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La fine dell'epica

Odissea di Christopher Nolan


still da film
still da film

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.

Oggi Antonio Alia ci parla di Odissea, regia di Christopher Nolan.


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Se The Odissey conserva un tratto epico è proprio perché è un'americanata e le americanate sono epiche perché sono il prodotto di una potenza imperiale. E sempre gli imperi usano l'epica per narrare sé stessi. L'Ulisse di Nolan è l'Occidente che prova il senso di colpa per la propria hybris, per aver trasformato la battaglia, che ha delle regole, in una battuta di caccia che non ne ha alcuna. Infatti, Ulisse, che tenta di continuo di essere giusto – ma si può essere giusti quando si è uno strumento della macchina-bellica-Agamennone? – durante la caccia, per riequilibrare la disparità di potere con la preda, prima di scoccare la freccia le lancia un segnale di avvertimento.

Con Troia però brucia tutto un mondo. L'ordine di Zeus, che garantiva pace e giustizia, crolla con il cavallo di legno di Ulisse. Dalle sue ceneri sorge il kaos e in un mondo senza più un ordine non è più possibile orientarsi e tornare a Itaca. E pure quando Ulisse ci sarà riuscito non potrà più essere Re. Sarà in esilio dal suo regno come l'Occidente è in esilio da sé stesso. L'ordine precedente non può essere restaurato. «Ci sarà ancora una civiltà?» domanda Penelope, consapevole che la successione del figlio non risolve lo stato d'eccezione.

L'Odissea di Nolan ci restituisce l'immagine che la sinistra ha della civiltà occidentale. È una civiltà alla deriva che vuole tornare – come Ulisse vuole tornare a casa – all'ordine di un tempo e non riesce a vedere che anch'esso era fondato sulla legge del più forte, sebbene si presentasse nella forma dell'universale. È una civiltà priva di immaginazione, incapace di agire la trasformazione perché allo sforzo che essa richiede preferisce un confortante senso di colpa. Alla fine di The Odissey non c'è più spazio per la forza, l'astuzia e la temerarietà di Ulisse. Non c'è più spazio per l'epica. Eppure, per sconfiggere la svolta identitaria con cui la destra fascista vuole risolvere la crisi egemonica dell'Occidente, abbiamo bisogno di un'epica rivoluzionaria.


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Antonio Alia ha coordinato la redazione di commonware.org, con cui ora cura l'omonima sezione. La sua formazione politica è iniziata con il movimento dell'Onda.

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