Anni '70. Potenza era nell’aria. Paesaggi di militanza e musica



È stato recentemente pubblicato, per DeriveApprodi, il terzo volume de «Gli autonomi» dedicato al Meridione e nello specifico alle regioni Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia. Il testo che qui proponiamo ha diretta attinenza con gli argomenti in questione nel volume e tratta della formazione militante e culturale dell'autore e dei suoi coetanei nella Potenza degli anni Settanta.


* * *



Lato A - la progressione

1972. Banco del Mutuo Soccorso, La conquista della posizione eretta, tratto dall’album Darwin:

«… e dove l’aria in fondo tocca il mare

lo sguardo diritto può guardar».


C’era nell’aria, in quell’ultimo anno di Scuola Media alla Busciolano di Potenza, nel 1972, qualcosa che mi attirava. Qualcosa che, insieme all’iniziale ribollire degli ormoni adolescenziali, mi incuriosiva, interessava e affascinava: gli striscioni del «Liceo Scientifico Occupato», lì di fronte, a due passi dalla mia Scuola, in via Mazzini. Così, anche gli slogan e il servizio d’ordine di alcuni cortei che in quei giorni si prendevano la strada e, a volte, anche la Piazza in sit-in a XVIII Agosto.

E poi, quell’aria annebbiata dal fumo di una affollata assemblea degli studenti Medi ed Universitari, nel circolo Universitario, dietro la Cattedrale, nel centro storico in via Scafarelli, dove, incuriositi da quella contagiosa energia, insieme a Franco C. entrammo. Insieme a ciò, nel frattempo a casa, mio fratello Peppino (socialista), col pugno chiuso rivolto a nostro padre (democristiano), cantava Avanti o popolo. Insomma, la mia educazione profondamente cattolica e popolare, con Dio, la sua fede e tutti i suoi ideali scricchiolava. Stava cedendo: le sovrastrutture della Chiesa e della Società non rispondevano più. Tra l’altro, la lettura, su quell’antologia grossa e verde del triennio, di un brano tratto da Il manifesto del Partito comunista fu un’illuminazione e indicò la strada del cambiamento alla mia coscienza. Se, in quell’aria c’era una magica e contagiosa energia, se Avanti o popolo era un’immagine di riscossa, quella lettura fu una scossa tremenda che mi catapultò alla ricerca della Rivoluzione. Quell’aria e quell’atmosfera di cambiamento mi coinvolsero e mi rapirono. Finita la scuola media, nel 1973, mi iscrissi all’ITC Leonardo da Vinci – in poche parole alla ragioneria – dove ritrovai Franco C. e incontrai Michele I.: Franco di Potere operaio e Michele di Lotta comunista. Lì, come in uno shaker: gli slogan, i cortei, l’assemblea affollata, il pugno chiuso, Marx ed Engels si sintetizzarono, e io entrai in Lotta comunista, partito leninista, extraparlamentare, pronto alla lotta di classe e alla direzione come avanguardia della rivoluzione futura. Gruppo fondato da alcuni giovani partigiani genovesi (Cervetto e Parodi), con un radicamento presente soprattutto nelle fabbriche del triangolo industriale del nord; come strategia la formazione del partito rivoluzionario della classe operaia. Un partito di quadri teoricamente e politicamente preparati che, a partire dal 1965, assume come strumento di propaganda un proprio giornale: «Lotta Comunista». Organizzato nel territorio con Comitati e/o Circoli operai, a Potenza rifletteva le stesse caratteristiche privilegiando iniziative rivendicative operaie e lotte per affermarne i bisogni. Tra queste, forse la più significativa, l’occupazione delle case, nel 1975, nel Rione Lucania. Cosi iniziò la mia militanza che, insieme agli ormoni, alimentò quegli anni di crescita, coscienza e formazione; di ideali, di sogni e di passione. Anni di prime esperienze: innamoramenti, sesso, amore e cuore infranto. Politica e volantinaggio a scuola, davanti i cancelli delle fabbriche della piccola area industriale del potentino (Italtractor soprattutto, dove lavorava Pasquale E., leader del Comitato di Potenza), diffusione casa per casa, nei quartieri popolari e in via Pretoria del giornale per l’autofinanziamento dell’attività e il pagamento della Sede, quasi sempre un sottano del centro storico. Riunioni, Circolo operaio, scuola quadri, relazioni e organizzazione. Dazebao e scritte sui muri. Antifascismo militante e antimperialismo, come pregiudiziale. Su quest’ultimo aspetto, se gli scontri con i democristiani, principalmente a scuola e in piazza, mantenevano un tono alto, ma ancora dialettico, con i fascisti erano fisici, di territorio, di minacce, provocazioni e di agguati. La loro sede, in un largo ad angolo di via Pretoria, era un punto critico per gli incontri da passeggio e per gli scontri nelle manifestazioni. Per l’ala più dura, anche della nostra organizzazione, la fisicità si manifestava e contrapponeva con cazzottiere e spranghe.Insomma tutto molto serio. Nel frattempo, però, anche feste e musica con gli amici e con i compagni. Tanti concerti, nei mesi estivi, durante le stagioni da cameriere a Viserba di Rimini dove, nella vicina discoteca Altro Mondo, ascoltammo live molto del rock progressivo italiano e degli inglesi Soft Machine e Gentle Giant. Insomma tutto molto bello, nuovo e intrigante. Così, l’intreccio delle tematiche del territorio con le questioni nazionali e internazionali; l’eco degli avvenimenti grandi e piccoli che andavano delineandosi dentro e fuori l’area extraparlamentare; l’affermarsi di una nuova generazione di proletariato giovanile e la nascita di un nuovo Movimento; insieme a tante contraddizioni, accompagnarono i miei cinque anni di scuola superiore: dal 1973 al 1977. Tradotto in paesaggi musicali, il gruppo che meglio disegnò, suonò e cantò questa dimensione con un linguaggio originale, radicale e provocatorio fu gli Area, international POPular group. Puntuale, a volte anticipatrice e profetico degli avvenimenti poi vissuti «… traghettò il Prog italiano verso un linguaggio rivoluzionario, il cui disco d’esordio Arbeit Macht Frei, pubblicato nel 1973, riflesse in pieno la nuova situazione. Il disco scaraventava l’ascoltatore in tematiche mai affrontate prima: il dramma palestinese e l’imperialismo sionista, lo spontaneismo armato, l’alienazione urbana, la necessità della rivoluzione. […] A coronare il tutto, uno scenario di citazioni, riferimenti e provocazioni sia sonore che grafiche, il cui parossismo simbolico venne raggiunto da un gadget di cartone contenuto nel disco e raffigurante una rivoltella: nessuno aveva mai osato tanto» [1]. All’interno dell’album una fotografia: «una soluzione profondamente visionaria, con i cinque Area che giacciono, l’uno accanto all’altro, tra il “logo” dei campi di concentramento nazisti (Arbeit macht frei – il lavoro rende liberi) e la “kefiah” palestinese, tra la falce e martello della tradizione comunista e l’immaginetta con l’angelo in volo dell’iconografia cattolico-cristiana. Il tutto in una dimensione militante» [2].


Da Arbeit Macht Frei, Luglio, agosto, settembre (nero)

… Quando guardi il mondo

senza aver problemi

cerca nelle cose

l’essenzialità

Non è colpa mia

se la tua realtà

mi costringe a fare

Guerra all’umanità.


A partire da ciò, gli Area guidarono questa rivoluzione. Nel 1974, in un quadro sempre più duro di scontri e scioperi contro la politica di austerità e sacrifici, incidono Caution Radiation Area. In questo caso, la copertina anticipa tutta la problematica del nucleare; musicalmente sempre più aggressivi, contaminati e d’avanguardia. Demetrio Stratos spinge sempre di più la sua voce in sperimentazioni da strumento e la sua provocazione, in Mirage? Mirage!, cantando le istruzioni per preparare una molotov. Nel 1975, CRAC!, un vero e proprio manifesto. Introdotto da una citazione di Buenaventura Durruti: «Noi portiamo un mondo nuovo dentro di noi, e questo mondo, ogni momento che passa, cresce. Sta crescendo, proprio adesso che io sto parlando con te».


L’elefante bianco

… Corri forte ragazzo, corri

la gente dice sei stato tu

prendi tutto non ti fermare

il fuoco brucia la tua virtù

alza il pugno senza tremare

guarda in viso la tua realtà

guarda avanti non ci pensare

la storia viaggia insieme a te.


Gioia e rivoluzione

… Il mio mitra è il contrabasso

che ti spara sulla faccia

ciò che penso della vita

con il suono delle dita

si combatte una battaglia

che ci porta sulle strade

della gente che sa amare.


Nel 1976, Maledetti (maudits). Progetto-concetto di fanta-sociopolitica: la società futuribile è spaccata in verticale e divisa in corporazioni.


Scum

In questa società, per bene che ti vada, la vita

è una noia sconfinata. In questa società,

nulla, assolutamente nulla riguarda le donne [3].


Il personale e il politico cominciarono a saldarsi in un’unica visione di cambiamento, dove i bisogni incontravano le rivendicazioni e, quindi, i comportamenti conseguenti dettavano le scelte: occupazione delle case, cortei, scontri, vertenze e autoriduzioni. E, non solo. L’aria, nell’esplosione intorno al ’77, si muoveva in diverse direzioni e le correnti aprivano o chiudevano, stringevano o allargavano i diversi percorsi individuali e collettivi. In giro c’era aria di Movimento, ma anche tossica, elettrica, psichedelica e underground. Un crocevia difficile, dove si viaggiava su una linea i cui confini non sempre erano chiari. Con il senno di poi, devo ringraziare l’educazione profondamente cattolica e la successiva formazione marxista che, filtrando bollori e militanza, mi tennero lontano da dipendenze e derive politiche estreme. Nel frattempo, chiudemmo la sede di Lotta comunista, ormai frequentata da noi pochi ultimi militanti e qualche simpatizzante di area studentesca, non più espressione di classe, profondamente scollata dai nuovi bisogni del Movimento e, rimasta, solo forma teorica e ideologica. Così, insieme a Franco D. spostammo il baricentro dei nostri incontri sulle panchine di Parco Montereale, dove l’ideologia cominciò ad aprirsi a soluzioni diverse. Qui, le varie sensibilità provenienti dai microcosmi dei gruppi extraparlamentari, insieme a un’area alternativa cominciarono a socializzare e progettare sulla base di nuovi bisogni: di vita, di reddito e di prospettiva. Da qui partì una nuova e poi ultima fase di aggregazione e di movimento. Ancora di militanza ma, soprattutto, più creativa e culturale. L’idea di un nuovo spazio d’aggregazione, d’incontro, di scambio, di festa e di socializzazione, di musica e di cultura ci portò a pensare e poi a realizzare ciò che definimmo Centro di documentazione e controinformazione, una realtà che in altri luoghi metropolitani definì lo stesso spostamento «dalle panchine ai centri sociali». A fine anno iniziai, sotto suggerimento di un assessore del Comune e iscrivendomi nelle liste dei braccianti agricoli dell’ufficio di collocamento, il mio primo cantiere forestale. Sveglia all’alba, colazione e pranzo nello zaino. Appuntamento al pullman che ci portava nell’area boschiva di Parco Rossellino. Mi ritrovai tra gli operai forestali: agricoli, visi rugati e mani callose, pronti a muovere accette, ronche e forconi per pulire il sottobosco, tagliando, accatastando e bruciando arbusti, rami e rovi. Di fronte la città, nel bosco, l’aria fredda e umida dell’autunno, riscaldata dal fuoco, sprigionava un odore acre di resina e le ginestre scoppiettavano scintille alimentando nuvole di fumo e fiamme; pensieri e fatica. A partire da questa seminale esperienza, come l’effetto di un sasso nello stagno, si sviluppò un allargamento che, progressivamente, negli anni a seguire contagiò tutta l’area dell’allora proletariato giovanile: studenti universitari, disoccupati o occupati sottopagati. Iniziò così un’altra storia.


Lato B – la dispersione

1978. Area, Guardati dal mese vicino all’april, tratto dall’album 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano. «[…] un’epoca si è chiusa per sempre. Ma perché, allora, tutti si ostinano ad affermare il contrario? Guardati dal mese vicino all’aprile, dicono i contadini del meridione d’Italia che hanno imparato a temere i rovesci improvvisi di marzo. Guardati, compagno, dal mese di maggio, noi non siamo più gli eredi di nessuno, bisogna ricominciare tutto da capo!» Profetico all’inverosimile, a partire dal titolo fino alla citazione «guardati, compagno, dal mese di maggio». In effetti, l’antagonismo sviluppato fino a quel punto fu, in diversi modi, disgregato, annientato e isolato. Repressione, fermi, perquisizioni e arresti, eroina e riflusso furono gli ambiti che cambiando scenari e vissuto interruppero i nostri sogni. La dispersione cominciò ad invadere il nostro territorio! I cantieri, nel frattempo, divennero un nuovo punto d’aggregazione. Attraverso quel lavoro, anche se di zappe e forconi, cercavamo di soddisfare il nostro bisogno di reddito: per continuare a studiare, per renderci economicamente indipendenti e, in alcuni casi, per poter vivere. Con lo stupore e la curiosità dei vecchi operai, che comunque ci accolsero con molto affetto, invademmo una realtà fino ad allora sempre sottomessa ai meccanismi routinari del potere clientelare. Che, un po’ alla volta, contribuimmo a cambiare. Nuove proposte, chiaramente sostenute da rivendicazioni, lotte, assemblee, scioperi e occupazioni. Insieme a noi anche molte donne. A partire dalla prima assunta, Rocchina S., inizialmente adibita alla contabilità in ufficio; tutte e tutti ci ritrovammo e, spontaneamente autonomi, cominciammo ad affermare un diverso modo di gestire i metodi consolidati. Prima questione i soldi, la paga di quei giorni lavorati spesso sotto l’acqua, al freddo dei primi cantieri. Erano abituati, per consuetudine, a pagare in Banca dopo alcuni mesi dalla fine del cantiere. Noi non eravamo d’accordo, non ci sembrava per niente giusto, e lo facemmo capire. Con una delegazione piuttosto numerosa e rumorosa, affollammo più volte gli Uffici della Forestale prima e gli sportelli della Banca poi per far sì che la lavorazione dei mandati e la loro disponibilità diventasse celere, certa e garantita nei tempi giusti, a fine cantiere. Lo stupore iniziale dei vecchi operai cominciò a tradursi in simpatia. In seguito, quando l’allargamento della presenza dei giovani, sempre più numerosa nelle liste di collocamento, cominciò a essere difficile da gestire ponemmo e ottenemmo, sempre in totale autonomia, un accordo che garantiva a ogni cantiere l’assunzione dei giovani nella misura del 20-25% sul totale. Diventammo tanti e tante e dalle panchine di Montereale spostammo le nostre energie, le nostre passioni, le discussioni, gli scazzi e gli scontri, i fumi, i bollori e gli amori sui cantieri. Quando in montagna, nei boschi di Rifreddo, in fila indiana scendevamo verso il cantiere; quando dietro il fumo dei fuochi apparivano barboni e capelloni; era facile ripensare a quelle immagini di briganti e partigiani cantati e suonati nelle piazze, nei cortei e, tante volte, ancora sulle panchine di Montereale. In quel contesto, mentre un tentativo assembleare di Cgil, Cisl e Uil voleva in qualche modo ricondurre questa ricchezza a una propria conduzione, affermammo, anche se divisi su due posizioni, una capacità di gestione autonoma. Rilanciammo così l’iniziativa per favorire e affermare il diritto a quel minimo di giornate lavorative (51, 101 o 151) per far maturare la disoccupazione agricola pagata. Dagli uffici della Forestale a quelli della Comunità Montana dell’Alto Basento, passando da quelli del dipartimento Regionale, rivendicammo questo bisogno: gridando la nostra rabbia ma, anche, contrattando con giudizio e merito questi nuovi obiettivi. Insomma, in un certo senso ci creammo, anche se precaria, un’occupazione. Certo il concetto del «lavorare tutti, lavorare meno», a significare un’idea praticabile di una diversa qualità della vita, rimaneva un obiettivo a cui tendere; in quel momento, comunque, ci ritagliammo una buona opportunità. Anche se poi, nel giro di qualche anno, in tanti trovammo diverse altre occupazioni, oggi molti di quei giovani sono ancora sui cantieri. A dimostrazione che, senza retorica, quella passione è stata capace di generare, se non altro, almeno un lavoro. Cosa nient’affatto scontata. Quegli anni, i paesaggi dei cantieri, dei boschi e delle montagne, annebbiati o assolati si intrecciavano e dissolvevano con la nostra marginalità di provincia o con gli orizzonti metropolitani delle nostre esperienze di fuori sede. Nella cui sintesi politica, cultura, arte e musica disegnavano nuove forme di aggregazione. Su questa base costruimmo nel ’79-’80 il Centro di documentazione e controinformazione, sempre nel centro storico, in un vicolo dietro la chiesa di San Michele. Punto d’incontro, diffusione di libri e riviste, punto di ripartenza. Anche se c’erano buone potenzialità, non durò molto, peccato. In realtà, non ricordo bene il perché chiudemmo, probabilmente l’onda d’urto del terremoto, del famoso 23 novembre, e la sua conseguente inagibilità ne fu la causa. Ricordo bene, invece, che alcuni giovani si avvicinarono a noi interessati dall’atmosfera che circolava nell’iniziativa ma, purtroppo, non fu sufficiente a trattenerli. Fu la fascinazione esercitata dall’aria dello sballo forte e dell’eroina a circondarli, a farli prigionieri e vittime. Di questo ho sempre portato un grande rimpianto. A seguire, ci fu «Lazzi & Spilli». Pensato e voluto soprattutto da Daniele Adamo, che realmente lo diresse e lo coordinò e la cui motivazione viene sintetizzata nella scheda seguente. [Sul n. 2 si spiega il titolo: Lazzi e Spilli è una contrada di Avigliano (in provincia di Potenza) ed evoca il concetto di territorio, sia come anelato radicamento sociale dei redattori sia come propensione all’analisi delle dinamiche sociali e politiche del Mezzogiorno) Pubblicato a Potenza dalla primavera del 1982 ad agosto del 1985. Non si può parlare di periodicità. Complessivamente sono usciti nove numeri, compreso un improbabile n. 0. Avrà un direttore responsabile (il solito Marcello Baraghini) solo da quando col n. 3 «Lazzi & Spilli» dichiara di essere pubblicato quale supplemento a Stampa Alternativa. Fino al numero 3 (maggio 1983) è pubblicato dal Collettivo comunista di controinformazione (di Potenza) e ha decisamente un taglio (anche molto ideologico) militante. Dal numero 4 (giugno 1984) è pubblicato dal Centro d’iniziativa sociale di Potenza. Il numero zero verosimilmente nella primavera del 1982, visto che il numero 1 è del luglio 1982. Sono una decina di pagine ciclostilate, collazionate da una copertina scritta a mano e fotocopiata per poter ospitare una immagine: una foto degli anni …. Il volto in primo piano di una bambina con un cappellino. Poeticamente (o pateticamente?) e tacitamente dedicata a Fiora Pirri: siamo pur sempre i sopravvissuti (agli arresti) dell’unica area dell’antagonismo politico che ha avuto una donna per leader. «Materiali», a cura del Collettivo comunista di controinformazione Potenza [4]. Nel post terremoto, nel 1983, ripresa la discussione il Centro di Documentazione divenne Centro d’iniziativa sociale e seguì la dinamica di «Lazzi e Spilli». Ultima esperienza collettiva di quell’aria di militanza, nel 1985, forse per stanchezza e forse per non più convinzione comune chiudemmo quella fase politica. Nel frattempo i paesaggi musicali continuavano a suonare, a trasformarsi e a farci compagnia. Dal No future del ’77 del londinese punk dei Sex Pistols «[…] perché sa che il mondo non può essere cambiato e prova a gridare con la rabbia, con l’oltraggio, con la violenza, la necessità del proprio esistere» [5]; alla new wave che, tra Inghilterra e America, muove un nuovo suono esaltato, sempre nello stesso anno, dai Talking Heads di David Byrne con l’album d’esordio, 77; alla contaminazione e al crossover che a partire dagli anni Ottanta influenzò stili e generazioni. Invece, sul fronte occupazionale, sempre nel 1985, costituimmo la Cooperativa Steps Multimedia/Little Italy studio. E qui, prima della totale dispersione, realizzammo due significativi prodotti di respiro nazionale e internazionale. Il primo nel 1989, Kufia canto per la Palestina. 45 giri registrato da Pasquale Trivigno al Little Italy studio; disegno di copertina Milo Manara; distribuito dal «manifesto». Vanno citati: per l’ideazione Canio Loguercio; per le musiche Rocco Petruzzi e Rocco De Rosa; per le voci il Coro di bambini palestinesi. Tra i musicisti Daniele Sepe, Paolo Fresu, Franco Giacoia, Nello Giudice. Il secondo nel 1991, No alla guerra. Audiovisivo che dissolvendo i paesaggi di militanza e musica fin qui ricordati con i conflitti mondiali degli anni Ottanta («rubando molte immagini da una ricerca del reporter James Nachtway») urla il nostro No! Alla guerra.

Costruito insieme alle mie fotografie, alle musiche di Rocco Petruzzi, al montaggio audio di Pasquale Trivigno, al montaggio video con Maria Annunziata, partecipammo alla prima edizione della rassegna Immagini contro la guerra, video festival internazionale, a Roma, 3-6 luglio. La giuria internazionale presieduta da Gillo Pontecorvo riconobbe e premiò il nostro lavoro come «migliore opera presentata». Intanto, la dispersione diventò totale, e ognuno andò per la sua strada. Per finire, un’ultima citazione degli Area, ancora dall’album Maledetti.


Gerontocrazia

[…]

Guarda nel passato

troverai tutto quanto

stabilito

e si chiama libertà.

Senza storia né memoria

lascia che io scriva

i passi tuoi.

Vivi in pace la tua vita

non pensare e sogna

felicità.



Note [1] J N. Martin, M Neri, S Neri, Il libro del prog italiano, Giunti Editore, Firenze 2013. [2] R Gatti, Sedici anni. Libretto allegato ad Area. Arbeit macht frei. Cramps, Milano 1973. [3] Da V. Solanas, SCUM Manifesto per l’eliminazione dei maschi. Autoproduzione, 1967. [4] D. Adamo, 2020. [5] E Assante, G. Castaldo, Blues, Jazz, Rock, Pop Il novecento americano, Einaudi, Torino 2004.



Immagine: Louis Roquin