Chi non lavora non fa l’amore?

Recensione di Capitalism’s Sexual History di Nicola J. Smith*



La storia della relazione tra capitalismo e sessualità è profondamente controversa e il dibattito acceso, anche all’interno del movimento femminista sul commercial sex, ne è la dimostrazione più recente. Affrontata quasi sempre in termini politico-morali, la sessualità è stata invece emarginata dal dibattito economico. All’opposto, la teoria queer, che invece ha fortemente arricchito gli studi sulla sessualità, ha sovente sottovalutato le questioni del suo rapporto con l'economia politica. Dobbiamo alla politologa Nicola J. Smith un importantissimo contributo al dibattito attraverso il suo libro Capitalism’s Sexual History, uscito proprio quest’anno. Sul tema della critica alla dicotomia economia / sessualità e del dialogo fra economia politica e la teoria queer dedicheremo due puntate della sezione «le spalle al futuro»: una recensione di Capitalism’s Sexual History scritta da Paola Rivetti e un’intervista inedita all’autrice a cura di Alberto Pantaloni.


Spesso sentiamo dire che l’amore non ha nulla a che vedere con i soldi e che esso è sinonimo di abnegazione e auto-annullamento per il desiderio di dare e di darsi. La cura della casa e dei figli, nel contesto delle relazioni familiari, spesso è articolata nei termini di una naturale propensione femminile, propensione resa ancor più forte e determinata dall’amore materno.

Che l’amore eterosessuale fosse una gabbia ce lo avevano già spiegato Silvia Federici e Nancy Fraser. Quello che Nicola J. Smith aggiunge con il suo ultimo libro, Capitalism’s Sexual History (Oxford UP, 2020), è la spiegazione di come tale gabbia si sia solidificata nel corso dei secoli e, più specificamente, di come la scissione tra lavoro produttivo (maschilizzato, esterno alla casa e retribuito) e lavoro riproduttivo (femminilizzato, domestico e non retribuito) si è andata consolidando, riportandoci quindi all’origine della naturalizzazione dei ruoli di genere femminile e maschile nell’economia dell’ordine sociale contemporaneo.

Il libro di Smith, docente presso l’Università di Birmingham, è un passo importante nel percorso di analisi del come capitalismo e sessualità siano intimamente legati e del come questi due ambiti si siano co-costituiti nel corso dei secoli. Non c’è nulla di naturale o inevitabile nella forma che il capitalismo e la sessualità hanno oggi: questa è il risultato di secoli di epurazioni, esclusioni, alterizzazioni adoperate a discapito di una sessualità non funzionale al mantenimento del binarismo tra lavoro riproduttivo e lavoro produttivo.

Smith decide di esaminare questa divisione attraverso la storia del lavoro sessuale (sex work), che è l’elemento in grado di «dissolvere» tale binarismo per svelarne la natura artificiale, sociale, contingente – contro la retorica che lo vuole invece naturale e inevitabile.

Capitolo dopo capitolo, il libro ci guida nella storia britannica a partire dal quindicesimo secolo. Incrociando e analizzando l’imperialismo, l’istituzionalizzazione della proprietà privata, il costituirsi dell’igiene e della salute pubblica quali campi di azione governativa, Smith spiega come il sex work sia stato presentato come l’altro negativo, il termine di paragone negativo, da cui differenziarsi per accedere a una vita borghese, considerata legittima, morale e desiderabile.


Politica economica queer e metodo genealogico

Uno dei maggiori pregi del libro, a mio avviso, è quello di riuscire a contribuire in maniera originale a una serie dibattiti che attraversano e hanno attraversato le comunità di studio e di lavoro politico che si interessano di capitalismo e sessualità. Smith riconnette ambiti di discussione che si sono difficilmente incrociati in precedenza, dimostrando come tali incroci siano non solo promettenti da un punto di vista scientifico, ma necessari e urgenti da un punto di vista politico.

Mi riferisco in particolare all’intersezione tra teoria queer (chiamata in questo modo nonostante la sua difficile perimetrazione e la sua pluralità epistemologica) ed economia politica femminista, che da decenni si occupa di mettere a tema l’economia del lavoro femminile, domestico e della maternità portando avanti una critica femminista al capitalismo. In primo luogo, Smith mette in luce come i dibattiti costitutivi dei queer studies abbiano, tradizionalmente, evitato di cimentarsi in analisi economiche preferendo specializzarsi nell’analisi dell’identità (nonostante l’apertura operata dal marxismo queer e dal lavoro di J. K. Gibson-Graham, V. Spike Peterson, Rosemary Hennessy, Susie Jacobs e Christian Klesse). In secondo luogo, la studiosa riflette sull’economia politica femminista, il cui limite è quello di essersi concentrata tradizionalmente sulle relazioni eterosessuali all’interno dei rapporti matrimoniali e, quindi, su questioni quali il lavoro domestico e la maternità all’interno di quelle relazioni. Ciò che è rimasto escluso, Smith dice, è la lunga lista di relazioni non eteronormate, sanzionate come negative, mostruose, immorali, grazie alle quali «la norma» si è costituita. Non si tratta solo di relazioni omosessuali o queer, bensì anche di relazioni eterosessuali che stanno però al di fuori della norma monogama o matrimoniale, quali, appunto, la prostituzione.

Dagli studi queer, Smith sostiene, si deve prendere l’attenzione all’economia dei margini e alle vite delle persone emarginate; dall’economia politica femminista, gli strumenti per l’analisi del capitalismo. L’analisi di Smith, quindi, si pone all’interno di quella che lei chiama Queer Political Economy e si basa sul metodo genealogico, che permette di fare la storia del presente per svelarne la natura contingente e socialmente costruita.


Il lavoro sessuale, l’impero e il capitalismo

Tratteggiato il background teorico e metodologico del volume nell’introduzione e nel primo capitolo (Queer Political Economy), i restanti quattro sono dedicati all’analisi storica del sex work nel contesto britannico e imperiale. Nel secondo capitolo, The Rise of a New Sexual Order, il volume ci accompagna nella disanima di come il consolidamento del capitalismo nell’Inghilterra medievale e della prima modernità sia stato accompagnato dall’emersione di un «nuovo ordine sessuale», il quale sancì una volta per tutte la divisione invalicabile tra economia e sessualità. Ciò avvenne attraverso la criminalizzazione del sex work, precedentemente tollerato, la quale trasse forza dal diffondersi epidemico della sifilide e dall’incremento massiccio dei poveri nei centri urbani, i quali emigravano dalle campagne a seguito delle enclosures – ovvero la privatizzazione della terra, atto fondamentale per la costituzione del capitalismo, che produsse una povertà di massa.

Il panico sociale e morale causato dal diffondersi della malattia e dell’indigenza trovò nelle lavoratrici del sesso il capro espiatorio perfetto, tanto che queste venivano regolarmente accusate e processate per stregoneria. La criminalizzazione del sex work permise anche la moralizzazione della famiglia borghese e proprietaria terriera attraverso la celebrazione dell’amore e dell’affetto quali suoi elementi costitutivi. Con la rivoluzione industriale, il meccanismo divenne ancora più stringente, con la formulazione di leggi che avevano lo scopo di irrigidire il controllo sulla sessualità femminile: nel diciottesimo secolo, le sentenze capitali per infanticidio aumentarono di numero e così anche le punizioni contro le donne ree di avere figli la cui paternità fosse incerta (le cosiddette bastardy laws).

Il sex work fu quindi fondamentale per il consolidamento di questo nuovo ordine sessuale, che necessitava della disponibilità di e del controllo sul lavoro riproduttivo femminile. Con l’imperialismo, tuttavia, l’ordine discorsivo sul sex work cambiò leggermente: al centro venne posta l’equazione tra purezza e bianchezza, che permise quindi di pensare alle lavoratrici sessuali bianche come recuperabili essendo esse, per natura e razza, esseri morali. Non a caso questo è anche il periodo in cui il sesso e la sessualità divengono un ambito di azione politica e governativa grazie allo sviluppo della medicina pubblica, che ha una missione salvifica nei confronti delle persone «malate» fisicamente e moralmente. La prostituta diventa quindi, nella cultura popolare più o meno alta e in quella medica, una figura da recuperare, da salvare; viene spesso rappresentata al centro di fatti di sangue – pensiamo a Zola, ad esempio – e «vittima» di una sessualità maschile deviata, la quale per la prima volta diviene anch’essa un tema di pubblico interesse, grazie proprio allo sviluppo della medicina pubblica. Le leggi e le politiche volte a moralizzare e sanificare la società attraverso l’emarginazione e il recupero di corpi infetti, malati e moralmente abietti si moltiplicarono e, per la prima volta nel contesto britannico, anche le relazioni omosessuali e le trasgressioni di identità di genere divennero oggetto dell’azione governativa.

La patologizzazione delle sex workers, tuttavia, raggiunse l’apice nel periodo vittoriano («Sex, Work, and the Victorians», capitolo tre), in concomitanza con il diffondersi del riformismo sociale e delle idee scientifiche sulla corrispondenza tra sesso e genere. La sottomissione della donna, la sua passività sessuale e il suo lavoro riproduttivo divennero «un fatto biologico», innegabile, scientifico. Questa rappresentazione si costruiva «contro» l’esempio negativo del sex work, che non avendo la riproduzione come scopo era necessariamente immorale, e «contro» la sessualità «selvaggia» delle persone razzializzate. Quest’ordine discorsivo e sociale consolidava anche la differenza tra le classi sociali. Mentre alle donne bianche della borghesia veniva richiesto di concentrarsi sul lavoro riproduttivo, sulla casa e la sua dimensione domestica, alle donne bianche delle classi lavoratrici veniva richiesto il lavoro produttivo, fuori casa e nella sfera pubblica, oltre a quello riproduttivo. Nel contesto dell’impero britannico, il problema della prostituzione nelle colonie veniva spesso usato come giustificazione per la necessità del governo imperiale, portatore di ordine morale e igienico nonché guardiano della divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo.


Consumismo e neoliberalismo

Nel ventesimo secolo, il discorso sulla moralità della divisione tra lavoro produttivo e riproduttivo dovette compiere un’ulteriore trasformazione per rendersi intellegibile in un’epoca in cui il consumismo aveva cambiato le coordinate di cosa fosse morale o meno. Come Smith spiega nel quarto capitolo, Buying Love in The Twentieth Century, per fare ciò l’amore eterosessuale e monogamo dovette divenire infatti l’aspirazione individuale ultima e definitiva; il mezzo attraverso cui esprimere la propria unica e irripetibile individualità, attraverso cui realizzare il proprio unico e irripetibile destino. Il concetto di «amore» diventava qui centrale, come centrale a questo panorama di tecnologie affettive restavano l’amore materno e coniugale, antitesi del lavoro sessuale.

Nel quinto e ultimo capitolo, Deviant Heterosexuality in Austere Times, Smith interroga il sex work nel contesto del capitalismo neoliberale attraverso il «paradigma della vulnerabilità». Tale paradigma supera l’idea che le sex workers siano peccatrici da emarginare, bensì le declina come vittime del traffico sessuale da salvare e includere. L’inclusione avviene grazie alla volontà di «uscire dalla propria condizione» e grazie alle capacità individuali di imprenditorialità. Si tratta quindi non solo di lasciare intoccato il binarismo tra lavoro produttivo e riproduttivo, ma di rafforzarlo attraverso l’inclusione di categorie che precedentemente venivano emarginate: le sex workers «uscite dalla loro condizione» in primis, ma anche le coppie omosessuali monogame e sposate.

Nel contesto del paradigma della vulnerabilità e dell’inclusione, vi sono tuttavia delle eccezioni: i corpi razzializzati rafforzano infatti la connessione tra lavoro sessuale e securitizzazione della migrazione. Ricorrendo alla retorica della «nuova schiavitù», l’agenda anti-sex work infatti ha di fatto creato un «continuum perverso», come lo ha chiamato Claudia Aradau, tra le politiche di deportazione e la vita delle sex workers migranti. In questo caso, ove non c’è possibilità di inclusione ma solo di espulsione, la sex worker migrante e straniera impersonifica un pericolo, pur nel contesto di una relazione eterosessuale, per la salute morale nazionale. In particolare, destabilizza la differenza, reiterata per secoli, tra il lavoro gratuito e volontario della riproduzione e la schiavitù sessuale, suggerendo invece che esiste un parallelo tra il lavoro non pagato e, appunto, la schiavitù.


La storia sessuale del capitalismo e le lotte del presente

Smith mette il sex work al centro della sua riflessione su capitalismo e sessualità per due motivi. Il primo è scientifico: il sex work infatti destabilizza la differenza, che si vuole ontologica, tra lavoro riproduttivo fatto per amore, e lavoro produttivo fatto per una retribuzione monetaria. Il secondo motivo è politico: destabilizzando tale dicotomia è possibile aprire a una politica della ridistribuzione delle risorse che non solo mitighi le ingiustizie economiche, ma anche che renda obsoleto il sistema capitalista perché, come Smith ci ha spiegato nel volume, esso si regge sul binarismo lavoro produttivo e pagato vs lavoro riproduttivo e gratuito.

Proprio per questo, la studiosa conclude il libro con un appello, ovvero mettere il sex work e i diritti delle sex workers al centro della lotta anti-capitalista: solo in questo modo infatti si possono portare avanti battaglie che siano realmente anti-sessiste e che non solo si preoccupino di scardinare l’ordine binario dell’etero-patriarcato, ma che si preoccupino anche degli aspetti materiali connessi alla lotta per una giustizia sociale che sappia creare mondi alternativi, come direbbe Jack Halberstam – e Nicola J. Smith con lui.


* Nicola J. Smith, Capitalism’s Sexual History, Oxford University Press, 2020