Ritornare a Genova: oltre le narrazioni di vittime e reduci

Intervista di Francesca Ioannilli a Gabriele Proglio




Cosa troveremo su Genova quando verranno aperti gli archivi di Stato? Porsi questa domanda è importante per cogliere il significato di un approccio di parte del problema della memoria, intesa come qualcosa che si costruisce. Le fonti grigie di archivi, giornali e Tv riveleranno infatti una storia volutamente distorta e appositamente costruita, per creare un clima di ansia e tensione che non è comunque riuscito a tenere in casa le 300.000 persone che hanno partecipato a quelle giornate. Proprio per questo, «I fatti di Genova. Una storia orale del G8» (Donzelli, 2021) di Gabriele Proglio è fondamentale, una fonte ricca e preziosa che offre una prospettiva storiografica su Genova a partire dallo scambio e interazione su cui si basa e che costituisce l’approccio della storia orale. In questa intervista di Francesca Ioannilli, l’autore approfondisce i temi del suo libro, basato su una novantina di interviste, un grosso lavoro di documentazione e la partecipazione diretta agli eventi.


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Il libro esce a distanza di vent’anni dal G8 e offre uno sguardo, complesso perché composito, sugli eventi del luglio del 2001. Sono infatti più di cinquanta le interviste che utilizzi per riportare il significato di quei giorni, a fronte di novanta interviste fatte, di scambi e interazioni avute.

Partendo da qui, ti pongo innanzitutto una domanda tanto banale quanto essenziale: perché hai scelto di parlare di Genova e di tenere viva la memoria, o forse meglio dire le memorie di quei giorni? E come hai scelto di farlo?

Come spesso accade nella ricerca storica le motivazioni sono più di una, incrociano i vissuti personali – in questo caso il fatto che io abbia partecipato a quelle giornate – con un interesse per i processi di memoria e quindi per la ricerca storica in sé. L’obiettivo che mi ponevo, in relazione anche alla domanda dalla quale sono partito, era di cercare di restituire una coralità di voci sull’evento. In questi vent’anni sono state utilizzate prevalentemente due modalità di ricordo: il paradigma vittimale, per cui la vittima in sé può ricordare solamente come vittima, come teorizza Todorov; e il reducismo, cioè chi ha vissuto quelle giornate, le riporta come una ferita ancora aperta o come un picco talmente alto dello scontro che non può essere contestualizzato o problematizzato, ma solamente rivendicato come proprio attraverso politiche dell’identità. Il mio intento, invece, era proprio di ritornare su quelle giornate con una molteplicità di voci per tentare di ricostruire le presenze e le soggettività di Genova 2001. In questo senso la storia orale è importante perché viene costruita dall’interazione tra le soggettività, nell’intersoggettività; non è una storia che nasce dalla fonte di archivio che è prodotta da un’istituzione, da un ente o un gruppo; e non è neanche una fonte visuale che può essere letta da più angolazioni, ma è sempre quella. La visualità dell’oralità si costruisce nel dialogo, durante l’intervista, quindi è ben differente dalle fonti visuali prodotte sul G8 dalla Tv e dal cinema.

Come hai scelto le persone da intervistare?

Le ho scelte andando a ricostruire le soggettività presenti a Genova, tenendo conto delle diverse parole d’ordine, delle diverse ideologie, dei diversi percorsi precedenti e quindi dei diversi background culturali, ma anche delle diverse pratiche in relazione alla composizione della piazza. Ho tentato di rispettare questo sguardo e questo livello del problema storiografico. Inoltre, alla base della ricerca c’è anche l’attenzione al genere e alla dimensione anagrafica, al tema delle generazioni a Genova. Per una questione di come le memorie si muovano e ridefiniscono il passato, le interviste sono state recuperate in Piemonte e in particolare il focus è stato su Torino. La ragione di questa scelta concerne una serie di specificità del territorio. Ogni territorio ha le proprie specificità, l’eredità delle lotte passate come anche il ruolo di quelle presenti. Anche in base a queste coordinate, che costituiscono un background culturale e politico specifico, si ricorda o si dimentica. Ossia, proprio lo sguardo – di chi ha poi partecipato a lotte (penso a quella No Tav, ad esempio) o, ancora più semplicemente, che ha vissuto e attraversato il contesto cittadino in questi vent’anni – genera una prospettiva specifica sul ricordo, sul processo di selezione delle memorie. Da questo punto di vista, non c’è solo un G8 ricordato, ma tanti quanti sono i contesti di ritorno, dopo il 2001. Torino è diversa da Milano o da Roma.

C’è poi un terzo livello – più profondo direi – di come è organizzata l’intervista e quindi anche il libro. L’idea è di disarticolare la centralità dell’evento, una visione lineare del tempo e della memoria. Genova è stata raccontata come una «manifestazione evento»; io volevo cercare di ragionare sulle memorie di Genova, rompendo confini e sbarramenti temporali. Era necessario creare una vera e propria interruzione nella linearità della produzione del tempo, e quindi della narrazione storica, per scardinare il ricordo unico del G8 centrato unicamente sulla violenza durante i tre giorni del vertice. Mi interessava far vedere una dimensione più ampia e allargata fatta di connessioni e rimandi. Per questo ho deciso di usare la metafora più immediata, più diretta e semplice – nel senso di comune – del ricordare: il viaggio. «Viaggio» è inteso, qui, in senso lato e molteplice: «viaggio» significa gli spostamenti fisici verso Genova, ma sta anche per i tempi del ricordo, ossia il prima, il durante e il dopo G8.

Questo modello è usato non solo nell’intervista, ma è anche l’architettura del volume. La prima parte è dedicata alla ricostruzione degli eventi, mostrando come si sia lavorato giornalisticamente e politicamente per preparare il contesto di guerra tramite un lessico belligerante, in modo tale da poter arrivare a Genova con tutta una serie di discorsi su quello che sarebbe potuto succedere. Dopo questo capitolo, ve ne è un secondo dedicato alle partenze, nel quale si incontrano i percorsi di vita, le esperienze, i ricordi, le speranze, le paure, un ampio sistema di elementi che costruiscono delle memorie culturali – individuali e collettive – che portano a Genova. Si passa poi ai tre giorni del contro-vertice, attraverso i racconti di chi è stato a Genova. Questa sezione è organizzata sia cronologicamente – il 19, il 20 e il 21 luglio – sia per piazze tematiche. Qui si trovano anche i ricordi della Diaz e di Bolzaneto, di Piazza Alimonda. Infine, i ritorni. Genova non finisce il 21 luglio ma continua: questo ultimo capitolo serve proprio per comprendere come quell’evento sia stato letto e interpretato dopo il 21 luglio, cioè non si sia concluso – in termini memoriali – con la fine del vertice.


Come ben spieghi, nel libro si usa il presente storico ma ai vari «Sara, Alessio… ha tot anni» ne vanno aggiunti altri venti che nel frattempo sono passati. Oggi ci rivolgiamo a soggettività differenti che non hanno vissuto quei momenti e forse nemmeno l’eco; si potrebbe dire che per tanto tempo, magari proprio per la mancanza di sguardi e memorie molteplici, c’è stata una divisione netta anche all’interno di un «Noi» più ampio, tra chi aveva «vissuto» Genova e chi, anche solo per ragioni anagrafiche, non vi aveva partecipato. Come tanti eventi «sacralizzati» era quasi come se non se ne potesse parlare, non si potesse avere un’opinione. Ora forse è passato abbastanza tempo e abbiamo raggiunto quel «giusto distacco» necessario. Come descriveresti, a chi non c’era e non ha conosciuto quelle forme di militanza e quel movimento, le sue aspettative e gli obiettivi?


Lo slogan che venne utilizzato da tantissime soggettività era «un altro mondo è possibile». Si scopre, nelle pagine, che in realtà i mondi possibili che portarono a Genova erano molti e non solamente uno, proprio per le tante soggettività, le pratiche, le attese, le speranze. Questa è già una convergenza molto interessante perché restituisce l’idea di una mobilitazione «nata a Seattle», da quel tipo di esperienza contro i vertici, che riesce a tenere insieme soggettività politiche molto differenti. Infatti, se alcune persone partono per Genova con l’idea di entrare all’interno della macchina delle istituzioni per provare a trasformare l’esistente, dopo Genova capiranno che è impossibile percorrere questa strada. La violenza e la resistenza: la violenza subita e la resistenza praticata li porterà a questa consapevolezza. Ci sono invece altre soggettività che leggono Genova come un momento di rottura, quindi realmente di cambiamento e di conflitto in un processo rivoluzionario, collegandosi a tradizioni, pratiche e percorsi di lotta che in Italia e in Europa riguardano differenti fasi dei movimenti.

Comprendo che sia difficile raccontare Genova alle persone che non hanno partecipato o che sono nate dopo il 2001, perché spesso Genova è stata prima visualizzata e poi raccontata, o meglio, il racconto è stato principalmente visivo ed è stato centrato sulla violenza. Violenza non è, in questo caso, sinonimo di conflitto: al primo termine è sempre associata una valutazione morale, il secondo è legato a un’analisi storica-politica. La visualità della violenza è stata centrata, in questi vent’anni, su due soggetti: la polizia e i Black bloc. Due soggetti collettivi, perché collettivamente raccontati dai media, dal cui scontro si è generata violenza. Tanto è stato l’investimento mediatico, che si è generato un paradosso: il racconto incessante della violenza ha inibito di discutere di violenza come prodotto di un conflitto, relegando la questione alla morale. Al campo dello scontro, della piazza, non è più corrisposto un campo delle lotte, delle rivendicazioni, ma semplicemente la richiesta – o meglio l’imposizione da parte di media e politica mainstream – di prendere una posizione contro la violenza, dividendo le/i manifestanti in «buoni» e «cattivi».

Inoltre, le proteste contro il G8 di Genova non hanno raccolto solamente le sigle di varie aree. Spesso si fa questo errore, si pensa alle piazze tematiche come espressione della piazza. Erano, invece, espressione dei diversi percorsi contro la globalizzazione (il Genoa social forum, il sindacalismo di base, gli anarchici, il Network e i Cobas, i disobbedienti). Ma a Genova c’erano anche centinaia di migliaia di persone che non erano militanti o attiviste, che non avevano una tessera di partito o che non erano iscritte a nulla. Genova 2001 è stata anche persone che hanno deciso senza nessun tipo di percorso politico precedente di esserci, di manifestare. L’idea che mi sono fatto è che, se si sposta lo sguardo su queste persone, che in realtà sono la maggioranza – pensiamo alla manifestazione dei 300.000 di sabato – ci si rende conto della complessità di quel momento, così come della capacità attrattiva e di aggregazione di quel movimento.

Prendiamo appunto la manifestazione del sabato. Pensare che queste persone parteciparono al grande corteo – e pensare che lo abbiano fatto dopo l’omicidio di Carlo Giuliani – è qualcosa di molto potente, perché restituisce bene l’idea delle volontà di cambiamento e anche di critica nei confronti delle istituzioni, del modello economico e delle contraddizioni che attraversano non solamente l’Italia ma il mondo intero. Si tratta di una mobilitazione di differenti sensibilità capaci di intendere Genova come un appuntamento imperdibile, che non riguarda solamente l’Italia, l’Europa o i nord del mondo, ma l’intero pianeta; che tiene insieme le istanze dei popoli dei sud del mondo con la lotta all’inquinamento, il contrasto delle politiche delle multinazionali e l’opposizione alla diffusione degli Ogm, che si oppone alle politiche migratorie e al sistema dei confini come anche alle nuove forme di sfruttamento lavorativo. Quel movimento tiene insieme e riesce a mettere in comunicazione moltissimi frammenti della trasformazione di quel mondo.

Certo, raccontare a chi non c’è statə quella cesura è molto difficile. Ma credo sia importante, non solo dal punto di vista storico, evitare schematismi e visioni omogeneizzanti, tendando di problematizzare la complessità.


Entriamo nel vivo di quelle giornate. C’è un pre-Genova significativo, nel quale i media hanno ricoperto un ruolo fondamentale. Dal tuo punto di vista quanto e come ha influito quel clima di tensione, auspicato e voluto, sulla scelta di partire? E quali altri elementi sono stati decisivi?


Il primo capitolo è proprio dedicato a ricostruire fatti e narrazioni che portano a Genova. A partire da febbraio 2001 tutte le grandi testate parlano di Genova come un evento nel quale potrebbero verificarsi problemi di ordine pubblico. E lo fanno, da subito, con un lessico militare e belligerante. Le narrazioni sono molteplici e provengono tanto da giornalistə quanto da politici di differenti schieramenti partitici.

Il racconto della zona rossa diventa l’emblema della divisione tra parti in campo e dello scontro: tant’è vero che si parla, da un lato, di «invadere» la zona rossa; e, dall’altro, di difendere questo spazio come luogo in cui gli «otto grandi del mondo» avrebbero deciso il futuro dell’umanità e del pianeta. Nelle descrizioni c’è quasi il recupero di un modello medioevale centrato sul castello come avamposto inespugnabile, un luogo presidiato da militari e fatto di inferriate, di blocchi, con un muro di metallo che serve proprio per arginare le proteste.

Ci sono poi le narrazioni allarmiste volte a costruire il profilo delle e dei manifestanti. Si arriva perfino a parlare di sangue infetto di Aids che le/i manifestanti avrebbero lanciato contro la polizia. In alcuni pezzi si afferma che i «punkabbestia» vorrebbero lanciare i loro cani contro gli agenti. Questo per dare un’idea del tipo di discorso che si è costruito volutamente, con il chiaro intento di creare preoccupazione e ansia nella sfera pubblica. Nei giorni immediatamente precedenti c’è poi tutta la disquisizione sui permessi accordati o non concessi al Genoa social forum, c’è il racconto delle tute bianche, della dichiarazione di guerra agli «otto grandi» letta da Casarini.

Vi è tutta una serie di notizie non certificate che vengono riprese dalle diverse testate, con voci che si amplificano. È, quello, un modo di fare giornalismo che rimescola le carte e fa sempre montare di più l’attesa, l’ansia e la tensione. Sul «Corriere della sera» si parla di un possibile attacco di Bin Laden che avrebbe reclutato naziskin per colpire i capi di Stato. Con gli occhi dell’oggi, si comprende bene quale fosse l’obiettivo: non la notizia in sé, ma contribuire a generare un clima di paura, di possibile guerra nelle strade.

C’è poi la notizia di possibili attentati, di pacchi bomba pronti a esplodere. Certo, alcuni di essi effettivamente raggiungono i destinatari, ma ancora una volta il punto è l’uso delle testate giornalistiche, delle emittenti televisive e delle radio per soffiare sul fuoco, per provocare i presupposti per una vasta azione di repressione delle piazze. L’apice, in ogni caso, si raggiunge con tre notizie. La prima riguarda l’arrivo delle oltre duecento body bags per i possibili morti durante le manifestazioni; la seconda è lo svuotamento del carcere di Marassi per «accogliere» i possibili fermati; la terza è l’arrivo di un pool di magistrati per giudicare in direttissima chi avrebbe infranto leggi e divieti.

Nelle settimane precedenti, la tensione arriva a picchi altissimi, picchi che probabilmente non si raggiungevano degli anni Settanta, eppure questo non scalfisce l’idea di tantissimə di scendere in piazza, di raggiungere Genova e di manifestare. E questo comportamento è identificativo dell'idea di una voglia di cambiamento e anche di un approccio rispetto al conflitto che sono diversi e lontani dall’oggi; di persone che mettono in conto – pur non essendo militantə o attivistə – di ritrovarsi in mezzo a situazioni di guerriglia urbana. Si giunge quindi a Genova con questa attesa fortissima per i tre giorni di contestazione da parte di diverse generazioni, non solamente da una sola.

Si tratta di un evento che è atteso e che mette insieme sia il piano politico – quello delle idee e della trasformazione sociale, del cambiamento, dei mondi possibili – sia quello sociale, con composizioni di piazza davvero ampie e di tantissime soggettività. Genova, poi, è anche il luogo in cui ritrovarsi per un movimento che aveva imparato a usare la rete per tenere vicino a sé ciò che la globalizzazione generava o produceva dall’altra parte del mondo o sotto casa. In un’intervista, Paola, che non appartiene a nessun partito o gruppo, che non è militante di alcun centro sociale, dice: «Io sono andata a Genova per tutta una serie di idee, ma anche perché tutti andavano a Genova», ed è proprio quel «tutti vanno a Genova» che secondo me è qualcosa che va ancora oltre e al tempo stesso precede la tre giorni: il fattore di aggregazione e di politicizzazione di moltissimə giovani.


Tanti nelle interviste evidenziano il lessico bellico costante, utilizzato sia dalla controparte che dal movimento, c’è chi dirà «se vai in guerra devi essere pronto a combattere»: era una guerra? C’è stato l’omicidio di Carlo Giuliani e tanti hanno parlato di «democrazia e diritti sospesi», il ricordo del rumore degli elicotteri e il dover scappare alla «si salvi chi può» sono elementi ricorrenti nelle storie orali che hai raccolto. Che impatto ha avuto la modalità di repressione che si è dispiegata in quei giorni sulla memoria degli intervistati? Come usare oggi quella memoria?


Sicuramente quello che moltissime persone intervistate sperimentano è la violenza da parte delle istituzioni, è lo stato di tensione, di ansia e di paura per le strade di Genova, il non trovare un luogo sicuro dove rifugiarsi. Per alcuni, ancora, Genova è il momento in cui si apprende che della polizia non ci si può fidare, che coloro che sarebbero deputati alla loro difesa sono, in realtà, quelli che ammazzano in piazza, che picchiano, manganellano, che arrestano senza motivo, che umiliano, che incarcerano e torturano. I racconti sono segnati dal termine battaglia: parola, questa, che si usava al tempo. All’inizio fu la «Battle of Seattle». In realtà, se per alcune parti del movimento quella è, sì, una battaglia vera e propria – che va preparata anche dal punto di vista delle pratiche di piazza – per le forze dell’ordine è una guerra vera e propria. I metodi di repressione sono in continuità sicuramente con quello che è successo in passato e non si disdegna di alzare il manganello contro tuttə. In alcuni film sul G8 emerge l’immagine del «poliziotto buono». Secondo me non esiste proprio il «poliziotto buono» e questo non per un accanimento personale contro la polizia in sé, ma meramente da un punto di vista storico. Chi, tra le forze dell’ordine e i reparti speciali, va a Genova sa benissimo quello che potrebbe succedere e sa anche che si potrebbe trovare nel contesto di dover obbedire a ordini sommari di repressione, anche nei confronti di gruppi o singoli che non corrispondono all’identikit dei soggetti considerati pericolosi e conflittuali dalle questure. Questo passaggio non può essere lasciato nel campo della casualità: chi tra le forze dell’ordine va a Genova, decide di andarci volontariamente. Se la persona che partecipa a una manifestazione non è necessariamente legata a quanto accade in piazza, diverso è per un militare che fa parte di un sistema gerarchico e centrato sull’obbedienza, sul rispetto degli ordini impartiti.

Ritorniamo alle memorie. Lavorare a questa storia orale ha anche voluto dire ritrovare elementi comuni che ricompaiono in maniera costante e che segnano in maniera netta alcuni eventi. L’elicottero, ad esempio, è presente in quasi tutti i racconti: è esemplificazione di un controllo dall'alto di un territorio chiuso e stretto. Quel controllo è rappresentato sia dal rumore delle pale sia dalla sua presenza asfissiante. L’elicottero indica una presenza fisica, allora, e un’immagine a cui sono associate, nel ricordo, molteplici emozioni. Una precisazione: il più delle volte non ho chiesto se c’era un elicottero, ma questo elemento usciva sempre nelle testimonianze. Credo che ciò suggerisca come diverse tipologie di ansia, di paura e di preoccupazione, siano state vissute in comune, insieme. Anche a livello metaforico, ossia il fatto che ci siano soggettività differenti che lo evochino e lo ricordino come elemento comune, l’elicottero dischiude tutto il piano inclinato – direi verticale e impari – dello scontro di piazza.

Il racconto delle piazze e di quello che si è vissuto, anche in termini molto conflittuali per quanto riguarda la violenza della polizia, non porta mai a discorsi vittimistici o a reducismi. Roberto, ad esempio, si trova al Carlini non perché è una Tuta bianca, ma perché un suo amico ha deciso di partecipare alle manifestazioni indette da quell’area. Dice chiaramente di essere stato pronto a fare il salto di qualità dopo l’omicidio di Carlo Giuliani, di aver proposto di assaltare un commissariato, senza aver trovato un seguito in quel contesto.

Più in generale, gli atteggiamenti sono molteplici a dimostrazione che raccontare la violenza della polizia non vuol dire adottare un atteggiamento o un paradigma vittimale. Io uso sempre questa metafora dei tanti fili rossi che partono da luoghi differenti e si incrociano su Genova, nei giorni del controvertice. Noi abbiamo l’impressione che ci sia un filo rosso unico e che sia tutto uguale osservando la scena da lontano, se però andiamo nello specifico, se ci avviciniamo, vediamo che ci sono tantissimi percorsi, tantissime pratiche e dunque modalità di ricordare.

Ma ci tengo a precisarlo, la metafora del viaggio serve proprio a rompere il tempo unico della violenza mediatica, per riavvolgere e ricomporre le temporalità del conflitto, della rabbia, dell’opposizione alla globalizzazione.


Nella vulgata comune si racconta Genova come cesura, la fine di un movimento e di quella generazione in rivolta, dai racconti invece emerge altro. Genova forse come fine di qualcosa ma inizio di altro, come snodo nella storia personale di chi c’era: cosa diresti del «dopo» Genova, sia dal tuo punto di vista che di quello delle e degli intervistati, del «ritorno»?


L’unica cosa che direi è che appunto le ricostruzioni storiche proposte fino a questo momento parlano di un’unica generazione che è legata all’omicidio di Carlo Giuliani e a quel corpo giovane, all’idea di incarnare il movimento in quel corpo. Molti racconti hanno parlato di Genova come la morte di una generazione, oppure di una generazione che è stata ammutolita, di una generazione che ha perso l’occasione di trasformazione e la sfida con la storia. Invece, quello che emerge dalle interviste è che nel parlare del dopo Genova, anche per coloro che affermano che il luglio 2001 è la fine della loro attività politica e della militanza, si arriva sempre a un punto: «sì, poi ho fatto…». Una continuazione nel dopo 21 luglio. Per altre persone, invece, è l’inizio della militanza o dell’attivismo. Per altre ancora è una trasformazione: capiscono che i percorsi intrapresi fino a quel momento non possono essere più pensati come possibili, ma che è necessario fare altro e con altre modalità, in altre maniere, tentando di trasformarsi e di pensare a come declinare nel presente le analisi antiglobalizzazione. Quello che mi ha colpito tantissimo è che tuttə parlano di Genova non come fine, ma invece come punto di passaggio, come snodo, come momento che rimane poi centrale nelle loro vite.


Per concludere. La tua introduzione termina con «Genova è repressione e cariche, è teste rotte e sangue, è la macelleria cilena della Diaz e la tortura a Bolzaneto, è l’omicidio di Carlo Giuliani; ma è anche resistenza e lotta, è solidarietà». Per chi come me è nata all’inizio degli anni Novanta, la sconfitta sembra essere ricorrente, il grande peso del ’77 prima e Genova poi. Quali sono invece gli elementi di forza, i limiti ma anche le ricchezze che forse possono fare in modo di tornare a esprimere un’alternativa?


L’idea della sconfitta non è né giusta né sbagliata, ma semplifica molto e non tiene conto dei percorsi individuali e collettivi. Certo, quel movimento è finito nel luglio 2001 o si è trasformato, dopo l’11 settembre, in un’opposizione alla guerra. Ma ci sono anche continuità nella differenza: penso alla lotta No Tav che da quell’esperienza – non solo delle giornate genovesi, ma della mobilitazione antiglobalizzazione più in generale – ha tratto importanti insegnamenti e prodotto riflessioni sul linguaggio, sulle pratiche, sugli obiettivi da impiegare nel territorio della Val Susa. La stessa cosa è accaduta per i tracciati individuali, in molteplici modi e con forme spesso diverse tra di loro.

Genova non è stata solo repressione, Genova è stata anche e direi soprattutto resistenza. Prendiamo il 20 luglio. Succede di tutto: le forze dell’ordine non fanno distinzione di sorta perché ogni manifestante è un potenziale nemico. Pestano tuttə, indistintamente – penso a quanto accaduto in Piazza Manin. Lanciano lacrimogeni Cs a più non posso, lacrimogeni vietati dalle convenzioni internazionali. Investono con i blindati. Persino un dirigente delle forze dell’ordine è ripreso mentre prende a calci in faccia un manifestante. E non è un caso isolato, un’eccezione, è la norma. Poi quegli spari in Piazza Alimonda, l’omicidio in piazza di Carlo Giuliani. I telegiornali, la sera, parlano dell’accaduto puntando sul fatto che i black bloc avrebbero fatto degenerare la situazione. Tutto l’arco parlamentare, dalla destra al centro-sinistra, prende posizione per condannare la violenza. Poi, serve qualcuno, una carica dello Stato, che vada in Tv, che parli a chi è a casa. La scelta ricade su Lamberto Dini, allora vicepresidente del Senato. Nel suo messaggio chiede alle italiane e agli italiani di non andare a Genova, il giorno dopo. Ecco, nonostante tutto ciò, o forse proprio perché la misura è ormai colma, quella sera succede qualcosa che non è entrata nella storia. Qualcosa di molto importante e unico. Da ogni parte d’Italia, centinaia, migliaia, anzi decine di migliaia di persone alzano il telefono e si mettono in contatto con chi ha organizzato pullman o treni speciali per l’indomani, per andare a Genova. E ci vanno: l’indomani saranno oltre 300.000. Ecco, quelle scelte di esserci parlano al presente e si possono chiamare solo in un modo: resistenza.


Immagine: Foto di Philippe Lopparelli


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Francesca Ioannilli (1994), è laureata in Scienze politiche e laureanda in Scienze storiche all’Università di Bologna. Tra i suoi interessi principali vi è il nesso tra formazione e lavoro, indagato attraverso percorsi di ricerca incentrati sui mutamenti delle soggettività individuali e collettive. È tra le fondatrici dell’associazione .input e fa parte della redazione di commonware.org. Ha curato insieme a Francesco Bedani il volume Un cane in chiesa. Militanza, categorie e conricerca di Romano Alquati (DeriveApprodi 2020).


Gabriele Proglio (1977) è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo. Ha lavorato come ricercatore al Centre for Social Studies dell’Università di Coimbra, all’European University Institute, all’Università di Berkeley, è stato docente presso l’Université El Manar di Tunisi e la Social Sciences University di Ankara. Tra le sue più recenti pubblicazioni I fatti di Genova. Una storia orale del G8 (Donzelli 2021) e Bucare il confine. Storie dalla frontiera di Ventimiglia (Mondadori 2020).