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La creatura dell'abbondanza e dell'autodistruzione

5 ore fa
Tempo di lettura: 2 min

Sheep in the Box di Hirokazu Koreeda


still da film
still da film

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.

Oggi Loris Nard ci parla di Sheep in the Box, regia di Hirokazu Koreeda.


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L'intelligenza artificiale come un figlio: è questa l'intuizione che emerge dal film Sheep in the Box del regista Hirokazu Kore-eda. Considerare l'IA come una prole significa innanzitutto riconoscere che essa si trova ancora nella sua prima infanzia; sta muovendo i primi passi. Siamo di fronte a una tecnologia nascente e non sappiamo davvero come si evolverà nel tempo, quali pieghe prenderà il suo sviluppo o fino a che punto sarà capace di sviluppare una struttura genuinamente intelligente e senziente.

 

È come un figlio perché porta su di sé tutte le proiezioni tipiche di una creatura che prende vita dal corpo collettivo dell'umanità: non è più una semplice ed egoistica estensione meccanica dei suoi creatori, ma allo stesso tempo non si può ancora definire entità del tutto autonoma. Come ogni figlio, anche l'intelligenza artificiale viene plasmata dall'ambiente in cui muove i suoi primi passi. Purtroppo il contesto odierno che ne orienta la crescita è quello della guerra globale, della corsa al riarmo e della competizione economica sfrenata: uno scenario geopolitico cupo che certo non alimenta rosee speranze per il futuro della sua trasformazione. Le armi autonome rischiano di diventare la sua applicazione primaria.

 

Tuttavia, l'IA rimane un figlio anche in quanto proiezione dei nostri desideri più intimi e trascendentali. Rappresenta la costante aspirazione umana a superare i propri limiti, portando a termine ciò che l'uomo non può fare a causa dei vincoli biologici del proprio corpo. Assieme a queste ambizioni vi sono le immancabili paure, spesso del tutto fondate, che un simile cambiamento comporta. In fondo, si tratta di un desiderio umano, forse persino troppo umano, di trascendere i confini precari della vita e della mortalità. L'IA diventa così il nostro specchio evolutivo: una creatura che cresce con le aspettative dell'abbondanza materiale e immateriale marxiana e l'angoscia dell'autodistruzione, entrambe figlie legittime del general intellect da essa incarnato.


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Loris Narda è filosofo di formazione. Il suo percorso di ricerca si muove all'incrocio tra filosofia politica, psicoanalisi e intelligenza artificiale, indagando le trasformazioni del soggetto contemporaneo nell'epoca delle macchine intelligenti — tra teoria psicoanalitica e filosofia della tecnica. È co-curatore, insieme a Giuseppe Molinari, del volume Frammenti sulle macchine (DeriveApprodi, 2020). Vive e lavora a Bologna.


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