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La strettoia dell'atto psicoanalitico

A proposito del Seminario XV di Jacques Lacan


Ilya and Emilia Kabakov, The Flying Komarov, 2010
Ilya and Emilia Kabakov, The Flying Komarov, 2010

In occasione della pubblicazione in traduzione italiana del Seminario XV di Jacques Lacan, L’atto psicoanalitico (1967-1968), proponiamo qui un testo di Alex Pagliardini che ne attraversa alcuni snodi concettuali decisivi. Il Seminario XV rappresenta infatti un momento cruciale dell’insegnamento lacaniano, nel quale Lacan tenta di isolare la struttura dell’atto psicoanalitico e di ridefinire il rapporto tra fine dell’analisi, posizione dell’analista e statuto dell’inconscio. Il testo ricostruisce questo movimento mostrando come Lacan stringa progressivamente l’atto analitico in una sorta di «strettoia»: la fine dell’analisi non viene pensata come realizzazione o conquista soggettiva, ma come atto, cioè come evento che si esaurisce nella propria insorgenza e nella propria ripetizione. In questa prospettiva l’analista stesso appare come il prodotto di tale atto. Il cuore dell’argomentazione riguarda il doppio movimento che definisce l’atto psicoanalitico: l’istituzione di un processo – l’emergere dell’inconscio e del soggetto supposto sapere – e la sua simultanea riduzione a scarto, fino alla caduta del soggetto nell’oggetto a. È in questo movimento che Lacan individua la possibilità di trattare quella che chiama la fatalità del godimento.

Attraverso una lettura serrata del Seminario XV, il testo mette così in luce la radicalità della proposta lacaniana: la fine dell’analisi non coincide con una forma di compimento, ma con un atto minimo e singolare, verificabile solo caso per caso nella procedura della passe.

 

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L’atto psicoanalitico non è un atto psicologico, cioè qualcosa che viene compiuto da qualcuno, ma un atto significante, cioè un accadimento intrinseco ad una situazione significante, cioè fatta di significanti[1]. Questa è la premessa minima per provare a intendere qualcosa dell’atto psicoanalitico, problema al quale Jacques Lacan dedica un intero Seminario, L’atto psicoanalitico[2], il quale si tiene dal novembre 1967 al giugno 1968, dunque in un’annata non-qualsiasi – e che questa particolare atmosfera abbia un qualche ruolo nel determinare una delle insistenze decisive del Seminario non è da escludere. Quale insistenza? Diventare scarto – questo accade in una psicoanalisi! Se si facesse di questa affermazione una delle insistenze, uno degli scatti essenziali del Seminario XV di Lacan, non ci si sbaglierebbe di molto.

Per un verso si tratta di uno scatto noto all’uditorio di Lacan – giunti nella seconda parte del suo insegnamento è risaputo, per chi lo segue, che un’analisi è una faccenda di scarti. Per altri versi si tratta di uno scatto che implica qualcosa di inaudito, di folgorante – per chi lo stava seguendo allora, ma anche per chi lo segue oggi.

Proviamo a sviluppare, almeno in parte, questo scatto – che in effetti è più un negativo che una fotografia.

 

Primo giro. Lacan in questo Seminario cerca di definire in tutti i modi l’atto psicoanalitico (lo si può tranquillamente chiamare atto analitico). Lo fa a partire dalla fine analisi, facendo della fine analisi il prototipo dell’atto analitico. Questa semplice operazione in prima battuta impatta sul modo di intendere la fine analisi, che diventa un atto, cosa non priva di conseguenze, e in seconda battuta impatta sull’atto analitico, che diventa una sorta di insistenza della fine analisi-atto.

Fare della fine analisi un atto implica mettere l’accento più sul modo dell’atto e che sull’effetto dell’atto - che pure c’è ovviamente. Implica in sostanza mettere l’accento sulla fine-analisi come passo, insorgenza e non sulla fine-analisi come conquista di una condizione o realizzazione di una potenza. Fare questo determina un certo svuotamento della fine-analisi, una sua riduzione al minimo – ne consegue un consegnarla, almeno in prima istanza, ad un po' di indeterminatezza.

Fare dell’atto analitico una sorta di insistenza della fine analisi, della fine analisi-atto (se si preferisce dell’atto in cui sta la fine analisi) comporta stringere l’atto analitico in una strettoia, riducendolo all’insistenza della fine analisi-atto, al non potere che ripetere questa insorgenza.

 

Secondo giro. A questa semplice operazione, fare della fine analisi il prototipo dell’atto analitico, Lacan ne fa seguire un’altra, quella di fare dell’analista il prodotto della fine analisi. Questa seconda operazione ha degli effetti. Fare dell’analista il prodotto della fine analisi, di questa fine analisi, di questa fine analisi-atto, comporta fare dell’analista quasi nient’altro che l’atto analitico, dunque l’insistenza della fine analisi-atto, e fare questo comporta infine fare della fine analisi-atto nient’altro che la propria insistenza – l’atto di fine analisi diventa così l’atto che non produce che la propria insistenza, che non sta che nella propria ripetizione.   

Questi due giri sono la strettoia dell’atto analitico: la fine analisi è un atto che non sta che nel proprio insistere, l’atto analitico non sta che in questo insistere piegato verso la pratica analitica, l’analista non sta che in questa piegatura fissa – sta qui la posizione dell’analista.

In un primo tempo questa strettoia rimane marchiata da una densa opacità, che è propriamente l’effetto dell’avere collocato l’atto analitico in questa strettoia. In effetti, fino a questo punto, non si può rispondere alla domanda «come è fatto l’atto psicoanalitico?», ma si può solo dire che: «è fatto della propria ripetizione, della propria insistenza». Si può forse aggiungere che nell’atto psicoanalitico – dunque nella fine analisi e nella posizione dell’analista – c’è qualcosa di insostenibile-insopportabile, insostenibilità e insopportabilità date proprio dalla sua strettoia, dal non-stare che nel proprio ripetersi e nel non-poter-stare che in ciò.

 

Terzo giro. Nel tirare il nodo tra fine analisi-atto analitico-analista, Lacan stringe ulteriormente l’atto analitico, dunque la fine analisi e l’analista, in un doppio movimento: l’atto analitico consiste nell’attivazione di un processo e nella sua riduzione a scarto, nell’istituire un processo e simultaneamente realizzarlo come scarto. Tutto il Seminario XV è dedicato a questo doppio movimento dell’atto: istituzione dell’inconscio e sua riduzione a scarto, insorgenza della soggettività e sua riduzione a scarto, attivazione del soggetto supposto sapere e sua riduzione ad oggetto piccolo a: «questo oggetto viene al posto del soggetto supposto sapere» (p. 91). Solo a questo punto, attraverso questa indicazione minima, si può cogliere come è fatto l’atto psicoanalitico: insorgenza di un processo che si riduce a scarto, che si riduce a quel che eccede e manca a questo stesso processo.

 

Quarto giro. Nell’intendere in questo modo l’atto psicoanalitico Lacan indica qualcosa dello scarto dell’atto psicoanalitico. In effetti ci sono molte versioni dello scarto. C’è lo scarto cristiano - Cristo è un ottimo scarto! C’è lo scarto cinico – c’è forse uno scarto più incisivo di Diogene? C’è lo scarto socratico, il sapere che si scarta di continuo, il suo farsi incessante. C’è lo scarto sacro di Bataille, con il supplizio cinese come emblema. C’è lo scarto sadico - e ancor più c’è lo scarto masochista, il farsi scarto del godimento dell’Altro, al quale non sarebbe del tutto errato provare e ricondurre molte delle cose che abbiamo sostenuto fino ad ora. Non si tratta in alcun modo di criticare queste versioni dello scarto, anzi eventualmente si tratta di apprendere qualcosa. Allo stesso tempo si tratta di marcare la peculiarità dello scarto dell’atto analitico.

La pratica psicoanalitica è continuamente alle prese con lo scarto, con numerosi scarti – il sentirsi scarto, il farsi trattare come uno scarto, il ridursi a scarto etc. In fondo ciascuno potrebbe dire allo psicoanalista: «sono già troppo scarto, perché mai dovrei addentrarmi in un’esperienza che me lo fa diventare oltremodo!» – e non sarebbe un’affermazione errata. Allo stesso tempo occorre precisare una differenza minima e secca tra lo scarto inerente l’atto analitico e lo scarto dei numerosi scarti con cui ciascuno è alle prese - nonché con gli scarti celebri poco fa indicati. Senza entrare propriamente nel merito si può dire che con questi scarti si è alle prese con lo scarto al posto dell’atto, con lo scarto supposto rimediare a, mentre con lo scarto dell’atto analitico si è alle prese con lo scarto intrinseco all’atto, in quanto è l’atto stesso a farsi scarto, è il doppio movimento stesso che si fa scarto – per questo lo scarto dell’atto analitico è uno scarto senza connotazioni, uno scarto vuoto e per questo ha la cifra di una svista (non è un caso che la porta di ingresso dell’atto in psicoanalisi è l’atto mancato e il lapsus e non è un caso che Lacan arriverà a chiamarlo un «buon buco»[3]).

Pertanto nell’atto psicoanalitico non si tratta di uno scarto al posto dell’atto ma di uno scarto atto -per questo stesso motivo si può dire che lo scarto al posto dell’atto è sempre lo scarto-realizzazione del fantasma mentre lo scarto-atto è rottura del fantasma.

 

Quinto giro. Per cogliere meglio lo statuto di questo scarto-atto è necessario definire con precisione in che modo il doppio movimento dell’atto (dunque il diventare scarto) si colloca dal versante analizzante e dal versante analista – va detto che Lacan varia molto il modo di collocare questo doppio movimento, in questo Seminario così come nei successivi.

Possiamo qui proporre solo un’indicazione, un po' schematica: 1) l’analista sta nell’insistenza dell’atto, nella ripetizione del doppio movimento, mentre l’analizzante sta nel trovarsi preso nel rapporto tra questo doppio movimento e il proprio sintomo, 2) questo compito psicoanalitico nel quale sta l’analizzante finisce (fine analisi-atto) nel diventare analista, cioè doppio movimento in atto, cioè scarto, 3) nel momento in cui l’analizzante si ritrova analista, l’analista cessa di stare nel doppio movimento dell’atto, dunque cade come analista, e si ritrova non più scarto-atto ma scarto-inerme, «l’essere rigettato alla stregua dell’oggetto a» (p. 245) 4) questa inermità indica quel che c’è propriamente in gioco nel diventare scarto, nel doppio movimento dell’atto analitico, vale a dire non un rilancio continuo ma una fissa insistenza – senza questo quarto accadimento ci si potrebbe in effetti illudere di trovarsi nel rilancio continuo.

 

Sesto giro. Questo riferimento alla particolarità dello scarto dell’atto psicoanalitico chiama in causa una questione semplice e decisiva - se un’analisi finisce con questo farsi scarto, diventare scarto, è legittimo, se pure un po' ingenuo, domandarsi: per quale ragione diventare-farsi scarto? La risposta di Lacan è netta: perché «non c’è altro modo» (per essere prudenti aggiungiamo «almeno in psicoanalisi») di trattare la fatalità del godimento!

Si tratta di una risposta che è una sorta di constatazione, forse anche amara – la fatalità del godimento e la fissazione del godimento che ne consegue (ecco il fantasma) non si fa alterare da nessuna soggettivazione (cosa che evidentemente Lacan ipotizzava prima di questa constatazione) ma solo dalla strettoia dell’atto analitico, dal suo doppio movimento, come se alla fissa fatalità del godimento non potesse rispondere che lo scarto insistito dell’atto analitico. E come avviene questo farsi scarto? L’intero Seminario XV è una risposta a questa domanda. Qui è sufficiente ribadire un punto: farsi scarto equivale a ritrovarsi nell’atto psicoanalitico – cioè farsi movimento di soggettivazione della fatalità del godimento e riduzione di questo stesso movimento a scarto, che non può che essere scarto di godimento.

 

Settimo giro. Nel momento in cui definisce la fine analisi un atto, Lacan crea una procedura di verifica di questo atto – procedura che si chiama passe e che chiama l’atto stesso passe. Lo fa per diverse ragioni. Due sono abbastanza semplici.

La prima. Che la strettoia dell’atto, dunque il diventare scarto, sia un buon modo di trattare la fatalità del godimento va verificato volta per volta, e va verificato che ci sia qualcosa di singolare in questa strettoia – ecco la procedura della passe. Se non si realizza questa verifica si finisce inevitabilmente, e in poco tempo, a idealizzare la strettoia dell’atto (diventare scarto), dunque a farla rientrare nella giustizia distributiva (perdere per ritrovare, rinunciare per guadagnare etc.).

La seconda. La fine analisi ridotta ad atto – con la strettoia dell’atto che ne consegue – ha una consistenza minima, cosa che la espone ai quattro venti – della retorica, della mistica, dell’iniziazione, del sentimentalismo (quel sentimentalismo deteriore sul quale si accanisce spesso Artaud e ora molto diffuso nel discorso psicoanalitico), etc. La procedura della passe entra qui in gioco sia a dare un po' di sostanza all’esilità della fine analisi, sia e soprattutto a fare di questa minimità una singolarità, cioè una saetta e non un deficit-privazione. In che modo fa ciò? Marcando la necessità di dimostrare quel che c’è nella fina analisi-atto, nel diventare scarto, caso per caso, Lacan non marca tanto il che c’è qualcosa di singolare nella fine analisi-atto – ciò rientrerebbe in un certo sentimentalismo umanista, sempre deteriore quando si tratta della fatalità del godimento. Quel che Lacan marca è in effetti il rovescio di questa piega umanista, il rovescio dell’elogio della singolarità – vale a dire che Lacan marca l’esigenza di dimostrare che c’è effettivamente qualcosa di singolare nella fine analisi-atto, nel diventare scarto, che c’è li qualcosa che è del singolare, che non è che del singolare. In questo modo la singolarità si fa qualcosa di solido (non retorico) e intrasmissibile – ed è a questo punto che si può trasmetterne qualcosa, «qualcosa di innegabile» (p. 226).

  

Note

[1] J.-A. Miller, Un effort de poésie, Corso tenuto presso il Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII, 2002-2003, inedito, lezione del 5 marzo 2003.

[2] Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XV. L’atto psicoanalitico, ed. italiana a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2025.

[3] J. Lacan, Sulla regola fondamentale, in «La Psicoanalisi» n. 35, Astrolabio, Roma, 2004, p. 12.



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Alex Pagliardini, psicoanalista, vive e pratica a Roma. Tra i suoi testi: Jacques Lacan e il trauma del linguaggio (2011), Il sintomo di Lacan (2016), Lacan al presente (2020), ...o peggio. Frequentare il Seminario XIX di Jacques Lacan (2022), Leggere Il rovescio della psicoanalisi. Il Seminario XVII di Jacques Lacan (2024).

 



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