Una musa inquietante: lo zombie e la filosofia


In questo articolo Valentina Cardella esplora il rapporto tra zombie e riflessione filosofica, indagando, nello specifico, il caratteristico turbamento provocato dallo zombie, creatura indistinguibile dagli esseri umani, identica a noi fino all’ultimo atomo, ma priva della coscienza, la quale, per queste sue caratteristiche, si inserisce in una particolare declinazione del fenomeno del «perturbante».


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Chi ha paura degli zombie?

In uno dei suoi ultimi romanzi, Machines like me, McEwan (2019) immagina un mondo alternativo in cui Alan Turing [1] non è scomparso prematuramente, e ha quindi sviluppato le sue ricerche fino alla creazione dei primi esseri umani artificiali. Adam, l’androide protagonista del romanzo, è praticamente indistinguibile da un essere umano, se non fosse per la sua bellezza a tratti innaturale, e ovviamente per la sua conoscenza enciclopedica, che spazia dalla matematica alla filosofia alla letteratura alle scienze. Charlie, l’uomo che decide di comprare Adam con il ricavato dell’eredità della madre, è affascinato dalle infinite potenzialità del suo «androide da compagnia», ma a tratti ne è anche profondamente turbato. La dicotomia umano/non umano, vivo/non vivo, che dovrebbe essere perfettamente chiara, dato che Charlie è consapevole di aver comprato un automa, a volte sembra nonostante tutto scricchiolare, come si può osservare in questo brano:


Continuavo a chiedermi in che senso Adam fosse in grado di vedere, chi o che cosa abitasse quegli occhi. […] Sapevo ben poco di ciò che veniva trasmesso al mio nervo ottico, né di dove andasse a finire o di come gli impulsi si trasformassero in una realtà visiva chiara e completa o di chi abitasse i miei occhi. Ero io e basta. Comunque funzionasse, il trucco godeva del vantaggio di creare e sostenere una parte illustre dell’unica cosa al mondo che conosciamo davvero: la nostra personale esperienza. Difficile credere che Adam disponesse di qualcosa di simile. Più facile credere che ci vedesse come può farlo una macchina fotografica, o come diremmo che ci sente un microfono. Non c’era nessuno là dentro. Comunque, mentre lo guardavo negli occhi, cominciai a sentirmi scombussolato, insicuro. Nonostante il netto spartiacque tra esseri viventi e inanimati, restava innegabile che Adam e io eravamo vincolati alle stesse leggi fisiche. Chissà, forse la biologia non mi garantiva nessuno status speciale, forse significava ben poco ripetersi che la figura in piedi davanti a me non era viva a tutti gli effetti. (McEwan, 2019, p. 121)


Adam è un perfetto esempio di zombie filosofico. Quando si parla di zombie in filosofia, si fa riferimento a delle creature indistinguibili dagli esseri umani, identiche a noi fino all’ultimo atomo, ma prive della coscienza (Chalmers, 1995, 1996; Kirk 2005). Questi zombie sono uguali a noi, si comportano come noi, sembrano provare emozioni e sentimenti come noi, ma sono in realtà come Adam, degli automi ben congegnati: non hanno vita mentale, non hanno coscienza, se si guarda dentro le loro teste, non c’è nessuno in casa («Non c’era nessuno là dentro», si dice Charlie). Gli zombie filosofici sono un esperimento mentale sofisticato nato fondamentalmente per aggredire alcuni dei problemi centrali della filosofia della mente, come il carattere soggettivo della coscienza, l’hard problem (la possibilità di ridurre le esperienze coscienti agli stati fisici del cervello), la plausibilità del materialismo e così via.

Rispetto a questi cugini così nobili, che da decenni sfidano gli intellettuali sulle questioni fondamentali della filosofia, cosa possono mai dire ad un filosofo i «classici» zombie, queste creature mezze decomposte così evidentemente distinguibili da noi, così animalesche, così stupide, che si limitano fondamentalmente a cercare carne umana da sgranocchiare?

In realtà, la tesi che qui si vuole esporre è che anche gli zombie non filosofici, questi esseri così ripugnanti, spesso ridicoli o semplicemente miseri, possono essere utili alla filosofia. Con i loro occhi vuoti, i loro corpi in decomposizione, la loro andatura lenta e goffa, le loro menti al buio, possono comunque lanciarci delle sfide importanti, costringerci a interrogarci su questioni fondamentali della filosofia. In questa sede ci occuperemo in particolare dei motivi per cui lo zombie fa paura, di quel caratteristico turbamento provocato da questa figura, che, come vedremo, sarà possibile analizzare come una sottospecie particolare del perturbante.

Ma per cominciare a parlare di questi zombie, dobbiamo tornare per un momento agli androidi. C’è chi infatti, negli anni Settanta, ha consigliato agli studiosi di robotica di non creare degli automi troppo simili agli umani (come l’Adam del mondo parallelo di McEwan). Il pericolo infatti, secondo Masahiro Mori (1970), sarebbe quello di incappare in ciò che l’autore definisce la Uncanny Valley, la Valle del Perturbante. Infatti, si potrebbe credere che somiglianza e familiarità di una creatura artificiale vadano di pari passo, ovvero che più un robot o un androide sono somiglianti all’uomo, più risulteranno familiari e saranno in grado di suscitare sentimenti positivi. Ma la realtà sembra essere molto diversa. Per chiarire il concetto, Mori crea una rappresentazione grafica dell’Uncanny Valley, in cui pone, sul piano delle ascisse, la somiglianza con l’uomo, e sul piano delle ordinate, la familiarità. Fino ad un certo punto, la crescita della somiglianza si associa ad una crescita del senso di familiarità, e la curva sale piuttosto armoniosamente, ma ad un certo punto succede qualcosa di strano. Quando infatti qualcosa si fa troppo simile all’uomo, la curva comincia a precipitare, perché crolla la sensazione di familiarità; questo crollo produce un sentimento di inquietudine, quello che in letteratura è noto come il perturbante.

Il valore minimo di questa curva è dato proprio dallo zombie, che in quest’ottica rappresenta il punto massimo di perturbante: qualcosa di vivo, che sembra morto. Come afferma Conte:


Il movimento, in quanto indicatore fondamentale di vita, non fa che estremizzare, in entrambe le direzioni, i picchi del grafico: un essere in grado di muoversi sarà di per sé molto più humanlike dello stesso essere immobile, ma se ricade nella zona della uncanny valley sarà anche molto più perturbante. L’abisso è rappresentato, rispettivamente, dal cadavere e dallo zombie: il primo è massimamente somigliante all’uomo vivo, e tuttavia non si muove, rimane rigido, freddo, pietrificato; il secondo, invece, incarna alla perfezione l’incubo del revenant, del Frankenstein, del morto che si anima e recupera la capacità di muoversi e spostarsi, seppure – ed è ciò che lo rende uncanny – con un aspetto e un movimento da zombie, appunto (2011-12, p. 13).


Lo zombie è dunque per eccellenza una versione del perturbante. Proverò allora innanzitutto ad analizzare lo zombie in questa chiave, mostrando cos’è che davvero ci inquieta, in questa figura.


«Karen? Che fai, tesoro?»


Tra tutte le incertezze psichiche che possono diventare causa di perturbante, ce n’è una in particolare capace di produrre un effetto generale regolare e potente: dubitare che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, che un oggetto privo di vita non sia invece animato (Jentsch, 1906, p.8, trad. dell’autrice)


Con queste parole Ernst Jentsch presenta la sua teoria del perturbante, che, com’è noto, verrà citata nel ben più conosciuto saggio di Freud sullo stesso tema. Pur ammettendo la difficoltà di costruire una teoria esaustiva sull’esperienza del perturbante, essendo il suo carattere estremamente soggettivo, Jentsch cerca comunque di inquadrarne alcune caratteristiche essenziali, che per l’autore hanno a che fare con un fenomeno ben più ampio, quello dell’incertezza. È perturbante ciò che ci pone di fronte all’incertezza sulla sua natura: un tronco che comincia a muoversi rivelando di essere un serpente, un automa che sa svolgere compiti umani, una bambola di cera troppo simile ad una bambina. Nell’istante in cui crollano le nostre certezze, nel passaggio da una evidenza («è un essere inanimato») a quella opposta («è un essere animato»), lì si annida il perturbante, lì troviamo la fonte primaria dell’inquietudine. E in un brano dell’opera di Jentsch possiamo già rintracciare un riferimento, anche se implicito, agli zombie;


L’orrore prodotto da un corpo morto (specialmente da quello umano), dalla testa di un morto, dagli scheletri e da cose simili può in larga misura essere spiegato anche dal fatto che associamo sempre a queste cose il pensiero di un possibile, latente, stato animato. Questo pensiero spesso si fa così strada nella coscienza da smentire le apparenze, stabilendo le precondizioni per il conflitto psichico appena descritto (ivi, p. 15, trad. dell’autrice).


Quando guardiamo un cadavere non possiamo fare a meno di pensare alla vita che l’ha abbandonato, e se ci soffermiamo su questo avremo l’impressione che quel cadavere sia, in realtà, vivo, e ciò ci riempie di orrore. In controluce, possiamo vedere qui l’emergere dello zombie come perturbante: il morto, cadavere, che appare vivo, perché si muove; il vivo, che svolge azioni e cammina, che però appare morto, poiché reca in sé i segni della sua morte. Lo zombie ci pone di fronte ad una incertezza che non può essere superata: è sempre insieme vivo e morto, è the living dead, ed il dubbio sulla sua natura non può essere superato con una nuova evidenza.

Cominciamo dunque a vedere come lo zombie possa bene essere interpretato alla luce del perturbante. Ma è soprattutto la teoria freudiana ad illuminare aspetti importanti di questa figura. Com’è risaputo, Freud (1919a) critica la teoria di Jentsch per il suo essere troppo poco specifica; ai suoi occhi, il carattere distintivo del perturbante non risiede nell’incertezza. Partendo dall’analisi linguistica del termine Unheimliche, Freud individua infatti due campi semantici principali: è perturbante ciò che è estraneo e familiare al tempo stesso, ed è perturbante ciò che deve rimanere nascosto e viene svelato. Com’è noto, e come si vedrà in seguito, il punto di contatto tra la prima e la seconda forma di perturbante è dato dal rimosso, ma prima di affrontare questo aspetto vediamo come la figura dello zombie rappresenti un caso esemplare di entrambe le fonti di perturbante.

Ne La notte dei morti viventi, il primo film della trilogia di Romero, che rappresentò la nascita dello zombie contemporaneo [2], la prima apparizione dello zombie rappresenta perfettamente il perturbante nel senso freudiano. La figura che vediamo nello sfondo è infatti estremamente familiare; sembra a prima vista in tutto e per tutto un uomo, ha un bel vestito, nessun segno di decomposizione, nessun arto mancante, eppure c’è qualcosa che inquieta, qualcosa di impercettibilmente diverso. La sua andatura, il suo modo di camminare, ecco cos’è che stona, un modo strano ed impacciato di andare avanti, e quando lo zombie si avvicina, a stonare è anche la sua carnagione, mortalmente pallida. A partire da questa prima apparizione, lo zombie può essere letto alla luce della dicotomia familiare/estraneo: è il familiare, l’uomo, il vivo, che si svela improvvisamente come estraneo, il morto, lo zombie.

Tale dicotomia si può leggere anche in senso cronologico: il familiare, il parente, la figlia, il marito, che si trasforma in zombie, e che spesso lo stesso parente fa fatica ad individuare come estraneo. Chi è rimasto in vita infatti spesso stenta a riconoscere la natura di zombie del proprio caro, nonostante questa sia evidente. Ne La notte dei morti viventi, una donna scende in cantina e trova sua figlia, bambina, che banchetta col corpo del padre, e nonostante l’evidenza chiede candidamente «Karen? Che fai tesoro?». Sempre nello stesso film, la protagonista, Barbara, afferrata dal fratello trasformatosi in zombie, gli grida ripetutamente «Lasciami, lasciami Johnny!». Nel film successivo, Zombie, una donna chiama suo marito, evidentemente diventato zombie (ha un colorito grigio) «Miguel, amor mio, Miguelito!», e lo abbraccia, dandogli la possibilità di staccarle un pezzo di carne dal collo e dal braccio. Questo sembra mostrare, da un punto di vista filosofico, che noi siamo essenzialmente corpi (Larkin, 2014): ci costa ammettere la natura zombie di un parente perché l’identità corporea è rimasta essenzialmente la stessa, e ancora di più, sempre per la stessa ragione, ci costa uccidere un parente trasformatosi in zombie.

Ma lo zombie incarna anche l’altro lato della dicotomia fondamentale estraneo/familiare: è infatti l’estraneo, il morto, che diventa familiare. Questa seconda dicotomia si gioca sul fatto che, pur non essendo come noi, gli zombi sono come noi, nel senso che svelano una possibilità aperta all’uomo: quella del trauma, della perdita di coscienza. Lo zombie ricorda il traumatizzato, il catatonico, il demente, tutte figure che hanno nel buio mentale la cifra caratteristica, e che per questo rappresentano una versione particolarmente spaventosa del perturbante (Coulombe, 2014). Non è un caso che il saggio di Freud (1919a) sul perturbante sia stato scritto subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, e che nello stesso anno Freud abbia anche scritto un’introduzione al libro Psicoanalisi delle nevrosi di guerra (1919b). La grande guerra aveva infatti prodotto una legione di traumatizzati, quelli che, con un’espressione infelice, in Italia venivano chiamati scemi di guerra: giovani perfettamente sani, diventati sotto l’urto della guerra profondamente estranei. Il trauma della guerra aveva spento la luce nella loro mente, e gli occhi vacui, il sorriso fatuo, il mutismo, rappresentavano l’affiorare in superficie di questo buio mentale. Lo zombie dell’attesa, come lo definisce Coulombe, è per questo una figura profondamente tragica:


[egli] declina un paradigma centrale nell’Occidente contemporaneo: quello dell’individuo scosso da un dramma. Che questo dramma sia una delle catastrofi maggiori che hanno segnato l’inizio del ventunesimo secolo (11 settembre, tsunami, uragano, ecc..), o un incidente, una crisi personale (incidente automobilistico, problemi con la droga, trauma cerebrale ecc..), il soggetto si fa zombie per il fatto di essere un vivente assente da se stesso. Che l’effetto di questo dramma sia temporaneo o permanente, la coscienza è compromessa, brutalizzata. Un trauma troppo grande ha fatto vacillare ciò che ci rende umani: la nostra capacità di pensare (Coulombe, 2014, p. 48).


Sempre ne La terra dei morti viventi, la prima volta che alla radio si citano gli zombi si parla in realtà di «persone normali che sembrano agire in stato di trance»: il trance, questo stato di perdita di coscienza, questo essere insieme presenti e assenti, viene indicato dunque come elemento peculiare degli zombi, che li distingue, e insieme li accomuna, ai vivi. Ed è importante anche sottolineare che questo stato di trance è l’elemento che collega lo zombie originario, voodoo, che diventa tale proprio per ipnosi provocata da assunzione di droghe, e quello contemporaneo, inventato da Romero [3].

Ma nello zombie l’estraneo, il morto, diventa familiare anche in un altro senso: egli vuole tornare ad essere come noi, o in un lui sopravvive qualcosa di umano. Nei film di Romero, specialmente in Zombie e La terra dei morti viventi, spesso sorprendiamo gli zombie mentre svolgono piccoli rituali quotidiani: salgono e scendono le scale mobili del centro commerciale, cercano di suonare gli strumenti di un’orchestrina, si fermano incantati a guardare i fuochi d’artificio. Anche in questo residuo di memoria procedurale, in questa imitazione involontaria di azioni e gesti prima consueti (chiamata in gergo psichiatrico «ecoprassia»), troviamo assonanze con le altre figure del trauma, in particolare con la demenza e con la schizofrenia. Ecco ad esempio la descrizione di una tipica ecoprassia schizofrenica:


Una ragazza di famiglia nobile si innamora di un calzolaio. L’attività principale del calzolaio è la cucitura della tomaia della suola, lei lo contempla con trasporto e devozione, come accade ad ogni giovane innamorata. Osserva e rimane come incantata da quei gesti. Lo imita. Rapidamente i gesti si sostituiscono a tutto il resto. Precocemente appare vuota, non risponde più, non parla, smette ogni altra attività, solo ripete infinitamente l’unico gesto, nel completo isolamento dal mondo. Diventa, secondo le osservazioni dell’epoca, precocemente demente (Barbetta, p. 90).


Torniamo quindi alla figura dello zombie come possibilità aperta all’uomo. Ma in questi gesti involontari e senza senso troviamo anche un elemento che è ancora Freud (1920) ad individuare come fenomeno di estrema importanza: la coazione a ripetere. Nel film Zombie, alla domanda: «Perché continuano a tornare nel centro commerciale?», uno dei protagonisti risponde «Deve essere l’istinto, il ricordo di quello che erano abituati a fare. Era un luogo importante quando erano vivi». Quando li osserviamo ripetere i loro rituali ormai vuoti, ci sembrano ridicoli ed inquietanti al tempo stesso, perché, come è sempre Freud a sottolineare, «tutto ciò che ci rammenta della coazione a ripetere viene sentito come fatto perturbante» (1919a, p. 1061).


Zombie, corpi, macchine

Come si sottolineava nel paragrafo precedente, il primo zombie ad apparire ne La notte dei morti viventi è il perturbante nel senso propriamente freudiano: è estremamente familiare, è uguale a noi, ma qualcosa in lui ci lascia inquieti, ci insinua quel dubbio di cui parlava Jentsch. È un dato di fatto, però, che gli zombie che siamo abituati da tempo a vedere in tv, nelle serie, nei film, non sono così: sono invece estremamente ripugnanti, presentano ferite evidenti, segni di decomposizione, carne putrefatta, arti mancanti. La differenza tra noi e loro esula dal campo del dubbio e si rivela in tutta la sua crudezza. Si deve dunque credere che il loro effetto non sia più così perturbante?

In realtà, una delle definizioni citate da Freud nell’analisi linguistica del termine Unheimliche, che l’autore riprende da Schelling, è la seguente: «è unheimlich tutto ciò che doveva rimanere segreto ma è venuto alla luce» (Freud, 1919a, p.1052). Lo zombie sembra incarnare perfettamente anche questa accezione di perturbante, in due sensi essenzialmente.

Il primo senso è, ancora una volta, quello più propriamente freudiano; lo zombie svela ciò che deve rimanere nascosto per definizione, il rimosso, ed in particolare il rimosso per eccellenza: la morte. Il nostro tentativo di allontanare la morte, di dimenticarla, di rimuoverla, è destinato a naufragare inesorabilmente di fronte allo zombie. In lui noi vediamo letteralmente la morte in faccia: guardiamo i processi di decomposizione, vediamo gli organi interni oscenamente esposti all’esterno, percepiamo l’odore nauseabondo della putrefazione.

Ma affrontare uno zombie implica anche che venga svelato un altro oggetto che dovrebbe rimanere nascosto, un oggetto che non appartiene alla sfera del rimosso ma di cui raramente abbiamo consapevolezza attiva, e questo oggetto è il corpo. Lo zombie ci permettere di assistere infatti ai meccanismi, di solito nascosti e misteriosi, del nostro corpo; possiamo morbosamente osservare ciò che normalmente non sarebbe possibile vedere. In molti film con protagonisti zombie, da quelli della saga romeriana a 28 giorni dopo, è possibile trovare delle cavie zombie, che vengono svuotate degli organi interni, scuoiate, separate dal cervello, sottoposte ad ulteriori torture. Ne Il giorno degli zombie assistiamo ad una sorta di lezione di anatomia (Le Maître, 2016), con un dottore affettuosamente soprannominato Frankenstein che mostra i meccanismi corporei degli zombie, ma si tratta di meccanismi che sono anche i nostri, perché anche noi, come gli zombie, siamo corpi. Uno di questi zombie viene addirittura trasformato in macchina, perché è una macchina a mandare impulsi elettrici che comandano i movimenti del suo corpo. Lo zombie diventa così un automa, e la metafora corpo/macchina, che appartiene ad una gloriosa tradizione filosofica, svela l’altra faccia della medaglia, quella del perturbante.

Del resto, lo stesso Jentsch aveva riflettuto sul ruolo perturbante del corpo, analizzando in particolare il caso delle malattie mentali:


Molti pazienti affetti da questi disturbi [malattie mentali e nervose] hanno un effetto decisamente perturbante su molta gente. Se questa relativa armonia psichica sembra allo spettatore molto disturbata, allora diventa chiaro all’osservatore non esperto che stanno avendo luogo processi meccanici in quella che solitamente si considerava una psiche unificata. Non è un caso che l’epilessia sia perciò chiamata morbo sacro, come se fosse una malattia non appartenente al mondo umano ma a sfere estranee ed enigmatiche, perché gli spasmi dell’attacco epilettico rivelano allo spettatore il corpo umano – il corpo che in condizioni normali è così pieno di senso, appropriato ed unitario, funzionante in accordo con le indicazioni della coscienza – come un meccanismo immensamente complesso e delicato (1906, p. 13-4, trad. dell’autrice).


La malattia mentale da un lato, e gli zombie dall’altro, rivelano dunque, in controluce la prima, e manifestamente i secondi, i processi meccanici della mente umana, il corpo con i suoi delicati e complicati meccanismi.


«Mi sono sempre chiesto come si vive, da mezzo morto»

Possiamo quindi provare a ricapitolare le ragioni per cui la figura dello zombie ispira un turbamento particolare, che non ha nulla a che vedere con l’orrore legato ad altre creature mostruose o sovrannaturali. Lo zombie rappresenta infatti una doppia fonte di perturbante, come estraneo e familiare allo stesso tempo, e come ciò che deve rimanere nascosto e si svela. Questa continua oscillazione tra i due poli del perturbante freudiano ha il suo punto di contatto nel rimosso: il rimosso della morte, ed il rimosso del corpo. Noi ci illudiamo che la morte non ci riguardi, ma lo zombie ce la mette costantemente davanti agli occhi. Noi ci illudiamo di essere più del nostro corpo, di poterlo controllare, ma il nostro corpo è una macchina, è indipendente da noi, ubbidisce a leggi tutte sue, e lo zombie anche questo ci ricorda, che siamo essenzialmente carne, sangue e ossa.

Gli zombie dunque ci disturbano perché ci costringono ad affrontare tante paure, paure che vanno al di là dello zombie in sé e per sé. Ma c’è un’ultima paura che non abbiamo ancora esaminato, ed è forse la più evidente: la paura di diventare come loro. Fin dai primi film di Romero, questa paura è un celebre Leitmotiv. Nel film Zombie, uno dei protagonisti chiede all’altro: «Tu ti occuperai di me, vero Peter?, quando me ne andrò. Non voglio continuare ad andare in giro come quei disgraziati». Ne Il giorno degli zombie, un soldato colpito dice ad un altro «Non permettere che succeda, non permettere che mi succeda, ti prego, uccidimi!». Più avanti nello stesso film, il capitano, quando Sara, la protagonista, cerca di salvare il suo fidanzato amputandogli il braccio morso, le dice con amarezza «Credi che gli farà piacere di andare in giro da morto, che sarà felice di essere uno zombie?». Per fare solo un ultimo esempio: ne La terra dei morti viventi, una delle persone morsa da uno zombie grida «No! Io non voglio diventare come quei cosi!», e si suicida sparandosi in testa. Non è raro che i protagonisti si suicidino ancora prima di essere morsi, quando ad esempio sono circondati dagli zombie e si accorgono di non avere scampo. Il suicidio «preventivo», che evita alla vittima di diventare uno zombie dopo morto, è uno dei tòpoi più classici dei film di zombie.

Ma da cosa deriva questa paura di diventare uno zombie? In altre parole, cosa c’è di così terribile nell’essere uno zombie? Certamente non è molto piacevole essere mangiati vivi, o essere uccisi senza tante cerimonie, ma cosa spinge la gente a preferire il suicido piuttosto che la trasformazione in zombie? Torniamo qui a ciò che dicevamo prima, parlando dello zombie dell’attesa come possibilità aperta all’uomo: questa creatura ci svela che a farci più paura della morte è la perdita della coscienza, è quel buio mentale di cui il demente, il traumatizzato, il catatonico rappresentano differenti versioni. Ma, naturalmente, non c’è alcun motivo di ritenere che uno zombie avrebbe consapevolezza della natura spaventosa della sua condizione. Per usare le parole di Green: «non siamo in grado di rispondere in modo soddisfacente alla domanda sul perché la non morte sia brutta per un non morto» (2014, p. 27). Lo zombie non proverebbe niente ad andare in giro da zombie, non proverebbe niente ad ammazzare i suoi cari, non avrebbe paura del suo stesso buio mentale. Se nella mente degli zombie, proprio come nella mente degli zombie filosofici, non c’è nessuno in casa, il terrore che istintivamente proviamo a vivere nella loro condizione è del tutto immotivato. Potremmo anzi provare una certa curiosità intellettuale, a sperimentare la loro forma di vita, come succede a Cholo, uno dei protagonisti de La terra dei morti viventi, che, resosi conto di essere stato morso, dice al suo amico: «No, no, non mi sparare. Mi sono sempre chiesto come si vive, da mezzo morto».

Ma Cholo resta sempre un’eccezione. Alla maggior parte di noi l’idea di diventare uno zombie non piace affatto. Forse abbiamo paura che, nonostante tutto, rimanga ancora qualcosa di noi, quando diventiamo zombie. Forse sentiamo che, in fondo, saremmo proprio noi ad andare in giro da mezzi morti. In questo istintivo terrore, è possibile percepire l’intreccio di diverse e cruciali questioni filosofiche, come il concetto di identità, quello di moralità, il rapporto tra mente e corpo.

Forse abbiamo sottovalutato i classici zombie.

Forse i loro occhi vacui ci pongono nonostante tutto delle domande a cui vale la pena cercare di rispondere.



Bibliografia

P. Barbetta, La follia rivisitata. Umori, demenze, isterie, Mimesis, Milano-Udine 2014.

D. Chalmers, The Conscious Mind, Oxford University Press, Oxford 1996.

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S. Freud, Einleitung zu Zur Psychoanalyse der Kriegneurosen, «Internationaler Psychoanalytischer Verlag», Leipzig, Wien und Zürich 1919b (Introduzione a Psicoanalisi delle nevrosi di guerra, in Opere 1905/1921, Newton Compton, Roma 1992, pp. 1071-1073).

S. Freud, Jenseitz des Lustprinzips, «Internationaler Psychoanalytischer Verlag», Leipzig, Wien und Zürich 1920 (Al di là del principio del piacere, in Opere 1905/1921, Newton Compton, Roma 1992, pp. 1099-1139).

R. Green, Il lato negativo della non morte, in R. Green, K. S. Mohammad (a cura di), La filosofia di zombie e vampiri, Mimesis, Milano-Udine 2014, pp. 17-28.

E. Jentsch, Zur Psychologie des Unheimlichen, «Psychiatrisch-Neurologische Wochenschrift», 8.22, pp. 195-98, e 8.23, pp. 203-05, 1906 (On the psychology of the uncanny, R. Sellars http://www.art3idea.psu.edu/locus/Jentsch_uncanny.pdf).

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W. S. Larkin, Res corporealis: persone, corpi e zombie, in R. Green, K. S. Mohammad (a cura di), La filosofia di zombie e vampiri, Mimesis, Milano-Udine 2014, pp. 29-40.

B. Le Maître, Zombie. Una favola antropologica, Armando Editore, Roma 2016.

I. McEwan, Machines like me, Jonathan Cape, London 2019.

M. Mori, The uncanny valley (Bukimi no tani), «Energy», n° 7, pp. 33-35, 1970.



Note [1] Alan Turing, matematico inglese nato nel 1912, è considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale. Arrestato per la sua omosessualità, e condannato alla castrazione chimica, si suicidò nel 1954, a soli 42 anni. [2] L’articolo si concentrerà sulle opere di George Romero perché rappresentano la declinazione moderna della figura dello zombie, che ispirerà tutti i film e le serie successive. In particolare, i film di Romero citati in ordine cronologico sono: La notte dei morti viventi (1968), Zombie (1978), Il giorno degli zombie (1985), La terra dei morti viventi (2005). [3] Lo zombie nasce infatti ad Haiti, come vittima privata di ogni soggettività e ridotta in schiavitù da un sacerdote voodoo. Elementi come il cannibalismo, l’irreversibilità della condizione ed il contagio sono invece stati introdotti da Romero (cfr. Coulombe, 2014).



Immagine: Cristiano Baricelli