Argo Secondari. Ardito e antifascista



Ormai cento anni fa, tra il giugno e il luglio del 1921, nasceva quella che, a tutti gli effetti, può considerarsi la prima organizzazione specificamente antifascista: gli Arditi del popolo. L’artefice della sua genesi e del suo folgorante sviluppo tra l’estate e l’autunno del 1921 fu l’ex tenente degli arditi Argo Secondari. Una figura considerata, fino a qualche anno fa, come «ambigua» o, nel migliore dei casi, «bizzarra». Giudizi sommari e – nel senso marxiano del termine – ideologici, frutto di letture ispirate a quell’antifascismo interclassista che, nell’epopea resistenziale del 1943-1945, riuscì – a differenza dell’antifascismo originario (classista e tendenzialmente sovversivo) – a sconfiggere le ultime propaggini dell’onda nera mussoliniana in un fronte unito che andava dalla sinistra rivoluzionaria anarchica e social-comunista ai monarchici e a agli ex-fascisti. Pur non considerando gli ex fascisti, un fronte costituito da partiti e personaggi (Ivanoe Bonomi tra tutti) che, nel biennio 1921-1922, ebbero non poche responsabilità nell’ascesa del regime. Continuare a demolire lo spessore politico e morale di Argo Secondari – una prassi già cominciata all’epoca dei fatti – era dunque funzionale a esorcizzare ed emendare i propri errori. Fortunatamente, la produzione storiografica più recente ha reso giustizia a questo campione dell’antifascismo, dimostrando quanto le accuse e/o le congetture dietrologiche, anche in contrasto tra loro («provocatore», «criptofascista», «agente di Nitti», «filo-massone», ecc.), fossero senza alcun fondamento.

Anche se alcune note di polizia – conservate per lo più nel suo fascicolo personale (non privo di imprecisioni) presso il Casellario politico centrale (Cpc) – lo segnalano come nativo di Norcia, egli nacque a Roma il 12 settembre 1895, da Giuseppe Secondari e Aede Mattoli, originari di Bevagna, in provincia di Perugia. Di estrazione sociale borghese – il padre, tra i primi medici omeopatici in Italia, dopo il praticantato divenne il medico di Giolitti, mentre la madre discendeva da un’antica e facoltosa famiglia bevanate – era il quinto di sette figli, i più piccoli dei quali, dopo la prematura scomparsa della madre e il secondo matrimonio del padre con una donna tedesca, furono affidati alle cure della nonna e di una balia. Il rapporto con il padre non fu dei migliori e all’età di 12-13 anni venne fatto imbarcare – pare grazie all’interessamento dello stesso Giolitti – come mozzo su una nave in partenza per il Sudamerica, dove, fatte perdere le proprie tracce, visse di espedienti. Tra le varie professioni esercitò anche quella di pugile, entrando in contatto con gli ambienti sovversivi dell’emigrazione italiana. Fu certamente questa scuola di vita che forgiò il suo carattere insofferente, altruista e barricadero che, allo scoppio del conflitto mondiale, lo condusse, al pari di molti sindacalisti rivoluzionari espatriati (uno fra tutti: Edmondo Rossoni), a fare ritorno in Italia per arruolarsi nella guerra contro gli Imperi centrali. La vicenda familiare non fu estranea alla scelta interventista: combattere contro gli «austro-tedeschi» significava proseguire nel solco della tradizione democratico-risorgimentale delle famiglie Secondari e Mattoli (lo zio materno era il noto medico Agostino Mattoli, che sostituì il cognato nelle cure di Giolitti e divenne deputato nel 1921) e, allo stesso tempo, rappresentava un atto di ribellione al severo padre giolittiano (dunque neutralista) e alla mai accettata matrigna «germanica».


Partito come soldato semplice, durante il conflitto mondiale raggiunse il grado di tenente del Battaglione studenti degli Arditi (gli assaltatori dell’esercito italiano). Decorato con tre medaglie – due di bronzo e una d’argento – al valor militare, nel dopoguerra tornò a Roma dove, svolgendo la professione di odontotecnico, fu tra i fondatori dell’associazione reducistica degli ex combattenti dei reparti d’assalto: l’Associazione fra gli arditi d’Italia (Afai). Tra i principali dirigenti del nucleo capitolino, si distinse fin da subito per le sue posizioni «sovversive» (le carte di polizia lo schedano come «anarchico» o «di tendenza anarchica»). Nel luglio del 1919, coadiuvato da alcuni anarchici e da esponenti repubblicani, pianificò un tentativo insurrezionale che, dal forte di Pietralata (dove erano accasermati gli arditi del XVII Reparto d’assalto), si sarebbe dovuto estendere ai quartieri popolari di Roma. Secondo varie fonti – non prive di enfasi e costrutti tesi a criminalizzare quanto più possibile gli organizzatori – una volta conquistati il Parlamento, il Quirinale e gli uffici dei dicasteri dell’Interno e della Guerra, i congiurati (che avevano predisposto timbri e cartelli con il nome del loro gruppo: Comitato combattenti e popolo) avrebbero dovuto rovesciare il governo presieduto da Nitti e proclamare la Costituente. L’effimero piano – noto come «Complotto di Pietralata» – naufragò ancor prima di levare le ancore: prontamente avvertite da alcuni arditi (tra cui Ernesto Albini, all’epoca fascista, poi – dopo l’esperienza del confino – antifascista e resistente), le forze di polizia arrestarono i «cospiratori» poco prima dell’inizio delle operazioni. Riuscito a sfuggire alla cattura e latitante, Secondari rimase nascosto – per un breve periodo – sui monti vicino Bevagna, per poi essere arrestato in autunno mentre tentava di espatriare in Svizzera (un’informativa del Ministero dell’Interno, lo segnala a Fiume tra l’agosto e l’ottobre 1919, ma la circostanza non ha trovato ulteriori riscontri).

Nonostante la clamorosa débâcle, il «Complotto di Pietralata» rappresentò, ad ogni buon conto, un trampolino di lancio per un irregolare del sovversivismo quale egli era. Noto come reduce di guerra risolutamente schierato a sinistra, dopo la scarcerazione – avvenuta nel marzo 1920, grazie all’amnistia per i reati contro la sicurezza dello Stato – ebbe modo di frequentare Gabriele D’Annunzio ed Eva Kühn (la moglie di Giovanni Amendola), interessandosi alle pratiche esoteriche e allo spiritismo e partecipando ad alcuni incontri di cultori dell’argomento (alcuni in casa di Pietro Scabelloni, uno dei padri dell’esoterismo italiano, zio paterno del più noto Massimo Scaligero).

L’aperta ostilità del Fascio di combattimento romano fu controbilanciata dalle simpatie dei repubblicani di sinistra e degli anarchici individualisti. Nel maggio del 1920, in dissenso con la corrente antibolscevica degli arditi romani (guidata da Giuseppe Bottai e Ulisse Igliori) e col sostegno di Filippo Naldi e Peppino Garibaldi, Secondari e la componente anarchico-repubblicana dell’Afai estromisero il direttivo in carica, provocando la scissione della sezione romana dell’associazione reducistica in due tronconi: quello filofascista e quello, se non propriamente anti, certamente non collimante con i disegni dei Fasci di combattimento. All’interno della corrente che faceva riferimento a Secondari – costituitasi in Commissione provvisoria della nuova Associazione arditi d’Italia (schedata dalla questura romana come «associazione politica mazziniana degli arditi») – si formarono ancora due tendenze contrapposte: da una parte i seguaci di Naldi e Garibaldi, su posizioni moderate; dall’altra i «sovversivi» capitanati da Argo Secondari che, a detta della questura romana, avrebbero voluto «proclamare la repubblica comunista». In effetti, in occasione delle agitazioni del biennio rosso Secondari cercò di far scendere in piazza gli arditi romani al fianco dei lavoratori ma, visti fallire i propri intendimenti, si dimise dalle cariche direttive dell’associazione e, qualche settimana più tardi, le autorità poterono registrare lo scioglimento di fatto della sezione romana dell’associazione degli arditi.


Doveva trascorrere quasi un anno perché la sezione capitolina degli ex combattenti dei reparti d’assalto potesse nuovamente ricostituirsi, approfittando della riorganizzazione dell’arditismo nell’Associazione nazionale arditi d’Italia (Anai), per trarre quindi ulteriore vigore, nella tarda primavera del 1921, dall’inatteso nuovo orientamento a-fascista del sodalizio nazionale (fu «riabilitato» il fiumanesimo – stigmatizzato solo qualche mese prima per le sue «degenerazioni bolscevizzanti» – e venne sancita l’incompatibilità tra l’appartenenza all’Anai e ai Fasci italiani di combattimento). In accordo con il repubblicano Luigi Piccioni e gli anarchici individualisti del gruppo di Attilio Paolinelli (figura di primo piano dell’anarchismo della capitale), il 22 giugno 1921 Secondari convocò un’assemblea nei locali della sezione romana (uno scantinato sito in Via Germanico, nel quartiere Prati-Trionfale). Nella riunione – dopo una bagarre tra filofascisti e antifascisti – si decise di convocare per il 27 giugno succesivo, l’assemblea generale degli arditi per la rielezione del direttorio. In questa sede, Secondari lanciò la proposta – accolta con entusiasmo dalla maggioranza dei presenti – di costituire un Battaglione degli arditi del popolo composto da tre compagnie (i nomi delle quali, Temeraria, Dannata e Folgore, sarebbero stati suggeriti da D’Annunzio) con il compito di difendere le sedi operaie colpite dalla violenza delle squadre d’azione dei fascisti. Con il sostegno del Comitato di difesa proletaria romano e appoggiandosi a strutture simili in altre parti d’Italia, il Battaglione romano (che, con tutta probabilità, nelle intenzioni, era stato concepito come struttura di squadre d’azione interne all’Anai e non come formazione autonoma) si trasformò ben presto in un’organizzazione nazionale indipendente dall’Anai denominata Associazione fra gli Arditi del popolo, la quale, nel volgere di pochissimi giorni, conobbe un successo inaspettato (quasi 150 sezioni e circa ventimila aderenti).

Fuoriusciti dall’organizzazione gli elementi di stretta osservanza dannunziana (alcuni di loro abbandonarono gli Arditi del popolo perché, a detta delle fonti di polizia, Argo Secondari tolse «dall’Associazione la bandiera Tricolore sostituendola con bandierine nere»), il promotore dell’organizzazione arditistico-popolare – la cui leadership era pressoché incontrastata – fu il protagonista della prima manifestazione antifascista (il raduno dell’Orto botanico del 6 luglio 1921), alla quale, sotto il suo comando, presero parte circa duemila arditi del popolo. Una manifestazione la cui eco giunse – attraverso la «Pravda» – fino a Mosca, tanto che lo stesso Lenin elogiò a più riprese l’esperienza ardito-popolare, indicandola come esemplare.

Sventata un’aggressione alla sua persona pianificata dai fascisti in risposta ai fatti di Sarzana, Secondari continuò a giocare un ruolo di primo piano, sia nel congresso nazionale degli Arditi del popolo (Roma, 24 luglio 1921) che lo riconfermò alla guida della struttura paramilitare, sia in occasione dello sciopero generale romano del 25-26 luglio, che – segnando l’avvio dell’ondata repressiva contro gli Arditi del popolo operata dal governo Bonomi – si risolse tuttavia in un fallimento. In conseguenza di ciò, il 29 luglio, durante un’assemblea di iscritti romani (dunque in seno a un’istanza non legittimata a deliberare in merito), il ruolo di Secondari all’interno dell’associazione da lui fondata fu drasticamente ridimensionato: si costituì un Direttorio nazionale al cui interno la responsabilità politica fu affidata al deputato socialista Giuseppe Mingrino, quella amministrativa al repubblicano Vincenzo («Cencio») Baldazzi, mentre il potere di Secondari venne circoscritto all’ambito «tecnico-militare». Ciò segnò l’inizio della crisi interna dell’organizzazione, concomitante con la sconfessione del Partito socialista (che ritenne preferibile percorrere la strada della «pacificazione» con i fascisti) e del Partito comunista (che tentò di organizzare proprie milizie di partito) e l’inasprimento delle misure repressive nei confronti degli antifascisti (perquisizioni, denunce, arresti).


A causa dell’ostilità del resto del gruppo dirigente e di settori della base – che criticavano il suo atteggiamento «dittatoriale» – Secondari venne marginalizzato e, di fatto, costretto a lasciare gli Arditi del popolo. In un convegno «segreto», tenuto a margine del III congresso della Lega proletaria, l’associazione reducistica legata al movimento operaio (Livorno, 18-22 settembre 1921), Secondari venne esautorato da ogni incarico e sostituito, nel Direttorio nazionale, dall’anarchico Vincenzo De Fazi. In un’intervista concessa in ottobre a «L’Epoca», Argo rimproverò ai partiti operai il loro mancato sostegno all’organizzazione antifascista, spiegando le ragioni del suo allontanamento con i contrasti da egli avuti con Baldazzi e Mingrino. Parallelamente, cercò di riorganizzare le fila degli arditi del popolo a lui fedeli attorno al giornale «L’Avanguardia sociale» (che per un numero uscì recando come sottotitolo «Organo dell’Associazione Arditi del popolo»). Tuttavia, le progettate Avanguardie del popolo (questo sarebbe dovuto essere il nuovo nome delle milizie) non riuscirono a costituirsi, anche perché la maggioranza degli anarchici all’interno degli Arditi del popolo non si schierò con Secondari ma seguì, di fatto, la corrente maggioritaria di Mingrino e Baldazzi. Dopo il fallito tentativo di costituire una struttura paramilitare simile a quella da lui fondata nel giugno del 1921, Argo Secondari si gettò in un’altra impresa senza seguito: nel marzo del 1922 distribuì una circolare per la costituzione di un Partito Intellettuale, una forza politica che – raggruppando operai e intellettuali – avrebbe dovuto racchiudere in sé «tutte le idee e le concezioni» e sviluppare al massimo le «Potenze palesi ed occulte dell’Intellettualismo». Ma anche questa impresa rimase allo stato progettuale.

Nonostante non fosse più attivo nelle strutture ardito-popolari (ormai clandestine per via del Decreto legge per il disarmo dei cittadini varato da Bonomi il 2 ottobre 1921 e delle successive disposizioni ministeriali del 21 dicembre), nei giorni della marcia su Roma, Argo – per tutti, soprattutto per i nemici, l’eterno comandante degli Arditi del popolo – venne gravemente percosso dai fascisti: il 31 ottobre 1922, mentre si apprestava a rincasare, alcuni squadristi gli tesero un agguato. Colpito alla testa con numerose violente bastonate, che gli procurarono una ferita alla regione parietale destra e una commozione cerebrale, non si riebbe mai più. Su consiglio del deputato popolare Umberto Tupini, si trasferì a Camerino con il fratello Biante. Come scrisse il questore di Roma in una nota del 1931, nella cittadina marchigiana, «avendo dato segni di squilibrio mentale», fu ricoverato nel locale manicomio il 20 giugno 1924. Sempre secondo le fonti di polizia – che qui sembrano muoversi tra leggende popolari e pigre quanto superficiali relazioni burocratiche – sarebbe stato quindi trasferito nell’inesistente «manicomio di Montefiascone» (dal quale – secondo voci raccolte in ambienti fascisti – sarebbe addirittura riuscito a fuggire), per poi proseguire il suo calvario con il definitivo internamento nell’ospedale psichiatrico di Rieti.

La letteratura nosografica – in questo frangente più attendibile di quella poliziesca – ci restituisce una realtà parzialmente differente: ricoverato all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia a Roma, un certificato medico dell’11 giugno del 1924 (cioè il giorno dopo del sequestro e dell’uccisione di Giacomo Matteotti, momento di massima crisi politica del governo fascista pre-dittatoriale), stabilì la necessità e l’urgenza di «ricoverare il malato al manicomio perché pericoloso a sé e agli altri». Il successivo 20 giugno fu quindi trasferito – con ordine del Prefetto di Roma – alla sezione maschile del Manicomio provinciale di Roma (ossia l’Ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà, nella nuova sede di Sant’Onofrio in campagna, nelle adiacenze di via Trionfale) per poi essere definitivamente collocato, dopo circa un anno, nella succursale reatina (poi autonomizzatasi nel 1927 in seguito all’istituzione della provincia di Rieti). Nel suo registro nosografico vi sono rappresentazioni e testimonianze del suo lungo viaggio attraverso l’istituzione manicomiale (sarei tentato di dire «fascista», ma non è così, poiché – come sufficientemente noto – l’addomesticamento autoritario e totalizzante dei soggetti ricoverati/reclusi è precedente e successivo al «ventennio»). Rappresentazioni che descrivono l’«alienazione mentale» di Argo come «psicosi di innesto a sfondo paranoico (persecutorio)». Testimonianze – alcune «sconclusionate» e mai recapitate denunce, sotto forma di rapporti, indirizzate da Argo a varie autorità (la questura di Roma e i comandi dell’Esercito, dei Reali Carabinieri e di un imprecisato Reggimento di Fanteria) – che rendono bene come il fine di tale istituzione totale sia il disciplinamento, se non l’annichilimento, dei corpi e delle menti dei pazienti e non la loro «cura».

Vani furono i tentativi del fratello Epaminonda, medico cardiologo negli Usa (dapprima a Boston e poi a New York), di portarlo con sé. Il regime fascista non lo permise e Argo Secondari resterà recluso per altri 17 anni nel manicomio reatino, fino alla fine dei suoi giorni. Eclissato dalla scena pubblica, le sue energie e le sue catene invisibili (per usare il titolo di un film coevo realizzato da suo cugino, il famoso regista Mario Mattoli) si spezzarono il 17 marzo 1942. Le esequie furono celebrate alla presenza dei soli familiari, poiché i fascisti avrebbero letto come una provocazione un’eventuale cerimonia funebre a carattere pubblico. Le spoglie del fondatore ed ex comandante degli Arditi del popolo – diventate, da qualche anno a questa parte, un luogo della memoria per coloro che considerano l’impegno l’antifascista un valore – si trovano tuttora nel cimitero di Rieti.