Chi lavora è perduto
Omaggio a Tinto Brass

Ieri è scomparso a Roma il regista Tinto Brass, una vita contro la censura. Nel pamphlet Il treno contro la storia, Gigi Roggero dedicava un intermezzo a Chi lavora è perduto (1963), uno dei primi film del regista. Dopo la pubblicazione del testo, Brass telefonò personalmente all’autore per congratularsi con lui, dicendogli che aveva colto pienamente il senso del film. Oggi riproponiamo quell'intermezzo per ricordarlo.
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Bonifacio ha 27 anni, è diplomato e ha trovato un buon posto, come disegnatore in una grande impresa. Accettare o rifiutare? Attorno a questo nodo gordiano ruota il formidabile Chi lavora è perduto di Tinto Brass. Fate attenzione alla data: è il 1963. Considerate il luogo: Venezia, nel Veneto dei tumultuosi processi di industrializzazione. «Lavoro o non lavoro?», si chiede Bonifacio osservando le tombe al cimitero. La sua scelta dà il titolo al film.
Bonifacio non è un militante politico, a differenza di suoi amici e conoscenti, comunisti ed ex partigiani, che via via muoiono: li vediamo rinchiusi in una cassa di legno, o tra le mura di un manicomio. Ma non è il destino peggiore: quelli vivi intorno a lui muoiono nell’accettazione del lavoro, banali ingranaggi di una società fatta di conformismo e carriere, di preti e psicanalisti, quelli che trova quando fa il colloquio per l’assunzione o quando accompagna la sua compagna in Svizzera per abortire. E in piazza San Marco osserva la povertà soggettiva travestita da felicità di massa: «È permesso solo quello che è scritto sulle guide: fotografare e farsi fotografare, ammirare e farsi ammirare. Fare tutti quello che tutti fanno. Ecco la grande regola democratica». Del resto, pensa, l’hanno scritto ad Auschwitz che il lavoro rende liberi.
Non è una rituale critica marxista all’alienazione. Il protagonista non è portatore di un’ideologia, mentre l’amico Claudio del Pci gli consiglia di accettare il posto e diventare un onesto lavoratore per lottare contro tutte le ingiustizie. Il Bonifacio di Brass anticipa invece il rifiuto del lavoro: non solo quello «manuale», ma anche quello «intellettuale». Anticipa una rottura generazionale che diventa rottura collettiva, politica, di classe. Prefigura i comportamenti dell’operaio sociale, quella figura che ha per alcuni anni incarnato una nuova soggettività del rovesciamento. E, seguendo Bonifacio, ricominciamo dalla risposta che dà all’interrogativo che lo perseguita: no, mondo boia.
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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti.




