Sulla crisi della militanza politica

Primi parziali appunti per uno schema d’inchiesta

Javier Ruis, Senza titolo, 1970

Sollecitata dal testo di Lanfranco Caminiti, pubblicato lo scorso 5 ottobre nella sezione «scatola nera» di «Machina», ho pensato di stilare questi appunti forse utili ad aprire una discussione sul tema della crisi della militanza politica.

1.

Volendo sommariamente periodizzare, quel che per lungo tempo abitualmente abbiamo chiamato «movimento» ha avuto la sua genesi con la «Pantera», nel 1990, movimento originariamente studentesco poi allargatosi ad altri ambiti sociali, che ha avuto il grande merito di chiudere il decennio della restaurazione degli Ottanta dopo lo straordinario ventennio di lotte dei Sessanta e Settanta. Quel movimento ha incubato ciò che nel 2001 si è espresso nelle giornate di Genova, nel quadro internazionale inaugurato due anni prima a Seattle. Da Genova, considerando il solo scenario italiano, si è poi dipanato per oltre un quindicennio un movimento che ha vissuto una straordinaria complessità in termini sia di composizione sociale che di progettualità politica.

2.

Quel periodo lungo ha espresso una gran varietà di esperienze di lotte che hanno tentato di tenere testa alla velocità con le quali si sono trasformate le relazioni in tutti i campi del sociale. Ma l’efficacia della resistenza al neoliberismo globalizzato si è incrinata a partire dalla crisi economica esplosa nel 2007. Infatti, da lì la resistenza si è arrestata ed è poi andata man mano arretrando.

3.

All’interno di quel processo di movimento si è formato un ceto politico costituito da leader o «portavoce» che hanno avuto nella loro gran parte un medesimo destino di istituzionalizzazione. Come tutti sappiamo il leaderismo comporta un alto grado di investimento nell’ambito del «collettivo», e laddove tale investimento è andato frustrato ha finito col ritenere da parte sua legittima la conquista di una posizione sociale avvantaggiata a risarcimento di quanto precedentemente investito con esiti fallimentari. Cosa ha veramente pensato quella figura di leader tirando le somme del suo percorso? Che ha investito giorni e notti, settimane, mesi e anni sul «collettivo» trascurando la possibilità di una propria carriera professionale. Che ha subìto dal nemico repressione, violenza psicologica e fisica, controllo e a volte carcere. E in cambio cosa ha avuto quando il riflusso del «collettivo» si è reso esplicito e le difficoltà di sblocco dell’impasse sono apparse insormontabili? Niente. Da tali soliloqui, dapprima gradualmente e poi sempre più repentinamente, ha di seguito elaborato la convinzione opportunista e cinica di trarre vantaggio dalla «formazione professionale» che l’apprendistato politico nei movimenti gli ha offerto di acquisire investendosi così nella ricerca di poltrone in parlamento, nei consigli regionali, comunali, municipali, fin giù a quelle meno imbottite dei portaborse. Il riciclo istituzionale del leaderismo ha dietro di sé anche parte di queste motivazioni.

4.

Ma, di seguito: la «corruzione» istituzionale del ceto politico per essere stata così generalizzata ha un qualche fondamento negli sconvolgimenti accaduti con la grande ristrutturazione neoliberista? Principale esito di quella ristrutturazione trionfante è stata la distruzione della dimensione collettiva a favore di quella individuale. Principalmente a partire dal lavoro. Infatti, la precarietà individualizzata e individualizzante è la condizione materiale in cui ci si ritrova più o meno tutti. Ognuno prende atto di essere solo davanti a un mondo ostile, e che da solo se la deve cavare. Da qui il sentimento della paura che innesta quelli conseguenti dell’opportunismo e del cinismo.

5.

La componente minoritaria del ceto politico di movimento che non ha voluto o non è riuscita a dar corso a tale destino ha proseguito il suo esercizio egemonico nelle casematte autogestite, ossia nelle strutture della logistica organizzativa delle lotte più dichiaratamente antagoniste. Ma nel frattempo cosa sono diventate queste casematte? Luoghi di accumulata frustrazione nei quali si consumano gli scampoli di una militanza che ormai sa di essere in una crisi senza prospettiva e quindi senza speranza di costrutto alcuno. Ghetti nei quali si perpetua una liturgia rituale sempre più ideologica.

6.

Potremmo dire: dato che classicamente «chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente», non si dà possibilità di costruzione di un movimento rivoluzionario reale se questo non è preceduto da una fase in cui trovano espressione forme di «rivolta esistenziale» di massa, ossia forme di critica radicale alle condizioni materiali di vita «presenti», quelle dominanti.

7.

Ciò che va indagato, attraverso gli strumenti dell’«inchiesta», dell’«autoinchiesta» e della «conricerca» (concetti che andranno definiti nel loro corretto significato), è l’esistenza o meno di queste forme di rivolta esistenziale.

8.

Tale metodo di procedere indaga quindi i campi della «pre-politica», come condizione per la ricerca di un percorso che porti a una nuova concezione della militanza.

9.

Gli strumenti di questa ricerca (apparati bibliografici, letture e presentazioni di testi, seminari, conferenze) si fondano sul principio dell’«autoformazione» attraverso l’individuazione e la riappropriazione di saperi ritenuti utili.

10.

A presupposto di un qualsiasi pensare e agire vi è la cosciente consapevolezza d’essere, nessuno escluso, soggetti subordinati alle condizioni del precariato, quindi di incarnare la materialità della crisi agonica dell’esistente.

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