Sono uno schiavo


Artwork by: JT Crestwell – @acrylicmatter


Un testo in versi, o quasi, struggente e cinico, a metà strada tra poesia e ballata rap, per ripercorre le suggestioni dell’Afropessimismo attraverso le parole di RA Judy, Frank Wilderson, Hortense Spillers, Saidya Hartman, Franz Fanon [1].

Lo proponiamo, non per celebrare l’ultima moda del pensiero radicale nero ma per gli spunti qui solo accenni in realtà che offre. Per pensare l’antagonismo irriducibile della razza: l’impossibilità di risolvere (o normalizzare) la questione razziale negli Stati Uniti e non solo. John Gillespie, nel brano musicale che ci propone per accompagnare il testo, richiama l’idea di un afterlife, una vita dopo la morte, oltre il sacrificio, dove il sole non splende e i mostri restano; una vita da affrontare con una pistola ben in vista e un paio di jeans Prada [2]. L’Afropessimismo è, in questo senso, un grido di battaglia. La risposta alle violenze anti-Black e all’impotenza dei fuochi di Black Lives Matter. Un’esplosione di rabbia consapevole nell’America postrazziale.

E anche se, diversamente da Frank Wilderson, resto dell’idea che il razzismo si combatta in coalizione larghe e non identitarie, trasversali ai processi di razzializzazione trovo nell’Afropessimismo che poi non è unindicazione militante ma piuttosto una narrazione del presente spunti utilissimi per leggere le derive identitarie (a tratti essenzialiste) e modaiole di un certo antirazzismo nostrano, la solidarietà di facciata dell’antirazzismo umanitario e la cattura capitalistica della potenza sovversiva della razza che passa attraverso la spettacolarizzazione della Blackness, l’attenzione mediatica e istituzionale o il diversity managment. Ciò che soprattuto l’Afropessimismo ci indica è che la lotta al razzismo non a nulla a che vedere con la vocazione umanitaria dell’occidente che ha escluso l’Altro, e l’Altra, dal concetto stesso di umanità (preteso invece come universale) e pretende adesso di riparare con diritti formali che restano di facciata, forme di inclusione che hanno più a che fare con il senso di colpa bianco e un’attenzione strumentale alle differenze, funzionale cioè alla stessa riproduzione del capitalismo razziale o, più precisamente, postrazziale. La lotta antirazzista non può che essere antagonista al capitale (che della violenza sui corpi neri ha fatto la fonte della sua accumulazione originaria) e da questa angolazione il «linguaggio armato» dell’Afropessimismo ha molto da dirci [A. C.].


Sacrifice, Lyrics/Vocals: John Gillespie (swim.) @iamswim_, Piano by: Franscesco Le Metre @flemetre, Mix/Master by: Iacopo Pinna @clochard.96k


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Sono uno schiavo. Non ho comunità. «Può mai esistere una “comunità” di niggers, piuttosto che un “gruppo” o a una “collezione”?» (RA Judy 2018) [3].


Sono uno schiavo. Non ci sono Schiavi che possono garantirmi i sensi e le sensazioni della Vita né i turbamenti del riconoscimento né il sostegno avuto in prestito da istituzioni e processi di incorporazione. «Una persona nera non può offrire il dono della vita, il dono del riconoscimento e dell’incorporazione» (Frank Wilderson 2015) [4].


Sono uno schiavo. Non ho parole, né grammatica, né lingua, il modo in cui soffro e il perpetuarsi gratuito e senza fine di questa afasia sintattica è il fondamento della situazione infinita della mia geroglifica sofferenza. «Questi segni indecifrabili sul corpo in cattività sono come una sorta di geroglifici della carne e le severe disgiunzioni che segnano sono celate allo sguardo culturale dal colore della pelle» (Hortense Spillers, 1987) [5].


Sono uno schiavo. Non ho consenso da dare o togliere. Io esisto in un’idraulica della violenza la cui sussunzione è tale per cui alla mia carne è precluso l’assunto umanistico del consenso al punto che anche il solo invocarlo quale categoria nominale non può che vestire il mio corpo come eccesso di violenza o ripudio. «Se la definizione del reato di stupro si basa sulla capacità di dare il consenso o di esercitare la volontà, allora come si rende leggibile la violazione sessuale sulla schiava quando ciò che costituirebbe prova di intenzionalità, e quindi prova del crimine – il consenso o la volontà dell’aggredito – apre un vaso di Pandora in cui la formazione soggettiva e la costituzione oggettuale della schiava (e dello schiavo) non sono meno pesanti del delitto stesso o quando la definizione giuridica di schiavo nega l’idea stessa di “ragionevole resistenza”?» (Saidya Hartman, 1997) [6].


Sono uno schiavo. Se uno vuole raccontare la mia storia, e raccontare la mia storia onestamente, allora deve essere chiaro sul mio eterno squilibrio. In altre parole, occorre essere chiari sulla realtà del fatto che la mia esistenza è un’esistenza nella morte sociale e, come tale, è dispensata dal significato e significata dalla violenza. In effetti, sono l’incarnazione corporea di ciò che significa essere posizionati dalla violenza senza fine, violenza senza limiti, violenza continua, cumulativa e ripetuta. «Mentre nella vita sociale la propria struttura di parentela è riconosciuta come una struttura di parentela, anche quando è pensata come struttura di parentela degradata (per esempio gli irlandesi), nella morte sociale si è riconosciuti come “isolato genealogico”. Nelle parole di Patterson, lo schiavo non ha accesso alla sua eredità, ai suoi antenati e nemmeno alla sua “consapevole comunità della memoria”» (Frank Wilderson, 2015) [7].


Sono uno schiavo. I miei antenati non sono. Non sono Nessuna-Cosa e Nessun-Corpo. Non mi hanno dato né eredità né struttura di parentela. Invece, esisto come isolato genealogico. Un momento commovente mai nello spazio né nel tempo. Una figura immaginaria trasformata in entità attraverso la violenza metafisica. Uno sconvolgimento della categoria dell’Umano, del Mondo e del Luogo. Il mio futuro è semplice: «Sbianca o perisci» (Franz Fanon, 1952) [8]. Per il bianco è garantito. Perché il candore è certo. Perché la bianchezza (e lo «sbiancamento allucinatorio») regna sovrana in me, fuori di me, nel mondo dappertutto e nei niggas che scambio per «Amici» quando la parola migliore potrebbe essere semplicemente «Schiavo #1» e «Schiavo #2».


Sono uno schiavo. Vale a dire: «Io sono la Morte». Rimango così. Dopo la fine della Redenzione. Dopo la fine del mondo. Dopo la fine della Teoria. «Nella vita, l’identificazione è limitata solo dal gioco di infinite analogie, ma la morte non assomiglia a niente» (Wilderson III, 2010) [9]. Non assomiglio proprio a niente. Non cerco la tua approvazione. Non cerco la tua amicizia. Non cerco il tuo riconoscimento. Non cerco il tuo conforto, la tua comunità, la tua grazia, il tuo amore, la tua compassione, il tuo apprezzamento, il tuo entusiasmo e il tuo rimorso. Perché io sono uno schiavo ed essere uno schiavo e conoscersi come uno schiavo è conoscersi come la morte e il morire, il nulla e il vuoto ontologico.


Non ho comunità i cui i membri sono tenuti in considerazione. Non ho Vita che gli altri possano ritenere preziosa o importante. Non ho una grammatica comprensibile a chi ascolta. Non ho alcun consenso, nessuna reciprocità e nessun riconoscimento da dare o da togliere. Non ho storia. Non ho antenati. Non ho mondo. Non ho Posto. Tutto ciò che possiedo è la morte che sono, e nemmeno io sono.


Note [1] Il testo è apparso come J. Gillespie, The Cynical Slave, «Mumble Theory», 17 novembre 2019, https://mumbletheory.com/2019/11/17/the-cynical-slave/ (traduzione A. C.) [2] (…) Sacrifice, I shouldn’t have to sacrifice But promise me an afterlife cause girl this could be it Cause I don’t wanna sacrifice, oh no I shouldn’t have to sacrifice, but if it makes you satisfied Then darling let’s begin Darling let’s begin Where the sun don’t shine and the monsters stay Keep a gun outside in my Prada jeans I can run from it all take pride with me I can run from it all, no Pride! I can run from it all and decide today Cause a sun don’t shine on a masquerade Cause a sun don’t shine on a masquerade Cause a sun don’t shine at all.

[3] R. A. T Judy, On the Question of Nigga Authenticity, «Duke University Press» 21, no. 3 (2018): 222. [4] F. Wilderson, Close-Up: Fugitivity and the Filmic Imagination: Social Death and Narrative Aporia in 12 Years a Slave, «An International Film Journal», 2015, 140. [5] H. Spillers, Mamas Baby, Papas Maybe: An American Grammar Book, «Diacritic» 17, no. 2 (1987): 67. [6] S. Hartman, Scenes of Subjection, «New York: Oxford UP», 1997, 80. [7] F. Wilderson, Close-Up cit.,135. [8] F. Fanon, Pelle nera maschere bianche (1952), ETS, Pisa 2017. [9] F. B Wilderson III, Red, White & Black: Cinema and the Structure of US Antagonisms, Duke University Press, Durham 2010, 91.


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John Gillespi, scrittore, poeta e musicista, allievo di Frank B. Wilderson, è dottorando di Letteratura comparta alla University of California Irvine.