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I fondamenti filosofici dell'«Etica antispecista»

2 ore fa
Tempo di lettura: 8 min
 Simryn Gill, Vegetation #5, 1999
Simryn Gill, Vegetation #5, 1999

Stefano Spataro recensisce Etica antispecista, libro di Gianfranco Mormino pubblicato da Raffaello Cortina. Al centro del volume, la ricerca di un fondamento filosofico dell’antispecismo capace di interrogare le differenze tra esseri umani e altri animali, la sofferenza, la libertà di movimento e le presunte «leggi di natura» utilizzate per giustificare rapporti di dominio.


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Etica antispecista, il nuovo libro di Gianfranco Mormino pubblicato per Raffaello Cortina, arriva in un momento quanto mai opportuno per riflettere sul rapporto tra esseri umani e altri animali. È curioso che questa lettura capiti proprio ora, mentre le cronache istituzionali tornano a occuparsi del ddl caccia e delle sue implicazioni: un dibattito che, ancora una volta, mette in luce quanto la questione animale sia tutt’altro che marginale nell’agenda pubblica, e quanto manchi, nel discorso politico, un impianto concettuale solido per affrontarla. Il libro di Mormino prova a colmare questo vuoto, offrendo strumenti filosofici rigorosi per pensare i diritti degli animali senza scorciatoie sentimentali né, all’opposto, senza le mistificazioni pseudoscientifiche che da sempre accompagnano lo specismo. A differenza di molti testi divulgativi, che puntano soprattutto sull’indignazione morale o sull’accumulo di dati riguardanti gli allevamenti intensivi e la sperimentazione animale, questo libro affronta il problema a monte, chiedendosi quali siano i criteri che possono giustificare, o escludere, un trattamento morale differenziato tra esseri viventi. L’obiettivo finale è quello di verificare la coerenza delle argomentazioni con cui lo specismo viene tradizionalmente difeso.

Gianfranco Mormino è un filosofo che si occupa da anni di etica, storia della filosofia moderna e, in particolare, di animal studies. Insegna Storia della filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano e la sua attività di ricerca si è concentrata a lungo sul pensiero di autori moderni, come Leibniz, che non a caso ritornano come interlocutori privilegiati anche in questo nuovo lavoro. Oltre alla sua produzione accademica, Mormino è una figura attiva nel dibattito pubblico italiano sui temi dell’etica animale, contribuendo a diffondere con un linguaggio accessibile ma filosoficamente fondato le istanze dell’antispecismo. Etica antispecista si inserisce in un percorso di studi coerente, in cui la riflessione storico-filosofica diventa strumento per affrontare questioni di stringente attualità.

Il punto di partenza del libro è la denuncia di un uso strumentale del linguaggio. Espressioni come “buonismo” o “pensiero woke” vengono spesso impiegate per negare l’esistenza di privilegi immotivati, oppure per legittimarli come naturali, tradizionali o necessari. Mormino chiarisce fin da subito il compito della sua indagine: “le diseguaglianze sono fin troppo reali; le si riconosce come tali quando non sono fondate su differenze pertinenti bensì sugli interessi di chi le pratica. È dunque necessario considerare quali differenze possono legittimare un trattamento diseguale tra due viventi e quali, invece, non devono consentirlo.” (p. 18) Da qui muove tutta l’architettura del libro: individuare quali differenze contano davvero, dal punto di vista morale, e quali sono solo alibi.

Al centro della riflessione di Mormino c’è un concetto di sofferenza spogliato di ogni ambiguità retorica: il dolore nasce quando un bisogno non viene soddisfatto, e riguarda “ogni stato che un individuo si sforza di modificare, sia esso una sensazione, un’emozione, un pensiero o una posizione del corpo nello spazio” (p. 23). È una definizione volutamente ampia, che permette di riconoscere la sofferenza animale senza bisogno di antropomorfizzarla né di negarla per pigrizia concettuale.

Su questa base, l’autore costruisce un impianto teorico che ha nella libertà di movimento il proprio fulcro. Riprendendo Hobbes, per cui “la libertà è l’assenza di tutti gli impedimenti all’azione che non siano contenuti nella natura e nella qualità intrinseca dell’agente”, Mormino propone un concetto minimale di volontà, intesa “come semplice spinta a eseguire determinati movimenti anziché altri” (p. 57). È una mossa filosofica importante che permette di parlare di volontà animale senza scomodare nozioni come coscienza o razionalità in senso forte, e al tempo stesso di distinguere gli animali dalle piante, che “non possono morire [o almeno non lo fanno come lo fa un essere umano o un animale], perché non possiedono un sistema nervoso e in loro la connessione è assai meno efficiente che in noi” (p. 61). Ne consegue che “la libertà di movimento appare come il vero mezzo necessario per rendere possibile una vita buona: non esente da malattia, dagli scontri o dalla morte, ma coerente con quanto ogni individuo vuole e può” (p. 69).

Una delle parti più originali del libro riguarda il ruolo dell’imitazione (e dell’autoimitazione) come comportamento che accomuna animali umani e non umani, e li rende indistinguibili da un punto di vista sostanziale. Mormino nota che un soggetto “può iniziare a compiere azioni imitative in quanto imitative, solo per il piacere che l’esperienza ha associato a esse. I giochi dei bambini e degli animali lo dimostrano, così come i comportamenti delle folle” (p. 93), per poi concludere che “una cesura tra natura e contro natura […] non ha alcun fondamento nella logica dei viventi” (p. 95).

Parallelamente, l’autore smonta con piglio empirista e anti-dogmatico le nozioni di “istinto materno” o “istinto di sopravvivenza”, intese come scorciatoie esplicative poco rigorose. La riflessione si allarga poi a temi come la percezione del proprio corpo, il movimento, l’adattamento all’ambiente in chiave darwiniana e la memoria dei movimenti vantaggiosi: tutti elementi che Mormino mette al servizio di un’argomentazione compiutamente antispecista (cfr. pp. 74-75).

Particolarmente efficace è il passaggio di Leibniz riportato da Mormino: “a stento si trova qualcuno […] che abbia accusato di ingiustizia l’uccidere le bestie per la nostra gola, e questo senz’altro perché non abbiamo timore che esse cospirino contro di noi” (p. 41). Da questa osservazione secentesca, l’autore ricava una lettura potremmo dire sociologica della violenza sugli animali: “essi sono incapaci di prolungare quanto noi i progetti di vendetta.” Noi invece siamo “forti con i deboli, deboli con i forti: è la regola del bullo” (p. 42). È un’immagine efficace, che riduce la presunta superiorità morale dell’uomo sugli animali a un semplice rapporto di forza asimmetrico, privo di qualunque fondamento etico.

Il nucleo etico-normativo del libro si condensa in un passaggio cruciale. Quando si sostiene che infliggere dolore sia utile, se non necessario, “bisognerebbe specificare sempre per chi lo è” (p. 105). Da qui la condanna netta di ogni forma di sofferenza vicaria, definita come sacrificio o sfruttamento. Mormino arriva così a una definizione del male etico particolarmente chiara: “costrizione della volontà attraverso limiti alla facoltà di muoversi liberamente per esplorare il mondo e ottenere uno stato di acquietamento, seppure inevitabilmente temporaneo. […] Liberazione animale e liberazione umana sono dunque congiunte in un unico obiettivo: fermare chi ci ferma, rimuovere gli ostacoli al libero movimento” (pp. 125-126). È qui che il discorso antispecista si salda con quello della liberazione umana, in una prospettiva che rifiuta ogni gerarchia tra le due lotte.

Un concetto che merita di essere segnalato per la sua originalità è poi quello di “microclima etico”. Mormino osserva come, nel calcolare se compiere o meno un’azione, il giudizio che pesa di più sia quello delle persone più vicine a noi, tanto che uno dei fattori decisivi diventa semplicemente “c’è qualcun altro che lo fa?” (p. 117). È un’intuizione che spiega bene perché le pratiche speciste, per quanto moralmente indifendibili, continuino a essere così diffuse e socialmente normalizzate.

Un intero filone argomentativo del libro è dedicato alla critica delle pseudo-leggi di natura usate per giustificare interessi puramente umani, come il presunto “dominio del più forte”. Mormino ricostruisce – con un’impostazione critica che ricorda, per certi aspetti, quella adottata da Karl Popper in Miseria dello storicismo – il fraintendimento di Darwin operato dal darwinismo sociale, da Spencer a Malthus. In entrambi i casi, infatti, il bersaglio polemico è la trasformazione di un principio descrittivo in una presunta legge universale capace di giustificare un determinato ordine sociale. L’errore, osserva Mormino, consiste nell’estendere la selezione naturale dai singoli individui ai gruppi umani, come se popoli, classi o civiltà fossero i veri soggetti dell’evoluzione. Ma Darwin non descrive affatto un conflitto tra collettività né, tantomeno, un diritto del più forte a prevalere: la selezione naturale riguarda l’adattamento degli individui a specifiche condizioni ambientali e non fornisce alcun criterio normativo per stabilire come debba essere organizzata una società. La cosiddetta “legge del più forte”, così spesso evocata nel linguaggio comune, finisce quindi per essere una semplificazione che tradisce tanto il pensiero di Darwin quanto il significato stesso della teoria evoluzionistica.

Non risparmia poi riferimenti scomodi, come l’accostamento, tanto paradossale quanto storicamente documentato, tra amore per gli animali ed eugenetica: “Chi ama gli animali promuove la ‘caccia ecologica’ e chi ama l’umanità sostiene l’eugenetica, l’eliminazione degli aiuti alle classi povere in patria e l’espansione coloniale come atti di razionale carità verso il Tutto” (p. 159). È un passaggio che colpisce anche per la sua attualità. Nel dibattito contemporaneo, infatti, la figura del cacciatore viene talvolta presentata come quella di un indispensabile “bioregolatore” degli ecosistemi. Senza entrare nel merito delle singole proposte normative, Mormino invita implicitamente a diffidare di quelle narrazioni che trasformano interessi umani in presunte necessità della natura. Del resto, non pochi degli squilibri ecologici che oggi si pretende di correggere sono il risultato di precedenti interventi antropici, comprese, in alcuni casi, introduzioni e ripopolamenti faunistici effettuati a fini venatori. Ne emerge un paradosso tipicamente moderno: l’uomo altera gli equilibri naturali e, successivamente, rivendica il ruolo di unico soggetto legittimato a ristabilirli, spesso attraverso nuovi interventi che finiscono per produrre ulteriori alterazioni.

Nell’ultima parte del libro, Mormino si concentra sui fraintendimenti storici dell’antispecismo, distinguendo la propria posizione da quella di chi è stato animalista “per errore”, ossia sulla base di pretese teologico-metafisiche (dalla metempsicosi di matrice pitagorica in poi) che nulla hanno a che fare con un impianto etico razionale. La conclusione è netta e priva di ambiguità: “Gli uomini possono mangiare carne come possono non mangiarla; non c’è altro da cavillare. La differenza non è naturale ma morale ed è la differenza tra stili di vita violenti oppure non violenti, non tra scelte naturali e innaturali” (p. 169).

Da convinto antispecista, mi sono riconosciuto in molte delle tesi sostenute da Mormino. Al di là della condivisione delle conclusioni, il pregio principale del libro mi sembra risiedere nel rigore con cui affronta le giustificazioni pseudoscientifiche e pseudo-naturalistiche dello specismo. Il risultato è un saggio che privilegia l’argomentazione filosofica rispetto alla contrapposizione ideologica, offrendo al lettore strumenti critici utili anche a prescindere dal giudizio finale sulle sue tesi. Tuttavia, proprio questa impostazione rischia di far risultare il libro, a tratti, eccessivamente freddo. Non è una critica alle tesi sostenute, né all’approccio materialista, che ritengo del tutto legittimo e anzi prezioso proprio per la sua onestà intellettuale. Il punto è un altro: nelle questioni morali, l’argomentazione logica raramente basta da sola a convincere qualcuno a modificare, anche di poco, il proprio comportamento. Il libro dimostra con efficacia quanto molte delle obiezioni comunemente rivolte all’antispecismo poggino più su luoghi comuni e sarcasmo che su autentiche argomentazioni filosofiche, finendo così per ridurre una scelta di vita importante come capriccio ideologico. Ma le direzioni che portano il singolo a cambiare le proprie abitudini, alimentari e comportamentali restano un terreno che va anche “sentito” personalmente, esattamente come lo stesso Mormino suggerisce parlando di imitazione: sono la famiglia, il gruppo dei pari e le istituzioni a plasmare gran parte dei nostri comportamenti. Se il comportamento individuale è così profondamente influenzato dal contesto sociale, diventa difficile immaginare un cambiamento affidato esclusivamente alla persuasione filosofica. Ed è proprio per questo che politiche pubbliche orientate in senso antispecista sono auspicabili, anzi appaiono difficilmente rimandabili se si vuole che il cambiamento non resti confinato al solo piano teorico.

Forse è proprio questa impostazione a rendere Etica antispecista diverso da molti altri libri sul tema. L’obiettivo di Mormino è costruire un fondamento filosofico dell’antispecismo attraverso un’argomentazione rigorosa, che richiede al lettore attenzione e una certa dimestichezza con il ragionamento morale. Per questo potrà risultare meno immediato per chi si avvicina per la prima volta all’antispecismo, ma offre a chi desidera approfondirne i fondamenti un impianto concettuale di notevole solidità. Chi già conosce la tradizione inaugurata da Peter Singer o sviluppata da Tom Regan noterà invece come Mormino percorra una strada in parte diversa. Più che fondare l’etica antispecista su una teoria dei diritti o su un’impostazione utilitarista, cerca infatti di ricavarla da un’antropologia materialista della volontà e del movimento, cercando di liberare la discussione da residui metafisici. È questo, a mio avviso, il principale merito del libro: offrire una riflessione filosoficamente rigorosa che, pur senza pretendere di esaurire il dibattito, contribuisce a riportarlo su basi concettuali più solide. In un momento storico in cui le questioni ambientali, sociali e animali appaiono sempre più intrecciate, Etica antispecista rappresenta una lettura stimolante anche per chi non ne condividerà tutte le conclusioni.


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Stefano Spataro è docente di filosofia e storia, storico della scienza e musicista. Ha pubblicato racconti su antologie e riviste online, tra cui «Crapula Club», «Metatron», «Nazione Indiana» e «la nuova carne». Ha pubblicato diversi romanzi, l’ultimo nel 2023, Cyberfreejazz, nel cui mondo è ambientata anche la graphic novel Martire (la nuova carne edizioni). Nel 2021 ha creato la fanzine digitale di fantascienza «Silicio». È tra i fondatori della rivista «la nuova carne», ora anche casa editrice. Dal 2025 collabora con la rivista online «Ibridamenti».

 

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