Verso un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica?



Proponiamo di seguito la trascrizione di uno dei momenti formativi del modulo «crisi e riproduzione sociale» della Summer School organizzata da Machina a inizio settembre 2021, promosso congiuntamente dai curatori delle Sezioni Transuenze e Vortex della rivista. Oggetto di questa lezione/dialogo, che ha coinvolto economisti ed esperti critici di politiche, ma soprattutto militanti che su queste pagine non dovrebbero richiedere ulteriori presentazioni, era il gioco tra continuità e discontinuità regolative e di politica economica, ma diciamo più sinteticamente del capitalismo come sistema di accumulazione e dominio, nella crisi Covid. Altri dialoghi su questi temi erano già stati pubblicati dalla sezione Transuenze, a cui si rinvia per la lettura. Con Emiliano Brancaccio, Carlos Prieto del Campo e Andrea Fumagalli, si è discusso degli assetti regolativi emergenti nella crisi, dunque sul gioco tra continuità e discontinuità rispetto alla stagione a egemonia neoliberale che ha segnato gli ultimi tre decenni del secolo scorso fino al primo del nuovo secolo: tendenza alla centralizzazione dei capitali, sussunzione delle vite e dello Stato nella logica del profitto, campi di conflitto emergenti, contraddizione tra centralità della riproduzione sociale nel nuovo capitalismo e distruzione del welfare, sono alcuni dei temi su cui si è focalizzata la discussione, che per ricchezza dei contenuti abbiamo ritenuto di riportare in forma quasi integrale.

[Salvatore Cominu, Anna Curcio e Giuseppe Molinari]


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È dalla crisi del 2008 che vediamo incrinarsi la tenuta dell’egemonia neoliberale, la crisi Covid ha probabilmente acuito questo processo. Nella risposta dei governi e delle autorità finanziarie alla crisi covid, infatti, vi discontinuità nella gestione della crisi, anche rispetto a quanto avevamo visto dopo Lehman Brothers e la crisi dei debiti sovrani: le iniezioni senza precedenti di liquidità, il sostegno ai redditi e ai settori più in difficoltà, la temporanea attenuazione del Fiscal Compact, la flessibilizzazione della soglia inflattiva del 2% decisa dalla Fed, il ritorno dello Stato al centro dei processi regolativi, sembrano preludere ad un complessivo ripensamento del paradigma. Possiamo dire che l’ordine neoliberale sta volgendo al termine? Quali sono gli elementi di discontinuità nelle politiche economiche messe in campo durante la crisi Covid? E quali le continuità?


Andrea Fumagalli

Anzitutto, non vedo alcuna crisi dell’egemonia neoliberale nelle politiche economiche. Quello che possiamo osservare è un cambiamento di gestione, come sempre avviene nel capitalismo, che è un sistema dinamico, sottoposto a continue metamorfosi del processo di accumulazione e valorizzazione. Per far sì che una certa struttura di comando e di potere si mantenga, essa deve adeguarsi. Con struttura di potere e di comando faccio riferimento ai due capisaldi del sistema capitalistico: i) l’esistenza di un rapporto di sfruttamento capitale-lavoro (che porta a modifiche nei processi di sussunzione del lavoro al capitale e nella frontiera produttiva), oggi forse ancora più marcato rispetto agli anni ’90, l’epoca del cosiddetto «pensiero unico»; ii) l’egemonia della proprietà privata, il processo di privatizzazione delle merci. Anche questo ambito si è modificato negli ultimi dieci anni: io sostengo che siamo davanti ad un processo di «sussunzione vitale» dove la vita e i settori riproduttivi sono diventanti centrali nei processi di accumulazione, una mercificazione della vita che amplia le basi dello sfruttamento.


Oggi la situazione sembrerebbe non aprire molti spiragli ad un processo di cambiamento radicale. Compito dell’analisi critica sarebbe togliere questo velo superficiale e mettere in risalto le contraddizioni che operano sotto. Ma quali sono stati, viceversa, gli elementi di cambiamento nella gestione neoliberale? Potremmo individuare due fasi che hanno dato origine ad uno stesso obiettivo: il predominio di una politica dell’offerta rispetto ad una della domanda, ovvero l’idea che sia necessario finanziare la produzione, quindi essenzialmente le imprese, per garantire un incremento dei profitti che possano poi essere reinvestiti per politiche di coesione sociale e di migliore redistribuzione del reddito. Una politica dei due tempi insomma, base dell’inganno neoliberale: siamo da sempre nella prima fase di questa politica infatti, la seconda non è mai comparsa. Negli anni della crisi del 2007-2008, di fronte al rischio di implosione dei debiti privati, soprattutto creditizi, dovuti al crollo dei mercati finanziari, si è cercato di compensare il debito privato con la riduzione dei debiti pubblici, facendo quasi un gioco di travaso. Di conseguenza le politiche di austerity, che hanno favorito le politiche di sostegno all’offerta. Oggi si reagisce in maniera diversa, ma la filosofia non cambia. Per questo dico che l’egemonia neoliberale non è in discussione, ma cambia pelle. La politica dell’offerta di oggi non viene finanziata esclusivamente attraverso la riduzione dell’imposizione fiscale, attraverso il modello della curva di Laffer, ma direttamente attraverso la spesa pubblica. Oggi è diventata egemone in Europa e negli Usa la visione di uno Stato minimo, che fa perno sulla filosofia del «New Public Management» (NPM), ovvero un intervento di sostegno e finanziamento selettivo in alcuni settori che sono ritenuti nevralgici per la tenuta del sistema di accumulazione privato. Viene garantita la liquidità per far sì che le imprese possano ottenere dei profitti, spesso in regimi di monopolio. Non dimentichiamoci, infatti, che durante gli anni del neoliberalismo abbiamo assistito al più poderoso processo di concentrazione produttiva che l’intera storia del capitalismo possa ricordare, da Adam Smith ad oggi. La concentrazione del capitale teoricamente dovrebbe fare a pugni con l’idea di neoliberalismo, ma le due cose vanno perfettamente a braccetto. Recentemente, con l’innovazione tecnologica e lo sviluppo degli algoritmi, le modalità di organizzazione capitalistica sono basate sempre più su quello che è chiamato «capitalismo delle piattaforme», che consente un processo di mercificazione e sussunzione degli atti quotidiani delle nostre vite attraverso dispositivi tecnologici in grado di raccogliere dati, sviluppare politiche di controllo etc. Il capitalismo delle piattaforme è gestito attraverso forme di iniezione di liquidità, più o meno una tantum, per sostenere la domanda nelle situazioni di emergenza grave, e da finanziamenti nei settori considerati strategici, come la transizione tecnologica e i settori collegati al welfare (il Recovery Plan è un caso paradigmatico di questa filosofia di intervento). Oggi il welfare è un modo di produzione, una base di accumulazione. Se all’inizio potevamo immaginare che l’emergenza sanitaria dovuta alla sindemia avrebbe potuto far ricredere chi governa sulle necessità di una sanità pubblica, di un intervento pubblico più strutturato e pervasivo, oggi vediamo che la privatizzazione della sanità va avanti in maniera spedita. Più complessivamente, tutti i servizi legati al bacino della riproduzione sociale (formazione, gestione del tempo libero, previdenza, ammortizzatori sociali) vanno verso forme di workfare, anch’esse coerenti con il NPM. Per farla breve: c’è un cambiamento di pelle, ma la filosofia di fondo è tutto sommato inalterata.


Emiliano Brancaccio

L’ordine neoliberale non sta volgendo al termine, questo è chiaro. Tuttavia vale la pena soffermarsi sugli elementi di discontinuità all’interno della continuità. Quando diciamo che l’ordine neoliberale non si sta modificando, dobbiamo anche cercare di spiegare per quale ragione, ad esempio, protagonista della crisi del 2008 era un tipo di politica che potremmo vedere incarnata in Mario Monti, mentre oggi è una politica diversa, raffigurata da Mario Draghi. Due tecnocrati che tuttavia declinano l’egemonia neoliberale in modi molto diversi. Qual è la differenza di fondo? In estrema sintesi, direi che si sono introdotti una serie di meccanismi finalizzati a regolare diversamente le condizioni di solvibilità del capitale. Se guardiamo al modo in cui la politica economica oggi entra nella regolazione dei meccanismi di mercato, il cambiamento è significativo: fino a qualche anno fa i voti delle agenzie di rating e i tassi di interesse erano la metrica consolidata del sistema. Oggi, invece, le autorità di politica economica, in particolare i banchieri centrali, hanno messo le briglie al sistema di mercato per evitare che il regime di accumulazione entrasse in una crisi molto più profonda. Questo è un primo elemento che cambia la regolazione del sistema e ha delle ricadute sulle condizioni di solvibilità. Un altro elemento è il differenziale tra tasso d’interesse e tasso di crescita. All’epoca di Monti e dei suoi sodali, il tasso d’interesse era più alto del tasso di crescita mentre oggi si tenta di fare il contrario. Anche questo cambia le condizioni di solvibilità. Sia il processo che regola i mercati tramite la politica economica che quello che cerca di regolare il tasso di crescita e il tasso d’interesse, hanno una funzione chiara: tentare di governare il conflitto interno alla classe capitalistica. Un conflitto vivo, a differenza di altri tipi di conflitti, che vede, per semplificare, da un lato i grandi capitali con grandissime ramificazioni transnazionali e sostanzialmente creditori, dall’altro lato i capitali relativamente più piccoli, che si trovano solitamente in un perimetro nazionale (o poco più), spesso in affanno finanziario e tendenzialmente debitori. Nella crisi del 2008 abbiamo assistito ad un’arcigna azione dei grandi capitali per intensificare e rendere più rigide le condizioni di solvibilità, in modo tale da portare alla liquidazione e assorbire i piccoli capitali, secondo quelli che sono i canoni dei processi di centralizzazione dei capitali in sempre meno mani. In mezzo c’è stato il cosiddetto «populismo», che secondo me aveva a che fare con gli interessi dei piccoli proprietari nazionali. Dico sempre che quel poco di politica praticata non è nient’altro che l’espressione di due facce del capitale: da un lato i partiti di establishment che solitamente rappresentano gli interessi del grande capitale transazionale, dall’altro i partiti più o meno populisti, dall’impronta sempre più nazionalista e reazionaria, che cercano di rappresentare il piccolo capitale in affanno. Nell’intervallo tra prima e seconda crisi di cui stiamo parlando, i capitali piccoli a rischio liquidazione hanno cercato di costruirsi uno spazio, la loro reazione si è fatta nazione: non a caso si è parlato di nuovo sovranismo. In questa nuova fase di crisi assistiamo alla mediazione tra gli interessi contrapposti dell’una e dell’altra fazione del capitale, fase che richiede una regolazione politica più intensa, un livello di solvibilità più morbido, una tendenza alla liquidazione e ai fallimenti più rallentata, un processo di centralizzazione del capitale frenato (per poi mettere il piede sopra l’acceleratore in un momento successivo). Le dinamiche politiche che vediamo sono immagine riflessa di questa lotta intercapitalistica. C’è stata una fase nella quale sembrava che le rappresentanze del grande e del piccolo capitale fossero irriducibilmente antagoniste, che tutto lo spazio politico fosse occupato da questo scontro acerrimo tra libero scambisti e sovranisti; oggi invece sembra che le due fazioni siano più vicine, tanto è vero che si parla di nuove intersezioni: neoliberismo autoritario, liberismo xenofobo e così via, ovvero sintesi funeste che verranno lungamente praticate nei mesi e negli anni a venire, non soltanto in Italia. Siamo dunque in una fase di mediazione tra interessi capitalistici contrapposti e i cambiamenti tecnici ai quali abbiamo assistito nel corso di questi anni implicano che c’è una diversa modalità della lotta politica tra queste fazioni. Con un’ultima specificazione: evidentemente, in questo mio breve intervento, non ho fatto mai menzione degli oppressi, delle classi subalterne, del lavoro e di tutto ciò che ruota intorno al lavoro. Le classi subalterne sono silenti, secondo me non c’è alcuno spazio politico per loro. Non parlo soltanto dello spazio politico della rappresentanza, parlo di una difficoltà sociale e politica di riunificazione. In fin dei conti, è proprio in virtù di questa frammentazione dei subalterni che oggi è possibile vedere i processi di mediazione tra grande e piccolo capitale: per rallentare i processi di centralizzazione si aggredisce la quota di surplus che va ai subalterni. Accadrà esattamente questo, purtroppo, e bisognerà iniziare a fare i conti con questa cosa.


Carlos Prieto del Campo

Il punto fondamentale è come il capitale globale, inteso come complesso rapporto di classe, tenta di sperimentare con tipi di regolazione e governance differenti rispetto a quelli che ha prodotto durante gli ultimi 40 anni di rapporto sociale neoliberale. Quest’ultimo non è soltanto un rapporto di gestione macroeconomica o degli equilibri macrofinanziari e monetari ma, più complessivamente, un progetto di potere di classe, di controllo, di re-definizione della riproduzione sociale nel lungo termine in un orizzonte di profonda crisi sistemica, geopolitica e epistemica del capitalismo come sistema storico. Una cosa è chiara dopo gli ultimi 30 anni: i modelli di gestione della governance oggi sono sottomessi al progetto di classe, al tentativo di costruire una struttura sociale che possa essere gestita nel modo meno democratico possibile. Il compito della governance ­– che io non chiamerei semplicemente «neoliberista», ma che andrebbe concettualizzata come una governance di potere di classe diversificata dentro la flessibilità della struttura sociale di accumulazione – è di sussumere qualsiasi modello macroeconomico, monetario, finanziario in un modello che privi le classi dominate e subalterne di qualsiasi punto di appoggio democratico alla possibile azione. Questa puntualizzazione mi sembra importante. Le classi dominanti negli ultimi 30 anni stanno pensando alla direzione sistemica di questa struttura di riproduzione perché sanno che il ciclo sistemico di accumulazione statunitense è finito e che la crisi del capitalismo come sistema storico apre a una fase di caos in cui le classi dominanti non riescono a capire, né tanto meno a concepire, come gestire lo sviluppo nei termini razionali della modernità democratica, che ancora norma e organizza ideologicamente i nostri sistemi politici. Hanno tentato di usare l’inflazione come criterio di regolazione ma non hanno potuto mantenere questa governance più di una quindicina di anni; hanno tentato di scatenare una grossa operazione di indebitamento pubblico, che ha fallito miserabilmente durante gli anni ottanta e novanta; successivamente hanno finanziarizzato l’economia, scatenando un processo insostenibile di indebitamento privato e una crisi finanziaria globale, di cui ancora oggi stiamo pagando le cui conseguenze macroeconomiche. Tutto questo tramite processi sistemici che approfondiscono ancor di più le condizioni d’insostenibilità della riproduzione sociale e quindi la stessa possibilità di produrre (plus)valore, reddito e accumulazione di capitale, come la sindemia del Covid ha ampiamente dimostrato. Tutti questi modelli di governance sono esplosi nel 2008, ma nonostante questo il neoliberismo non è stato abbandonato, anzi, è stato intensificato. Nel 2020 è esplosa una crisi nuova che ha messo sotto tensione il sistema capitalistico globale e per questo hanno tentato di introdurre altre forme di gestione neokeynesiane o di keynesiano indebolito. Il paradigma neoliberale è soltanto uno dei modelli che le classi dominanti vogliono imporre per gestire la struttura di riproduzione e accumulazione, ogni volta sempre più sottomessa alla concentrazione economica e di potere politico. Il concetto stesso di regolazione si modifica dopo questi 30 anni di trasformazioni della struttura sociale, entra in crisi per via del processo di svuotamento democratico, anche più di quanto concettualizzava la stessa «scuola della regolazione». L’impatto delle strategie di potere sulla struttura sociale cambia proprio l’idea di quello che potrebbe essere oggi letto come approccio economico al nuovo regime di accumulazione, introducendo delle restrizioni non comparabili a quelle presenti nei cicli sistemici di accumulazione precedenti. Quella da covid è la prima crisi radicalmente diversa in questa fase di caos sistemico del capitalismo storico, crisi che il potere di classe globale non sa come gestire: disinnescare le sue condizioni di produzione e le sue probabilità di riproduzione esponenziale (in termini di crisi ecosistemiche, gravissime distruzioni economiche e tendenze profondamente antidemocratiche), mette una pressione insopportabile negli attuali assetti sistemici di potere e di regolazione del capitalismo globale. Non è una semplice crisi dei modelli macroeconomici o di regolazione: questi sono esplosi dal punto di vista epistemologico, pratico, politico, perché a cambiare è proprio la struttura di potere del capitale globale, che fa un salto di qualità senza precedenti i termini di potere nudo sulle condizioni di vita della classi dominate, ad un livello tale che l’intensità dei processi di sussunzione reale del lavoro mette in pericolo assoluto anche la riproduzione delle classi dominanti e dei sui bestiali metodi di accumulazione di capitale e di potere.


Una delle tendenze più visibili nel processo di accumulazione e organizzazione del capitale è l’impetuosa crescita della concentrazione del capitale. Basti guardare allo strapotere delle cosiddette Big Tech, che in questi anni hanno acquisito un’innumerevole quantità di società ed aumentato in maniera vertiginosa le proprie quotazioni di borsa, sconfinando anche in settori finora lontani dai loro business (pensiamo all’acquisizioni di società operanti nel settore medico). Allo stesso tempo, gli Stati stiano riacquisendo una centralità perduta, non solo con interventi atti garantire sostegno ai redditi e alle imprese, ma promuovendo l’intreccio tra obiettivi economici e esigenza di sicurezza nazionale. Alessandro Aresu, ha definito questo processo come l’ascesa del «nuovo capitalismo politico». Come si combinano questi due processi?


Emiliano Brancaccio

Preferirei usare l’espressione marxiana di centralizzazione, che è cosa diversa dalla concentrazione. C’è stata tutta una letteratura che ha tentato negli anni di negare i processi di centralizzazione dei capitali. La legge di centralizzazione, tra le varie tendenze individuate da Marx, è quella che probabilmente è stata sottoposta a maggiori critiche, per una ragione facile da comprendere: se si porta alle estreme conseguenze la meccanica della centralizzazione del capitale, si solleva un problema per l’ordine liberal-democratico. È chiaro che centralizzazione del capitale e democrazia non vanno d’accordo. Ci sono stati quindi vari attacchi nel campo mainstream nei confronti della legge di tendenza di centralizzazione del capitale, penso a De Grauwe, ad Acemoglu, a Blanchard. C’è sempre stato il tentativo di dimostrare che la centralizzazione non si verifica, che esiste un movimento spontaneo che crea nuovo capitale e nuova imprenditoria, che esiste il ceto medio, questa classe indefinita che salvaguarda la distribuzione dei poteri economici e quindi politici. Anche l’eterodossia ci ha messo del suo: contestavo alla scuola della regolazione, fondamentale per tanti motivi, la sua grande insistenza verso le pluralità dei capitalismi, ad un punto tale che la meccanica complessiva del sistema, la legge di tendenza oggettiva impersonale della centralizzazione quasi svaniva. Penso tra gli eterodossi a Sylos Labini, all’epoca su posizione antimarxiste, che fece un saggio sulle classi sociali per negare questa tendenza. Oggi per fortuna abbiamo strumenti analitici che ci consentono di confermare dal punto di vista scientifico che Marx aveva ragione. Esiste, infatti, una tendenza poderosa, pervasiva, di carattere mondiale verso la centralizzazione: possiamo dire che oggi l’80% del capitale azionario quotato a livello mondiale è controllato da meno del 2% degli azionisti mondiali. Questa piccola percentuale tende progressivamente a ridursi a cavallo delle varie crisi economiche. È pervasiva perché sebbene questa sia un’epoca geopolitica, con il ritorno degli Stati sulla scena, esiste in realtà questa tendenza a carattere mondiale. Basti pensare alla Cina: l’aspetto paradossale del caso cinese è che il partito comunista, che detiene ancora i gangli del controllo politico del sistema e del processo di accumulazione, ha creato le condizioni per far nascere una classe capitalista emergente che, a distanza di alcuni anni dalle svolte di Deng Xiaoping, oggi tende a centralizzare il capitale. È interessante notare che il grado di centralizzazione del capitale privato (almeno formalmente) che sussiste in Cina non è lontano da quello degli Stati Uniti. Questa legge di tendenza dunque soverchia anche i processi geopolitici. È una tendenza importantissima perché pone una grande questione, solleva un grande interrogativo: esiste una chiara ed evidente contraddizione di sistema tra i processi di centralizzazione, e quindi del potere economico, e la parvenza di distribuzione del potere che contraddistingue l’assetto liberal-democratico. Questa è la vera campana a morto della liberal-democrazia. Ce ne stiamo già accorgendo: le pulsioni autoritarie che di tanto in tanto affiorano e si consolidano sono il riflesso del processo di centralizzazione del capitale. Questo processo di centralizzazione è anche alla base della costituzione di un nuovo tipo umano agganciato alla macchina. Secondo me dovremmo usurpare l’espressione «capitale umano» a Gary Becker per dire che esiste un nuovo tipo umano che si configura man mano che il processo di centralizzazione va avanti. Si tratta dell’esatto opposto della nuova umanità liberata a cui noi tutti tendiamo.


Carlos Prieto del Campo

A mio avviso la cosa fondamentale è notare che la forma Stato è diventata un mezzo di produzione per il nuovo regime di accumulazione. Il vecchio modello di regolazione è saltato parecchio tempo fa, almeno dai primi anni di questo secolo. Il concetto stesso di produzione va interpretato in maniera diversa. La forma Stato non è più un elemento esterno che impone regole al capitale, garantendo più o meno concentrazione di potere economico, ma è stata sottomessa al ciclo di produzione e d’accumulazione. Quest’ultimo dal punto di vista marxiano è il ciclo di riproduzione sociale, un ciclo sistemico di accumulazione di capitale e di potere di classe (a «guida» statunitense nel nostro caso) che definisce tutta una epoca storica e che adesso sta crollando in tutte le sue varianti costitutive (energetiche, monetarie, politiche, geopolitiche, finanziarie, ecosistemiche). Questa sussunzione della forma Stato nel processo di produzione e accumulazione di capitale non ubbidisce soltanto allo strapotere delle classi dominanti, ma si impone anche perché la crisi del capitalismo storico come sistema sociale e produttivo è irreversibile, non garantisce più una minima qualità alla riproduzione sociale in termini democratici e ecosistemici. Dunque, dal punto di vista macrostrutturale, la centralizzazione deve distruggere la modernità politica, la forma democratica. La centralizzazione del capitale, che vede le gigantesche Big Tech appropriarsi dei settori del welfare, patrimonio sacro del potere pubblico e dello Stato per anni, implica la distruzione del modello fordista e posfordista degli ultimi 25-30 anni, ovvero della forma più elaborata di impatto politico della forza lavoro sulla struttura di potere del capitale, al di là delle sue iniquità di genere, coloniali e di razza. La concentrazione è un segnale molto forte della crisi del capitalismo come sistema storico, ma, allo stesso tempo, eleva all’ennesima potenza il concetto del capitalismo come sistema che distrugge il politico per assolutizzare un modello di potere autoritario storicamente, fatto che crea dei problemi fondamentali alle classi dominate, alla forza lavoro (e alla sua composizione tecnica e politica di classe attuale in termini di soggetto politico e della sua forma partito 4.0). Il limite allo strapotere del capitalismo delle piattaforme sta nel fatto che in questa congiuntura neanche i sistemi politici più oligarchici possono definire un nuovo regime di accumulazione privo di fondamento sociale, sganciato dai bisogni delle maggioranze lavoratrici e proletarie. Questo detto ad un alto livello di astrazione. Se ci proponiamo di verificare la pertinenza di questa ipotesi e guardiamo a cosa producono i sistemi politici italiano, spagnolo o europeo in termini di regolazione del nuovo regime di accumulazione, vediamo che gli output politici che riescono a produrre sono molto poveri. Quindi uno dei concetti da sviluppare dal punto di vista teorico è la forma aggressiva di sussunzione reale della forma Stato attuale e del suo modo di regolazione che si sta sviluppando in questi anni: il processo di riproduzione è un sistema complesso di produzione di plusvalore, di regolazione, di svuotamento democratico, di divenire oligarchico della riproduzione sociale e di distruzione del soggetto politico possibile delle classi dominati e quindi della sua possibile forma partito. Ma il vero problema è che questa sottomissione del potere politico, del processo di riproduzione, sta trovando dei limiti molto aggressivi, come ha dimostrato la crisi indotta dal coronavirus, e le crisi future saranno collegate a questa impotenza nel trovare una capacità minima di riprodurre capitale, ricchezza, reddito (l’espropriazione in termini capitalistici classici). Se inseriamo anche la variabile ecosistemica, non letta esclusivamente nella classica forma ambientalista, vediamo una crisi politica così forte della forma Stato che apre ad una enorme capacità politica per la nuova composizione di classe del soggetto proletario attuale. Per quanto riguarda la dimensione geopolitica della sottomissione della forma Stato, vediamo che le classi dominanti atlantiche e non solo stanno dimostrando un’aggressività molto forte contro il lavoro vivo. Esse, infatti, stanno pensando confusamente alla transizione egemonica dal ciclo sistemico statunitense che non funziona più e a questa crisi sistemica del capitalismo storico. Queste preoccupazioni politiche e geopolitiche aggiungono ulteriori tensioni. La reazione al coronavirus del 2020 è un’evidenza della difficoltà epistemologiche delle classi dominanti occidentali. La crisi della potenza egemonica dell’attuale ciclo sistemico di accumulazione, cioè degli Stati Uniti e del suo blocco di potere geopolitico, geoculturale e geoeconomico globale, è una crisi del capitalismo storico come sistema di riproduzione sociale che non ha soluzioni per le classi dominanti. Non hanno più tempo di pensare ad una soluzione mediamente ottima per la tendenza storica a riprodurre il capitalismo storico come l’abbiamo conosciuto. E questo deve essere il punto di partenza oggi per la organizzazione politica del soggetto proletario come soggetto politico forte capace di pensare, distruggere e riorganizzare, dentro e contro, il modello di sussunzione del potere politico. E qui la Europa e il Mediterraneo sono il nostro laboratorio postcapitalista privilegiato.


Andrea Fumagalli

È chiaro, il processo di centralizzazione del capitale non è una novità, non a caso Marx lo ha individuato un secolo e mezzo fa. Nella storia del capitalismo a cambiare sono i settori in cui si verifica. Dipende molto dalla dinamica tecnologica, variabile che in questa fase deve essere tenuta sempre presente, così come il problema dell’ecosostenibilità, entrambi elementi di dinamismo del capitalismo odierno che incidono molto sui processi di regolazione. Sottoscrivo quello che ha detto Emiliano e apro una breve parentesi: quando i regolazionisti parlavano dell’eterogeneità (varietà) dei capitalismi, si riferivano alla fase degli anni ’80, che definivano «postfordista» per denominare qualcosa che non c’era più senza che fosse ancora definito ciò che sarebbe emerso dopo. Nel periodo postfordista erano presenti più modelli: quello toyotista-giapponese del just in time, il modello dei distretti industriali all’italiana o quello del capitalismo finanziario traianato dallo sviluppo di reti di fornitura internazionalizzati (forma di capitalismo in origine prerogativa degli Usa, ma che sarà pervasiva dagli anni ’90 in poi). Questa centralizzazione non è stata scevra da conflitti, dialettiche interne. Io credo che negli ultimi due anni, in seguito alla situazione sanitaria, si siano rafforzati due fattori. Da un lato un ulteriore asservimento del lavoro, estorcendo ed espropriando forme di ricchezza e quote di surplus, un processo di ristrutturazione interno allo stesso capitalismo. Esemplificativo è il conflitto sotto la gestione Trump tra capitalismo delle piattaforme della Silicon Valley, globale e finanziarizzato, e il capitalismo corporativo nazionalista dell’acciaio, che era la base dell’elettorato trumpiano. Ha ragione Emiliano quando dice che, come reazione alla crisi del 2007 2008, c’è stata una rimessa in discussione delle «magnifiche sorti e progressive» della globalizzazione neoliberale, e questa abbia favorito il sorgere di tendenze corporative nazionaliste, sovraniste etc. Però a me sembra che negli ultimi due anni questo conflitto sia venuto un po’ meno, ho la sensazione di un peso declinante delle tendenze sovraniste-nazionaliste e l’emergere di un livello di classe politica tecnocrate che non è quella di Monti. Ho sentito una delle conferenze di Draghi che alla domanda su cosa pensa delle possibili dinamiche interne conflittuali dei partiti della maggioranza, ha risposto dicendo che il suo unico interesse è governare, non guardare alle beghe della maggioranza, come se i partiti avessero per lui poco peso. Questo livello di gestione politico-economica autoritaria e tecnocrate è su un livello nuovo, mi è piaciuta l’affermazione di Carlos: governo del processo di sussunzione dello Stato. È il NPM, l’idea che si gestiscono delle risorse senza scambio parlamentare con l’unico fine di garantire la profittabilità privata. L’accordo tra Cassa Depositi e Prestiti e Tim per la gestione in condizione di monopolio della rete 5G, rende chiara l’idea: il diritto fondamentale alla connessione verrà gestito da una società privata con una partecipazione al 48% di soldi pubblici. Qui c’è il processo di sussunzione dello Stato che favorisce un processo di centralizzazione che vede il capitalismo delle piattaforme decisamente vincente sul piccolo capitalismo un po’ retrò. A me sembra che questa tendenza è stata accelerata: se fino al 2019 i sommovimenti politici in seguito al rinculo della crisi del 2007-08, avevano portato ad una sorte di un aumento del potere contrattuale del capitalismo nazionale, mi sembra che adesso questa mediazione politica abbia preso una posizione ben chiara, a favore del grande capitale transnazionale, tendenzialmente intangibile che non produce merci fisiche ma che a che a fare con la gestione della vita. Il nuovo paradigma tecnologico che si sta delineando è basato su tre assi, che portano ad un cambiamento del capitalismo: 1) quello delle biotecnologie, ovvero la possibilità di creare materiale vivente in maniera artificiale (come la rivoluzione che creò la tavola degli elementi di Mendelev nel 1870, che ha dato l’alfabeto della materia e si è tradotto poi nello sviluppo delle fibre artificiali senza cui lo sviluppo taylorista non sarebbe avvenuto); 2) l’aumento vertiginoso della capacità di calcolo, big data, business intelligence, ovvero come trasformare il valore d’uso dei dati e dell’informazione che creiamo in valore di scambio che crea profitti; lo sviluppo delle tecniche algoritmiche e dell’interazione tra umano e macchinico. Dunque un capitalismo che accorcia sempre più i tempi della realizzazione monetaria della rendita, che crea fattori forti di stabilità in un contesto in cui gli atti della vita quotidiana diventano materia di valorizzazione, accumulazione, espropriazione. Un misto tra estrattivismo e sussunzione dall’alto, con l’aumento della giornata lavorativa e delle attività umane soggette al lavoro produttivo nel senso marxiano (cioè a creazioni di plusvalore), processi di sussunzione reale e aumento dei ritmi, dell’intensità dello sfruttamento e della produttività sociale dovuto ai processi di rete e apprendimento. Questa tendenza ha subito una forte accelerazione negli ultimi mesi, il capitalismo della piattaforme diventa modello di organizzazione del lavoro non solo in settori specifici, ma tende ad essere applicato nei servizi tradizionali e nelle attività manifatturiere (pensiamo al piano Siemens per la gestione dei dati). 3) A tutto questo si aggiunge un ruolo ancillare dello Stato, che delega la gestione del buen vivir ai processi di accumulazione privata. L’unica possibilità che vedo per la ricomposizione di una forza-lavoro frammentata, esistenzialmente e strutturalmente precarizzata, è riprendere un conflitto sui livelli di accumulazione più alti oggi esistente, dunque sul welfare. Al di là delle sacrosante battaglie sui licenziamenti, una ripresa delle lotte possa avvenire solo con una ripresa di coscienza che la conflittualità oggi si opera sulle condizioni di vita, questo richiede un processo politico di organizzazione e di individuazione di battaglie da definire.


Una delle ipotesi su cui stiamo lavorando è che le industrie riproduttive (sanità, formazione e più in generale i settori che si occupano della produzione e gestione delle infrastrutture collettive) giocano e giocheranno un ruolo sempre più importante nel processo di accumulazione. Nelle politiche di rilancio di Biden (soprattutto) e Unione Europea, quanti investimenti sono dedicati a questi settori? Si sta prefigurando un ritorno degli investimenti nel welfare o secondo voi continuerà la distruzione portata avanti negli ultimi decenni?


Andrea Fumagalli

I settori della riproduzione sociale sono quelli a più alto valore aggiunto: la misurazione della loro incidenza in termini di addetti o di contributo al Pil rischia di essere fuorviante. Un esempio: la regione Lombardia ha stipulato un accordo con la Ibm per la gestione dei dati di tutti i residenti lombardi iscritti al sistema sanitario regionale. Lo scopo è fare prevenzione sanitaria, risparmiare sull’utilizzo dei farmaci e via dicendo. Contemporaneamente la regione crea dei poli ospedalieri in sinergia con i privati, facendo riferimento al gruppo Rotelli, gruppo ospedaliero privato più grande a livello europeo. Al processo di sussidiarietà del sistema pubblico, si aggiunge la cessione dei dati a Ibm che può fare business vendendoli alle case farmaceutiche. Qual è il valore di tutte queste attività? Queste operazioni entrano nella contabilità del settore privato, non di quello pubblico. A parte questo, è chiaro che i settori della riproduzione sociale sono centrali come lo erano un tempo i settori manifatturieri. Ci sono oggi investimenti pubblici? Sicuramente sì, ma di che tipo? Ad esempio: dei 20 miliardi per la formazione, metà dovrebbero essere destinati a creare dei corsi di formazione professionali gestiti direttamente dalle imprese per preparare una forza-lavoro adeguata. Dunque i fondi pubblici servono a finanziare i progetti privati. Non dobbiamo guardare dunque al semplice dato quantitativo ma al modo in cui vengono investiti. In ogni caso non credo siano previsti tanti soldi. Il welfare oggi è organizzato intorno al concetto di workfare, sono processi non universalistici, selettivi, che richiedono contropartite in termini di comportamenti, che rendono la classe oppressa più ricattabile. Cosa dovremmo fare? Peroriamo da anni un novo tipo di welfare adeguato a questi meccanismi di valorizzazione, che abbiamo definito «commonfare» e che si basa su tre assi: reddito di base incondizionato che aumenti il diritto alla scelta su come esistere; accesso ai beni comuni; circuiti finanziari alternativi in grado di sostenere finanziariamente un welfare di questo tipo.


Carlos Prieto del Campo

A mio avviso questi investimenti nel welfare, anche seguendo la linea della sua integrale privatizzazione, non andranno molto lontani e con tutta sicurezza non saranno una forza motrice cardine di un nuovo modello di crescita, per non parlare di un nuovo regime d’accumulazione. Non ci sono le condizione per questo scenario, per ragioni squisitamente politiche: la privatizzazione del welfare è oggi un movimento difensivo e retrogrado di una classe imprenditoriale che ha smesso di capire che cosa è oggi l’attività economica, produttiva e riproduttiva, che non sa come creare ricchezza sociale e innovare. Le classi dominanti non hanno un concetto operativo d’innovazione, intesa come l’accumulazione di «piccole» modifiche accumulative dei vecchi paradigmi tecnologici che producono i disastri ben conosciuti nei campi del cibo, della diseguaglianza, della biodiversità, della distruzione dei diritti fondamentali, per non parlare delle numerose crisi sanitarie che stanno iniziando ad apparire in questa fase di caso sistemico del capitalismo. Le classi dominanti e i suoi ceti imprenditoriali attuali maneggiano un concetto di innovazione il cui risultato sistemico è approfondire le condizioni della crisi delle condizioni di produzione che teoricamente vogliono evitare o superare. Il modello epistemico è identico a quello utilizzato da queste classi dominanti occidentali e non solo per leggere l’attuale crisi di egemonia globale: un gioco a somma zero, calcato sul jus publicum europaeum – per definizione antidemocratico, patriarcale, coloniale, ecologicamente distruttivo e iperviolento – del ventunesimo secolo. Le continue innovazioni e la continua ricerca di nuovi modelli d’accumulazione implementati dalle classi dominanti, non serviranno, in questo quadro politico di potere così squilibrato fra le classi, a rilanciare un «nuovo» regime d’accumulazione. Se ci riusciranno sarà, come di fatto già succede oggi, un modello tale di accelerazione della crisi sistemica del capitalismo storico che farà mutare totalmente i termini del politico, della politica e del contenuto democratico residuale della forma Stato attuale, dato cruciale per concepire il nuovo soggetto politico delle forze lavoro attuali, dei nuovi soggetti proletari. Non c’è alcuna possibilità, con le attuali condizioni politiche, che questi investimenti privati del welfare possano dare vita, quindi, ad un nuovo regime di accumulazione. Seconda cosa: qual è il nostro modello di welfare per scatenare lotte politiche in questa area fondamentale? A mio avviso, è molto importante pensare di quale soggetto politico abbiano bisogno le classi proletarie, riflettere su che tipo di movimenti sociali possono portare ad un altro tipo di rappresentanza e soprattutto d’impatto democratico irreversibile sull’attuale forma Stato. Se a gestire gli investimenti e le ipotetiche nuove politiche pubbliche di welfare sono i soliti noti, come la Lega in Lombardia, il Partito Popolare nella Comunidad di Madrid o l’establishment neoliberale della UE, sappiamo a cosa andiamo incontro; se la pressione dei movimenti produrrà finalmente qualche cedimento dal lato dell’attuale elite politiche sarà diverso. Bisogna situare la forma delle Amministrazione pubbliche, la sua cattura autoritaria dalle classi e elite politiche dominanti, la sua capillarità neoliberale e autoritaria, la sua sfacciata privatizzazione nel centro delle lotte dei movimenti, perché la crisi dei diritti attuale e il nuovo welfare non possono essere gestiti dall’attuale sistema di partiti, corrotto fino in fondo in termini di costituzione materiale democratica. È compito dei nuovi soggetti politici proletari capire e attaccare frontalmente queste forme amministrative e giuridiche quando si rivendicano nuovi diritti e nuove forme di utilizzare le risorse pubbliche, cercando di determinare nuovi investimenti in welfare in forme differenti rispetto all’oggi, ripensando politicamente le modalità di gestione e amministrazione delle Amministrazioni pubbliche e canalizzando, in questo modo, le nuove lotte sul welfare nella linea di produzione di nuovi soggetti politici antisistemici. Il punto è, quindi, come trasformiamo i modi di amministrare in maniera opposta al NPM per far diventare questo welfare una leva politica diversa di aggregazione di classe. Il rapporto tra nuovi soggetti proletari, nuove forme di welfare e qualità delle infrastrutture pubbliche sono possibili nodi di politicizzazione che vanno al di là delle preoccupazioni per le lotte classiche, che in ogni caso devono essere sostenute. Come fare dunque per stare dentro e contro la forma Stato in questa congiuntura di crisi sistemica dei modelli d’accumulazione di capitale per stroncare il potere di classe di queste classi dominanti imbastardite? Questo mi sembra un campo politico fondamentale.


Emiliano Brancaccio

Per farla breve: direi che di investimenti nel welfare non ne stiamo vedendo, nonostante l’insegnamento che avremmo dovuto trarre dalla crisi del coronavirus. È uno degli elementi paradossali di questa fase storica. Abbiamo davanti una serie di contraddizioni, incongruenze, caos sistemici che hanno caratterizzato la gestione del coronavirus, a causa di una serie di scelte scellerate, basate sullo svuotamento delle conoscenze e delle strutture pubbliche nel campo della sanità. Nonostante questo non avvertiamo un cambiamento di tendenza. Faccio degli ovvi esempi: la politica sanitaria continua nella direzione dell’autonomia differenziata e della privatizzazione del percorso della salute degli individui. Ricordo che nel mezzo della pandemia, in pieno razionamento dei vaccini, Letizia Moratti, diventata commissario della gestione regionale della Lombardia, evocò una logica di autonomia differenziata nella distribuzione dei vaccini sostenendo che le regioni col Pil più elevato avrebbero dovuto averne di più. Una sorta di sopravvivenza differenziata. Per passare dal micro al macro, da tutte le indicazioni che provengono dagli scienziati in trincea contro il virus, emerge chiaramente che come i brevetti, i diritti di proprietà intellettuale, la privatizzazione della conoscenza tecnico-scientifica costituiscano dei freni alla lotta contro il virus. Non abbiamo avvertito la ben che minima svolta: anzi abbiamo rilevato come l’Ue, ancora più di altre configurazioni politiche, ha difeso il sistema di privatizzazione della conoscenza vigente. Dinanzi a questa serie di inefficienze e fallimenti, che purtroppo abbiamo potuto misurare in termini di numeri di morti (dal virus e derivati di conseguenza), assistiamo ad una reiterazione del sistema, ad una sua autoriproduzione, senza sostanziali modifiche. Io credo da questo punto di vista sia importante quello che diceva Andrea sulle lotte politiche metropolitane che vale la pena organizzare in questa fase storica per far uscire gli oppressi dal cappio che gli impedisce di pensare la politica, ma dovremmo anche lanciare degli ambiziosi messaggi prometeici: credo in altre parole la tesi di un comunismo scientifico nella lotta al virus e nel sistema di gestione della sanità (che significa fare a pezzi il sistema dei brevetti e dei diritti di proprietà individuale e mettere in comune le conoscenze degli scienziati nella gestione della salute) possa e debba essere praticata. Questo caso resterà impresso per generazioni, sarà l’esempio di come una ipotesi comunista, di pianificazione collettiva sia superiore ai meccanismi di comando capitalistico sulla salute e sulla vita delle persone. Quindi compiere le lotte metropolitane ma anche alzare lo sguardo e lanciare messaggi, ci sono le condizioni scientifiche per farlo nonostante la durezza estrema di questo periodo.

Immagine: Oskar Manigk, Doc Mail Present, 1987