Sopravvivere alla civiltà del suicidio
Un commento al libro del Comitato Invisibile

È recentemente uscito in Francia, per La Fabrique, il nuovo libro del Comitato Invisibile: Manuel de survie. Paolo Godani ne ripercorre le analisi della società neoliberale, dall’isolamento degli individui alla trasformazione della vita in capitale umano, soffermandosi sulle forme di diserzione e sui legami che attraversano il testo.
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Manuel de survie (La Fabrique, 2026), scritto dal Comité Invisible quasi dieci anni dopo Maintenant (La Fabrique 2017), è (diversamente da quest’ultimo) un libro ponderoso, ricco di minute analisi, di genealogie complesse e di molteplici riferimenti; un lavoro meditato che nasce nel silenzio della contro-rivoluzione attuale e che cerca di rovesciare, a forza di pensiero, la tristezza della sconfitta con cui si è chiuso, nel 2020, il lungo ciclo di lotte esploso a Seattle nel 1999. Eppure, dietro la tessitura laboriosa dell’ordito, traspare una disposizione d’animo semplice, affermativa e persino gioiosa. Certo, potrebbe sembrare scoraggiante il compito di «sopravvivere a una civiltà determinata al suicidio» (dalla quarta di copertina), ma a parte il fatto che è l’unico sensato, può portare con sé l’entusiasmo di sentirsi finalmente liberi di dire tutto, liberi di espellere le spine che di quella civiltà ancora ci portiamo dentro. Con qualche qualche possibile conseguenza:
guarire dalla speranza che un cambiamento di regime o di personale possa fare per noi la rivoluzione che non facciamo, tagliare i legami che ci incatenano a quanto visibilmente sta affondando, abbandonare il nichilismo (ibidem).
I renitenti si sentono un po’ meno soli:
se dappertutto vediamo pavoneggiarsi solo imbecilli e impostori, è che alla gente di valore ripugna mettersi in mostra. Se sembra che solo la perversione abbia titolo a governare, è che la passione del potere prende innanzitutto coloro che hanno un abisso nel cuore. Noi lavoriamo alla più immorale delle insurrezioni: l’insurrezione dei timidi (ibidem).
Vediamo alcuni punti di analisi, così da identificare con qualche nitidezza il campo prodotto dal nemico e le trappole di cui è disseminato. Negli ultimi cinquant’anni, le strategie neoliberali di governo hanno mirato a creare, attraverso una serie di dispositivi economici, una società di individui isolati, spinti per ciò stesso a valorizzare senza sosta sé stessi come capitale umano. Si ricorda Margaret Thatcher:
il metodo è l’economia; lo scopo è cambiare l’anima.
Cambiare l’anima significa trasformare le persone in macchine, più o meno efficienti, atte a produrre profitto. Per far questo è necessario un metodo che, in verità, non è soltanto economico, ma anche cognitivo e mediatico:
il capitale ha compreso che, per padroneggiare soggetti e oggetti, per sfruttare al meglio uomini e cose, è sufficiente occupare la mediazione tra loro, installarsi nel mezzo. Il capitale è così diventato lui stesso mezzo, o meglio ambiente. Si è appropriato del potere del vuoto. È la svolta ontologica del capitale (p. 33).
Per cambiare l’anima non c’è bisogno di intervenire in maniera mirata su ciascuno, il che peraltro sarebbe troppo dispendioso. Basta costruire un ambiente che inciti a certe risposte e ne renda pressoché impossibili altre. Come Guy Debord aveva già compreso nel 1967,
dall’automobile alla televisione [e ognuno aggiunga oggi ciò che sa], tutti i beni selezionati dal sistema spettacolare sono anche le sue armi per il costante rafforzamento delle condizioni di isolamento delle «folle solitarie» (La società dello spettacolo, I, 28).
La conseguenza, non si sa quanto imprevista, è l’attuale dilagare del cosiddetto disagio psichico:
uno sconforto silenzioso, una sofferenza diffusa, una patente estinzione del desiderio formano il basso continuo dell’epoca (p. 27).
La cura a suon di analisi interminabili o più spesso di dosi da cavallo di psicofarmaci non fa che ribadire gli individui sulla loro solitudine. Perciò vale la pena insistere sul fatto che
ciò di cui soffriamo è di essere stati tagliati fuori da ogni potenza di agire sul mondo e da ogni presa sulle relazioni che lo tessono, per costituirci come soggetti psicologici (p. 42).
Coloro che riescono a percepire questa evidenza, anziché correre a curarsi, tentano altre strade. Naturalmente gli psicologi sociali saranno subito pronti a diagnosticare la natura patologica anche di questi tentativi. Chi non si sente motivato dal lavoro che fa, chi non vive l’azienda come una famiglia, chi non investe tutto il proprio tempo e le proprie energie mentali nello sviluppo di sé in quanto capitale umano, sappia per esempio che è preda della sindrome del boreout (il contrario del bornout da eccesso di lavoro). È un disagio che si cura lasciando il lavoro, come fanno da tempo tutti «i mille avatar del quiet quitting» (p. 46).
Come i proletari inglesi trasferiti a forza nelle colonie, che appena potevano mostravano fuggendo di preferire di gran lunga la casa nella prateria al lavoro salariato (cfr. K. Marx, Il capitale, I, 25), così «l’imprendibile ‘Gen Z’» (p. 46), pur in assenza del grande West, ha iniziato a mettere in pratica «una diserzione silenziosa che non finisce più» (ibidem).
Il mondo dell’oppressione e della sottomissione è variopinto, ma in fondo monotono.
Le tre «virtù» cardinali del soggetto neoliberale sono la resilienza, l’adattamento e la vulnerabilità (p. 87).
Si è resilienti quando, pur siderati dal trauma di una catastrofe, teniamo nondimeno il nostro ruolo. Se manifestamente i governi non sono in grado di cambiare rotta di fronte alla crisi climatica, è a carico dei cittadini il compito di trovare come sopravvivere:
il mondo liberale fa pesare sul soggetto tutto il lavoro di compensazione delle sue devastazioni (p. 88).
Un costante incitamento a resistere, un elogio continuo della fermezza con cui il soggetto docile e rassegnato si conforma alle nuove situazioni, con cui fa i conti con le «proprie» fragilità, costituiscono la nuova morale di un mondo tenuto sul limitare dell’apocalisse. La resilienza, come gli psicofarmaci, non fa che ribadire la malattia.
E non è diversa la logica che eleva l’essere vittima allo statuto di identità da rivendicare. Qui la sinistra (e il contrario di essere di sinistra, ricorda Denys Mascolo, non è essere di destra, ma essere rivoluzionario: p. 100) in tutte le sue versioni manifesta il proprio debito con il cristianesimo. Dipingere il mondo degli oppressi come un lazzaretto di poveri cristi da compatire e di cui prendersi cura, a patto che nessuno di loro pensi di ribellarsi gettando via la propria segnatura vittimaria, è il comodo ritiro delle coscienze infelici contemporanee.
Ancora, l’attivismo sociale così diffuso, trova la propria ragione d’essere in una sorta di «agitazione maniacale» (p. 68). Con il suo imperativo a intervenire costantemente, non solo pone ogni lotta a rimorchio del nemico, ma investe altrove la forza con cui dovremmo costruire la nostra eterogeneità.
Non mancano infine i nipotini del postmoderno che ancora calcano le scene dello spettacolo per dichiarare quanto siano altro dallo spettacolo. Così facendo, mostrano solo di sapere fin troppo bene che
una soggettività neoliberale è una soggettività che prende cura di sé in quanto capitale (p. 204).
La scusa che ormai viene fornita senza alcuna possibile ingenuità è quella di diffondere il «movimento» di contestazione. Che i più scafati arrivino a rivendicare il torto subito o la propria stortura per valorizzarli su qualche palco non deve stupire:
non è un caso se questo tipo di agenti della confusione venduti alle peggiori istituzioni sono anche gli ultimi a brandire sui giornali la bandiera dell’«utopia» o della «rivoluzione». Fa parte della loro funzione contro-rivoluzionaria. Sanno ciò che devono screditare, e quali possibili devono soffocare. L’ostentazione della loro corruzione con Gucci, Dior o il mondo dell’arte contemporanea, dopo aver proclamato la secessione dall’esistente, mira a tirare verso il fondo della loro depressione tutto ciò che, in ciascuno, non si è completamente rassegnato (pp. 104-105).
Non è il caso di mostrarsi troppo gentili nei loro riguardi.
Ma senza perderci troppo tempo, perché abbiamo altro da fare:
partire da sé, esistere altrimenti che attraverso la sofferenza, tracciare la linea di ciò che si rifiuta, osare nominare quanto ci è irriducibilmente nemico (p. 55).
Se ne possono aggiungere alcune altre, a mo’ di segnavia.
Studiare – non solo «perché pensiamo che una più consueta pratica dello studio, un approfondimento condiviso del legame tra vivere e pensare, avrebbe risparmiato alla forza che formiamo una fine tanto banale» (p. 21), ma perché lo studio è uno dei pochi antidoti alla cavalcata insensata del tempo omogeneo e vuoto.
Coltivare la nostra ostinazione – perché al fondo di noi stessi, pur nell’oscurità della nostra alienazione, persiste «un punto di esteriorità al capitale» (p. 108), una differenza etica, un modo di essere non difettivo a cui teniamo più di ogni altra cosa e che ha bisogno di essere custodito come tale, e perché solo ciò a cui teniamo in questo modo consente l’intransigenza di cui si ha bisogno nei momenti dello scontro.
Costruire «spazi di non pubblicità» (p. 111) – perché è grottesco immaginare di portare un pensiero nell’idiozia della comunicazione organizzata, ma soprattutto perché le forme di vita autonome hanno bisogno di silenzio e concentrazione, non di opinioni e conversazioni.
Dare luogo a giardini di amici – perché l’amicizia soltanto è capace di evitare o minimizzare le derive affettive dei singoli e perché la gioia di comporre insieme è impareggiabile.
Tenere fermo che la rivoluzione non è la realizzazione un progetto politico globale, ma l’effetto di risonanza di una miriade di diserzioni locali e singolari.
Come diceva ancora Mascolo:
vita nascosta, mezza clandestina, solo condivisa nell’amicizia, non esente certo da una giusta e necessaria schizofrenia, di cui beninteso non si guarisce che con la rivoluzione (p. 351).
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Paolo Godani insegna all’Università di Macerata. È autore, tra l’altro, di Deleuze (Carocci 2009), La vita comune (DeriveApprodi 2016), Sul piacere che manca (DeriveApprodi 2019), Tratti (Ponte alle Grazie 2020), Melanconia e fine del mondo (Gramma Feltrinelli, 2025).




