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Sopravvivere nel caos della gentrificazione

Pensieri sul libro di Sandra Annunziata, Oltre la gentrification (editpress, 2022)

 



Sopravvivere nel caos della gentrificazione
Immagine: Martha Rosler, Housing Is a Human Right, 1989.

A partire dal libro di Sandra Annunziata, Oltre la gentrification (editpress, 2022), Alessandro Barile s’interroga sul concetto di gentrificazione, termine di cui ne viene fatto un abuso ma che continua ad avere un significato politico, e sulle forme di resistenza a questo processo.


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Cosa c’è oltre la gentrification? È quello che si chiedono ormai con insistenza sempre più studiosi, attivisti di quartiere, militanti politici, urbanisti, persino i giornalisti, alla ricerca di qualche altra terminologia accattivante attraverso cui narrare senza capire. La gentrificazione sembra essere sempre più un significante vuoto, perché nel tempo riempito di troppe cose, le une il contrario delle altre. All’inizio era facile: la gentrificazione era intesa come «imborghesimento», ritorno della gentry in zone fino a poco prima abitate da ceti popolari. Poi è intervenuta la turistification, la studentification, la foodification e addirittura la healthification. E ancora, «prima» il processo appariva lineare: un quartiere si trasforma da «povero» a «ricco», si privatizza, si popola di minimarket bio e di co-working per fuorisede fuoricorso un po' precari e un po' globetrotter. Oggi però anche il quartiere che si impoverisce risponde a una perfida strategia capitalistica atta ad aumentare artificiosamente il rent gap, ponendo le basi per investimenti futuri. Quello che nei paper accademici sembra tornare perfettamente – è una strategia, lo vedete: qui stanno ristrutturando perché gentrificano. Qui stanno lasciando crollare tutto perché gentrificano! – poi nella vita reale non torna più. Nel quartiere che si impoverisce i (pochi) residenti chiedono una qualche forma di riqualificazione. Quando si riqualifica davvero, gli stessi residenti si lamentano dei costi che aumentano, delle tradizioni che si disperdono, dello spopolamento che avanza e della, immancabile, movida notturna che rovina il sonno e l’esistenza. Insomma, è un caos, ed è su questo caos che ragiona Sandra Annunziata, in questo suo libro postumo – una serie di scritti, interventi, capitoli di libri – raccolti in sua memoria dal gruppo Eticity – Exploring Territories, Imagining the City, di cui anche Annunziata faceva parte (Oltre la gentrification, editpress 2022, 432 pp., 25 euro).

Gentrificazione – che Annunziata un po' vezzosamente non traduceva – è un concetto ormai poco descrittivo e molto polemico. Anzi: politico. Chi la usa e chi continua a ragionarci è anche chi vuole resistere ai processi di privatizzazione del territorio urbano. È come il neoliberismo di venti anni fa: un concetto passpartout, ma anche potente, che immediatamente richiedeva un posizionamento, di qua o di là, con i residenti o con i fondi d’investimento, con il «popolo» o con i suoi «affamatori». L’accademia non se ne è ancora accorta, altrimenti avrebbe immediatamente dismesso questo termine ormai intriso d’ideologia e adottato una serie di sinonimi meno compromettenti: riqualificazione, rigenerazione, restyling urbano. Esattamente quel tipo di terminologia con cui gli investitori privati presentano i loro progetti alle amministrazioni comunali, pron(t)amente convinte della necessità di riqualificare: chi potrebbe mai essere contro la riqualificazione di qualcosa? Ma buon dio, è proprio ciò che sognano tutti, quello di passare da Tor Bella Monaca ai Parioli continuando a pagare 70 euro al mese in una casa ERP. La realtà, generalmente, si incarica di smentire tali sogni di gloria.

Detto dell’abuso del termine, vediamo piuttosto se con gentrificazione riusciamo ancora a descrivere qualcosa. Possiamo individuare tre caratteri salienti che permangono immutati da Ruth Glass (la prima studiosa che, nel 1964, coniò il termine per descrivere ciò che stava accadendo in alcuni quartieri londinesi) a oggi: con gentrificazione intendiamo un processo di espulsione della popolazione residente e della sua sostituzione con un’altra popolazione, selezionata su basi di censo. Questa concatenazione di eventi (espulsione, sostituzione, selezione) non è però il prodotto di una specifica volontà soggettiva pianificatrice (il Mercato, un qualche Grande Vecchio, la Borghesia, il Sindaco, il CEO del fondo d’investimento ecc.), quanto un movimento anonimo e impersonale delle forze economiche che, lasciate a se stesse e non imbrigliate dentro precisi confini regolativi stabiliti dalla politica, conducono alla concentrazione delle risorse e alla massimizzazione dei profitti dei capitali investiti. Accade nel quartiere gentrificato ciò che avviene in ogni altro ambito della società: l’autogoverno delle forze economiche conduce alla concentrazione dei capitali, e questi assumono forma e dimensione tale da escludere progressivamente ogni forma di controllo pubblico. La città, che dello sviluppo capitalistico «post-fordista» ne è il motore principale, segue una dinamica ben più vasta del mero piano urbano della vicenda. Non c’è dunque qualcuno che espelle, che seleziona, che ripopola: è un movimento che avviene, impercettibile e travolgente, che impone il mutamento. Può essere l’apertura di una fermata della metro, la costruzione di un supermercato, la transumanza di qualche facoltà universitaria che «improvvisamente» cala in un quartiere, la pedonalizzazione di una piazza.

Con questo non si vuole sostenere che la gentrificazione è affare del «privato», e il contrario di gentrificazione è sinonimo di «pubblico». Nell’epoca della compiuta restaurazione liberistica, pubblico e privato si confondono e si rafforzano a vicenda, perché il pubblico – sia esso lo Stato, la Regione, il Comune, la Cassa depositi e prestiti, ogni ganglio della Pubblica amministrazione – ha da tempo introiettato le modalità d’azione del privato, ovvero: pareggio di bilancio, massimizzazione dei profitti, remunerazione degli stakeholders, performatività dell’investimento, competitività basata sulla produttività aziendale. L’investitore è privato, ma il decisore pubblico è colui che spiana la strada, facilita, de-regolamenta, de-fiscalizza, «pianifica» contrattando col privato lo «sviluppo» del territorio. Il sodalizio di questi interessi, un tempo contrapposti e oggi unificati, rende la gentrificazione un qualcosa che non risponde a una volontà, ma a una logica, che precipita sul territorio una volta che ha annichilito il mondo del lavoro e delle relazioni sociali ad ogni livello.

Siamo d’accordo con Neil Smith, e anche Annunziata sembra propendere per la lezione smithiana, secondo la quale la gentrificazione è un movimento di capitali, non di persone. Sono questi che «ritornano», attraverso la rendita e forti della finanziarizzazione del patrimonio immobiliare pubblico, sul territorio, sfruttando il vero e unico asset della città post-industriale: il proprio spazio. Con ogni evidenza, non è e non può essere una strategia locale. Piuttosto, è un fenomeno che risponde a una logica globale di governo degli spazi urbani post-industriali: la società occidentale moltiplica i suoi profitti estraendo valore dalla rendita, e questa – ci insegna oggi il recente libro di Barbara Pizzo (Vivere o morire di rendita, Donzelli 2023) – è sempre legata a qualcosa di fisico. La terra, prima; lo spazio urbano oggi, con i suoi edifici, il suo folklore e le sue amenities da «valorizzare».

La turistificazione che aggredisce e annienta ogni «città globale» non è altro che una strategia di attrazione di una popolazione temporanea (il turista, possibilmente mordi e fuggi – ché poi diventa come il pesce: dopo tre giorni puzza), a cui offrire spazi liberati dalla popolazione locale, ma ricostruiti come se questa popolazione animasse ancora il genius loci. In alcuni dei passaggi più riusciti del libro di Annunziata si rende comprensibile proprio questa dimensione perversa: l’economia esperienziale – su cui si gioca l’attrattività tra città diverse-tutte-uguali – prevede l’avventura folklorica messa quotidianamente in scena da una massa di lavoratori sottopagati espulsi dalla città consolidata e abitanti – a milioni – nella non-città metropolitana periurbana, a 10, 50 o 150 chilometri da quella città di cui sono costretti a rappresentarne lo spirito. Camerieri, hostess, barman, facchini, pizzettari, operatori ecologici, guide turistiche, cuochi, «spingitori», traduttrici… un esercito industriale informale e sottopagato che regge l’experience urbana e la rende competitiva.

La ricezione di questa popolazione nomade è oggi fondata sull’abitare temporaneo. Le dimensioni di questo abitare temporaneo rendono superflua la tradizionale ricettività alberghiera. Ogni patrimonio immobiliare del core business metropolitano dev’essere messo a valore, deve essere immesso nel mercato della rendita. La seconda casa, una stanza inutilizzata, la propria stessa e unica abitazione: tutto fa brodo, perché tutto può divenire rendita, da cui estrarre una qualche forma di profitto, o di reddito, utile a colmare il magro salario di cui si dispone. Anche qui: non è una «colpa» individuale, è una logica economica, quella stessa logica che porta migliaia e milioni di lavoratori sottopagati o di disoccupati a pensarsi rentier, grazie al turismo di massa. Introiettandone le logiche proprietarie. Sarebbe un problema relativo se la dimensione industriale dell’accoglienza turistica fosse appannaggio dei comportamenti e delle volontà dei singoli proprietari. Anche in questo caso, i capitali tendono a concentrarsi, e così il patrimonio immobiliare. Su Airbnb, Booking e le altre piattaforme dell’offerta turistica, le case sono immesse nel circuito delle piattaforme online da multiproprietari, società che gestiscono decine se non centinaia di case, appartamenti, camere, b&b, per tutti i gusti e per ogni esigenza. La logica dello sharing, su cui ancora si fonda l’appeal della disintermediazione online, è la coltre ideologica che copre l’azione reale dei grandi investitori privati.

Ma come si resiste a tutto ciò? Detto che la gentrificazione è divenuta ormai un significante politico più che uno strumento descrittivo, questo significante implica dunque una prassi conseguente, lo studio cioè delle forme attraverso cui la popolazione non solo subisce, ma combatte il fenomeno. Anche in questo caso, soprattutto in questo caso diremmo, Annunziata trova idee e parole giuste per raccontare la vicenda. Le resistenze che si sviluppano nella città gentrificata sono per lo più di tipo tradizionale, basate in buona sostanza sul «diritto a restare» (right to stay put). Alcune volte questo diritto viene fatto valere attraverso forme collettive di difesa e autorganizzazione dal basso. Il più delle volte, però, la resistenza assume forme individuali e negoziate. La richiesta di rimanere nel territorio in cui si è sempre vissuti si traduce in una domanda di acquisto della casa, in una domanda – cioè – di proprietà. È un fenomeno problematico, perché alimenta la spirale della rendita più che garantire i cittadini del diritto a non essere espropriati. Una proprietà della casa che, in alcuni territori (pensiamo a San Lorenzo a Roma), sempre più spesso viene vista come investimento da valorizzare più che bene da abitare. Valorizzare immettendo la proprietà nel circuito dell’accoglienza della popolazione temporanea, sia essa turistica, studentesca o d’altra tipologia. La gentrificazione, nelle forme della turistificazione, è un danno ma anche un’occasione di guadagno, per una parte della popolazione. L’impoverimento del modello estrattivista è troppo lontano, troppo astratto, per essere immediatamente compreso da chi poi ne pagherà le conseguenze credendo invece di guadagnare qualcosa dalle briciole del trickle down del turismo di massa.

La conflittualità nella città gentrificata è allora piena di insidie, è al tempo stesso di tipo tradizionale (il «diritto alla città») e contraddittoria (il «diritto alla proprietà»), e sviluppa forma di resistenza progressiva che subito possono mutarsi nel contrario, in ideologia proprietaria. È un rischio che va corso, a patto di riconoscerlo. Libri come questo di Sandra Annunziata servono proprio a ciò: muoversi dentro la contraddizione, e non giudicarla dal di fuori.


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Alessandro Barile (PhD), storico e sociologo, dirige l’area di ricerca «Territorio e società» presso l’Istituto di Studi Politici «S. Pio V» di Roma. È cultore della materia e ricercatore presso il dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale della facoltà di Sociologia, Sapienza Università di Roma. Si occupa di storia del movimento operaio dell’Ottocento e del Novecento, in particolare di storia del comunismo italiano, del Pci e dei movimenti della nuova sinistra dagli anni Sessanta alla fine del XX secolo, nonché dei fenomeni politici populisti. Si occupa anche di sociologia urbana, studiando le trasformazioni e la crisi della «città globale». In particolare, studia i fenomeni convergenti della gentrificazione e della periferizzazione della società urbana. Ha all’attivo decine di articoli scientifici e di monografie. Si segnalano le più recenti Dopo la gentrificazione (DeriveApprodi 2023), Rossana Rossanda e il Pci (Carocci 2023), la curatela de Il secondo tempo del populismo (Momo 2020), Il tramonto della città (DeriveApprodi 2019).

 

  

 

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