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Anna e Toni Negri, uno scontro generazionale tra presente e futuro

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Una riflessione di Achille Flora sul libro Un piede impigliato nella Storia e sul film Toni, mio padre di Anna Negri.


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Il film di Anna Negri, «Toni, mio padre», è centrato sui due protagonisti, Anna e Toni, avvolti in una malinconica e deserta Venezia, in un misto di amore e cura, ma anche di risentimenti verso il padre e quella parte di generazione che — avvolta in una spirale di lotte e repressione — aveva sfidato il potere con una tensione rivoluzionaria senza considerare come la reazione del potere, estesa all’intera area del dissenso, avrebbe modificato gli spazi di libertà.

Il film è intenso, con le immagini del passato della famiglia Negri, con Anna e il fratello Francesco bambini, la madre Paola Meo bellissima e solare. Un quadro familiare fatto di serenità e gioia, stravolto da uno tsunami giudiziario che risucchierà Toni e famiglia in un tunnel fatto di accuse false e spropositate, con l’arresto di Toni e la sua detenzione in carceri speciali. 

Lo spartiacque, per tale salto repressivo, è determinato dal rapimento e uccisione di Aldo Moro e degli agenti della scorta nel 1978 e, in seguito, dagli arresti del 7 aprile 1979. Un’attività repressiva estesa a tutto il personale politico-militante che, dagli anni ’60, aveva analizzato e sostenuto le lotte operaie in fabbrica, nelle scuole e in Università. La strategia era quella di eliminare tutta quell’area di dissenso — letta dai dispositivi giudiziari come brodo di cultura dei gruppi armati — con arresti di massa di un personale militante e riflessivo, applicando reati associativi e concorsi morali, allungando i termini della carcerazione preventiva, con l’approvazione di una Legge speciale anche retroattiva e centrata sulla carcerazione preventiva — con tutte le conseguenze che potevano determinarsi per loro nelle carceri.


Per capire l’impatto dell’arresto di Toni su Anna e la sua famiglia, serve leggere il libro di Anna, Con un piede impigliato nella Storia (DeriveApprodi, 2023), per scoprire tutto il vissuto di due bambini, sin dall’alba di una perquisizione in casa, con Anna dodicenne e Checco di nove anni. Con Anna che apre la porta, tra veglia e sonno trovandosi di fronte ad un nutrito muro di poliziotti in assetto di guerra e con uno di loro a premere la fredda canna di una mitraglietta sul suo pancino. Da qui inizia la solitudine di due bambini che vedono sparire tutto il mondo che li aveva accompagnati, coccolati e seguiti fino a quel momento. L’assenza dei genitori, ma anche il vuoto di relazioni, tranne quelle con altri bambini e parenti. Intorno a loro si era creato il vuoto. I tanti amici e compagni, quella comunità informale che li aveva accompagnati, respirandone l’aria comunitaria, insieme al fumo di tante sigarette, era svanito repentinamente. Il timore di essere coinvolti in inchieste giudiziarie era alto, poiché gli arresti venivano effettuati con leggerezza, senza prove.

Anna prova a raddrizzare la sua vita, ma la Storia la insegue, perché le prime pagine dei giornali sono piene delle foto di suo padre, accusato persino di essere il telefonista delle BR a casa Moro. Una falsificazione processuale e storica, con un settimanale che pubblica un disco con incise le voci di Toni e del brigatista della telefonata, invitando i lettori a fare direttamente il confronto. Come può sentirsi un’adolescente quando, a a scuola o in altri luoghi pubblici, le chiedono il suo cognome, pronti a domandare se è figlia del Negri incriminato? Una situazione insopportabile, con l’unica via d’uscita che è quella di ripararsi all’estero, cosa che farà recandosi a Londra per allontanarsi da quest’incubo. La contraddizione tra Anna e Toni si manifesta con Toni libero. Anna avverte il bisogno di capire le ragioni del perché tanti militanti ed intellettuali non abbiano pensato alle conseguenze, soprattutto quelle scaricate sui figli incolpevoli. Una condizione che non riguarda solo i figli degli arrestati del 7 aprile 1979, ma tutti i figli dei militanti, compresi quelli dei gruppi clandestini, come delle vittime dei gruppi armati, che i loro padri non li vedranno più. Certo, della contraddizione padre-figli è piena la letteratura, da Sofocle a Shakespeare, fino ai nostri tempi. Il rapporto padre-figlia è un rapporto contraddittorio e conflittuale per natura, perché i giovani, per conquistare autonomia, devono separare la propria figura da quella del padre.  Nel caso di Anna è diverso perché la contraddizione tra Anna e suo padre non è limitata al personale, umano o psicologico che sia, ma investe la critica politica ad una generazione coinvolta in un assalto al cielo.

Lo fa, nel film, con una domanda rivolta a Toni: «Ma voi veramente pensavate di fare la rivoluzione…in Italia… eh?». Il tono della domanda è sarcastico e Toni s’indispettisce e reagisce affermando di non capire perché Anna non riesca ad accettare che i suoi genitori siano stati dei rivoluzionari. Una domanda, posta a Toni improvvisamente nel film, che mi ha, inizialmente, sconcertato. Posta così a freddo, quando, oramai quell’incredibile stagione di contestazioni e lotte era finita e non s’intravvedevano più le ragioni che l’avevano generata. C’era stato un salto generazionale e i giovani di oggi sanno poco o nulla di quella stagione. Una domanda, che rischiava di far apparire i genitori di Anna come due folli che, improvvisamente, di punto in bianco hanno deciso di fare la rivoluzione.

La domanda, però, non è rivolta solo ai suoi genitori, ma a tutta una generazione.  


Anna, nel suo libro, rivolge ad un gruppo di militanti la stessa domanda. La risposta è più meditata ed è un «No», aggiungendo che «volevano fare dell’Italia un laboratorio permanente della rivoluzione. Spostando il paese a sinistra». C’è del vero in questa affermazione. Il filone operaista, da cui nasceranno Potere Operaio e, poi, l’Autonomia Operaia, non ha mai pensato che la rivoluzione potesse consistere in un assalto al «Palazzo d’inverno», simbolo di un potere assolutista e accentrato, come nella rivoluzione sovietica del 1917. Un approccio affine ai gruppi marxisti-leninisti più che al filone di derivazione operaista. Del resto, pur con tanti intellettuali organici ai movimenti, nessun documento ha mai provato ad immaginare e descrivere il futuro di una società comunista. Certamente la ricchezza dei temi di liberazione, collettiva e personale, di cui erano pieni i movimenti, poteva mai accettare di vivere in una società dispotica, irrigidita in una pianificazione centralizzata. I movimenti erano presenti ed attivi nei territori, nel sociale, nei luoghi di lavoro e di studio, nel promuovere comitati di lotta contro «lo stato presente delle cose», in coerenza, con la definizione marxiana del comunismo:


Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale (die wirkliche bewegung) che abolisce (aufhebt) lo stato di cose presenti [1].

Una visione coerente con finalità e azioni dei movimenti della seconda metà del ‘900. Non siamo di fronte ad un partito armato, né a militanti clandestini, ma a movimenti di grande partecipazione, con le lotte operaie nelle grandi fabbriche, guidate dalla figura dell’operaio-massa, sopposto ai ritmi infernali e alienanti delle catene di montaggio, come illustrate dal film di Chaplin Tempi moderni. Centrali saranno le lotte sul salario, letto come variabile indipendente, sganciata da compatibilità economiche, come i livelli di produttività, modificando la distribuzione del reddito dai profitti ai salari e mettendo in discussione il governo/comando del modello produttivo fordista. Se le politiche recessive della Banca d’Italia furono inefficaci nel calmierare le lotte operaie, vi riuscirono le scelte imprenditoriali. attuando una scomposizione delle grandi fabbriche in minori dimensioni occupazionali, per dissolvere la forza operaia. 

Sarà solo il primo passo verso modelli produttivi flessibili. Modelli produttivi che, modificano la composizione sociale, facendo emergere nuovi soggetti. Nell’epoca delle connessioni globali emerge una nuova figura, l’operaio sociale, non più ristretto in fabbrica e nel lavoro industriale, ma estesa al lavoro intellettuale, immateriale e cognitivo, piegato al lavoro salariato. I movimenti, ricchi di tale nuova composizione, effettuavano un salto qualitativo culturale, con il sorger di radio di movimento a Bologna, Padova e Roma, a proporre nuove tematiche con la pubblicazione di mille fogli e giornali di movimento, anche satirici. Sarà un sommovimento culturale internazionale, vivo nei Paesi avanzati, dagli Usa all’Inghilterra, che contagerà il cinema come la musica e la letteratura, invadendo tutte le arti.


Anna ha ragione quando, nella sua domanda, cita l’Italia, perché si sottovalutavano le condizioni del nostro Paese, nella divisione imposta dalla «coesistenza pacifica», con l’Italia parte della sfera occidentale. Toni, al contrario, torna al passato per leggevi tracce evolutive del futuro. Nel n. 4 dei Quaderni Rossi, editi tra il 1961 e il 1965, era stato pubblicato un breve estratto dai Grundrisse di Marx, traducendolo dal tedesco e rinominandolo come Frammento sulle macchine. In sole 22 pagine, scritte nel 1857-58, Marx prospetta un’evoluzione del rapporto uomo-macchina, una trasformazione degli attrezzi di lavoro in macchine e del «lavoro vivo in semplice accessorio vivente di queste macchine», strumento di regolazione dell’attività dell’operaio. L’analisi di Marx effettua un salto qualitativo, anticipando il futuro dello sviluppo tecnologico, con il General Intellect, che incorpora la Scienza, oggettivata nel macchinario, contrapposto al lavoro vivo.

Toni riprenderà l’analisi dei Frammenti, con il capitale che realizza la «sussunzione reale» assorbendo completamente la società, da cui estrarre valore, con i macchinari. Lo farà con un libro (Marx oltre Marx, Feltrinelli, 1979) e nel testo di una conferenza da tenere a Berlino [2].  Toni, riporta l’analisi dei Grundrisse a spiegazione del funzionamento del capitalismo moderno, con il capitale finanziario motore dell’accumulazione, assorbendo la società intera. Questo perché la produzione si basa sulla «universale forza produttiva» della conoscenza scientifica e tecnologica (il General Intellect). Lo sfruttamento si trasforma estraendo valore dalla natura e dalla società. La logistica è letta come macchina operativa di comunicazione e distribuzione, a collegare i territori nella sussunzione. Toni rilegge il Frammento, con il capitale che, nella sussunzione reale, estrae plusvalore dalla cooperazione sociale lavorativa:


Il prodotto cessa di essere il prodotto del lavoro immediato, isolato, ed è piuttosto la combinazione dell’attività sociale ad assumere la veste di produttore [3].

E ancora:


Giacché la ricchezza reale è la produttività sviluppata di tutti gli individui. E allora non è più il tempo di lavoro ma il tempo disponibile la misura della ricchezza [4].

Toni legge, nel Marx dei Grundrisse, come il prodotto scaturisca dall’attività sociale, con un abbassamento del lavoro necessario. Da un lato, prospetta la possibile liberazione dal lavoro salariato ma, dall’altro, è la vita stessa ad essere inclusa nello sviluppo capitalistico. È l’attività sociale che assume la veste di produttore. Toni insegue queste trasformazioni fino ai tempi moderni del «dominio dell’algoritmo» che altro non è che


una macchina che nasce dalla cooperazione dei lavoratori, dall’intellettualità logistica e che il padrone impone sopra questa cooperazione, su questa intellettualità massificata. L’algoritmo è la macchina padronale sull’intellettualità di massa [5].

Toni legge le linee evolutive dal passato al futuro, ma non in senso deterministico. Legge la tendenza, ma è cosciente che il risultato si ha nel gioco «tra tendenza e controtendenza». Evidenzia come dentro il General Intellect emerga l’Individuo Sociale, centrale nella produzione della ricchezza. L’operaio non è più l’agente principale del cambiamento. L’individuo Sociale è ora al centro della creazione del valore, divenendo egli stesso capitale fisso con la cooperazione sociale. La contraddizione ora è tra la soggettività incorporata nel lavoro cognitivo e la volontà di controllarlo e normalizzarlo nel comando, di cui l’algoritmo è lo strumento più pervasivo.

 

La repressione intendeva chiudere i conti con il sommovimento del ’68. Un anno che aveva esteso, con un’onda lunga, i suoi effetti nel decennio successivo. Non era stato solo caratterizzato dalle lotte operaie, aveva investito la cultura e ogni aspetto sociale e della vita personale. Era iniziato rivendicando spazi di partecipazione, come il diritto alle assemblee in scuole e Università. Con una critica ai modelli di trasmissione del sapere, investiva l’insegnamento, prigioniero di vecchi valori e metodologie. Una vera e propria rivoluzione culturale, con tematiche che investivano tanti aspetti della vita personale, dalla critica femminista al ruolo della donna in famiglia e società, al sorgere di movimenti omossessuali. Un vento di critica che attraversava l’intera società, facendo persino saltare le paratie stagne di divisone delle classi sociali.


I genitori di Anna, erano cresciuti dentro questo crogiuolo di nuove idee, valori e cultura, avvolti in un vento critico, unendo allo studio la partecipazione militante. Presenti alle porte del petrolchimico di Marghera a distribuire volantini, militanti di Potere Operaio, con Toni docente all’Università di Padova e Paola nei corsi di 150 per il diritto allo studio. Hanno provato a coniugare responsabilità genitoriale, militanza politica ed impegno nello studio per capire come trasformare lo stato presente delle cose. Non c’è un momento di questa scelta. Si era dentro un fiume d’innovazione culturale, politica e personale, che affascinava nella scoperta di un modo nuovo, in cui vivere.

Non è facile descrivere il passaggio dalle manifestazioni gioiose del ’68 alle tensioni degli scontri duri e violenti che seguiranno, da slogan come «La fantasia al potere» al rancoroso «Pagherete tanto, pagherete tutto». Tentati colpi di Sato, aggressioni neofasciste, attentati in manifestazioni sindacali e luoghi pubblici, repressione poliziesca sempre più dura, facevano crescere nei movimenti la necessità di attivare forme di autodifesa. Nascevano così i primi servizi d’ordine. Ad una crescente repressione si accompagnava la necessità di una difesa, mentre nascevano spinte alla militarizzazione nei gruppi più oltranzisti. Si viveva in uno scenario internazionale caratterizzato dalla lotta armata in America Latina, con il fascino dell’icona di Che Guevara e pesanti repressioni. I colpi di Stato in Grecia e Cile, a ricordare come la rivoluzione non sia «Un pranzo di gala».

Il movimento viveva nel e del presente, aveva «la vista corta». Pensava alle lotte in corso, per creare nuove forme di partecipazione e spazi di libertà. La parte migliore di quella generazione ha messo in discussione sé stessa, rischiando studio, carriere, lavoro, le loro stesse famiglie. Persone, come Paola e Toni, che erano già sposati e con figli, hanno provato a coniugare le responsabilità familiari con l’impegno intellettuale e politico. Come tutti i rivoluzionari ne hanno sottovalutato le conseguenze, subendole in modo sproporzionato. Anna e Checco le hanno subite ed oggi Anna, con un film e un libro mette tutti coloro, che hanno attraversato quegli anni, prima magnifici e poi terribili, di fronte a quella domanda che fa riflettere sul rapporto tra entusiasmi rivoluzionari e responsabilità del presente, non dimenticando che esiste anche un futuro da vivere.

 

 

Note

[1] K. Marx, F. Engels, L’ideologia tedesca; ed. Riuniti, 1958, pag. 32.

[3] K. Marx, Grundrisse, p. 597, citato in Negri, 2019, p. 3.

[4] Ibidem.

[5] T. Negri, op. cit.


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Achille Flora, già docente di Economia e politica dello sviluppo nelle Università L’Orientale e Vanvitelli. Laureatosi con lode nella Federico II e specializzato in Economia dello sviluppo nel corso biennale del Centro di Portici, tutor prof. A. Graziani. Ha pubblicato saggi in riviste scientifiche e libri, tra cui Economia dello sviluppo (coautore, Zanichelli, 2002), Mezzogiorno e politiche di sviluppo (ESI, 2002), Lo sviluppo economico. I fattori immateriali, le nuove frontiere della ricerca (FrancoAngeli, 2008), Sviluppo, ambiente e territorio. Per una nuova politica industriale nel Mezzogiorno (ESI, 2014).

 

 

 

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