Amicizia: una cosa da uomini?




Pubblichiamo un intervento critico di Elisabetta Michielin al libro di Adriano Bertollini, Filosofia dell’amicizia. Linguaggio, individuazione, piacere recentemente pubblicato da DeriveApprodi. A questo intervento ha replicato l’autore. Entrambi i testi sono comparsi sulla rivista «Pulp. Quotidiano dei libri» (che ringraziamo).


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Elisabetta Michielin

Ci sono quelle e quelli che leggono quasi solo saggi e quelle e quelli che leggono quasi solo letteratura. Facendo parte di quest’ultima categoria, maneggiando il libro di Adriano Bertollini, Filosofia dell’amicizia, mi hanno reiteratamente ronzato in testa domande come: perché lo sto facendo? Cosa davvero mi interessa di tutti questi discorsi intorno a teorie del linguaggio, dell’individuazione, del piacere? Perché sto scorrendo e sottolineando questo saggio, dotto e stimolante quanto si vuole, ma la cui posta in gioco essenziale – da quel che ne ho capito – non è che per filosofi di professione? Cosa mi incuriosisce veramente di questo tentativo di mettere a confronto quel che dell’amicizia pensava Aristotele con quel che se ne pensa oggi? La risposta, che sia pur confusamente avevo fin dall’inizio della lettura, si è man mano confermata e precisata, cosicché ora la posso esporre abbastanza chiaramente. Se mi sono andata a scovare un libro simile così lontano dalle mie abitudini è stato infatti per una questione molto semplice da dire, ma complicatissima anche solo da affrontare: la differenza che ho sempre percepito e sperimentato tra come l’amicizia è intesa e vissuta tra donne e come invece è intesa e vissuta tra uomini. Una questione di genere, dunque, che ovviamente si espone a ogni critica da parte del mondo LGBTQIA+, con tutte le infinite differenze ulteriori – oltre quella classica e binaria – che questo mondo rivendica. Una questione di genere, che per di più non è affatto considerata dallo stesso Bertollini nella sua Filosofia dell’amicizia. Dunque una questione che non volendo spingermi fino a qualificare «femminista» si potrebbe dire banalmente quasi personale. Lungi da me in effetti l’intenzione di volere imputare a questa Filosofia il fatto di essere «da maschi». Quello che più mi ha colpito e attratto in questo libro è stata invece proprio l’indifferenza quasi olimpica con cui l’autore e le sue ampie fonti riescono a trattare di amicizia senza minimamente mettere in conto la possibilità che tra uomini e donne non sia esattamente la stessa cosa. Sintomo preciso in proposito è che la stragrande quantità, se non la totalità, degli abbondanti esempi mitici, storici o letterari riportati in questo libro siano di amici, tra amici, non di amiche, tra amiche o tra amiche e amici. Unica eccezione: i riferimenti ai romanzi di successo firmati dal nome collettivo di Elena Ferrante, che Bertollini rievoca in alcuni passaggi del suo saggio. Mi sono chiesta se per caso questa non meditata indifferenza alle questioni di genere sia dipesa dalla stessa scelta, da parte di Bertollini, di Aristotele quale filosofo primo: quell’Aristotele nel cui pensiero, per quel che ne so, non si può trovare nulla che assomigli ad alcuna delle figure invece più sessualmente enigmatiche eppur decisive per tutto il pensiero dell’antecedente Platone. Basti pensare alla figura femminile di Diotima (non per nulla divenuta un riferimento cruciale di una parte del femminismo nostrano) che sorprende e zittisce in tema di amore la platea per lo più maschile. Basti pensare a quella «cena tra checche» (come – se non ricordo male – la chiamava Lacan) rievocata nello stesso Simposio. Basti pensare allo stesso personaggio di Socrate noto (fino a essere per ciò condannato a morte) quale «corruttore di giovani». Ma quel che più mi ha interessato della Filosofia dell’amicizia è che vi ho trovato di che comprendere meglio ciò che da un punto di vista maschile si può intendere e per lo più si intende per amicizia. Un’ottima premessa questa per poi eventualmente tornare a interrogarsi sull’enigma più interessante riguardo a cosa invece l’amicizia possa significare più propriamente da un punto di vista femminile. Fin dalle prime battute l’autore mi pare dimostri certezze decisamente «virili». Già dalle prime pagine il suo saggio non vuole saperne infatti del compito che a me non parrebbe affatto così disprezzabile: fornire qualche consiglio per il meglio comportarsi nei rapporti di amicizia. Capisco che così il rischio sarebbe di finire in chiacchiere da rotocalco rosa, ma non certo prossima alla mia sensibilità è l’alternativa praticata da Bertollini. Egli infatti si prende la responsabilità di voler rifuggire ogni «prescrizione» morale, nella convinzione di riuscire a offrire una «teoria il più possibile sistematica», tanto da riuscire a «descrivere» cosa implichi il fenomeno dell’amicizia per «la natura dell’animale umano». La tesi di fondo è che questo fenomeno consista in «un dispositivo comune di individuazione fatto di azioni e parole». Ove per individuazione (sulla scorta di riferimenti bibliografici quanto mai dotti e variegati che vanno dall’antichità alla psicanalisi) si intende quel processo di modificazione dinamica della realtà e del sé che inizia con lo stesso svezzamento dal seno materno e che nel caso dell’amicizia sarebbe favorito dalla frequentazione di altri sé, ossia «alter-ego». Un processo evidentemente tanto più intenso, tanto i più i soggetti amici si dimostrino individui non tanto in sé «compiuti» ma sicuramente dotati di una forte «agentività». Si sta dunque parlando di veri uomini, tutti d’un pezzo? Comunque sia – precisa Bertollini – capaci di rafforzare i loro legami anche passando per la prova del litigio e indipendentemente dai fini buoni o cattivi delle loro condotte condivise. Senza ovviamente qui neanche tentare di restituire la ricchezza e complessità intellettuale di questo libro (a volta esposto con caratteri differenziati, quasi fosse un brogliaccio di appunti) mi preme segnalarne alcuni passaggi nei quali meglio risulta quali sono i problemi che più coinvolgono l’autore. Da notare a esempio che egli senta di ritrovarsi nella incresciosa situazione del fatidico «asino di Buridano» (a rischio di morte perché incapace di decidere), di fronte a un dilemma comunque assai singolare: quello di non sapere quale livello di importanza riconoscere a quelle che per tradizione vengono considerate e variamente interpretate come le diverse condizioni soggettive dell’amicizia: la scelta (che la rende possibile), la prova (che la verifica) e la fiducia (che la stabilizza). A soluzione di questo dilemma viene escogitato uno schema geometrico in forma di poligono che costituisce una sorta di chiave di volta di tutto questo libro. È grazie a questo schematismo che Bertollini può inquadrare l’amicizia come «dispositivo» più che come relazione. Uno smarcamento che gli permette di rendere conto di una serie di sfumature di questo fenomeno altrimenti ineffabili come le amicizie episodiche, quelle che sfumano nell’erotismo o quelle celebrate per esempio nel film Amici miei di Monicelli il cui unico scopo sta nel confermare tra i loro protagonisti, eterni goliardi occasionali, l’illusione di potere resistere all’incedere degli anni. Qualcosa che ha strettamente a che fare con la politica dunque ma a cui l’amicizia in quanto tale non si fa ridurre fino in fondo conservando le proprie prerogative. Un ultimo passaggio che ha particolarmente sollecitato la mia attenzione è quello in cui, celebrando ancora una volta il genio di Aristotele, Bartollini gli riconosce il merito di avere stabilito che «il rapporto con gli amici è modellato su quello che abbiamo con noi stessi». Un’osservazione questa che potrebbe suonare quasi banale, se da ciò non se ne dovesse ricavare che per comprendere questo fenomeno bisogna allora distinguere tra l’uomo comune e l’uomo eccellente, perché solo quest’ultimo può essere in qualche misura «amico di se stesso», ossia «autocosciente». Ecco qui mi è parso di potere misurare tutta la mia distanza da questo modo di pensare in fondo meritocratico, per il quale per provare la vera amicizia occorre essere uomini autocoscienti e per ciò eccellenti.

14 gennaio 2022



Adriano Bertolini

Una delle maggiori soddisfazioni che un libro può procurare all’autore è una recensione negativa, o comunque critica, soprattutto se si tratta dell’opera prima di un emerito sconosciuto. Per questo motivo, sono sinceramente grato a Elisabetta Michielin che, oltre ad aver letto con attenzione il mio lavoro, ha deciso di scriverne, ritenendo che valesse la pena di dissentire da quanto ho sostenuto. Proprio per questo, vorrei rispondere ad alcune delle osservazioni critiche che mi sono state rivolte. Innanzi su tutto una questione di metodo, o, se si vuole, relativa al genere letterario. Una ricerca di filosofia è per sua natura distinta da un’opera di divulgazione. Se la seconda mira a esporre con chiarezza al grande pubblico risultati già acquisiti, la prima invece ambisce a produrre essa stessa dei risultati, a fornire pensieri e concetti con cui afferrare il fenomeno indagato. Questa diversa postura rende i libri di filosofia spesso difficili e complessi, ma ciò non vuol dire, come sostiene Michielin, che «la posta in gioco non è che per i filosofi di professione». Ciò che ho provato a fare è stato usare testi e riflessioni appartenenti a una lunga tradizione per descrivere, nel modo più chiaro possibile e senza cedere di un millimetro al vezzo dell’oscurità spesso caro ai filosofi, qualcosa di così importante ed enigmatico come l’amicizia. Dico descrivere non a caso: non sta a me dire se l’operazione è riuscita, ma l’obiettivo del lavoro era fornire una teoria dell’amicizia con cui cercare di comprenderla, non una precettistica, una serie di indicazioni pratiche al lettore su come comportarsi con i suoi amici, cosa che invece Michielin avrebbe gradito. Vi sono due ragioni per questa scelta. Per un fatto di umiltà, non credo di essere nella posizione di consigliare a qualcuno come agire. Per una questione di gusto, ritengo che le opere filosofiche più significative siano quelle che riducono al minimo l’elemento prescrittivo, limitandosi a fornire chiavi di lettura per mutare lo sguardo sulla realtà. Senza scadere nel campo della morale, che spesso è sinonimo di moralismo. La perplessità principale dell’autrice della recensione riguarda quella che lei chiama una «questione di genere», vale a dire la «differenza […] tra come l’amicizia è intesa e vissuta tra donne e come invece è intesa e vissuta tra uomini», questione che nel libro non viene affrontata. Non è però un’assenza per cui dover fare mea culpa, ma una scelta da rivendicare: la differenza tra l’amicizia maschile e femminile non è un problema filosofico ma, semmai, un problema empirico. Non sto negando che quella differenza ci sia, così come c’è tra l’amicizia greca e quella latina, tra l’amicizia degli europei e quella dei nativi americani, ecc. Il punto, però, è che una ricerca di antropologia filosofica dovrebbe tentare di individuare i nodi salienti, i tratti caratteristici del fenomeno indagato, al di là delle singole configurazioni. Ho quindi cercato di mettere in luce degli elementi che appartengono a ogni relazione amicale, a prescindere se riguardi uomini o donne. Per dirla in altri termini: l’obiettivo era far luce sulle condizioni di possibilità delle differenti relazioni, tralasciando quelle differenze in se stesse. Tra le altre cose, ho anche menzionato il genere come peculiarità in base alla quale possono prendere forma legami amicali, e tuttavia stabilire concretamente come ciò avvenga fa parte di un altro campo di indagine, un campo empirico. Ma la filosofia è una materia teorica e ho preferito non abbandonare i suoi confini. All’assenza di questa prospettiva di genere è legata l’ultima critica a cui rispondere. Filosofia dell’amicizia sarebbe, in fin dei conti, maschilista (non è questa la parola impiegata, ma è meglio chiamare le cose col loro nome). Nelle righe finali, Michielin definisce il mio come un «modo di pensare in fondo meritocratico, per il quale per provare la vera amicizia occorre essere uomini autocoscienti e per ciò eccellenti». Niente di più lontano dalla tesi del libro. Nel testo non viene mai utilizzata l’espressione «vera amicizia», così cara a una tradizione – quella sì maschilista – che vuole distinguere i rapporti superiori da quelli inferiori. Al contrario, molte difficoltà che ho incontrato nella ricerca – e di cui Michielin rende conto in modo impeccabile – sono dovute proprio alla volontà di non tralasciare nessun fenomeno bollandolo come meno degno o marginale. Non c’è vera amicizia, ma relazioni amicali con tonalità differenti. In secondo luogo, in più parti mi sono sforzato di confutare l’idea che l’amicizia richieda l’eccellenza, cioè la stravagante convinzione di molti classici secondo cui solo i buoni, i moralmente irreprensibili, potrebbero fregiarsi del titolo di amici. Nessuna celebrazione, dunque, del «genio di Aristotele»: solo il tentativo di criticarlo, dato che è lui uno dei principali sostenitori di questa tesi «meritocratica». Infine, la nozione di autocoscienza che figura all’interno di questo quadro non è la profonda – quasi metafisica – comprensione di sé del superuomo, ma qualcosa di ben più umile. È la capacità tipicamente umana di elaborare a parole i propri vissuti ed esperienze per dare un senso agli eventi. Operazione che sarebbe estremamente povera, oltre che noiosa, se a farla non ci aiutassero gli amici. E le amiche.

12 febbraio 2022


Immagine: Thomas Berra