Alfonso Leonetti




Quando ad Alfonso Leonetti vengono comunicate le prime «misure disciplinari» egli ha da poco sostenuto, riferendosi al discorso di Togliatti nel corso della riunione dell’Ufficio politico del PCd’I, che non si era «mai visto un documento più confuso», segno di «regresso politico e ideologico», che «combatte deviazioni che non esistono e non quelle che esistono» sostituendo al processo rivoluzionario «atti di estetismo e processo mentale piccolo-borghese». Siamo nel gennaio del 1930 e Togliatti ha appena pronunciato un vibrato appello a favore della «svolta», cioè di quell’indirizzo strategico che la III Internazionale ha imposto a tutti i partiti comunisti e che segnala, in seguito alla catastrofica crisi economica mondiale del ’29, l’apertura di una fase rivoluzionaria, preludio dell’abbattimento del sistema. «In Italia – scrive Togliatti - oggi noi vediamo venire a maturazione gli elementi di una situazione rivoluzionaria acuta […] la crisi italiana deve inesorabilmente approfondirsi perché le posizioni intermedie scompaiono, perché la crisi procede sopra una linea di differenziazione di classe rigorosa». Non era questa la situazione reale nel paese per Silone e i per i cosiddetti «tre» (Leonetti, Tresso e Ravazzoli). Essi, pur rilevando la profondità della crisi borghese-capitalistica, invitavano alla prudenza, sostenendo che, in relazione all’Italia fascista, non si era di fronte a una «catastrofe imminente» ma a una «tendenza» e che pertanto il partito (nel 1930 del tutto illegale e ridotto ai quadri dirigenti emigrati all’estero e a una tenace ma esile rete organizzazione clandestina in Italia) doveva guidare gli eventi – certo rivoluzionari ma «sporadici» - senza però «portarsi più avanti di essi». Sfumature semantiche, indicazioni tattiche che nella sinistra di classe segnalano spesso opzioni radicalmente diverse. Pochi anni dopo Leonetti – che intanto aveva preso contatti con l’opposizione trockista a Parigi - venne espulso dal PCd’I. Iniziava così per questo tipico esponente novecentesco di «rivoluzionario di professione» un nuovo percorso politico ed esistenziale.


Alfonso Leonetti era nato in Puglia, ad Andria, nel 1895. La famiglia è povera, la tubercolosi uccide il padre, la madre e quattro sorelle. L’affermazione marxiana secondo cui la coscienza matura nelle condizioni materiali dell’essere sociale è incisa a fuoco nel processo di formazione di classe di migliaia di giovani che si avvicinano al socialismo come atto di ribellione e rifiuto della miseria e della fame. Si iscrive a 18 anni alla Federazione giovanile socialista e comincia una lunga e non più interrotta fase di attivismo politico, prevalentemente svolta sul terreno del giornalismo militante. Ama scrivere, leggere, studiare, estendere il più possibile l’intelligenza delle cose. Darwin, Campanella, Bakunin (le cui opera nel Sud Itala circolava in quegli anni assai più del Manifesto di Marx) sono testi impostanti di una costruzione intellettuale costantemente intrecciata con il conflitto sociale. È a fianco dei braccianti pugliesi e delle loro lotte, caratterizzate da una particolare radicalità e ne scrive su «La Ragione» di Barletta, su «Il Socialista» diretto da Bordiga, sull’«Avanti!». Non sono infrequenti in questi primi scritti toni duramente anticlericali (molto più contenuti nel socialismo del Nord Italia) in ragione delle posizione oscurantista della Chiesa di cui denuncia le «lascive laidezze» e gli «istinti sozzi e malvagi» della «nera canaglia». Leonetti crede nella Ragione, ha una visione monistica che vede l’uomo come «prodotto di natura» e la scienza come strumento educativo di affrancamento dalla miseria materiale e morale. Quando si parla di positivismo in Italia, ancora oggi, si usa spesso accompagnarlo al termine «ingenuo», senza comprendere che il tentativo di descrizione «scientifica» dello stato delle cose, sul terreno del politico, indica il tentativo realistico di deideologizzazione della narrazione egemone. Del resto siamo il paese che si è inchinato per decenni alle scemenze crociane sulla scienza e dove il positivismo si è scontrato contro l’egemonia fascio-liberale intrisa di idealismo e antiscientismo. La ratio di Leonetti è al servizio di una battaglia contro questo blocco egemone, in nome di una «ragion pratica» ad alto tasso di politicità che rigetta ogni scissione tra idee e prassi.


Alfonso intanto sbarca il lunario facendo l’istitutore. Trova lavoro a Lodi e a Lovere, si trasferisce al Nord e continua in modo più sporadico a collaborare alla stampa socialista. Nel 1918 è a Torino, dopo aver ottenuto un posto all’Istituto Ugo Foscolo. La «Pietrogrado italiana» è in piena ebollizione. 500 mila abitanti di cui almeno 150 mila operai impiegati nelle fabbriche, tra cui spicca ovviamente la fordista FIAT. Una composizione tecnica che aveva già attirato nel 1911 Gramsci a Torino, città in cui, come scrisse nel 1918, «l’attività capitalistica vi pulsa col fragore immane di officine ciclopiche che addensano in poche migliaia di metri quadrati diecine e diecine di migliaia di proletari». Nel ’17 c’è l’incontro tra Leonetti e Gramsci preludio di un’amicizia politica interrotta solo dall’arresto del dirigente sardo. I due si frequentano nella sede del giornale l’«Avanti!» e «L’Ordine Nuovo», fanno camminate pomeridiane sulla riva del Po «occasione di lunghe dispute qualche volta assai aspre», come ha ricordato Leonetti nella sua autobiografia, Un comunista, edita da Feltrinelli nel 1977. Collaboratrice del rivoluzionario sardo è Pia Carena - che di Leonetti diverrà compagna di vita. Carena è traduttrice, correttrice e svolgerà per tutta la vita un lavoro straordinario nella stampa socialista e comunista. Leonetti scrive articoli per il «Grido del popolo» e condivide con i giovani socialisti concentratisi a Torino – tra cui Togliatti, Terracini, Tasca - l’insofferenza verso il gradualismo turatiano e il verbalismo dei massimalisti. Sono gli uomini che daranno vita con Gramsci a «L’Ordine nuovo» che nasce per gettare le basi della rivoluzione che a partire dalle «cellule» dei Consigli di fabbrica sarebbe dovuta dilagare in Italia, uno degli «anelli deboli», come aveva detto lo stesso Lenin, del sistema capitalistico-borghese. «Solo costruendo i Consigli operai fin da ora, noi avremo preparato l’avvento del socialismo e il terreno favorevole per la dittatura del proletariato», scrive Leonetti in «All’alba dell’Ordine Nuovo» nel marzo del ’19. Bisognava trasformare le commissioni interne in Consigli (da qui sorgerà l’accusa di «sindacalismo» mossa da Bordiga agli ordinovisti), e dagli stessi Consigli far dipendere le eventuali candidature dei deputati. Leonetti, teso nella lettura di un presente in rapidissima trasformazione, sente la necessità di gettare lo sguardo oltre i confini torinesi. Osserva i contrasti «oggettivi» tra gli obiettivi dei contadini miseri del sud e il proletariato delle grandi fabbriche; segue la nascita del Partito cattolico di Sturzo e coglie appieno la sua radice popolare e la possibile attrattiva che esso avrebbe potuto esercitare sulle masse. Soprattutto partecipa a quell’eccezionale evento rappresentato dall’occupazione delle fabbriche nel 1920. Non sarà il preludio della rivoluzione nazionale, ma certo è un momento di «grande spavento» per il padronato e sarà (anche) a partire dall’interpretazione di quella fase (e di quella sconfitta) che si arriverà alla frattura del 1921, oggi riletta in chiave di «disastro», come se un’istanza separatista fondata sul movimento reale di massa non acquisti di per sé piena legittimità e cogenza. Per Leonetti fu certo una «rivoluziona mancata» da addebitare al riformismo e ai tentennamenti sindacali che egli osserva da Milano, dove per «L’Ordine Novo» segue i conflitti che agitavano le fabbriche e la società lombarda. Scriverà: «a Torino avevo appreso come nasce e come si organizza la rivoluzione; a Milano conobbi come la rivoluzione può essere affossata».

È importante preparare una nuova «casa politica» al proletariato italiano, e tale sarà il motivo di fondo della nascita del Partito Comunista d’Italia nel ’21. Esso, scrive Leonetti «deve essere il partito dirigente della classe operaia» e dare alle masse «capacità rivoluzionaria». Un programma leninista, l’idea del partito come tattica e della classe come strategia, anticipando l’icastica definizione operaista degli anni Sessanta. Nel periodo 1921-1923 Leonetti è un militante pienamente maturo politicamente e intellettualmente. Era cresciuto nell’ambiente gramsciano a contatto con la classe operaia più radicalizzata d’Italia e questo «bagaglio», insieme alle sue origini meridionali, a un radicalismo maturato fin dagli esordi a fianco dei braccianti del Sud, trovava ora un perfetto inserimento nella strategia del nuovo partito uscito da Livorno. Scrive nel «L’Ordine Nuovo» del 1922: «Fino a quando non avremo abolito la proprietà privata e trasformato perciò i mezzi di produzione, la popolazione del Mezzogiorno non potrà avviarsi verso alcuna forma di sua elevazione». Con il termine «elevazione» - che oggi può suonare obsoleto – si indica tanto l’«innalzamento» del popolo dalle infime condizioni materiali , evidenziate soprattutto dai lavoratori delle campagne italiane, quanto l’esigenza di una nuova e autonoma configurazione spirituale e morale del proletariato . Un compito «pedagogico» che il partito di classe novecentesco assume come prioritario. Verso i compagni socialisti Leonetti cerca di mantenere contatti attraverso la definizione di un programma di azione comune contro le aggressioni fasciste poiché «gli interessi e la vita della classe operaia e contadina si difendono sulla piazza dove essa è aggredita da bande armate». Critica pertanto l’attesismo di Bordiga e partecipa al processo di formazione del nuovo gruppo dirigente, conducendo a fianco di Gramsci la lotta che porterà all’esclusione del leader napoletano con cui, per altro, condividono la sottovalutazione della marcia su Roma, per Leonetti una «rivolta da operetta», una «parata carnevalesca». Mussolini chiarisce subito il senso della «crisi ministeriale un po’ mossa», come l’aveva definita Terracini, e il 22 dicembre del 1922 Leonetti è arrestato, su mandato della Questura di Torino come «bombardiere e dinamitardo» (sic). Ad aprile è assolto, si trasferisce con Togliatti in Lombardia per riannodare le fila dell’’organizzazione già colpita dalle aggressioni e dalla repressione. Nel settembre del ’23 è nuovamente arrestato con Togliatti e rilasciato dopo tre mesi di carcerazione preventiva. Intanto il partito è lacerato al proprio interno tra la linea dell’Internazionale, che spinge per una nuova unità con i socialisti, i bordighiani, la destra di Tasca, le infinite sfumature che dividono i gruppi di militanti sull’analisi del fascismo, sui compiti del partito, sul rapporto con il PSI. Il primo numero de «L’Unità» reca ben tre articoli di Leonetti. In essi emerge con chiarezza la natura del suo giornalismo militante. La prosa degli articoli è semplice, diretta, concettualmente si presentano come scritti lineari ma mai banali, ricchi di riferimenti storici volti a creare una densità temporale all’identità di classe. L’argomentazione è stringente, non manca l’ironia caustica verso gli avversari e spesso si fanno vibrare le corde della sensibilità e della commozione. C’è, soprattutto, lo sforzo di mantenere la barra nella direzione di una chiara lettura marxista e leninista della fase, tradotta nella specificità della realtà nazionale. I patti tra fascisti e liberali, in occasione delle decisiva elezioni del ’24, sono letti come un patteggiamento con «i mazzieri di Puglia e la maffia in Sicilia […] il significato delle trattative è uno solo: che in regime democratico come in regime fascista agli uomini politici del Mezzogiorno non resta che la funzione di ascari della borghesia del Nord, passando sul corpo dei contadini poveri meridionali».


Nel giugno del 1924 Leonetti si imbarca a Genova sulla «Rosa Luxemburg» la nave sovietica che portava i delegati Mosca per il V Congresso del Comintern. Gli articoli dalla patria socialista trasudano entusiasmo, segnalando «l’impressione esatta di questo netto distacco tra due mondi: vecchio e nuovo: uno sul declino, in Occidente; e l’altro nel pieno vigore della sua fresca formazione». La NEP stava dando i suoi frutti e il nuovo Stato sovietico attraversava uno dei periodi più intensi della sua storia. A Mosca Leonetti conosce dirigenti e militanti, frequenta le assemblee operaie: un’esperienza esaltante, un’impressione indelebile per un militante comunista che è intanto diventato il direttore de «l’Unità», cioè dell’organo del Partito Comunista d’Italia. Al rientro in Italia conclude i suoi reportage dall’URSS ma partecipa anche ai conflitti interni al partito che porteranno all’espulsione di Bordiga e all’affermazione della linea gramsciana sancita dal Congresso di Lione del 1926. Leonetti entra nel Comitato Centrale proprio mentre si intensifica la campagna repressiva fascista. Egli stesso è oggetto di diverse aggressioni, minacce da parte delle squadre nere. Rimessosi dopo un ricovero ospedaliero dovuto alle percosse dei fascisti, fugge, si rifugia il Liguria per tentare di rilanciare la difficile tessitura clandestina del partito. Mentre gran parte dei dirigenti emigra, Leonetti resta in Italia e forma il cosiddetto «Centro interno», che opera in assoluta clandestinità. È un clima claustrofobico in cui le dispute tra correnti e dirigenti si infittiscono in ragione del distacco drammatico dalla base. Leonetti riesce a far pubblicare e diffondere alcuni numeri del «l’Unità» ma la rete clandestina è colpita da una serie di arresti e nel 1927 dopo un incontro a Parigi dell’Ufficio Politico Leonetti si trasferisce in Svizzera per dirigervi il nuovo Agitprop e mantenere vivi contatti con le residue cellule comuniste in Italia. La clandestinità è ora totale, il partito quasi smantellato ed egli si interroga, anche retrospettivamente, sul senso del proprio «lavoro politico». In vari articoli rileva la sottovalutazione del fascismo ma tende a bilanciare questa autocritica con una enfatizzazione del significato politico della vittoria del centro gramsciano, considerando la costruzione del nuovo gruppo dirigente quasi come condizione sufficiente per il rilancio dell’attività politica in Italia, pur nella piena consapevolezza delle difficoltà di ancorarla nei luoghi materiali di vita dei ceti subalterni. Nel 1927, con un appello che resterà inascoltato, cerca di spingere il partito, nel suo ruolo di «sostituto» dell’autosciolta CGL, a rivolgersi anche agli operai fascisti all’interno delle Corporazioni, per renderli consapevoli della politica filo padronale del fascismo. La propaganda, per Leonetti, andava indirizzata verso tutti gli operai: donne e uomini, comunisti e socialisti, anarchici e “disorganizzati”, indipendentemente dall’atteggiamento soggettivo verso il regime e dall’orientamento partitico. Una posizione avanzata, basata su una concezione classista dell’attività di propaganda che sarà condannata senza mezzi termini da Togliatti, Ravera, Longo, Grieco. Ed è proprio questa radice, antiideologica e molto pragmatica, che lo conduce rapidamente sul terreno di un aperto dissenso.


L’assunzione acritica degli indirizzi strategici del Comintern – innanzi tutto quello di rilanciare massicciamente l’attività del movimento comunista nei paesi attraversati dalla crisi capitalistica - da parte dei dirigenti del PCd’I gli appare come il preludio di una disfatta del partito, già falcidiato da arresti e persecuzioni. Leonetti si sconta così tanto con i «giovani» come Longo, critici verso ogni ipotesi di fronte antifascista e convinti dell’imminenza della rivoluzione, quanto con Togliatti e Grieco che dopo la crisi del ’29 e la svolta strategica del ’30 si allineano definitivamente sulle posizioni dei primi (e dell’Internazionale). Se nel ’27 il confronto interno appare ancora parzialmente aperto, gli spazi si restringono definitivamente a partire dal ’29. Dopo alcuni scritti a favore dei detenuti in Italia (sono suoi gli articoli su «La Correspondance internationale» per una campagna internazionale per la liberazione di Gramsci e degli altri detenuti), Leonetti comincia a esprimere caute perplessità quando il Comintern afferma – siamo nel ’28 - che «l’ideologia della collaborazione di classe, che è l’ideologia socialdemocratica ufficiale, ha molti punti di contatto con l’ideologia del fascismo». Evitando per ora di entrare in merito ai giudizi sul socialismo, egli insiste sull’opportunità di un lavoro capillare ma al tempo stesso cauto, senza illusioni rivoluzionarie, in Italia. Siamo lungo un crinale delicato, le posizioni si stanno delineando mentre le alleanze, i contrasti, le rotture sono sempre più legate all’obbedienza al Cominter a guida stalinana. Ancora nel ’28 Togliatti e Leonetti conduco assieme la battaglia contro Tasca che aveva radicalmente messo in discussione le linee della III Internazionale e durante un dialogo con Stalin aveva affermato – in piedi, ad alta voce, di fronte al leader sovietico - di non sentire alcun bisogno di essere catechizzato. Stalin lo aveva definito un «opportunista infingardo» e da ciò era derivato un netto cambio di atteggiamento verso un dirigente riconosciuto e stimato dall’intero partito, tanto da mantenerlo per lungo tempo come suo rappresentante ufficiale a Mosca. Feroci-Leonetti attacca «il compagno Serra», cioè Tasca, rinvangando vecchi motivi: i dissidi con Gramsci, il riformismo, l’attesismo. Contro Tasca e la destra Silone scrive che «in Italia permangono tutte le premesse storiche, economiche, sociali per la rivoluzione proletaria. Nessuna riforma fascista, nessuna resurrezione formale di forme superate, può togliere alla nostra epoca questo suo carattere fondamentale: quello di essere l’epoca della rivoluzione proletaria, l’epoca della lotta diretta per il socialismo». Silone sarà espulso (con infamanti accuse di delazione) due anni dopo. Dobbiamo calarci nel clima chiuso e paranoico dell’emigrazione per tentare di comprendere il senso di lotte fratricide, condotte sui giornali, negli articoli, nelle stanze dove si ritrovano i pochi partecipanti ai lavori dell’Ufficio Politico. Leonetti, proprio per contrastare il clima asfittico dell’emigrazione clandestina, allarga il raggio dei suoi studi e degli interventi giornalistici. Pubblica scritti contro la guerra imperialista, analisi dell’industria italiana, inchieste sulle campagne e la produzione agricola. A Parigi, con la compagna Pia Carena, produce anonimamente una serie impressionante di pubblicazioni dirette ai lavoratori in Italia e agli emigrati in Svizzera, nelle Americhe, in Francia. Ma la crisi del ’29 e la «svolta» dell’Internazionale sancita nel X Plenum del luglio 1929 portano al punto estremo tutte le tensioni interne ai gruppi comunisti sopravvissuti. Le nuove parole d’ordine sono quelle della crisi definitiva del capitalismo e dei regimi occidentali, della rottura con i socialisti e della teorizzazione del socialfascismo. L’intervento di Togliatti nel ‘29, critico verso l’eccessivo schematismo delle tesi dell’Internazionale, evidenzia il dramma vissuto dai dirigenti italiani: «quale situazione si produrrà al momento dello scoppio della guerra? (…) è giusto o no porsi questi problemi nelle discussioni coi compagni al centro del partito? Se il Comintern dice che non è giusto noi non li porremo più; si dirà soltanto che la rivoluziona antifascista sarà una rivoluzione proletaria». Il problema, è evidente, non è quello di un mero dibattito teorica. Nell’agosto del ’29 parlare di «svolta» verso una situazione rivoluzionaria comportava lo spostamento dell’azione politica direttamente in Italia, per dare una spallata a un regime lacerato, come diceva la dirigenza sovietica, da una crisi definitiva, economica, politica, di consenso. Cosicché nel momento in cui Togliatti ribadisce che è necessario che «non vi sia alcun elemento che faccia resistenza alla linea di azione che è stata decisa per tutta l’Internazionale in rapporto alla situazione mondiale», Leonetti muove immediatamente esplicite critiche alla lettura che viene data della situazione italiana: «il quadro che esce da quel discorso non è un quadro che risponde alla realtà». Leonetti non nega certo la necessità di collegare il partito con le masse, ma contrasta con forza il progetto di uno «scontro frontale» - e finale - con il regime. Manca – egli afferma - la struttura clandestina, assai difficoltoso è il lavoro politico tra il proletariato e sono bloccati i canali comunicativi. I «tre» (a Leonetti, pur con sfumature differenti, si uniscono Tresso e Ravazzoli) invitavano a un’azione prudente rispetto alla penetrazione in Italia e ribadivano le perplessità verso la teoria della crisi irrimediabile e definitiva di sistema capitalistico.


Quando Longo propose il rientro in Italia del partito, i «tre» presentarono un vero e proprio controprogetto in cui si delineava una ripresa graduale, una riorganizzazione a partire dai dati reali del movimento di classe, si criticava ogni ipotesi di un «salto in avanti», cioè di un rientro in massa che avrebbe portato (come di fatto avvenne) a falcidiare ulteriormente il partito sotto i colpi di un apparato repressivo fascista ancora pienamente operante.

La spaccatura si approfondisce rapidamente e i dissidenti cercano contatti con le forze comuniste non allineate alla nuova strategia. A Parigi l’emigrazione socialista e comunista era rappresentata in tutte le sue espressioni. Il fatto che Leonetti si sia avvicinato a quella trotskista appare, in buona parte, casuale. Di Trockij Leonetti sapevo poco o nulla. Non si era opposto certo alla sua espulsione e non aveva mai approfondito il profilo teorico del dissidente. Di fatto però l’opposizione bolscevico-leninista guidata da Trockij era la sola formazione politica comunista in grado di dare voce al dissenso degli italiani. Leonetti e Ravazzoli si recano così da Alfred Rosmer, amico di Gramsci e tra i massimi esponenti del gruppo trotskista francese. Nel 1930 su «la Vérité» appaiono significativi scritti di Leonetti in cui il fascismo italiano, cioè la «dittatura del capitalismo nella sua fase attuale», viene radiografato con attenzione. Si rileva l’arretratezza del sistema economico, la radicalità delle fasi di crisi economiche e finanziarie ma si conclude con un interrogativo: «forse tutto questo significa che ci troviamo di fronte a una catastrofe imminente?». Sostenerlo, come facevano Ercoli (Togliatti) e i dirigenti filostalinisti del PCd’I, significava non tener conto delle difficoltà di costruzione del blocco rivoluzionario, della durezza della repressione, dalle divisioni interne al partito stesso, dello scollamento da una base proletaria immiserita ma priva di direzione politica. In questi scritti, più che in altri, il «gramscismo» di Leonetti emerge in tutta la sua evidenza: nell’analisi del capitalismo italiano, del Sud, del ruolo del partito, tanto quanto il «trotskismo» è in sottotraccia e si evidenzia solo nell’accusa ai vertici del PCd’I di essere codini esecutori di un’Internazionale irrigidita in schemi di lettura astratti e pericolosi. Nel 1930 comincia un fitto carteggio con Trockij incentrato prevalentemente sulla situazione internazionale e italiana. Più volte, nella corrispondenza, è ribadita la possibilità che il capitalismo «potrà eventualmente riaversi per un periodo più o meno lungo». In tal quadro era necessario distinguere tra la socialdemocrazia, irrecuperabile sul terreno della lotta rivoluzionaria, e la «base socialdemocratica» che la crisi poteva spingere su un terreno di maggior radicalità. Il socialfascismo era pertanto un concetto errato perché la difesa del capitalismo, per i socialisti, non passava tanto per il sostegno al fascismo ma per il «metodo democratico», «capace di convogliare nella cerchia dello Stato borghese le masse su cui essa si poggia». A Parigi si era intanto formata la NOI (Nuova opposizione italiana) che avrà nel suo «Bollettino» lo strumento teorico principale. Data la radicalità del dissenso, il contatto con Trockij, e la formalizzazione di un gruppo di opposizione con un suo organo di stampa lo scontro frontale diventava inevitabile e dopo infruttuosi contatti di Longo con Leonetti i «tre» vennero espulsi nel giugno del 1930. Le perplessità di Terracini (che sarà espulso nel 1941) e di Gramsci dal carcere rispetto alla svolta dell’Internazionale sono note ed è pertanto assai probabile che quest’ultimo (come Gennaro Gramsci riferì a Giuseppe Fiori) si sia espresso a favore dei «tre» e in particolare dell’amico Leonetti.


Non è difficile comprendere cosa abbia potuto significare per un militante a tempo pieno, un rivoluzionario di professione, l’allontanamento da un partito in cui aveva vissuto con pienezza, dedizione, convinzione, spendendo l’intera esistenza nella sua fitta trama di relazioni di vita, di organizzazione, di prospettiva. Da un giorno all’altro Leonetti si trova escluso, additato come un traditore, fatto bersaglio di accuse false e odiose. Si presentava anche, per lui e per la moglie Pia Carena, il problema della sussistenza. Si inventa lavori di vario genere, dall’imbianchino al montatore di tende contro le mosche. Dà lezioni, corregge bozze in italiano e francese. Il suo trotskismo si arricchisce di motivi teorici e di impegno al punto che egli entra a far parte del Segretariato Internazionale che coordina i vari gruppi di opposizione. Tiene una corrispondenza con Andrés Nin, collabora con Ruth Fischer, Pierre Naville, Leon Sedov. La NOI tenta anche un avvicinamento con i bordighisti. Leonetti esprime aperta stima per Bordiga che aveva «infuso nel partito lo spirito bolscevico della combattività rivoluzionaria» ma si rende conto che gli esuli legati al dirigente napoletano sono ancorati alla stessa lettura schematica del fascismo espressa dieci anni prima e ostili a quel frontismo antifascista che a fronte degli eventi spagnoli è sempre più apertamente sostenuto da Leonetti. Una posizione che lo avvicina ulteriormente a Trockij, che in una lettera gli aveva scritto che «la prima lezione da trarre dagli avvenimenti spagnoli è l’importanza straordinaria che possono avere le parole d’ordine democratiche». È interessante notare che anche la situazione italiana è ritenuta da Leonetti aperta a una fase «kerenskiana», cioè democratica, che scavalcando la nefasta linea del socialfascismo favorisce il distacco non solo proletariato ma anche delle classi medie dal fascismo, avvicinandole progressivamente a posizioni potenzialmente rivoluzionarie. Nel 1934, dopo l’avvento al potere di Hitler, la stessa Internazionale effettuerà la «controsvolta» che porterà alla strategia dei fronti popolari. Ma la posizione di Leonetti dal PCd’I resta distante proprio in ragione di un’articolata visione che prevede alleanza con i ceti medi, Costituente, parole d’ordine apertamente democratiche, alleanze ad ampio raggio, temi che il centro togliattiano stenta ad elaborare, preoccupato di applicare in modo pedissequo le contorsioni tattiche del Comintern.


Ma Leonetti, nel volgere drammatico degli eventi, non rinuncia al tentativo di riallacciare i contatti con i compagni di partito e lancia un chiaro appello per il suo rientro. Il marchio di trotskista aveva però chiuso le porte ai «provocatori» dell’opposizione e Leonetti sarà addirittura aggredito e malmenato dagli stalinisti durante un convegno a Parigi.

Quando prende atto che nell’opposizione raccolta attorno a Trockij si riproduce lo stesso clima di disputa personalistica e che la ventina di militanti italiani fatica a ritrovare, nel precipitare degli eventi internazionali, una forte motivazione politica, il «Bollettino» cessa le sue pubblicazioni e Leonetti nel ’37 si allontana dal movimento. Dopo la liberazione entra nel Partitico comunista francese (PCF) ed è questo un preludio per il riavvicinamento al PCI, risolto nel 1962 con la riamissione nel partito che egli aveva sempre considerato come l’unica vera organizzazione della classe operaia italiana. Negli ultimi anni di vita, dal suo alloggio di Monte Mario, mantiene i contatti con i militanti e i dirigenti del PCI. È di particolare interesse un carteggio con Enrico Berlinguer in cui Leonetti invita il nuovo segretario a farsi promotore di una «nuova internazionale» capace di porre il movimento comunista all’altezza della sfida a un capitalismo sempre più globalizzato, componendo l’alleanza dei subalterni oltre le politiche e i confini nazionali. Un ultimo gesto di fedeltà, attenzione e dedizione alla causa comunista e rivoluzionaria. Alfonso Leonetti, un comunista, si spegne a Roma il 26 dicembre del 1984.

Immagine: Magali Lara, 1980