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Tra realtà dei centri sociali e centrosocialismo reale: il ciclo degli anni Novanta


Centri sociali

Il ciclo dei centri sociali è un fenomeno politico-sociale specifico degli anni Novanta. Questo è il punto di partenza dell’analisi di Gigi Roggero, che non si propone un’entomologia di quelle esperienze, o la mera ricostruzione storiografica dei loro percorsi; riattraversando genealogicamente l’importante ciclo dei centri sociali, in sintonia con la prospettiva di scavo di Machina nei decenni smarriti, l’obiettivo è far emergere questioni, domande e nodi irrisolti che possano essere utili alla riflessione politica presente. In particolare, vengono sollevati due problemi, su cui il testo sollecita l’apertura di una discussione: gli spazi di aggregazione potenzialmente politica e il nodo dell’impresa politica, ovvero delle nuove forme di organizzazione oggi.


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Il ciclo dei centri sociali è un fenomeno politico-sociale specifico degli anni Novanta. Questa specificità va argomentata, perché l’immediata obiezione che si potrebbe muovere a tale ipotesi è che esistono centri sociali prima degli anni Novanta e continuano a esisterne dopo, fino ad arrivare all’oggi. Va subito detto, dunque, che il fenomeno di cui parliamo non ha a che fare con la definizione nominalistica, né tanto meno con la caratterizzazione ideologica. Si riferisce, invece, all’utilizzo di spazi vuoti, abbandonati o dismessi nel processo di deindustrializzazione da parte di significative minoranze giovanili in rapporto a militanti politici «sopravvissuti» alla sconfitta degli anni Settanta, o formatisi nella controrivoluzione capitalistica degli anni Ottanta. Dietro la rappresentazione pubblica e talora retorica dell’autogestione e degli spazi liberati, tra questi due idealtipi di figure (che come tutti gli idealtipi peccano di schematizzazione, racchiudendo al proprio interno una gamma decisamente più complessa) non si dà mai coincidenza, al contrario c’è un rapporto di tensione, talora di separatezza o conflitto. Questi centri sociali sono quindi, innanzitutto, uno spazio di politicizzazione, anziché uno spazio già esplicitamente politico. Laddove sono presentati direttamente come tali, si tratta di una forzatura identitaria agita, in modo anche legittimo o comunque comprensibile, dai militanti politici.

Perché proprio gli anni Novanta? Dal lato politico, abbiamo già detto: i militanti sono impegnati prioritariamente in una dinamica di resistenza al clima dominante, che fatica a trovare una soluzione di continuità rispetto alle pratiche di lotta, alle forme di organizzazione e agli immaginari degli anni Settanta. L’incontro con una nuova generazione portatrice di specifici bisogni sociali e potenzialmente conflittuali, rappresenta quindi un’occasione di uscita dall’autoreferenzialità e dalla residualità. In alcuni casi, pochi, ciò porta al tentativo di ripensare le forme di militanza e di organizzazione, di aprire un cantiere di sperimentazione dentro una nuova fase storica. Nella maggior parte dei casi, si tratta di una semplice giustapposizione di figure: il continuismo dei militanti si alimenta dell’utilizzo di un bacino giovanile fresco, una piccola parte del quale può ingrossare le fila del gruppo politico o quanto meno le piazze delle manifestazioni, e tutto il resto dà visibilità e legittimità al proprio agire, pur nella separatezza.

Dal lato sociale, gli anni Novanta in Italia sono segnati, tra le altre cose, dallo smantellamento del sistema di fabbrica, dall’affermazione (concreta oltre che retorica) dell’autoimprenditorialità, dall’ascesa del lavoro autonomo di seconda generazione e, parallelamente, dei processi di precarizzazione, dall’industrializzazione della comunicazione, del divertimento e del loisir, dall’irrompere delle reti telematiche. In questo quadro di mutamento e transizione, si creano minoranze giovanili – appartenenti in buona misura a un ceto medio più o meno proletarizzato e mediamente intellettualizzato – portatrici di bisogni che non trovano soddisfazione nel mercato – o non trovano ancora, si potrebbe dire con l’abusato senno di poi. Quali sono questi bisogni? Suonare, cantare e ascoltare musica, consumare spettacoli o organizzarli, ritrovarsi e sperimentare nuove forme di socialità e comunicazione, vivere esperienze di autovalorizzazione individuale o di gruppo, dare un senso alla gestione del proprio tempo libero. E fare tutto questo a prezzi accessibili, o gratuitamente, anche correndo il rischio dell’illegalità, o magari proprio facendo di questo rischio un valore aggiunto della propria esperienza. Si tratta di un fenomeno che ha coinvolto diverse migliaia di giovani, non solo nei contesti metropolitani ma anche nelle province e finanche nei paesi, con caratteristiche e linguaggi non necessariamente politici, anzi spesso non esplicitamente politici.

In questa specifica fase storica i centri sociali rappresentano dunque un’alterità, nel senso che non sono un luogo come un altro. I militanti caricano politicamente e spesso ideologicamente questa affermazione, che significa più concretamente che la soddisfazione dei loro specifici bisogni quelle figure la possono trovare solo in quegli spazi. Perché – ecco il punto rilevante – le risposte a tali bisogni non sono state del tutto sussunte dal mercato. Esattamente in questo scorcio storico di fine Novecento, che nel lessico viziato dalla prospettiva storicista potrebbe essere definito tra il non più e il non ancora, va collocato e analizzato il ciclo dei centri sociali italiani.

 

La durata del ciclo

 Ci sono due date simboliche in cui può essere compresa la parte più significativa di questo ciclo. Una è il 1990, anno del movimento universitario della Pantera, la prima importante mobilitazione di massa giovanile seguita agli anni Settanta. Dopo di allora il fenomeno dei centri sociali, già cominciato negli anni precedenti, registra un salto di scala esponenziale, con la diffusione di occupazioni e gruppi che rivendicano spazi di autogestione. L’altra data simbolicamente significativa è il 10 settembre 1994, quando a Milano – in risposta allo sgombero della provvisoria sede del Leoncavallo – una manifestazione di circa 15.000 persone (a cui partecipano tutti i gruppi di «movimento» italiani, indipendentemente da divergenze politiche e appartenenze di area) sfida i divieti della questura, sfonda i cordoni di polizia e conquista il nuovo spazio di via Watteau, dove il centro sociale è ancora oggi. Cinque anni prima, nell’agosto del 1989, l’opposizione sui tetti allo sgombero degli stabili occupati nel 1975 aveva fatto entrare il Leoncavallo nell’immaginario resistenziale del «movimento».

Il 10 settembre, se da un lato segna il picco conflittuale del ciclo dei centri sociali e il suo momento di maggiore visibilità mediatica, dall’altro può essere letto come l’inizio del suo declino. Per alcuni anni non cessano le occupazioni e l’apertura di nuovi spazi sociali; tuttavia, inizia a mutare la loro attrattività sociale. Continuando a giocare con gli eventi simbolici, usandoli come concreti sintomi di tendenze di più ampio respiro, potremmo individuare un esemplificativo punto di svolta nell’apertura a Milano, a metà degli anni Novanta, del Tunnel Club. Ricavato sotto i binari della Stazione Centrale di Milano, il locale richiama il clima underground, l’immaginario del riutilizzo di aree dismesse e, soprattutto, comincia a far suonare una parte dei gruppi musicali che costituivano il bacino dei centri sociali. La musica e i linguaggi che erano stati espressione tipica degli spazi autogestiti entrano così nei circuiti commerciali; nel giro di pochi anni, quella musica e quei linguaggi avranno stabile cittadinanza nel mondo dello spettacolo mainstream, dai locali notturni fino al Festival di Sanremo. Non solo: il Tunnel è competitivo anche nell’offerta economica, perché ai concerti si può accedere con una tessera, che si rivela più conveniente dei prezzi di ingresso per le singole serate del Leoncavallo.

Contemporaneamente, la comunicazione telematica e Internet diventano nel giro di un breve spazio di tempo un’industria estremamente fiorente. Sono passati solo pochi anni, eppure sembra un’era geologica da quando la Pantera trovava nei rettorati occupati i fax, utilizzati con gioia e stupore dagli studenti per scambiarsi in forma istantanea i comunicati o semplicemente per divertirsi. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, gli smanettoni dei centri sociali erano stati tra i pionieri, talvolta nelle zone d’ombra della legalità, delle prime sperimentazioni di collegamento tra computer, ad esempio con le Bbs, bollettini telematici progenitori del world wide web. L’esplosione dell’industria della rete catturerà e darà forma sistemica a questi esperimenti, svuotando quei comportamenti e quei saperi della loro carica trasgressiva e conflittuale.

Insomma, la sussunzione capitalistica ha prosciugato il terreno in cui era cresciuta la dimensione politico-sociale degli spazi occupati e autogestiti, normalizzandoli, cioè trasformandoli progressivamente in luoghi di consumo come tutti gli altri. La loro differenza, perduta nella materialità reale, permane solo sul piano ideologico, ossia nell’autorappresentazione che i militanti politici danno dei loro spazi.

 

Un’occasione mancata

 Proprio in quel periodo, alcune amministrazioni di sinistra e il circuito dei Giovani Artisti affidano al consorzio di ricerca Aaster l’organizzazione di un convegno di ricerca su «Lo spazio sociale metropolitano tra rischio del ghetto e progettista imprenditore». L’incontro, che si sarebbe dovuto svolgere ad Arezzo nell’ottobre del 1995, ha come protagonisti proprio i centri sociali, visti come delle sorte di «camere del lavoro postfordista», ovvero luoghi di aggregazione di nuove figure produttive e di un pezzo rilevante della nuova composizione sociale metropolitana emergente. Questi spazi, come recita il titolo, si ipotizza siano giunti a un bivio: da una parte c’è il baratro della marginalità, di una nicchia destinata alla residualità; dall’altra, possono reimmaginarsi come vere e proprie imprese sociali, muovendosi nelle ambivalenze dell’autoimprenditorialità e del lavoro autonomo di seconda generazione.

La proposta di convegno suscita l’immediata reazione stizzita della grande maggioranza dei centri sociali, che si percepiscono come cavie di un laboratorio gestito da poteri avversi. Il risultato è che il convegno non si svolgerà, mentre resta un libro (Centri sociali: che impresa!, edito da Castelvecchi nel 1995) che raccoglie i materiali di quello che è difficile definire un vero dibattito. Infatti, al di là della valutazione di merito sulle motivazioni che guidavano i promotori del convegno, è per noi utile soffermarci sulle risposte che sono state date: più che configurare una discussione su differenti prospettive e strategie dei centri sociali, esse rivelano da un lato – gli oppositori al convegno – un atteggiamento meramente reattivo e difensivo, una chiusura a riccio a protezione di un’identità evidentemente percepita come vulnerabile, dall’altro lato – i disponibili all’invito – un’acritica accettazione del ruolo commerciale degli spazi autogestiti, nella (peraltro vana) speranza di ricavarne qualcosa in termini economici. Nell’uno e nell’altro caso, a mancare è stata una riflessione politica. Ciò ha condotto una parte dei centri sociali verso il ghetto, appunto, e l’altra verso la redistribuzione della miseria, ossia un ghetto scambiato per impresa.

Per il quarto di secolo successivo, dicevamo, i centri sociali non sono affatto terminati. Diversi hanno continuato a riprodursi, altri se ne sono aggiunti. A essere finito è quello spazio di politicizzazione che abbiamo individuato nel ciclo degli anni Novanta. Alla realtà dei centri sociali, aperta a molteplici possibilità di sviluppo, è seguito il centrosocialismo reale, cioè la mera gestione di luoghi che – smarrita la loro nervatura sociale di partecipazione e dunque la potenzialità politica – oscillano tra l’identità gruppale e l’offerta di consumo marginale.

 

E quindi?

 Negli ambienti di (quello che fu il) «movimento» il declino e la fine dei centri sociali è spesso negata, oppure imputata alle scelte dei singoli gruppi. Come se a essere entrati in una crisi irreversibile fossero i centri sociali guidati da corrotti, oppure da valutazioni tattiche errate. Una parte di questi giudizi ha una natura morale e va dunque rifiutata; un’altra parte, ancorché possa cogliere aspetti reali, rischia di non collocarli in un quadro materialisticamente determinato. Del resto, non intendiamo affatto dire che tutti abbiano fatto le stesse cose: esistono differenze, spesso grandi, tra i centri sociali, in primis tra quelli di derivazione comunista e gli squat anarchici, e tra i primi diversità dovute all’appartenenza territoriale e a geografie politiche perlopiù ereditate dagli anni Settanta, quindi sempre meno aderenti ai vissuti e alla realtà delle nuove generazioni militanti. Ma in questo testo non ci proponiamo l’entomologia dei centri sociali, o la mera ricostruzione storiografica dei loro percorsi; riattraversando genealogicamente questo importante ciclo dei centri sociali, l’obiettivo è far emergere questioni, domande e nodi irrisolti che possano essere utili alla riflessione politica presente.

Se oggi, con questa prospettiva, ci chiediamo che fine abbiano fatto una parte significativa dei militanti dei centri sociali nei decenni successivi a quell’esperienza, la risposta è piuttosto semplice: li ritroviamo soprattutto nelle industrie della comunicazione, del loisir, della formazione, della cura, più genericamente – per utilizzare il lessico alquatiano – nelle industrie della riproduzione di capacità umana e di produzione delle merci legate alla conoscenza. L’esperienza politica è stata tradotta in innovazione sistemica, l’ambivalenza dell’autovalorizzazione è stata perlopiù sciolta in termini individuali. Senza dilungarci ulteriormente, rimandiamo qui all’analisi de La generazione scomparsa.

Ancora una volta, se non vogliamo affidarci a inutili categorie morali, dobbiamo comprendere questi processi andando alla loro radice materiale. Qui possiamo vedere come il militante centrosocialista sia una figura scissa: da una parte è un militante (dal movimento no global in avanti utilizzerà per sé soprattutto il termine attivista, di importazione anglosassone) del proprio gruppo politico, da cui riceve riconoscimento e gratificazione, salario psicologico che sostituisce l’assenza del salario reale; dall’altra parte è un attore sociale come tutti gli altri, che nei suoi ruoli sistemici – dal lavoro alle amicizie alla famiglia – è spesso ancora più accettante degli altri, proprio perché il suo curriculum ideologico è già garantito dall’attività del centro sociale. Questa separatezza è, tutto sommato, in continuità con la tradizione dei partiti politici dal secondo dopoguerra in avanti, in primo luogo quelli comunisti, segnati dalla netta divisione tra forma di vita e forma di militanza. Insomma, per il centrosocialista la militanza diventa un lavoro di gestione del proprio gruppo, terminato il quale può fare la sua «vita». Quando quel lavoro e il riconoscimento che ne derivano cessano di essere gratificanti – solitamente alla fine del percorso di studi, o finché non trova un’occupazione più o meno stabile – si dedica esclusivamente o quasi all’altra parte, cioè a quella vita lavorizzata che non è mai stata materialmente messa in discussione. Insomma, che l’abbiano sdegnosamente rigettata o abbiano tentato di adattarvisi in modo subalterno, l’imprenditorializzazione ha travolto i centri sociali, mentre i suoi protagonisti, senza rendersene conto, sono diventati autoimprenditori della propria identità residuale.

Del resto, finché la loro produzione occupava uno spazio non interamente sussunto dal mercato capitalistico, i centri sociali si sono alimentati in un’ambigua idea del fuori. Alcuni hanno esplicitamente teorizzato la fallace utopia romantica delle «isole felici» al riparo dalle logiche di mercato, altri – pur estranei o avversi a quella proposizione ideologica – si sono nei fatti nutriti di quel brodo di coltura, senza porsi il problema del dinamico rapporto tra produzione «autorganizzata» e cattura capitalistica. Le isole sono quindi diventate marginalità dentro una rete che le ha svuotate e rese compatibili, indipendentemente dal volontarismo antagonista di alcune di esse.

Ora, esaurita definitivamente la praticabilità di quegli interstizi non pienamente integrati nell’industria della riproduzione, quel ciclo ci consegna due problemi, interrelati tra loro. Possiamo definire il primo quello degli spazi di aggregazione potenzialmente politica. Quel potenzialmente mira a rompere la distinzione di marca storicistica tra pre-politica e politica, come se si trattasse di stadi di sviluppo necessari e conseguenti. Si tratta, per dirla in termini a noi familiari, di luoghi di conricerca e produzione della soggettività. È una questione che, a partire dalla nascita delle società di mutuo soccorso e cooperative a metà dell’Ottocento, ha una lunga storia. Tutte le specifiche esperienze ci mostrano come esse appartengano a cicli storici la cui temporalità è determinata dal rapporto di tensione e conflitto con i processi di sussunzione e cattura capitalistici. Anticipare progettualmente l’esaurimento del ciclo prima che siano il nemico e la stanchezza a farlo, significa non gettare alle ortiche l’accumulo di soggettività che esso ha determinato.

Il secondo problema è ripensare su un terreno nuovo un tema che nuovo non è: l’impresa politica. Ciò significa, questa è l’ipotesi che proponiamo, impostare la discussione sulle forme di militanza e di organizzazione oggi. È una discussione talmente ampia e complessa che non può certo essere risolta in poche righe. Ci limitiamo qui a una sorta di avvertenza al problema. Dire impresa politica non significa un mero uso politico dell’impresa, né scimmiottarne i modelli di organizzazione. Sarebbe ingenuo pensare a militanti furbescamente mimetici con le logiche aziendali, che adottino la logica dell’impresa e semplicemente ne cambino la finalizzazione, indirizzandone i frutti all’accumulazione politica e non a quella del profitto. Né tantomeno, ça va sans dire, vogliamo aprire spiragli al ritorno delle utopie romantiche del fuori, ovvero di isole di autoproduzione liberate dal mercato capitalistico. Pronunciare l’ossimoro dell’impresa politica significa per noi fare il percorso inverso rispetto alla separatezza tra vita e militanza; significa cioè condurre la contraddizione dentro la stessa forma di organizzazione. Più ancora, fare di quella contraddizione il motore di sviluppo dell’organizzazione. Viene qui rotta la successione lineare tra la tattica e la strategia: dobbiamo quindi sviluppare una forma, quella dell’impresa, nello stesso momento in cui confliggiamo con essa. Quella contraddizione non può oggi essere risolta, se non ideologicamente. Tenerla aperta significa tenere aperto lo spazio della politicizzazione e dello sviluppo organizzativo; scinderla vorrebbe dire, al contrario, restaurare la separatezza tra vita e militanza, all’insegna della lavorizzazione di entrambe.

Se vogliamo continuare lo scavo genealogico per approssimare l’impostazione del problema, converrà approfondire anche lo studio di alcuni snodi leniniani. No, non ci riferiamo al partito che deve essere organizzato come la banca, semplificazione foriera di ulteriori semplificazioni. Ci riferiamo al Lenin dell’inizio degli anni Venti, tra il dibattito sui sindacati e la Nep; è il Lenin meno conosciuto, sottaciuto con imbarazzo o apertamente frainteso. Lì il leader bolscevico lancia una folle sfida: gli operai devono organizzarsi contro il loro Stato; bisogna sviluppare il capitalismo per lottare contro di esso. Per quel Lenin la contraddizione va condotta, appunto, dentro la stessa linea di sviluppo del partito, che deve arrivare ad agire contro se stesso.

 E quindi, ora, con le spalle al futuro e gli occhi al presente, proviamo a fare in modo che questa conclusione sia l’inizio di un dibattito aperto in avanti, sulle ambigue possibilità dell’oggi e sui suoi inquieti divenire. Com’è nello spirito di un vero percorso genealogico e di questa cartografia di Machina. Affinché, procedendo nello scavo dei «decenni smarriti», possiamo impegnarci a ricercare non improbabili soluzioni, ma le giuste domande.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti (2002 e 2005).

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