Rosso – giornale dentro il movimento – nuova serie



Pubblichiamo la terza parte della raccolta completa della rivista «Rosso». Anche questa introduzione, opera di Paolo Pozzi, redattore capo e factotum dell’impresa, compare nel libro di Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita, Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979), edito da DeriveApprodi nel 2008.


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Siamo nell’ottobre del 1975 e si vuole provare a dare una certa stabilità di uscita al giornale. Ci si prefigge di essere quindicinali. Ma si vuol addirittura puntare al settimanale. In seconda del n. 1 nuova serie c’è scritto:

«Rosso» quindicinale «dentro il movimento» per ora. Ma vogliamo fare molto di più. Abbiamo in mente Rosso settimanale «dentro i contratti»: – per dare voce all’autonomia di classe del proletariato in fabbrica, nei quartieri, nelle scuole; – per battere il compromesso storico, smascherando opportunisti e riformisti; – per denunciare vergognose montature che sappiamo già pronte sui compagni che lottano.

Per fare questo occorrono tre cose: un direttore politico, un gruppo di persone che si occupi di assicurare alcune pagine del giornale, una tipografia che sia in grado di stampare un prodotto nei tempi stabiliti. Toni assume la direzione di «Rosso», convince alcune persone (tra cui me, assai dubbioso per la verità), a diventare redattori «professionisti», trova la tipografia. Sta stupendamente nel centro di Milano, La Rotografica in via Ciovasso al 4. Un sogno per l’ex redattore capo allora senza patente, sperduto per giorni nell’hinterland. Quelli della Rotografica non lavorano col piombo, sono avanti, usano la fotocomposizione.

Viene coinvolto il Balestrini per la parte di impostazione grafica. Ne viene fuori qualcosa che ricorda molto da vicino «Potere operaio». Grande formato, grandi fotografie, titoli cubitali. La cosa, graficamente parlando, più lontana possibile da « Rosso» fino al n. 16.

Il nuovo «Rosso dentro il movimento» ha innanzitutto un respiro nazionale con una redazione romana in via dei Volsci. Ha poi un’intenzione decisamente nuova. Stare con le lotte, dentro le lotte, in particolare dentro il rinnovo del contratto dei metalmeccanici con il programma di lotta: 35x40. 35 ore pagate 40 per difendere l’occupazione, 35 ore pagate 40 per ridurre la schiavitù del lavoro. È ora di finirla di raccontare le lotte già avvenute.

Sedici pagine così strutturate: la prima a uso copertina con titolo a scatola sull’avvenimento o gli avvenimenti ritenuti più importanti, la seconda composta di quattro rubriche fisse; seguono quattro pagine dedicate alle fabbriche, due al sociale, una al proletariato giovanile, una o due a quello che prima era chiamato «Rosso tutto il resto», due all’internazionale, quattro alla repressione e al carcere. La prima pagina si può anche usare come manifesto. Alcune sono memorabili: Real-politik dell’omicidio; Buon natale: dopo tutto il compromesso storico non passerà; Illegalità di massa; Operai contro la metropoli.

La redazione abbonda di vecchi e nuovi operaisti, manca invece del tutto di «movimentisti», vista la contemporanea e inarrestabile emorragia di quadri ex Gramsci.

Vengo nominato sul campo «responsabile dei rapporti con i movimenti». Una missione impossibile. I movimenti femminista, omosessuale ecc. non hanno alcuna intenzione di correlarsi in modo organico a «Rosso». Si cerca allora di coinvolgere alcuni significativi rappresentanti di questi movimenti. Ma dura poco. L’operazione è troppo «illuminista». Nel frattempo io ottengo il risultato, a furia di parlare dell’importanza dei movimenti, di farmi palpare il culo alla fine di una riunione della redazione romana di «Rosso». Complice forse il mio abbigliamento di cui era componente fondamentale una collanina decisamente femminea regalatami dal rappresentante del Fuori che aveva lavorato con me al giornale. Ma al di là di questo piccolo episodio «Rosso» sui movimenti non mordeva. Sia perché l’attenzione era tutta rivolta al rinnovo dei contratti dell’autunno 1975, sia perché i movimenti andavano per la loro strada. Alla ricerca del loro «specifico», come si usava dire. E poi il dibattito era via via monopolizzato dalla lotta armata e verteva acceso sui documenti delle pagine «Riceviamo e pubblichiamo». La confusione era totale. In più in redazione c’era Elvio, inteso come lo psicanalista Fachinelli, che ci guardava litigare con un sorriso sornione. Che ti dicevi: questo bastardo mi sta psicanalizzando a mia insaputa.

Dal 9 ottobre al 20 dicembre 1975 riusciamo a fare uscire 5 numeri che è un record assoluto nella storia di «Rosso».

Ma non riusciamo a tener botta e lentamente scivoliamo di nuovo verso l’uscita irregolare. Si fa un grande numero però: «Rosso contro il riformismo», in concomitanza con le elezioni del 20 giugno 1976.

«Quando si scende dal cielo merdoso dell’ideologia alla pratica politica il quadro che il Pci presenta è, se possibile, ancor più penoso... la subordinazione del Pci al piano del capitale diviene immediatamente progetto di repressione nei confronti delle lotte operaie e delle lotte proletarie complessive».

«Rosso contro il riformismo» lo si stampa da Botti, un vecchio tipografo che sta in via Val Bregaglia. Con lui poi si stampano tutti i mitici numeri del ’76-77: A salario di merda lavoro di merda; Per l’organizzazione operaia. Autonomia Appropriazione Contropotere; Avete pagato caro... non avete pagato tutto. Da non dimenticare la straordinaria pagina del Gioco del drago nel numero 13-14. Sono i mesi dell’illegalità sociale e politica di massa. Quando le strade e le piazze sono nostre.

Francone Tommei ha recuperato un suo vecchio amico che fa il grafico e insieme impostiamo i numeri del giornale. Decidiamo i titoli e le immagini. Su quelle non abbiamo problemi, ci pensa il nostro fotografo, il grande Aldo Bonasia, sempre davanti a tutti con il suo obiettivo.

Una mattina che vado in tipografia il Botti mi fa: «Guarda che ieri è venuta la Politica [la Digos dell’epoca], mi ha chiesto i nomi di chi viene qui e come pagate. I nomi io non li ho mai fatti in vita mia e i soldi gli ho detto che me li date in contanti». Mi vede preoccupato. «Damm a trà Possi, non gli ho mica detto che l’ultima volta mi hai dato un milione tutto di mille lire, per non dire di quella volta che mi hai

portato un pacco di miniassegni di quella banca... Come la se ciama, ecco... Banca di San Prospero».

Il Botti, vecchio partigiano specializzato nel far parlare i repubblichini, dicevano.

Si scatenano il primo Calogero a Padova e Catalanotti a Bologna e Milano. Servizi di sicurezza e caramba ci rivoltano le case. Un compagno della redazione di Bologna viene arrestato a casa di Toni Negri mentre portava gli articoli per «Rosso». A me e al Francone ci tocca riparare a Massa Carrara dagli anarchici per stampare il numero di giugno e lo speciale di settembre per Bologna contro la repressione:

«Crediamo che sul problema della repressione quello che conta è il rapporto di forza tra le classi, lo sviluppo corretto del processo rivoluzionario e l’affermarsi del potere dispiegato che, legalizzando sulla base della forza comportamenti apertamente illegali, ne legittima l’esistenza, e indebolisce in maniera decisiva il funzionamento dei meccanismi repressivi».

La nostra storia sta per finire. Dopo Bologna, c’è «Rosso per il potere operaio».

Nell’autunno del ’77 dell’autonomia legata a «Rosso» è rimasta ben poca cosa. La linea di massa soccombe alla proposta militarista. Nascono da «Rosso» le Formazioni comuniste combattenti che sottraggono gruppi molto significativi di compagni a Milano, Varese, Bologna. Non resta che rimodellare «Rosso» sull’unica realtà di autonomia di massa rimasta al nord: i Collettivi politici veneti. Ma si paga il pegno al leninismo del nord-est. Però le «notti dei fuochi» ci tirano su di morale e ci fanno dire «le palle ce le abbiamo anche noi». Ma intanto le formazioni armate dilagano. E il movimento preso nella tenaglia muore. Giunto al termine di questi ricordi rimetto via i numeri di «Rosso». Stanno tutti in una piccola borsa. Lo so che rischio il patetico. Ma insomma sono in tutto 16 numeri della prima serie e 32 della seconda. Ma di questi 32 ben io sono i numeri doppi. Ci sono da aggiungere 6 supplementi e il tutto finisce qui. Eppure su questa esperienza dell’Autonomia, e non soltanto su questa, si sono abbattuti centinaia di anni di carcere e di esilio. Per non dire dei compagni a cui lo Stato ha messo un termine subito. «Rosso» non era certo un’organizzazione combattente di cui temere la potenza. Neppure fu mai un’organizzazione politica strutturata su scala nazionale come i grandi gruppi della sinistra extraparlamentare. «Rosso» non era un quotidiano, per breve tempo fu solo un quindicinale. L’unica ragione che vedo in tanto furore persecutorio è che «Rosso» è stato un laboratorio impareggiabile, che sapeva leggere quel che stava avvenendo nel mondo. La fine della centralità della fabbrica, il proletario sociale, l’intellettualità di massa, il precariato in bianco e al nero, le periferie che si ribellano, il black out di New York. Un intero continente con cui la sinistra riformista aveva perso ogni contatto e di cui «Rosso» era la punta più eversiva. Del tutto invisa alla sinistra riformista che ha sentito l’insopprimibile esigenza di liberarsene. La sinistra ha guidato lo Stato, tramite i suoi uomini presenti nelle istituzioni, alla caccia di «Rosso» e dell’Autonomia. L’eresia doveva essere eliminata.


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Numero Speciale (settembre 1977)
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