Rossana Rossanda e la sua lezione sui «grigi»

Un rosso che metteva in discussione se stesso


Ricordiamo con questo testo Rossana Rossanda, a un anno e mezzo dalla sua scomparsa.


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Addestrati a tacere. «È così che accadono le enormità» dichiara Rossana Rossanda (1924-2020), politica militante della prima area «ingraiana», ex membro della Camera dei deputati, giornalista e scrittrice del passato Novecento. Viene ricordata oggi tra le donne più attive e influenti della sinistra comunista italiana e, per esser stata, sotto il nome di «Miranda», una giovanissima partecipe della Resistenza. Nonostante ciò, si è spesso raccontata con un’altra versione di sé. Come solo una donna sa fare, non ha dimenticato le sfumature, le colpe di quando era più piccola: un’adolescente incapace di percepire quello che stava accadendo intorno a lei e, alla sua famiglia. Inerzia critica comprensibile a quell’età, ma anche racconto di un’epoca e tratteggio dell’individuo umano che partecipa sommessamente alla vita sociale nazionale e internazionale. Rossanda quel chiaroscuro lo definisce con un colore: «il grigio».

Nacque negli anni venti «con lo sconcerto delle anagrafi» in una Pola prima annessa all’Italia, poi alla Jugoslavia e infine alla Croazia. Di fronte al fallimento economico della famiglia – seppur nutrito in silenzio – vive la sua prima adolescenza ospite dagli zii a Venezia, in quel non dire che caratterizza quegli anni e invero anche quella società muta degli anni Trenta del fascismo. Il peggio era alle spalle, si pensava. La guerra non è qui. È così che si verificano gradualmente brutalità a cui non era necessario porre domande. Figuriamoci risposte. «Sono stata una grigia». Ce lo racconta Rossana Rossanda che da giovanissima indossava la divisa da giovane fascista, nonostante il disgusto per la ginnastica e con l’impazienza di chi non ha il dovere di chiedersi il perché. «La peggior colpa anche se hai quindici o sedici anni» incalza a se stessa, ancora molti anni dopo. Lei che decise di compiere la maturità un anno prima e che proseguì i suoi successi universitari, incapace davvero di accettare i suoi meriti, non abbandonò mai quella paura di essere ancora una di loro. Ma qual è il ritratto di un adulto «grigio»? «Quelli che Renzo De Felice definisce consenzienti al fascismo, quelli delle grandi adunate dove raccattare qualche brandello di identità, dovevano essere perlopiù grigi» dichiara la penna audace di Rossanda nella sua biografia[1]. E se a donne e bambine non era richiesta un’opinione poiché autorizzati a tacere, la marmorea certezza che vale più uccidere vite che generarne, procrearne, si poteva sentire nelle piaghe del corpo, seppur lontani da una manciata di anni dalle pubblicazioni di Simone De Beauvoir. Rossanda, quasi come atto di conseguenza, convive e impara molto presto il metodo dell’incertezza critica come studentessa di filosofia a Milano. Allena il suo metodo ribaltando da subito quella «mistica del traduttore» che ha configurato le donne in una retrovia grigiastra per molti anni, divenendo lei, viceversa, protagonista di traduzioni di autori allora quasi del tutto sconosciuti[2]. La storia di Rossanda si compie perciò già da giovanissima e dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, tra le fila dei gruppi partigiani del Nord Italia. Da lì la presa di coscienza, il rimprovero di una cecità finora perpetrata. Così su paure e insidie, si costruiscono le fondamenta della donna che da lì a breve sarebbe entrata nel Partito comunista italiano e rivendicato il diritto di opporsi anche alla regia centrale. Nel 1962 da responsabile della politica culturale del Pci, nominata da Palmiro Togliatti, fu rapidamente il riferimento per tutta la classe intellettuale vicino al partito, vicina tra altri a Italo Calvino, Simone De Beauvoir, Carlo Levi, Anna Maria Ortese, Milan Kundera, Pier Paolo Pasolini. Ma è dal 1968 che inizia una forbice temporale per Rossanda. Pubblica il saggio L’anno degli studenti, 1968 con un sostegno totale ai movimenti di quegli anni – anche al di fuori del circuito del Pci – seppur convinta di una necessaria mediazione che elimini quell’origine borghese della lotta. Il suo comunismo era perciò esente da certezze marmoree ma piuttosto di sfida a ogni polarità e pensiero binario, a favore dei più fragili. Era la più combattiva contro le tattiche del «socialismo reale», eludendo quelle dinamiche attivate dai regimi sovietici. Partecipa alla fondazione e pubblicazione de «il manifesto» – pensato per accogliere l’ala dissidente nei confronti dell’Unione Sovietica e di quei paesi del blocco orientale. Da lì, con l’occupazione della Cecoslovacchia da parte di alcuni territori del Patto di Varsavia, torna a soffiare vento alle frontiere e, Rossana Rossanda si schiera aspramente contro. Ormai apparteneva a un colore che era passato da un chiaroscuro melenso a un rosso che metteva in discussione se stesso. Fu radiata dal Pci. Rossanda è etichettata come sovversiva alle direttive della sede centrale. D’altronde l’inerzia critica che ha combattuto fin da ragazza, non esclude nessuno. Né i rappresentanti di quel suo «album di famiglia» del 1978, in pieno sequestro Aldo Moro, né le tematiche più propriamente femministe, rifiutando anche le monocromaticità del pensiero intellettuale di genere. Incontri, testi, dibattiti e interviste mentre pubblicherà ancora libri contemporanei ai fatti politici[3]. Le donne che si trovano faccia a faccia con lei devono occuparsi e interloquire anche dei problemi sociali, devono occuparsi di tutto ciò che riguarda l’umanità. È forse questa la lezione che ancora oggi aleggia, nell’era delle verità che ci paiono granitiche con un «clic»? Quel tratteggio dell’individuo umano che Rossanda definisce con un colore grigiastro è il rischio di un’umanità in estinzione. In un’epoca come la nostra in cui siamo, come eserciti di individui, sottoposti a verità difficili da scovare, Rossanda pare scrutarci ancora con il suo sguardo severo. È forse anche questo che possiamo cogliere in Rossanda? Il suo comunismo era fatto di contenuti indagati da lenti critiche costanti ma, anche di capacità rare di esercitare il cuore, che anche quello con il tempo si può rattrappire. Nel dovere di chiederci il perché degli avvenimenti geopolitici contemporanei, poniamoci ancora un altro quesito: Chi sono perciò i «grigi» oggi? Perché c’è un grosso rischio che corriamo di fronte ai nostri figli. In un’appartenenza a colori di sottomissione apartitica e becera, a cui non riusciamo in nessun modo a opporci, forse i «grigi» oggi, nonostante le differenze delle epoche, siamo ancora noi.













































[1] R. Rossanda, (2005) La ragazza del secolo scorso, Einaudi Et, Torino 2020, p. 47. [2] Le numerose traduzioni sono degne di note: tra altri, Cassirer, Konrad Fiedler, Panossky, Aby WarWarburg. [3] Tra le numerose pubblicazioni oltre quelle citate: Il marxismo di Mao Tse-tung e la dialettica, 1974; Un viaggio inutile o della politica come educazione sentimentale, 1981; Brigate rosse. Una storia italiana, 1994; Appuntamenti di fine secolo, con Pietro Ingrao, 1995; Quando si pensava in grande, 2013.