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Georges Bataille e il basso materialismo: il mostruoso nel tempo della IA


Tarsila do Amaral. Composition (Lonely Figure). 1930
Tarsila do Amaral. Composition (Lonely Figure). 1930

All’interno della costellazione di nozioni elaborate da Georges Bataille nell’arco della sua eccentrica esperienza intellettuale una delle meno note, rispetto ad altre come dépense, erotismo, sovranità, è quella di basso materialismo. Si tratta, tuttavia, di una nozione che ci sembra essere particolarmente feconda e capace di fornire ancor oggi delle tracce in grado di orientarci di fronte alle urgenze che il presente impone al pensiero. Nel tentativo di seguire queste tracce, l’articolo che qui proponiamo muove dalla ricostruzione del contesto nel quale prende forma tale nozione all’interno del percorso batailleano, per poi assumerla come reagente in grado di attivare un processo di pensiero che affronti il tema del rapporto tra umano e sistemi di intelligenza artificiale.  


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Siamo a cavallo tra il 1929 e il 1930 quando escono i quindici numeri della rivista Documents, una singolare esperienza editoriale formalmente sotto la direzione dello storico dell’arte Carl Einstein ma di fatto curata da Georges Bataille, cui è affidato il ruolo di segretario generale della rivista. Sarà questa la prima di una lunga serie di esperienze collettive che caratterizzeranno una biografia intellettuale in cui la dimensione comunitaria, collegiale, della ricerca e quella di un’esperienza interiore del tutto singolare verranno concepite e vissute sempre come inestricabilmente connesse.


Alla fine degli anni Venti Bataille non può vantare ancora nessuna pubblicazione significativa, se non qualche articolo specialistico di numismatica legato al suo impiego, dal 1924, presso il Cabinet de Médailles della Biblioteca Nazionale e un romanzo osceno e sconvolgente come La storia dell’occhio, pubblicato clandestinamente sotto lo pseudonimo di Lord Auch, con una tiratura di 350 esemplari. È quindi affidandosi alle qualità di giovane e serio studioso di numismatica che gli editori gli affidano la conduzione di questa nuova esperienza editoriale, nella convinzione di dare l’avvio a una rivista d’arte che avrebbe saputo conciliare un’impostazione accademica con la tendenza a una cauta apertura a contributi provenienti da campi di studio innovativi come, ad esempio, l’etnografia. Bataille ne farà, invece, una dirompente macchina da guerra antiaccademica capace di far letteralmente strabuzzare gli occhi con immagini mai viste prima in una rivista d’arte: fiori putridi, zampe mozzate e accatastate fuori da un mattatoio, pagine di fumetti, alluci di piedi. La rivista si contraddistingue, infatti, per un utilizzo dell’apparato iconografico che, lungi dall’essere una semplice illustrazione dei testi, svolge un ruolo di vero e proprio detonatore capace di attivare percorsi di pensiero eterogenei e divergenti. Può sorprendere, tuttavia, come il vero obiettivo polemico contro cui Bataille indirizza l’attività di Documents non sia, in realtà, tanto il mondo della cultura ufficiale, quanto piuttosto l’emblema stesso dell’antiaccademismo nella Parigi dell’epoca; Bataille concepisce infatti la rivista come un vero e proprio attacco al movimento surrealista, quel movimento che faceva della rottura con la cultura tradizionale e con le convenzioni di vita borghesi uno dei suoi tratti identificativi e di cui Documents vuole smascherare l’ipocrisia. Alla rivista di Bataille collaborano diversi fuoriusciti o espulsi dal movimento di Breton. Bataille stesso ne fu tenuto a distanza dal «Papa del surrealismo», timoroso che la personalità intellettuale del bibliotecario parigino potesse mettere in ombra il suo ruolo nel movimento. La critica che Bataille muove a Breton e ai surrealisti va a colpire un nervo per questi particolarmente sensibile perché ne smonterebbe l’immagine di movimento capace di una rottura radicale con le tradizioni sociali e culturali; si tratta dell’accusa di idealismo. Il surrealismo, nella lettura polemica che ne dà Bataille, avrebbe fatto propri alcuni temi sgradevoli alla sensibilità della cultura borghese, ma avrebbe operato su di questi un processo di sublimazione artistica, con la conseguenza di idealizzarli e spiritualizzarli. Il surrealismo non avrebbe quindi saputo attivare un gesto realmente rivoluzionario, perché la logica valoriale sottesa a queste operazioni messe in atto dal movimento di Breton rimane la stessa che ha caratterizzato la cultura borghese. La surrealtà è una pretesa realtà superiore che si contrappone a una dimensione bassa e materiale che viene così a essere screditata. Si tratta di un’operazione intellettuale denunciata in modo puntuale in una lettera aperta del 1930 intitolata Il valore d’uso di D.A.F. de Sade. Il Sade dei surrealisti è un Sade depurato dei suoi aspetti osceni, tradito e trasformato in idolo.


È in questo contesto di polemica contro il Surrealismo che va collocata l’elaborazione della nozione di «basso materialismo». Si tratta di una di quelle nozioni – Bataille preferisce questo termine a quello di concetto – la cui elaborazione e il cui continuo superamento sarà uno dei tratti distintivi di un pensiero che tende a non irrigidirsi in formule, ma piuttosto a trapassare da una nozione all’altra per farne emergere incessantemente l’insufficienza nel fissare e schematizzare ciò che continuamente si sottrae alla presa del pensiero. Il basso materialismo va fatto reagire con tutta una costellazione di nozioni elaborate da Bataille nel corso degli anni, come quelle di eterogeneo, di erotismo, di dépense, di sovranità; termini che egli stesso definisce «scivolanti» perché ciò che intendono significare è proprio ciò che li eccede sfuggendo continuamente alla presa della parola. Sono termini che quindi vanno assunti non tanto per il loro significato, quanto per i processi che sono in grado di attivare e di tenere continuamente aperti.

La nozione di basso materialismo è centrale, in particolare, in alcuni testi scritti a cavallo degli anni Venti e Trenta, il già citato Il valore d’uso di D.A.F. de Sade, e un altro testo che si colloca in aperta contrapposizione al Surrealismo, La «vecchia talpa» e il prefisso su nelle parole superuomo e surrealista; ma è in un articolo pubblicato sul primo numero dell’anno 1930 di Documents che viene posta direttamente a tema tale nozione, collegandola, in modo abbastanza inaspettato, con la tradizione gnostica della tarda antichità. Ne Il basso materialismo e la gnosi la riflessione di Bataille prende avvio da una critica al dualismo tra materia e forma che struttura fin dalle sue origini la filosofia occidentale. Proprio a causa di tale dualismo essa si colloca, nel suo complesso, sotto l’egida di una metafisica idealista. Decidere quale far prevalere tra l’uno o l’altro dei due termini contrapposti, è per Bataille un falso dilemma che si traduce in un’alternanza tra le due posizioni che egli giudica di «una futilità radicale»; il vero problema che sta all’origine stessa della tradizione filosofica occidentale va individuato nella razionalizzazione della materia, nell’aver idealizzato la materia trasformandola in un principio astratto, in un concetto utile per imporre un ordine alla realtà.


Fin da subito Bataille chiarisce come la posta in gioco che la questione della materia porta con sé sia anche di natura politica e investa direttamente il nesso tra potere e sapere. Il rapporto che le diverse dottrine succedutesi nella storia della filosofia istituiscono tra materia e forma viene a mutare solo l’architettura delle strutture di potere. Bataille ricorre qui alla metafora della prigione, in cui la forma è il capo delle guardie e la materia le mura della prigione. Che sia il primo a derivare dalle seconde, o viceversa, non viene a cambiare la condizione di sottomissione a un meccanismo di pensiero astratto che tradisce il reale, addomesticandolo al fine di conservare le strutture sociali e le loro logiche di potere e dominio.

A questa materia astratta, trasfigurata al fine di rispondere alle esigenze del pensiero metafisico e degli ordinamenti costituiti, Bataille oppone la bassa materia; essa «è esteriore e estranea alle aspirazioni ideali umane e rifiuta di lasciarsi ridurre alle grandi macchine ontologiche che risultano da queste aspirazioni» (G. Bataille, Documents, edizioni Dedalo, Bari 1993, p. 103). La bassa materia è quindi lo scarto inutilizzabile, un negativo non dialettizzatile, che eccede sempre ogni tentativo di cattura concettuale rimanendo pervicacemente estranea all’io e all’idea. La bassa materia è una forma di immanenza radicale che si sottrae a ogni tentativo di proiettarla nella trascendenza dell’idealismo.

L’indicazione che Bataille dà, sempre nelle battute iniziali del testo, del materialismo dialettico come esempio di basso materialismo, «la sola forma di materialismo congruente che fin qui sia sfuggita nel suo sviluppo all’astrazione sistematica» (ivi, p. 93), è probabilmente frutto di un approccio non approfondito alle teorie marxiane e di un’esigenza di collocare politicamente la sua operazione intellettuale. Sarebbe interessante approfondire come il basso materialismo sia molto più consonante, piuttosto, con l’immanenza radicale del pensiero nietzscheano, nei confronti del quale tuttavia Bataille assume, in questo periodo, alcune posizioni critiche. In particolare, Bataille nel già citato La «vecchia talpa» e il prefisso su nelle parole superuomo e surrealista accomuna la critica al surrealismo a quella al superuomo nietzscheano, contrapponendo una presunta tendenza alla trascendenza rappresentata dal ricorso al prefisso «su» alla vecchia talpa marxiana che scava cunicoli all’interno della terra, materia bassa per eccellenza. In realtà, a ben guardare, il richiamo alla dimensione bassa della materia risulta essere in perfetta consonanza con l’esigenza di una trasvalutazione nietzscheana di tutti i valori che sovverta (come farà Bataille in molti altri testi di quest’epoca) la nozione stessa di alto e basso, quando a queste si attribuisca una connotazione valoriale. La bassa materia se vista in un’ottica economica è l’inutile, il male se collocata in una prospettiva morale, un assurdo incomprensibile per il pensiero logico, l’informe da un punto di vista estetico. Essa svolge sempre un’azione dirompente rispetto agli ordini costituiti ed è perciò, di per se stessa, sovversiva e oscena, in quanto viene a collocarsi fuori della scena di ciò che può essere rappresentato ricorrendo agli schemi di lettura della realtà codificati all’interno di un determinato ordine sociale e culturale.


È in quest’ottica che Bataille legge la tradizione gnostica della tarda antichità come «una delle più virulente manifestazioni del materialismo». (ivi, p. 94) In assenza di un adeguato apparato testuale, andato in gran parte distrutto ad opera dei cristiani, e in linea con quella che è l’impostazione della rivista, è alla dimensione iconografica che Bataille ricorre per poter cogliere a pieno il significato dell’esperienza gnostica e il suo rapporto con ciò che egli indica come basso materialismo. È soprattutto la rappresentazione di divinità eccentriche e grottesche con teste di animali (asini in particolare) e corpi umani, o addirittura acefale, che permetterebbe di cogliere nello gnosticismo l’esigenza di «una sovversione bizzarra» rispetto all’ordine profondamente monista che regge tanto l’ontologia della filosofia greca che la teologia cristiana. Erede del dualismo zoroastriano, secondo la lettura che Bataille ricava dallo storico delle religioni Wilhelm Bousset, lo gnosticismo fa della materia un principio attivo autonomo che si colloca dalla parte delle tenebre e del male e testimonia di una bassezza non riducibile alla disciplina di principi superiori. Sovvertendo la gerarchia dei valori greco-cristiana, lo gnosticismo pone il divino dalla parte di una materia mostruosa e oscena, mettendo in atto un gioco di capovolgimento e confusione tra alto e basso. Per quanto le dottrine gnostiche si risolvessero, alla fine, sempre in un’aspirazione salvifica verso l’elevazione al bene, è nel riconoscimento e nella vera e propria fascinazione per l’autonomia di una materia bassa, eccentrica rispetto all’ordine del bene, che va ricercato, ad avviso di Bataille, il vero senso dell’esperienza gnostica come tentativo di sottrarsi «alla costrizione dell’idealismo» (ivi, p. 103).

L’iconografia del pantheon gnostico pone in primo piano il rapporto tra la dimensione della bassa materia e quella del mostruoso, tematica che Bataille approfondirà in un breve articolo pubblicato nel numero successivo di Documents e intitolato Le deviazioni della natura. In questo testo si fa riferimento agli studi svolti a fine Ottocento da Francis Galton sul volto umano. Lo studioso inglese, nell’ambito dei suoi studi sull’eugenetica, sovrappose tra loro centinaia di ritratti fotografici; il risultato fu l’emergere di un «volto medio» dai tratti regolari, una sintesi che sembrava dar forma a una sorta di idea platonica di volto umano, archetipo di bellezza data proprio dall’annullarsi, in una logica dei gradi numeri, delle singole imperfezioni individuali. Se il modello di perfezione umana, che in quanto tale si contrappone alla dimensione del mostruoso, è il risultato di una media tra una molteplicità di volti particolari, Bataille giunge a concludere che ciò in cui consiste la singolarità dell’individuo è proprio la dimensione dello scarto dalla media astratta dell’ideale. È dunque proprio ciò che di mostruoso è in noi a costituire la cifra della nostra singolarità irriducibile. «Ogni forma individuale sfugge a questa misura comune, e in qualche modo, è un mostro» (ivi, p. 109). Richiamandoci a quanto scriveva Bataille nel numero precedente della rivista, possiamo quindi affermare che ogni individualità singolare e irripetibile è tale proprio per ciò che in essa appartiene alla dimensione di una bassa materia mostruosa e non catalogabile in schemi concettuali astratti.


La nozione di basso materialismo propugnata da Bataille in questi testi ci sembra essere in grado, nel contesto attuale, di fornirci un’interessate prospettiva da cui affrontare il passaggio epocale rappresentato dall’irruzione, all’interno di tutti i piani della nostra vita individuale e collettiva, dell’intelligenza artificiale. Un passaggio che ci mette di fronte all’urgenza di ripensare l’umano. Se un sistema artificiale ha la potenza di apprendere informazioni e produrre catene di ragionamenti con una velocità, una precisione e al contempo una vastità assolutamente ineguagliabili dall’essere umano sia nel suo sforzo individuale che collettivo, allora non può più essere l’esercizio dell’intelligenza la cifra che contraddistingue l’umano e lo rende tale, così come ci aveva insegnato una lunga tradizione del pensiero occidentale.

Tuttavia, l’intelligenza artificiale, se letta nella prospettiva che Bataille ci offre, può essere considerata proprio come il punto d’arrivo e l’inveramento del percorso di pensiero iniziato con la nascita della filosofia greca che ha cercato la verità nella dimensione astratta del theorein, della concettualizzazione, intesa come il risultato dello scarto di tutto ciò che è particolare, inessenziale, delle eccezioni, in una parola, della bassa materia. All’altro capo di questo percorso storico iniziato dai greci troviamo, oggi, il prodotto elaborato dalle reti neurali artificiali che risulta essere una sorta di media rispetto a una quantità enorme di dati fagocitati e analizzati. Dal filtraggio di questi dati potenti sistemi di algoritmi estraggono modelli e schemi che permettono di ottenere un risultato il più possibile omogeneo e non deludente rispetto ad aspettative che sono quelle di poter fare di quel risultato un utilizzo proficuo. Un risultato che non va mai contro tendenza, ma la asseconda, e che non prevede l’eccezione ma tende a scartarla. Un processo di elaborazione che mira quindi verso una perfezione disincarnata del pensiero. Un po’ come il volto perfettamente armonico ed equilibrato di Galton rispetto al quale i singoli volti si presentano sempre come devianti e, in parte, mostruosi.

Di fronte questa dimensione disincarnata e dematerializzata dei prodotti dell’IA, in cui di fatto non c’è un vero e proprio processo di pensiero in atto ma solo l’estrazione di schemi da una massa di pensati già dati, Bataille ci permette di richiamare la dimensione irriducibilmente singolare di un pensiero come esperienza di continuo confronto con la sua alterità radicale costituita dalla bassa materia. Esperienza che non consente mai al pensiero di chiudersi in sé stesso, ma lo tiene sempre inconcluso e aperto verso una sua mancanza essenziale. Un pensiero che lascia spazio all’irrompere sempre momentaneo e imprevedibile di ciò che è eccentrico rispetto al pensiero stesso.

Se, alla luce delle riflessioni a cui ci spinge l’introduzione dei sistemi di IA, ci chiediamo quindi cosa sia a contraddistinguere la dimensione dell’umano la risposta va forse cercata non tanto in un principio astratto che ci permetta di delineare la categoria dell’umano sulla base di una serie di costanti condivise, quanto piuttosto proprio in ciò che eccede ogni concettualizzazione e schematizzazione e fa di ogni singolo essere umano un’eccezione, per certi versi mostruosa, ciò che si sottrae al calcolo della media e alle proiezioni della tendenza. Ciò che Bataille in una lettera a Alexandre Kojève del 6 dicembre 1937, pubblicata in appendice a Il colpevole/L’Alleluia, a proposito della dialettica hegeliana, chiamava la negatività senza impiego e che in questi suoi primi testi prende il nome, tra gli altri, di bassa materia. Seguendo la traccia lasciataci da Bataille, potremmo dire quindi che ciò che rende tali gli esseri umani è il fatto di avere in comune qualcosa che non può essere messo in comune, la loro singolarità irriducibile e non calcolabile ed è proprio il confronto con le questioni sollevate, oggi, dall’intelligenza artificiale che ci permette di cogliere ciò con un’evidenza del tutto nuova.


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Sandro Pellarin è dottore di Ricerca in Filosofia Politica presso l'Università di Padova, insegna Filosofia e Scienze Umane nei licei. La sua attenzione si rivolge prevalentemente a quei luoghi in cui la riflessione politica si incrocia con problematiche di natura estetico-letteraria. È autore di una monografia su G. Bataille e di diversi saggi e contributi in riviste scientifiche e raccolte. Il suo percorso filosofico si intreccia con una ricerca artistica nell'ambito della videoarte prima e del libro d'artista successivamente.

 

 

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