il discorso psicoanalitico possa circolare attraverso reti, scuole, istituzioni di insegnamento, università o sezioni cliniche.

È invece molto più difficile far passare queste idee attraverso le autorità sanitarie o i sistemi educativi ufficiali. Per questo motivo dobbiamo appoggiarci soprattutto alle reti che riusciamo a costruire autonomamente e cogliere ogni occasione possibile per far conoscere il nostro lavoro.

Recentemente, ad esempio, ho realizzato una brochure sull’autismo che stiamo cercando di diffondere il più possibile, anche attraverso i social network. Disponiamo inoltre di strumenti come Lacan Web Télévision, organizziamo congressi, incontri, attività associative.

Non credo però che gli psicoanalisti siano particolarmente esperti nel fare lobbying (sorride). Cerchiamo piuttosto di costruire connessioni e spazi di trasmissione con i mezzi di cui disponiamo.



NB: Vorrei ora tornare alla clinica. Sempre più frequentemente analisti e psicologi incontrano situazioni in cui l’autismo si intreccia con questioni legate alla disforia di genere. Quali problemi specifici possono emergere in questi casi? E come pensare clinicamente tali situazioni all’interno di un funzionamento autistico?


JCM: Ci sono almeno due elementi importanti.

Il primo è che effettivamente osserviamo una prevalenza maggiore della disforia di genere tra i soggetti autistici rispetto alla popolazione generale. Esiste dunque una certa affinità tra autismo e queste problematiche identitarie.

Il secondo punto è che la nozione stessa di «disforia di genere» rischia di diventare una categoria troppo ampia, quasi un contenitore indistinto. È quindi necessario distinguere situazioni differenti, in particolare tra transgenderismo e transessualismo.

A mio avviso, tra gli autistici incontriamo soprattutto fenomeni legati al transgenderismo piuttosto che al transessualismo propriamente detto. In molti casi si tratta di soggetti che si interrogano sulla propria identità e che sperimentano forme di identità più fluide, mentre il transessuale è generalmente convinto di appartenere al sesso opposto.

Naturalmente bisogna sempre considerare ogni situazione singolarmente. Personalmente non ho seguito direttamente soggetti autistici transgender, quindi resto prudente su questo tema.

Forse possiamo ipotizzare che alcune difficoltà relative alla costruzione dell’identità rendano i soggetti autistici particolarmente sensibili a questioni che oggi occupano un posto importante nella cultura contemporanea. Ma ogni caso resta differente e richiede un’attenzione clinica specifica.



NB: Un’ultima domanda. Nella società contemporanea sembra spesso prevalere una forte spinta alla normalizzazione, legata anche a certe logiche neoliberali. Quale impatto produce, secondo voi, questa dimensione sociale sul modo di accogliere l’autismo e, più in generale, le differenze soggettive? È possibile pensare un vero «lavoro di civiltà» capace di accettare la specificità dell’autismo? E quale ruolo può avere la psicoanalisi in questo contesto?


JCM: Sì, esiste certamente una pressione verso la normalizzazione. Tuttavia direi che, sotto molti aspetti, la situazione era ancora più rigida in passato. Se pensiamo al peso esercitato un tempo dai discorsi religiosi o politici, le ingiunzioni normative erano forse persino più forti di oggi.

Nelle società occidentali contemporanee assistiamo almeno in parte a una maggiore accettazione delle differenze, anche se questo varia molto a seconda dei contesti culturali e politici.

Naturalmente permane una certa richiesta di conformità. La presenza di soggetti autistici o di altre forme di disabilità, ad esempio a scuola, continua spesso a creare difficoltà.

Da questo punto di vista, la psicoanalisi sostiene una prospettiva differente: non mira alla normalizzazione, ma all’accettazione delle differenze soggettive.

La psicoanalisi tende inoltre a depatologizzare una parte importante della sofferenza psichica contemporanea. Dopo il DSM, sembra quasi che più della metà della popolazione possa essere ricondotta a qualche disturbo psichiatrico. La prospettiva psicoanalitica è differente: non privilegia tanto le sindromi quanto le strutture soggettive.

Queste strutture non devono essere considerate semplicemente come patologie, ma come modi differenti di funzionare e di organizzare il proprio rapporto con il godimento.

Ogni struttura può trovare modalità più o meno stabili di equilibrio. Alcune situazioni possono certamente produrre sofferenza intensa o persino rischio suicidario, ma ciascun modo di funzionamento ha anche dato luogo a forme straordinarie di creazione artistica, intellettuale o esistenziale.

Per questo motivo la psicoanalisi incoraggia un’etica dell’accoglienza della differenza. Si tratta di riconoscere i modi singolari di godere di ciascuno, a condizione naturalmente che non producano danno per gli altri.

In questo senso la psicoanalisi non sostiene un ideale di normalizzazione, ma piuttosto una politica dell’accettazione delle differenze soggettive. Credo di aver risposto alla vostra domanda (sorride).



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Noemi Bagno è psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico in formazione. Ha svolto un periodo di ricerca per la tesi di laurea presso l’università di Rennes 2 e nel 2024 ha pubblicato un testo all’interno del libro La triade dell’autismo. Etica, epistemologia, attivismo (Lem Edizioni).


Jean-Claude Maleval è uno dei più importanti psicoanalisti lacaniani contemporanei. Professore emerito di psicopatologia clinica presso l’Università di Rennes 2, ha dedicato gran parte del proprio lavoro teorico e clinico allo studio della psicosi e, negli ultimi decenni, dell’autismo. I suoi contributi hanno avuto una vasta risonanza nel dibattito psicoanalitico internazionale, soprattutto per il tentativo di pensare l’autismo non come semplice deficit o patologia da correggere, ma come un modo specifico di funzionamento soggettivo, dotato di proprie logiche difensive, relazionali e di costruzione del mondo.

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