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Una maggioranza silenziosa contraria a quella governante



L'astensionismo è un fenomeno che sempre più spesso colpisce le democrazie liberali. In questo articolo Valerio Romitelli ne analizza presupposti e conseguenze, soffermandosi, in particolare, sul rapporto che intercorre tra non-voto e avvento dei sovranismi e sul contesto italiano dopo le ultime elezioni politiche.


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Passato il momento elettorale, il fenomeno dell'astensionismo, per quanto abbia raggiunto livelli inediti, sembra scemare d'importanza. Ma evidentemente all'opinione dominante interessa poco o nulla il fatto che il «partito» realmente maggioritario sia proprio quello del non voto. Per quanto rimosso il problema torna però a proposito dell'invio di armi in Ucraina: tema che conferma l'esistenza quanto meno statistica di una «maggioranza» per lo più silenziosa contraria a questo invio e quindi contrario anche a una delle scelte più rilevanti dell'attuale maggioranza ufficiale, come della precedente. I «Fratelli d'Italia» si trovano insomma a governare (assieme ai loro alleati di coalizione) una popolazione che per tre quarti non se ne sente neanche lontanamente parente.

L'Italia non è comunque sola nel soffrire di simili paradossi di basso consenso ai riti elettorali o a scelte governative cruciali. Tutta l'Ue ne soffre, ma soprattutto a soffrirne è la patria stessa della democrazia occidentale; sarebbe a dire quegli Stati Uniti, notoriamente avvezzi a copiosi fenomeni di renitenza degli aventi diritto al voto.

Per la politologia anglofona che detta legge in tutte le università e i media occidentali e filoccidentali, simili fenomeni sono da vedere e trattare come disfunzioni più o meno gravi di quel «sistema» che (per grazia di Dio o di chi per lui) si suppone strutturerebbe sempre la politica. Un «sistema» che solo tramite un regime democratico sarebbe capace di mantenere il sociale sotto quelle regole di ordine e stabilità tanto agogniate da mercati e investitori.

Nonostante tutte le sue certezze metafisiche e la sua persistente egemonia accademica questa impostazione problematica stenta però sempre più a giustificarsi. Al punto che i suoi più accorti cultori come Colin Crouch parlano da tempo dell'avvento di un'epoca post-democratica [1] succeduta a quella più propriamente democratica. Un'epoca post-democratica, configuratasi al sorgere del terzo millennio, dove l'astensionismo elettorale o lo scarso consenso su decisioni governative cruciali non sarebbero che alcuni dei tanti mali dilaganti tra i sistemi dei regimi democratici: arcinoti mali quali, ad esempio, un controllo statale delle opinioni tale da soffocarne la libera espressione, uno strapotere dell'organo esecutivo rispetto a quello legislativo, una perdita di sovranità da parte delle istituzioni pubbliche in ragione della globalizzazione economica e finanziaria, e così via.

Da notare è che simili denunce risalgono a più di una ventina di anni fa, anni durante i quali sono stati anche inventati termini come «democratura» proprio per stigmatizzare il funzionamento di regimi democratici così poco sistematici da lasciarsi sviare da tentazioni dittatoriali. Ancora più rilevante è d'altra parte il fatto che nel frattempo si è anche imposto a livello planetario quel ritorno al nazionalismo identitario, con tratti patriarcali e razzisti, che è stato opportunamente definito sovranismo. Originariamente più riconoscibile in correnti, partiti e Stati emergenti, oggi questa tendenza ha evidentemente contaminato persino la massima potenza imperiale ossia gli stessi Uniti e assieme ai loro alleati, Ue in testa. Il repubblicano Trump ha evidentemente aperto le danze con questo genere di musica, ma il democratico Biden al fondo pare non abbia cambiato che qualche strumento.

Non da oggi dunque il credo liberale democratico che dalla fine della Seconda guerra mondiale è sempre stato vessillo condiviso nell'occidente americano ed europeo si è messo a perdere colpi. A danneggiarsi irrimediabilmente sono stati soprattutto due dei suoi corollari fondamentali. Da un lato, la vocazione pedagogica universalistica, tale per cui, anche a costo di bombardamenti, missione prima rivendicata da questo credo consisteva nell'educare e convincere il mondo della sua superiorità etica e sociobiologica. Dall'altro, il presupposto secondo il quale solo l'espansione planetaria della liberaldemocrazia avrebbe potuto unire l'umanità e quindi darle pace stabile.

Capire come questi due corollari si siano irreversibilmente deteriorati non è troppo complicato. Che ci dice infatti l'indecorosa fuga degli Stati Uniti dall'Afghanistan, giustificata, non solo in nome del loro esclusivo interesse di Stato, ma adducendo anche l'assoluta refrattarietà alla democratizzazione che sarebbe stata dimostrata dallo stesso popolo afghano? Che ci dicono le recenti politiche protezionistiche assunte da Washington, senza alcun scrupolo per i disastri economici che ne potrebbero derivare per gli alleati europei già oberati dalle conseguenze delle sanzioni contro la Russia, anch'esse imposte sempre da Washington? Che ci dice lo scontro definitivo verso cui sembra essere destinata l'intera umanità dal momento che l'occidente a guida americana ha deciso che a oriente si sta diffondendo troppa indocilità? Che ci dice l'uso quanto mai cinico dell'Ucraina di Zelensky rimpinzata di armi e soldi per solleticare le più feroci e pure autolesive paranoie russe? Tutto ciò assieme a innumerevoli altri episodi del nostro presente ci dicono in coro che il cosiddetto sogno americano dentro il quale tutti gli europei, ma in special modo gli italiani, siamo stati cullati (fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, ma soprattutto dopo il disfacimento dell'Urss e la conversione capitalistica della Cina a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta) sta svanendo o peggio trasformandosi in incubo.

Le democrazie liberali paiono così avviate sempre più a convertirsi in democrazie apertamente sovraniste, pronte a sacrificare quote di diritti civili e sociali pur di vendere cara la pelle nella più estrema difesa del declinante impero americano. Da notare è per altro che ciò per non comporta affatto l'abbandono o la messa in mora delle dottrine neoliberali, nonostante i disastri sul piano sociale da esse comportate e oramai note ovunque. Che esse, pur essendo paladine della libertà mercantile e dell'imprenditoria privata, siano compatibili anche regimi evidentemente dittatoriali era già chiaro dai primi anni Settanta, quando i «Chicago boys» sotto la guida di Milton Friedman si impegnavano a consigliare il generale Pinochet nella riconversione economica del Cile dopo la destituzione tramite assassinio del presidente Allende.

Il populismo che si dice essere corollario del sovranismo non impedisce dunque a qualunque regime ne sia contaminato di assumere politiche sfrontatamente impopolari. Se per le democrazie liberali i bassi consensi sono comunque problematici, laddove via siano governi sotto l'influenza del sovranismo le cose non possono non andare diversamente. Tali governi che danno priorità a cose come la difesa dell'identità etnica, la lotta per la supremazia territoriale o l'odio contro nazioni supposte ostili non possono essere disposti a rischiare anche consensi circoscritti.

Ecco da dove si può supporre venga tutta la disaffezione per la politica che si sta affermando da anni, non solo nel nostro paese. In simili fenomeni sono dunque da vedere molto in sintesi tre condizioni storiche maggiori. Da un lato, la disillusone oramai conclamata per la democrazia neoliberale, dall'altro, la disponibilità dei governi anche se pur sempre dichiaratamente democratici ma oramai ovunque a tendenza sovranista, a rischiare bassi consensi. Senza però dimenticare sullo sfondo la più stagionata, ma sempre operante disillusione per il comunismo, nel cui nome, almeno a livello istituzionale, a partire dal 1975 (l'anno della gloriosa vittoria del «piccolo paese» dei vietcong contro la «tigre di carta» dell'imperialismo americano), sono stati prodotti più orrori e disastri che esperienze entusiasmanti.

Non volendo rinunciare a ritessere le fila di quest'ultima tradizione non attualmente dotata di grande popolarità, di fronte al fenomeno di un grande dissenso muto rispetto ai poteri governativi non si può ovviamente non pensare all'inchiesta. Cosa e come pensano tutti coloro che non hanno votato alle ultime elezioni e tutti coloro che non gradiscono fomentare la guerra in Ucraina col massiccio invio di armi e finanziamenti al governo Zelenky? Questa è certo una buona domanda. Degna di ricerche. Ma inutile cercare la «composizione di classe» di questo soggetto collettivo. Qui, ammesso che esista, la soggettività che si presenta è di per sé troppo sfuggente ed eterogenea. Piuttosto da indagare sarebbe quanto e come una simile popolazione abbia qualche prossimità soggettiva, sia pur sporadica o occasionale con le popolazioni più socialmente sfruttate e sofferenti, come stranieri, clandestini, migranti. È in rapporto a questo «proletariato nomade», mai contato come insieme di cittadini a pieno a titolo, che andrebbe valutato il senso della maggioranza silenziosa la quale oggi si oppone di fatto al governo in carica. In Italia certamente. Ma non solo.




Note 1. Courch C., Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari 2005.

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