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Altri codici: forme, governamentalità e nuovi attori della salute mentale italiana



Basaglia. Il dottore dei matti, graphic novel, di Andrea Laprovitera e Armando Miron Polacco (Becco giallo, 2021)

Gli anni successivi all'approvazione della legge 180 hanno coinciso con un profondo cambio di paradigma tecnico-amministrativo e politico-istituzionale, che ha sfaldato dall'interno i modelli di «inclusione», «partecipazione» e «diritti» nel cui orizzonte si erano sviluppate le prime esperienze pionieristiche di deistituzionalizzazione psichiatrica. Nel suo articolo, Riccardo Ierna ne analizza i rischi e gli sviluppi.  Se l’ancorarsi a vecchi schemi di lettura della realtà istituzionale, sociale e politica, è inutile per comprendere i fenomeni della salute mentale e della riabilitazione psicosociale, le sperimentazioni istituzionali con ambivalenti venature di progressismo ‒ la strategia della «recovery», degli esperti in supporto tra pari e l’integrazione sociosanitaria ‒ richiederebbero un maggiore approfondimento, considerando le voci critiche provenienti da altri contesti nazionali.

 

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La celebrazione o l’apologia s’ingegna di occultare i movimenti rivoluzionari nel corso della storia. A essa sta a cuore la fabbricazione di una continuità. Essa conferisce valore solo a quegli elementi dell’opera che sono già entrati a far parte del suo influsso postumo. Le sfuggono i punti in cui la tradizione si tronca, e quindi le asperità e gli spuntoni che offrono un appiglio a chi voglia spingersi aldilà di essa.

Walter Benjamin

 

                                                                                                    


Oggi provare a occuparsi di temi come la salute mentale e la riabilitazione psicosociale nel nostro paese ci espone ad un duplice rischio: quello di dare per scontate delle cose che sembrano ormai acquisite e che invece non sono mai realmente date e quello di ancorarsi a vecchi schemi di lettura della realtà istituzionale, sociale e politica ormai del tutto inservibili per comprendere i fenomeni che la riguardano. Se si pensa infatti all’evoluzione/involuzione dei servizi pubblici territoriali, all’aumento della domanda psichiatrica in termini di sovradiagnosi, al progressivo allargamento del disagio mentale in diversi contesti istituzionali (scuola, ambiente di lavoro, carcere) e sociali (famiglia, gruppi sociali, social network) e al profondo cambiamento dei modi e delle forme dell’ammalarsi psichicamente negli ultimi quarant’anni, ci rendiamo conto di come il nostro lavoro oggi non consista più solamente nell’individuare e contrastare la violenza psichiatrica nelle sue vecchie riproduzioni istituzionali che refluiscono nelle pratiche della contenzione, della custodia, dell’abuso farmacologico, della spersonalizzazione del vissuto traumatico, della marginalizzazione e dell’esclusione sociale; ma nel cercare di comprendere, piuttosto, le nuove forme governamentali del suo potere contemporaneo innervato in tutti quei dispositivi di ingegneria sociale, gestione aziendale e manageriale dei servizi, che affollano la programmazione delle linee guida ministeriali sul rapporto tra enti pubblici e Terzo settore. Mi riferisco cioè a tutto ciò che oggi comunemente chiamiamo riabilitazione, partecipazione, inclusione, salute pubblica, salute mentale. Questo ragionamento si inquadra nel solco di una analisi già tracciata da Franco Basaglia[1] e Robert Castel[2] e affrontata da prospettive diverse anche da Michel Foucault[3] sulle cosiddette «istituzioni della tolleranza»[4], cioè le nuove istituzioni di gestione della salute mentale pubblica nel passaggio dalla fase capitalistica degli anni ʼ60 e ʼ70 al capitalismo contemporaneo[5]. Sono convinto infatti che è in queste nuove articolazioni politico-istituzionali, in questi nuovi dispositivi di gestione dell’improduttività della nuova utenza dei servizi, che si cela la vera questione psichiatrica. Un malato/utente artificiale, costruito oggi sulle orme di una nuova governamentalità globale che richiede all’individuo la capacità di essere protagonista della sua vita, di sviluppare empowerment, diacquisire competenze e abilità[6], di partecipare e accreditarsi come esperto della sua malattia, ma di farlo attraverso un processo paradossale di professionalizzazione della sua «expertise» come fruitore e manutentore dei servizi che lo prendono in carico[7]. E qui si coglie perfettamente il passaggio dalla vecchia cultura del risarcimento del danno, che caratterizzava il lavoro degli operatori nell’epoca post-manicomiale[8], alla nuova cultura dei diritti del consumatore in cui il nuovo paziente è contemporaneamente utente, fruitore e in alcuni casi cogestore del servizio[9].

Oggi per comprendere meglio questo cambio di paradigma tecnico-amministrativo e politico-istituzionale, credo che dovremmo cercare di capire più in profondità come si declinano i temi della partecipazione e del diritto di cittadinanza delle persone con disturbo mentale in rapporto alle istituzioni. Cercare di indagare la forma o le forme del loro esercizio in una fase caratterizzata da un welfare completamente destrutturato[10], da un «ritiro privatistico dalla cittadinanza»[11], dalla crisi della politica culminata nel ritiro e nella delega delle amministrazioni locali nel governo dei servizi e dalla sempre più crescente iperspecializzazione e spoliticizzazione delle corporazioni professionali nei loro ambiti disciplinari. Dal mio piccolo osservatorio di esperienza pratica e di ricerca nelle istituzioni di questi ultimi vent’anni posso affermare, senza timore di smentita, che nella salute mentale italiana assistiamo da tempo all’emergere di due modelli istituzionali coesistenti e coerenti con l’evoluzione in senso neoliberale del nostro paese: il primo maggiormente dominante è quello aziendale/manageriale che sta destrutturando i dipartimenti di salute mentale, medicalizzando e sanitarizzando i servizi, depauperando e dequalificando il personale curante e abolendo tutte le forme di prevenzione secondaria e terziaria del disturbo[12]. Un dispositivo tecnico-amministrativo che ha ridotto progressivamente la prevenzione primaria alla diagnosi precoce di disturbi spesso sovradimensionati, la cura ad un proiettile biologico che dovrebbe colpire in modo sempre più preciso il sintomo-bersaglio di una «malattia organica» di cui non si conosce ancora l’eziologia, e la riabilitazione a una vera e propria forma di assistenzialismo erogabile direttamente dal servizio.  

Il secondo modello consiste nella creazione di una serie di dispositivi che io definisco di «cittadinanza diminuita». Pensiamo alla Recovery[13]‒ un termine di difficile traduzione che fa riferimento al «recupero», alla «ripresa», ovvero al «raggiungimento di una buona qualità di vita nonostante la malattia» ‒ a questo concetto ormai cosi inflazionato e utilizzato oggi in tutte le forme organizzative e istituzionali della salute mentale italiana. Un concetto di matrice anglosassone che abbiamo ereditato dall’evoluzione di welfare moderni consolidatesi già a partire dai primi anni ʼ70 in paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Pensiamo all’evoluzione e alla fortuna che ha avuto questo concetto anche in Italia, ma con esperienze pratiche di sperimentazione nei servizi[14] solo a partire dalla prima decade degli anni duemila e dunque con un ritardo piuttosto cospicuo rispetto alle prime esperienze istituzionali avviatesi in quei paesi nei primi anni ʼ90. Pensiamo alla sua applicazione in un paese come l’Italia molto avanzato sul piano della riforma psichiatrica, ma fortemente arretrato sul piano amministrativo e burocratico-istituzionale. Pensiamolo soprattutto oggi in un’epoca di piena aziendalizzazione, autonomia regionale e destrutturazione del servizio sanitario nazionale[15].

Osserviamo, soprattutto, come queste nuove forme di partecipazione dell’utenza nei servizi, si esprimano spesso in modo esclusivo e contraddittorio come diritto individuale al riconoscimento della propria malattia, diritto ad avere voce, diritto a fare front-office e accoglienza nei servizi, diritto a professionalizzarsi come esperti portatori di sofferenza mentale e di supporto tra pari[16], diritto ad associarsi e cooperare come promotori e financo cogestori di un servizio. Ma chi dirige e coordina concretamente questa filiera del diritto civile? I dirigenti aziendali, gli psichiatri e gli operatori (psicologi, assistenti sociali, educatori, terp, infermieri). E dunque non sembra essere mutato nella sostanza, quel rapporto di forza che costituiva forse il nodo più problematico nel dibattito interno al movimento antistituzionale sul riemergere dell’autorità latente del potere psichiatrico[17], sull’autodeterminazione del nuovo utente dei servizi, nel suo percorso di autonomia e di uscita dalla tutela istituzionale.

Se potessimo definire meglio dal punto di vista costituzionale ciò che caratterizza oggi questo scenario istituzionale, dovremmo forse parlare di un diritto civile diminuito che, in sostanza, rischia di identificare il diritto di cittadinanza con l’acquisizione di un nuovo status sociale funzionale alla riproduzione istituzionale o all’ideologia manageriale o retorico/monumentale di qualche dirigente aziendale. Un diritto civile che non dà reale potere negoziale, non dà potere decisionale[18], non sposta alcun equilibrio politico-istituzionale e non sovverte rapporti di forza consolidati all’interno dei servizi e delle politiche sanitarie: in sostanza un non-diritto. Si potrebbe dire un po’ provocatoriamente che in questi ultimi vent’anni, l’enfasi posta dagli organismi istituzionali e dalle società scientifiche per il raggiungimento di questo avanzamento democratico sul piano dei diritti civili, rischia di occultare la grande questione dei diritti sociali che oggi sono quelli maggiormente negati e azzerati nelle agende del governo sul futuro delle politiche pubbliche. Si fa un gran parlare di inclusione, protagonismo, di recovery, di diritti di cittadinanza ma non si comprende che tutti questi dispositivi linguistici e giuridico-istituzionali in realtà sono già un mezzo del potere medico-politico per depotenziare gli effetti della loro esigibilità ed estromettere le soggettività dai veri processi decisionali che le riguardano. In Gran Bretagna[19] già da dieci anni, si levano voci critiche sia tra gli utenti esperti (survivors) che tra gli operatori, sulle disfunzionalità della recovery come dispositivo di innesco e favoreggiamento di politiche neoliberali di sussunzione della marginalità psichiatrica e di spoliticizzazione di temi come la salute mentale pubblica, i determinanti sociali e le disuguaglianze di accesso e fruizione dei servizi. Ma queste voci e queste analisi sono pressoché sconosciute nel nostro paese. Paghiamo un ritardo piuttosto considerevole rispetto al mondo anglosassone in cui dopo anni è stato possibile formulare alcuni bilanci sull’esperienza della recovery nei servizi territoriali di quei paesi in cui era già in crisi la stessa cultura neoliberale[20]

A questo punto come operatori dovremmo chiederci cosa resta da fare a livello istituzionale di fronte a questo quadro piuttosto desolante. Come uscire dall’impasse di una salute mentale italiana ormai asservita e funzionale alle logiche neoliberali di gestione della salute e di una psichiatria italiana che parla lo stesso linguaggio imponendo una visione medicalizzata della politica sanitaria, cioè della prevenzione?[21] Come confrontarsi con una psichiatria che algoritmicamente propone in futuro di curare la sofferenza mentale attraverso l’effetto combinato dell’intelligenza artificiale (AI), delle discipline cognitivo-comportamentali e delle neuroscienze in modo da realizzare «percorsi di prevenzione, diagnosi, gestione e cura di tutti i cittadini?».[22]

Franco Rotelli, poco prima di morire, in un dialogo-conversazione con Giovanna Gallio e Benedetto Saraceno[23] ha affermato che la psichiatria è irriformabile dall’interno, che il ruolo degli psichiatri è ormai residuale nella gestione dei servizi psichiatrici pubblici e che la salute mentale come campo di sperimentazione, che lui individua nel soggetto collettivo dell’impresa sociale, è la chiave per uscire dall’impasse, assieme al fare delle buone politiche pubbliche. Questa visione non mi trova sostanzialmente d’accordo per almeno tre aspetti che proverò ad argomentare e a portare come spunti di riflessione a conclusione di questo contributo.

Il primo aspetto è che la salute mentale, come ho cercato di mostrare finora, è oggi un campo fortemente ambiguo e sfaccettato. Molti dei suoi dispositivi, come abbiamo visto, sono stati acquisiti o prodotti dalle nuove forme governamentali di controllo-gestione della salute delle popolazioni e dell’improduttività della nuova utenza psichiatrica. Le politiche neoliberali hanno fortemente indirizzato questi dispositivi in senso depauperativo, agevolate dalla crisi del Terzo settore e dall’avanzamento di forme privatistiche e lobbystiche di associazionismo, di cooperazione e di impresa. Questo aspetto, evidenziato già nei lavori di Ota de Leonardis[24] e risalenti ormai alla fine degli anni ʼ90, non è stato ancora adeguatamente esplorato e problematizzato in rapporto alle pratiche nei servizi di salute mentale[25].

Il secondo aspetto riguarda un nodo che Rotelli non approfondisce nel suo discorso, se non attraverso un breve accenno alla collaborazione che l’impresa sociale dovrebbe mantenere con l’università e che è quello del rapporto tra psichiatria/salute mentale e mondo accademico. L’irriformabilità della psichiatria dall’interno delle sue istituzioni è oggi infatti un fatto generalmente acquisito, anche grazie a un errore strategico fondamentale commesso dagli eredi del movimento antistituzionale. Quello cioè di non aver insistito e lavorato adeguatamente per mantenere una dialettica con il mondo accademico e con il movimento studentesco. La formazione dei futuri operatori, infatti, è oggi completamente in mano all’università e alle sue logiche di produzione di un certo consenso sul modo di intendere e di trasmettere il sapere medico/psichiatrico. Uno studente di medicina esce oggi dall’università con una dotazione di strumenti conoscitivi che sono totalmente inservibili o comunque insufficienti per affrontare la pratica psichiatrica nelle istituzioni e il rapporto con l’utenza. L’insegnamento della medicina e della psichiatria dopo duecento anni sono rimasti sostanzialmente gli stessi sia a livello metodologico che epistemologico. Io credo che sia tempo di riavviare un rapporto dialettico tra prassi nei servizi, comunità e mondo accademico. Questo renderebbe forse meno irriformabile dall’interno una disciplina come la psichiatria, contaminandola di esperienze, saperi e soggetti diversi. Questa contaminazione, che potrebbe avvalersi anche dell’apporto teorico di altre scienze umane e di processi di socializzazione del sapere esperienziale di queste nuove soggettività emergenti dallo stesso mondo accademico, dal mondo del lavoro o da altri gruppi sociali che si occupano concretamente di questi temi, potrebbe dar luogo, a mio avviso, a un vero e proprio processo di rifondazione epistemologica della medicina. Tutto ciò permetterebbe forse di recuperare la funzione dell’operatore come mediatore sociale di un sapere condiviso e non più esclusivamente settoriale e specialistico e di restituire alle persone con disturbo mentale quei diritti sociali e civili, non in quanto utenti psichiatrici, ma come attori sociali e soggetti attivi di questa rifondazione epistemologica. Mi pare però anche che si debba fare i conti oggi con il fatto, che la questione epistemologica relativa alla medicina sia stata completamente sottovalutata e ignorata dopo Basaglia, in favore di un pragmatismo manageriale e «del fare politica allo stesso modo dei politici»[26] anche da parte di chi si definiva continuatore delle idee dello psichiatra veneziano, segnando una vera e propria discontinuità rispetto all’esperienza basagliana.

Infine l’ultimo aspetto riguarda il fatto che negli ultimi anni si intravede nella realtà italiana, nonostante politiche pubbliche fortemente condizionate in senso neoliberale, una spinta che viene direttamente dalla destrutturazione del welfare, cioè dalla cittadinanza nei luoghi del suo agire quotidiano e che riannoda tessuti sociali, ricompone uno spazio pubblico, propone forme di autogestione e autodeterminazione locale inedite, come gli ambulatori popolari, nella gestione dei problemi di salute e di disagio diffuso e non più legate ai movimenti di deistituzionalizzazione degli anni ʼ70 e ʼ80. Oppure attraverso nuove forme di aggregazione sociale come i laboratori urbani, di riuso dei beni confiscati alle mafie o abbandonati e di iniziativa imprenditoriale[27], non ancora colonizzate dalla vecchia idea di impresa sociale come auspicato da Rotelli. Perché in fondo anche nel suo ultimo dialogo con la Gallio e Saraceno sul futuro delle politiche di salute mentale[28], la contraddizione rimane sempre la stessa: Rotelli ricusa giustamente la psichiatria e gli psichiatri parlando di una salute mentale che debba uscire da un servizio pubblico ormai residuale, ma allo stesso tempo permane la tendenza a egemonizzare il discorso, a raccogliere e a indirizzare qualunque nuova iniziativa nata in altri contesti, sulla scorta di un’esperienza (quella dell’impresa sociale) che egli ha costruito come psichiatra proprio a partire dal suo ruolo di direttore di un dipartimento di salute mentale: quello triestino. Invece, per quanto contraddittori e ambigui, questi nuovi movimenti sociali, che usano altri codici[29] e che non sono legati strutturalmente all’eredità politica e ideologica dell’istituzione inventata[30], potrebbero contaminare il servizio pubblico rendendosi nuovi interlocutori attivi del suo operato, ma non più dalla vecchia posizione di ex dirigenti, operatori del settore o rappresentanti dell’utenza psichiatrica, ma da nuova cittadinanza attiva e consapevole che la salute mentale è un bene comune che riguarda tutti. Una salute mentale finalmente decolonizzata dagli psichiatri e dagli operatori, una cittadinanza più forte e consapevole dei propri diritti sociali e civili, come forse Franco Basaglia immaginava pensando di riutilizzare le vecchie Case del popolo abbandonate[31]in alternativa ai centri di salute mentale, come veri avamposti di una nuova coscienza civile.

In un carteggio inedito del 1973 con la redazione del Manifesto, uscito recentemente sulla rivista «Gli Asini»[32], Basaglia così si esprime alla fine delle sue considerazioni in merito alla crisi del giornale, su cui era stato richiesto un suo parere:

«Non credo che il problema del vostro quotidiano si riduca al problema formale del linguaggio: il linguaggio è espressione di ciò che siamo (e questo vale anche per me ovviamente) e di quali legami abbiamo con gli utenti del nostro servizio. Il rischio è di essere sempre all’interno della nostra logica di origine, dove i servizi sono organizzati da noi e per noi, e non dagli utenti e per gli utenti. In questo modo resteremmo sempre chiusi nel nostro ruolo di produttori di ideologie, con l’illusione di procedere nella direzione opposta».

Mi pare questa una considerazione molto importante, che si muove trasversalmente lungo tutta l’analisi che ho cercato di portare finora. Forse il vero problema della crisi e del fallimento di un’egemonia storica, seppur minoritaria, è tutto qui: continuare a pensare di leggere la realtà del presente interpretandola con i vecchi codici del passato, mentre altri codici nel frattempo emergevano e continuano a emergere dal sociale. Dobbiamo imparare a decifrare e a comprendere questi nuovi codici sociali senza la pretesa di imporre ciò che già conosciamo, perché possono dirci molto sul futuro della salute mentale e della società italiana. 

 



Note

[1] F. Basaglia, Lettera da New York. Il malato artificiale, in «Libri nuovi», Einaudi, Torino 1969.

[2] R. Castel, La société psychiatrique avancée. Le modèle américain, Grasset, Paris 1979 e R. Castel, La gestion des risques. De l’anti-psychiatrie à l’aprés-psychanalyse, Les Editions de Minuit, Paris 1981.

[3] M. Foucault, Il potere psichiatrico. Corso al Collége de France (1973-1974), Feltrinelli, Milano 2004.

[4] F. Basaglia, Le istituzioni della violenza e le istituzioni della tolleranza, in Scritti, vol. II 1968-1980, Einaudi, Torino 1982, pp. 80-86.

[5] Mark Fisher definisce «realismo capitalista» l’incapacità generalizzata di concepire un sistema produttivo, politico e sociale che sia diverso da quello attuale. Si veda: M. Fischer, Realismo capitalista, Produzioni Nero, Roma 2018.

[6] Su questo tema Cfr. R. Castel, Un aggiornamento sul governo psy degli individui (1981-2011), in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano 2023, pp. 129-141.

[7] Per un approfondimento si veda: R. Ierna, Cittadinanza, politica e privatismo: verso una professionalizzazione del sociale? in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano pp. 43-46.

[8] Il degente che usciva dal manicomio e che era stato spogliato di ogni diritto civile e materiale, doveva essere in qualche modo «risarcito» dei danni che l’istituzione totale gli aveva cagionato, per poter rientrare nel contratto sociale e uscire dalla sola «tutela psichiatrica».

[9] Il ruolo di potere degli psichiatri, che sembra in questa fase agire sullo sfondo di un processo apparentemente emancipatorio dell’utenza, rimane sostanzialmente invariato. L’utente è un fruitore, consumatore e (in alcuni casi) manutentore di un servizio gestito dagli operatori e coordinato dallo psichiatra che lo tiene in carico. Lo psichiatra mantiene l’ultima parola sul percorso dell’utente, sulla terapia farmacologica, sulle sue scelte (lavorative ed esistenziali), sulle eventuali controversie in merito allo sviluppo o all’involuzione del suo percorso progettuale.

[10] Si veda: a cura di C. Giorgi, Welfare. Attualità e prospettive, Carocci Editore, Roma 2022.

[11] J. Habermas, Citizenship and National Identity: Some Reflections on the Future of Europe: «Praxis International», 12, 1992, p. 11.

[12] Consistenti nella pratica diffusa e frequente dell’assistenza domiciliare, nelle cure di prossimità, nei percorsi psicoterapeutici mirati e integrati nel servizio e nell’articolazione di opportunità abitative e occupazionali nel mercato del lavoro.

[13] Su alcune esperienze di recovery nel contesto italiano si veda: A. Maone, B. D’Avanzo, Recovery: nuovi paradigmi per la salute mentale, Raffaello Cortina, Milano 2015 e F. Lucchi (a cura di), Coproduzione e recovery. Un progetto presso i Servizi di salute mentale della provincia di Brescia, Erikson, Trento 2017.

[14] Si veda in particolare: R. De Stefani, E. Stanchina, Gli UFE. Utenti e familiari esperti. Un nuovo approccio per la salute mentale, Erikson, Trento 2010 ed E. Stanchina, La partecipazione di utenti e familiari nella salute mentale, Erikson, Trento 2014.

[15] Ho provato ad approfondire questi temi in: R. Ierna, Attualità e contraddizioni della via italiana al dopo riforma, in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano 2023, pp. 38-49.

[16] Recentemente nel nostro paese sono in corso diversi tentativi da parte di gruppi e realtà associative (soprattutto nell’area dell’Emilia Romagna) di promuovere la costituzione di un’associazione professionale degli ESP (Esperti in Supporto tra Pari), a tutela della figura dell’Esp e del suo lavoro.

[17] Sul concetto di autorità latente si veda: F. Basaglia, Riunione franco-italiana di Courchevel. Psicoterapia istituzionale e comunità terapeutica. In parte inedito – Gorizia 1967 e M. Jones, La psichiatria nell’ambiente sociale, Il Saggiatore, Milano 1974.

[18] Diana Rose, utente, attivista e ricercatrice britannica cosi si esprime in proposito: «Per quanto gli obiettivi della recovery siano intesi come “personali”, certi obiettivi non sono permessi. Tu non puoi decidere di stare a letto per un mese», Cfr. D. Rose, Mainstreaming of Recovery, “Journal of Mental Health”, 23, 2014, pp. 217-218.

[19] Cfr. B. McWade, Recovery-as-policy as a Form of Neoliberal State Making, «Intersectionalities: a Global Journal of Social Work Analysis, Research, Polity, and Practice», 3, 2016, pp. 62-81, https://journals.library.mun.ca/ojs/ index.php/IJ/article/view/1602/1331 e op. cit. D. Rose, 2014. Si veda inoltre su questi temi: L. Negrogno, Verso una politica collettiva della cura, in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano, pp. 26-37.

[20] Sulla crisi della società neoliberale si veda un interessante articolo del sociologo Paolo Gerbaudo, uscito nel 2021 e disponibile qui: https://legrandcontinent.eu/it/2021/07/21/dopo-la-pandemia-il-neo-statalismo-prende-il-posto-del-neo-liberismo/.

[21] Già trent’anni fa lo psichiatra Carlo Manuali aveva previsto questa deriva politico-istituzionale: Cfr. C. Manuali, Verso una medicalizzazione della politica, in «Annali di neurologia e psichiatria», Anno XCII, fasc. 1, 1998, pp. 101-109. In realtà ancora prima ne aveva parlato Giulio Maccacaro, medico, biometrista e tra i fondatori di Medicina Democratica. Cfr. G. Maccacaro, Classe e salute, in A.A.V.V., «la salute in fabbrica. Vol. I», Savelli, Milano 1974, p. 28-30.

[22] Sull’influenza dell’era digitale sulla psichiatria contemporanea si veda: M. Bertani, Appunti per una genealogia del digitale in psichiatria, in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano 2023, pp. 198-215.

[23] B. Saraceno, G. Gallio , Il futuro delle politiche di salute mentale nell’ultimo dialogo con Franco Rotelli in «Aut Aut». 399, Il Saggiatore, Milano 2023, pp. 170-195.

[24] Cfr. O. de Leonardis, I welfare mix. Privatismo e sfera pubblica, «Stato e mercato», 46, 1996, pp. 51-75; Id., Declino della sfera pubblica e privatismo, «Rassegna Italiana di Sociologia», 38, 1997; Id., In un diverso welfare, Feltrinelli, Milano 1998.

[25] Con l’unica eccezione di un volume pubblicato nel 2019 e ancora poco pubblicizzato, che traccia un primo bilancio di alcune esperienze di salute mentale maturate nell’ambito del lavoro riabilitativo del Centro diurno gestito dalla Cooperativa «Progetto Popolare» di Martina Franca. Si veda: a cura di P. Di Vittorio e B. Cavagnero, Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia, Franco Angeli, Milano 2019.

[26] La frase è di Carlo Manuali. Cfr. C. Manuali, Chiusura dell’O.P. e prospettive di una scienza nuova, in Carlo Manuali, 1993-2003, Scritti, «Dossier Salute! Umbria», Anno II, n. 3, Perugia, 2003, p. 49.

[27] Su questo tema rimando a: R. Ierna, Quale salute mentale? Una questione aperta, in «Aut Aut» n. 398, Il Saggiatore, Milano, pp. 46-49.

[28] Saraceno B, Gallio G., Il futuro delle politiche di salute mentale nell’ultimo dialogo con Franco Rotelli in Aut Aut. 399, Il Saggiatore, Milano, 2023, pp. 170-195.

[29] A. Melucci, Atri codici. Aree di movimento nella metropoli, Il Mulino, Bologna 1984.

[30] F. Rotelli (a cura di), L’istituzione inventata/Almanacco Trieste 1971-2010, Alphabeta Verlag, Trieste 2015.

[31] L’episodio è citato da Giovanna Gallio sempre in: B. Saraceno, G. Gallio , Il futuro delle politiche di salute mentale nell’ultimo dialogo con Franco Rotelli in «Aut Aut» n. 399, Il Saggiatore, Milano 2023, pp. 170-195.

[32] Il carteggio inedito Basaglia-Manifesto, pubblicato grazie alla concessione da parte dell’Archivio Basaglia, è reperibile qui: https://gliasinirivista.org/inedito-basaglia-carteggio-il-manifesto-basaglia-1973/.



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Riccardo Ierna è psicologo e psicoterapeuta gruppo-analista. Da anni impegnato in progetti di riabilitazione e salute mentale nell'ambito dell'associazionismo, della cooperazione e dell'impresa sociale. Attualmente vive e lavora in Puglia, dove coordina le attività riabilitative del Centro diurno sperimentale pubblico «Marco Cavallo» di Latiano nel brindisino. Si occupa inoltre da più di vent'anni di ricerca sulla storia della psichiatria alternativa e della medicina critica in Italia.

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