A riot a day…Brixton, aprile 1981



In Italia è passato sotto silenzio, quasi inavvertito, il quarantesimo anniversario dei cosiddetti Brixton Riot. È il 10 aprile del 1981 quando nel quartiere sud londinese si svolgono le prime vicende di una rivolta urbana proseguita per più di due mesi e rimasta impressa nell’immaginario britannico per uso della violenza e capacità di contagiare e infiammare l’intero territorio nazionale. Manchester, Liverpool, Sheffield, Leeds, Newcastle, Derby, Birmingham, sono solo alcuni dei luoghi in cui risuonerà l’eco dei disordini e in cui si registrano scontri, dalle scaramucce ai tumulti, ognuno a partire dalle proprie specificità e composizioni locali. Il primo protagonismo, la miccia che riaccende la brace che ardeva sotto le ceneri, è della comunità afrocaraibica e working class del quartiere di Brixton, esasperata dal razzismo istituzionale e dal neocolonialismo degli apparati di Stato, repressivi e non. Non si arriva infatti a tali eventi per puro caso, le loro condizioni e premesse sono poste dai decenni precedenti, in cui si è lentamente sedimentata una consapevolezza e un orgoglio indissociabili da un intenso lavoro di militanza politica di base: Here to Stay, Here to Fight, per richiamare il titolo di una recente raccolta di scritti tratti dalla rivista «Race Today».

È dunque innegabile quanto l’antirazzismo sia questione centrale e dirimente nell’emergere dei riot. Potremmo definirlo un antirazzismo concreto, materialistico, che comprende (senza esaurirsi) la disoccupazione, la questione abitativa, il trattamento «speciale» dei corpi di polizia e gli ingiusti processi: una rivolta contro la propria «vita di merda». Ed è proprio qui, a nostro avviso, che risiede la straordinaria potenza dell’evento, capace di trascinare con sé e coinvolgere nel suo seno le più disparate disillusioni e la rabbia popolare di coloro che, pur percependo qualche briciola in più, non «perdono l’occasione». Anche in questo caso, sarebbe fuorviante rinchiudere il reale in facili schematismi. La gioventù (e non solo) che prende parola in quelle settimane viene da anni di convivenze, di scambi culturali, di incontri ma anche di scontri, e, più in generale, di tentativi di reagire al grigiore della British way of life. Non si tratta di romanticizzare Brixton, ripetendo lo slogan ormai trito dell’unità degli oppressi, ma di rintracciare e rinvenire quelle dinamiche ricompositive che l’hanno resa capace di coagulare una conflittualità diffusa e più o meno strisciante. Mentre in Italia l’antirazzismo degli «intellettuali» sembra sempre più assumere i contorni di una versione stereotipata delle derive morali e brandizzate dell’identity politics anglosassone, ritornare a quelle rivolte ci pare allora importante al fine di ricostruire una prospettiva di rottura che lo rimetta «coi piedi per terra».

Del resto, vi è almeno un altro motivo per cui tali rivolte racchiudono oggi, a posteriori, un significato simbolico che va oltre il racconto letterale e la stessa Gran Bretagna. Nel 1981 siamo agli albori dell’era di Margaret Thatcher, di quella controrivoluzione reazionaria i cui effetti sono lungi dall’essersi esauriti. Da allora le Ghost Town (1981) in cui abitare si sono moltiplicate. Ed è anche uno di quei tanti momenti in cui la storia, fuori dal determinismo storiografico, avrebbe potuto prendere binari diversi. Ripercorrerne alcune tracce non significa allora farne l’esegesi ma, all’opposto, serbare una memoria che rompa con l’annichilimento e il clima depressivo che ci circondano, realizzazioni interiorizzate del There Is No Alternative.

Proponiamo dunque un breve resoconto dei primi giorni delle rivolte, contenuto in una raccolta «a caldo» dal significativo titolo We Want Riot Not To Work[1]. Più di qualsiasi profonda e riflessiva analisi accademica può forse contribuire a ritrovare l’essenziale del conflitto, sarebbe a dire sovvertire lo stato di cose presenti [Andrea Caroselli - Pasquale Schiano].


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Non mi era arrivata voce di quello che era accaduto venerdì notte (10.04.1981) quindi quando sabato mattina arrivai intorno all’ora di pranzo a Railton Road mi chiesi cosa ci facessero tutti quegli sbirri. La polizia avrebbe dichiarato poco dopo che aveva appena eseguito una piccola retata, ma erano chiaramente stronzate. C’erano gruppi di poliziotti ogni cinquanta metri e altri nelle auto e nei blindati, quindi era chiaro che fossero arrivati lì in massa e che fossero pronti per entrare in azione.

Mi spiegarono cos’era accaduto venerdì notte e molte delle persone con cui parlavo erano evidentemente agitate all’idea di tutti quei poliziotti che se ne andavano in giro come dei gangster. Quando sentimmo le sirene arrivare dalla parte bassa del triangolo – l’incrocio tra Mayall Road e Railton Road – ci incamminammo per vedere cosa stava succedendo. Parecchia gente fece la stessa cosa, probabilmente mossa dalla curiosità. Più tardi la polizia avrebbe dichiarato che i riot erano programmati perché c’era già molta gente che se ne andava in giro per strada, ma questo non fa che dimostrare la loro ignoranza. A Brixton c’è sempre gente che se ne va in giro per strada, specialmente col bel tempo, semplicemente perché non c’è nessun altro posto dove andare!

Quando sono arrivato alla fine di Railton Road ho visto un’auto e un blindato della polizia circondati dalla folla, neri e bianchi. Non avevo idea di cosa stesse succedendo, ma alcune persone stavano discutendo con la polizia che cominciava ad avere atteggiamenti piuttosto aggressivi. Uno degli ufficiali di rango più elevato era veramente infame: si era staccato il numero di identificazione dalla divisa e la gente era chiaramente incazzata. Le persone con le macchine fotografiche intanto scattavano foto e la polizia in seguito avrebbe sostenuto che questi «fotografi bianchi» fossero tra gli organizzatori della protesta, ma anche questa è una stronzata! Dopo i fatti di venerdì sera tutti sapevano che sarebbe accaduto qualcosa e qualcuno ha voluto organizzarsi per riprendere quello che sarebbe successo. Non c’è alcun organizzatore. Alla fine uno sbirro ha spintonato con violenza un ragazzino nero e questo è tutto. La gente ha combinato il macello!

Questa è stata la scintilla e per le successive sei o sette ore ci siamo ritrovati a partecipare a una delle peggiori «sospensioni dell’ordine pubblico».

Nulla di ciò che potrei scrivere potrebbe descrivere l’esaltazione provata quando ho visto il primo blindato della polizia andare a fuoco. A partire da quella scintilla le fiamme sono divampate in tutta Brixton. Per così tanto tempo la polizia ha avuto quell’odiosa aria di invincibilità, come se potessero fare qualsiasi cosa e alla fine cavarsela sempre. Ma quel blindato in fiamme e i poliziotti in fuga ci hanno restituito più coraggio di qualsiasi altra cosa.

Molta gente cominciò a concentrarsi nel mezzo di Railton Road. La polizia aveva ripiegato su Mayall Road verso Leeson Road e molti di noi cominciarono una sassaiola per farla arretrare, ma loro si proteggevano con gli scudi. Fu tutto totalmente spontaneo, nessuno ci disse di attaccare qua o là, facemmo tutto da soli e se sentivamo il bisogno di ingaggiare lo scontro da questa o da quell’altra parte semplicemente lo facevamo. La folla continuava con un fitto lancio di mattoni e bottiglie ma la polizia non si mosse. La gente invocava le bottiglie incendiare ma non ce n’erano di già pronte. Le affermazioni della polizia a proposito di una «fabbrica di bombe» sono il risultato della loro incapacità di comprendere come funziona un riot, non sono in grado di capire come funziona un sistema non gerarchico.

Non c’è voluto molto perché le molotov facessero la loro comparsa; tutto quello che serve è un po’ di benzina, delle bottiglie, della carta o un pezzo di stoffa, non ci vuole chissà quale pratica o un intelletto sopraffino.

Il fatto che la polizia sostenga che i neri abbiano bisogno dell’aiuto dei bianchi per preparare delle bottiglie incendiarie è solo un altro esempio del razzismo di Stato. Usavamo tutte le bottiglie che ci capitavano sotto mano e c’erano abbastanza automobili in giro per procurarci la benzina di cui avevamo bisogno. Le prime bottiglie incendiarie apparvero su Leeson Road e la folla esultò alla loro comparsa. Non avevo idea di quanto fosse facile capovolgere un’auto, vanno sottosopra in niente; il simbolo della società dei consumi richiede appena un paio di persone per essere capovolta e brucia che è una meraviglia! Era come essere fatti, ci siamo sentiti così potenti per la prima volta nella nostra vita.

La polizia si ritirò sotto una pioggia di missili tra le grida di esultanza. La gente cominciò a spaccare le vetrine dei pub e alcuni entravano spaccando tutto e portando fuori dei drink per la folla. Ho vissuto a Brixton per praticamente tutta la mia vita e non ho mai visto niente del genere prima di allora. Bianchi e neri, rasta e punk, uomini e donne, giovani e anziani, gay ed eterosessuali. «Unità» non è una parola sufficiente a descrivere l’atmosfera in cui condividevamo drinks e sigarette, sorridendoci e scambiandoci pacche sulle spalle. Era come una festa di strada, senza alcuna tensione fra di noi. Le parole semplicemente non riescono a descrivere quella sensazione, intanto la polizia osservava da lontano.

A questo punto cominciarono i saccheggi, la polizia se ne stava a distanza e nessuno tentò di avanzare. Ci fu una pausa negli scontri e dietro le nostre barricate si ricreò una zona libera, senza leader o capi di sorta. Il secondo pub venne distrutto e dato alle fiamme e a quel punto i pompieri (che avevano in particolare antipatia gli abitanti del quartieri) e poi praticamente qualsiasi negozio divennero apertamente dei bersagli. Per la prima volta nella loro vita molte persone ebbero l’opportunità di prendersi quello che di cui avevano bisogno senza dover lavorare come schiavi o dover supplicare lo Stato. Quando si entrò dentro al negozio di dolciumi la gente all’interno cominciò a lanciare cose a quelli fuori! Parecchi degli episodi spiacevoli si verificarono in questa occasione, ma questo successe perché la gente aveva smesso di stare sull’offensiva e aveva cominciato a ubriacarsi. E inoltre questa era una buona occasione per molte persone per prendersi quello che gli serviva e dimenticarsi di tutto il resto. Molti di questi atteggiamenti antisociali hanno preso forma ai margini del corteo. La prossima volta dovremo essere in grado di fronteggiare queste circostanze collettivamente, così come abbiamo fatto con gli scontri. Nel complesso la gente ha agito all’unisono; prima che qualsiasi edificio fosse dato alle fiamme un piccolo gruppo si assicurava che non ci fosse nessuno all’interno. A sentire i media, ai manifestanti non importava niente. Ma quando qualcuno nella folla ha provato a tirare un mattone verso la vetrina di una libreria anarchica la gente l’ha fermato – e non solo gli anarchici presenti.

Poco a poco la polizia ricominciò ad avanzare e riprendemmo a combattere con forza, ma la maggior parte di noi cominciavano ad accusare la stanchezza. Cominciava a fare buio e molta gente si ritirava mentre ci ritrovavamo circondati dalle macerie. È come ho sempre immaginato il blitz. La polizia cominciò ad avanzare metro dopo metro, erano armati con mazze da baseball e manici di ascia e battevano i bastoni al suolo per aumentare la tensione mentre intonavano tutti il repertorio di canti di guerra – le migliori tecniche di guerriglia psicologiche apprese a scuola. Quando partì la carica sembravano animali pronti ad afferrare chiunque gli capitasse a tiro per farlo a pezzi. La violenza della polizia fu di gran lunga più atroce e spietata della nostra.

Mentre mi allontanavo dalla zona degli scontri rimasi sorpreso nel vedere fin dove erano arrivati. La gente che era impegnata nelle prime linee non aveva idea di quello che stesse succedendo nelle vicinanze; la carenza di comunicazione è una delle pecche cui dovremo rimediare alla prossima occasione. Molte delle persone con cui ho parlato avrebbero voluto raggiungerci ma erano state tagliata fuori. In molti si mostrarono comunque felici di sapere che la polizia aveva avuto quello che si meritava, anche se solo per un qualche ora. Brixton era praticamente sotto assedio, c’era polizia ovunque e di tanto in tanto scoppiavano nuovi scontri. La stazione di polizia locale venne circondata e la cosa li fece sentire vulnerabili poiché sapevano che sarebbero stati uno dei prossimi bersagli. Ma la polizia non poteva abbandonarla perché fungeva da centro delle loro comunicazioni e inoltre incarnava il simbolo del loro potere su di noi.

La zona era stata isolata, le corse dei treni e degli autobus tagliate in modo che i nostri rinforzi non potessero raggiungerci. Erano stati appiccati vari incendi in giro e numerosi negozi e centri commerciali saccheggiati. La tattica della polizia di isolare la prima linea degli scontri si rivelò almeno parzialmente sbagliata.

La prima reazione da parte dei media e delle istituzioni – sostenere che il riot fosse un riot razziale – si rivelò miserabilmente inutile. Era assolutamente ovvio che il riot fosse partito contro la polizia e contro l’autorità: quando un prete si rivolse ai manifestanti per ascoltare le loro richieste queste furono che la polizia andasse a farsi fottere e che i prigionieri fossero rilasciati! Ma in effetti anche queste non erano vere e proprie richieste perché qualsiasi richiesta presupporrebbe una volontà di negoziazione che era estranea alla maggior parte dei manifestanti.

Dall’inizio la polizia insisteva che il riot fosse già pianificato, ma questa teoria è stata facilmente demolita. Innanzitutto hanno sostenuto che ci fosse già tanta gente per strada, ma cosa ti aspetti durante un sabato di sole? In secondo luogo hanno sostenuto che ci fossero dei «fotografi bianchi» a coordinare gli scontri, ma la maggior parte di questi erano residenti e nessuno di loro ha mai avuto posizioni di leadership o altro. Terzo: la polizia ha affermato che ci fossero già delle bottiglie incendiarie pronte, ma per prepararle non ci vogliono conoscenze particolari e non serve neanche troppo tempo. Infine, hanno parlato di «anarchici bianchi» tra la folla, ma quegli «anarchici bianchi» sono parte della comunità, tutti noi viviamo e lavoriamo nel quartiere. Io personalmente ho trascorso a Brixton la maggior parte della mia vita.

Quando la tattica del riot razziale è fallita, allora la polizia ci ha provato con quella degli anarchici bianchi. Lo Stato non è disposto a riconoscere che la gente ne ha abbastanza ed è capace di insorgere spontaneamente e di colpire con successo le istituzioni e i loro rappresentanti. La lezione più importante di Brixton è che può succedere ovunque senza che ci sia bisogno di leader o organizzatori. Quindi lo Stato deve trovare delle scappatoie e inventarsi leader anche dove non ce n’erano. Gli anarchici rappresentano quella scappatoia e la polizia ha deciso che siamo tutti terroristi e cospiratori. La ragione per cui siamo noi i prescelti e che non abbiamo mai fatto segreto di volere un’altra Brixton e siamo conosciuti all’interno della comunità e quindi facilmente identificabili oltre a essere gli unici politicamente impegnati tra i manifestanti.

I media di Stato hanno riproposto il copione del «terrorismo internazionale» per utilizzarci per occultare il disprezzo che la gente nutre per il sistema. Cominciamo col dire che questo è assolutamente razzista: rifiutare che i neri possano agire senza il supporto dei bianchi. Secondo, questo dà agli apparati di Stato l’opportunità di colpire i facinorosi anarchici.

Quando si verificò la prima perquisizione nell’appartamento di Coldharbour Lane, il suo effetto fu quello di spaventarci tutti, poiché per quanto ne sapevamo poteva essere l’inizio di una vasta operazione anti-anarchica. Cominciarono a venirmi in mente una serie di immagini in stile Person Unknown e la cosa ci rese tutti più nervosi. Certamente, non è ancora finita; i media utilizzano l’etichetta «anarchico» con una gioia sadica e insistono sulla presenza di «legami internazionali» – descrivendoci in pratica come se fossimo in contatto con lo spirito di Ulrike Meinhof!

Dopo i riot, i leader della comunità si sono lanciati su Brixton come mosche (e la stampa non li ha attaccati poiché il loro reale compito è quello di pacificarci). Questi auto-proclamatisi leader si sono scusati per gli scontri e se la sono presa con le cattive condizioni abitative e la disoccupazione, chiedendo più risorse, ecc. Ma non ci può essere nessuna scusa per i riot, nessuna. Le cattive condizioni abitative e la disoccupazione sono fattori che hanno contribuito, ma il malcontento va ben oltre questo. I riot possono essere interpretati solo come una libera espressione della rabbia e del disgusto per tutta questa messinscena. Durante i riot non c’è stata alcuna richiesta di lavoro, volevamo tutto e subito! È stato il rifiuto di un sistema di cui disoccupazione e cattive condizioni abitative rappresentano solo un aspetto.

La sinistra ha tentato di colonizzare Brixton per tanto tempo; praticamente ogni gruppo di sinistra è attivo nella zona in un modo o nell’altro. Le loro chiamate alla rivoluzione si sono dimostrate nient’altro che aria fritta. Durante gli scontri i loro militanti non si sono visti da nessuna parte; sono scomparsi non appena è cominciata l’azione. E sono ritornati solo dopo che la polizia aveva già ripulito le strade. E adesso ognuno di loro rivendica i riot come una vittoria, continuando però a ripetere le solite stesse scuse. Anche loro se la prendono con la disoccupazione, le abitazioni fatiscenti e il razzismo. Ma se è colpa del razzismo, allora perché devastare i pub? Il razzismo è uno dei fattori, ma certamente non può spiegare tutto. La sinistra sta senza dubbio tentando di accreditarsi presso la nostra comunità e sta cercando di reclutare nuovi militanti, ma mi chiedo se ci riusciranno. La gente della zona in genere li tratta con il disprezzo che meritano.

Dovremmo imparare dai riot e prepararci per il prossimo, ma dovremmo anche smetterla di scusarci per gli scontri. Questo è probabilmente uno dei primi riot del paese in cui un numero considerevole di anarchici è stato coinvolto. Tuttavia sarebbe un grave errore e anche estremamente pericoloso affermare che questo è stato un riot anarchico alla stessa maniera in cui la sinistra lo rivendica come proprio. Ciò nondimeno il riot ha assunto un carattere spontaneo e anti-autoritario; quanti di noi vi hanno preso parte hanno provato il brivido della liberazione, seppur per poche ore, e hanno imparato che lo Stato non è invulnerabile.

Il conflitto è stato circoscritto nel senso che si è limitato ad un’area limitata; questo è dovuto al fatto che eravamo restii ad abbandonare un territorio già conquistato, benché si parlasse di attaccare la stazione di polizia. Se avessimo avuto maggiori rinforzi sarebbe stato possibile farlo. La polizia ha fatto il possibile per contenerci e in un certo senso è riuscita a scoraggiare qualsiasi tentativo di avanzamento. La prossima volta dovremmo fare dei tentativi concreti per avanzare; l’unico modo per farlo è attraverso il nostro esempio. Sono certo che se avessimo tentato di allargarci e avanzare le persone ci avrebbero seguito.

Anche una migliore comunicazione rappresenterebbe un passo in avanti; quanti di noi si trovavano in Railton Road non aveva alcuna idea di cosa stesse succedendo nel resto di Brixton e viceversa. La prossima volta, un black-out della stampa potrebbe essere una possibilità, così come un sistema di comunicazione praticabile su scala europea sarebbe appropriato se questo genere di rivolte dovessero diffondersi. La maggior parte della polizia di Londra si trovava verosimilmente a Brixton l’altra sera, quindi attacchi in altri punti della città sarebbero potuti risultare utili.

Anche durante gli scontri alcuni preti e assistenti sociali hanno cercato di mediare, ma noi non vogliamo alcuna negoziazione; non appena cominciano le negoziazioni la battaglia è persa. Qualsiasi tentativo di negoziare dovrebbe trovare la nostra ferma opposizione. Se rivogliamo indietro i fermati, non dovremmo supplicare per riaverli ma andarceli a riprendere o fare prigionieri a nostra volta, se e quando possibile.

Non dovremmo implorare lo Stato per le briciole, ma prenderci quello che è nostro. La politica dell’azione diretta è stata messa all’opera sabato, ed è stata una celebrazione del nostro potere sulle nostre stesse vite. La prossima volta dovremmo usare l’esperienza di Brixton nel tentativo di far avanzare la lotta, estenderla a nuove aree della città, sperimentare nuove tattiche mantenendo sempre chiari nella testa i nostri obiettivi.

Questo è stato scritto come un resoconto personale dei riot di Brixton, un evento che non si è ancora concluso e di cui indubbiamente si parlerà ancora a lungo. Questo articolo rappresenta solo l’inizio, stiamo ancora apprendendo da quest’esperienza.


Note [1] L’estratto che proponiamo è la traduzione, a cura di Andrea Caroselli e Pasquale Schiano, di A Riot A Day Keeps The Cooper Away tratto da We Wont To Riot, Not To Work: The 1981 Brixton Uprising, Riot Not to Work Collective, Wapping Wall, London E1, aprile 1982, pp. 23-28.