Il potere non conosce la fame
La torta del presidente di Hasan Hadi

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Oggi Federico Ferrari ci parla di «La torta del presidente», regia di Hasan Hadi.
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Una torta come sineddoche del potere. La torta del presidente non mostra la dittatura per accumulo di orrore: la svela attraverso un unico oggetto, minuscolo e imperioso, che la incarna tutta. Il compleanno del tiranno esige un dolce da ogni scuola d’Iraq. L’ordine non chiede di essere compreso, esige solo di essere eseguito. Poco importa che la nazione sia alla miseria per l’embargo.
Lamia, una bambina come tante altre, non è un’eroina che si oppone: è un corpo esile costretto a farsi servo di un ordine che lo eccede, un mandato folle quanto quello di Josef K. Il film segue la sua odissea minima per le strade di una città affamata e sull’orlo della guerra. La sproporzione tra il gesto (procurarsi farina, uova, zucchero, cose che si toccano, si pesano, mancano) e il destinatario (l’onnipotenza astratta del despota) rivela l’osceno della sovranità. Il potere non conosce la fame, non conosce il basso materialismo che è la sola carne autentica del corpo sociale.
Hasan Hadi filma con pudore, senza mai issare il piccolo corpo di Lamia a simbolo consolatorio. La cinepresa resta bassa, alla sua altezza, quasi complice del suo sguardo bambino. Il potere, visto da un metro da terra, non è tanto spietato quanto cieco, indifferente al mondo della vita.
La torta, alla fine, verrà cucinata dalla giovane Lamia ma non verrà mai mangiata, perché la guerra esplode e il potere si scontra con altro potere cieco. La torta del dominio assurge a emblema puro della sottomissione. Il potere l’ha voluta non per mangiarla ma per farla esistere come prova della propria sovranità. Non appartiene più all’ordine del cibo, del bisogno, del corpo che necessita di nutrimento: appartiene all’ordine del segno. La torta è solo un pretesto per manifestare il dominio: un significante vuoto. La sua violenza – accompagnata dal disinteresse totale per le cose, i corpi, il mondo – appare, nello sguardo di Lamia, come il silenzio assoluto dal quale emerge, muta e tangibile, solo la sofferenza della vita offesa.
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Federico Ferrari (Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: L’insieme vuoto (Johan & Levi, 2013; 2024), L’anarca (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), Oscillazioni (SE, 2016), Visioni (Lanfranchi, 2016), Il silenzio dell’arte (Sossella, 2021), L’antinomia critica (Sossella, 2023), Ritratti (Sossella, 2025), Nicola Samorì, sulla soglia del tempo (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, La pelle delle immagini (Bollati Boringhieri, 2003) e Estasi (Sossella, 2022).




