Riprendiamoci il comune. Per un diverso futuro, urbano e rurale


Sergio Bianchi, Spiral, 1993


1. Città e Comuni dentro la pandemia

L’epidemia da Covid-19 obbliga a mettere in discussione il paradigma della ricerca di una folle crescita, interamente basata sulla velocità dei flussi di merci, persone e capitali e sulla conseguente iperconnessione dei sistemi finanziari, produttivi e sociali.

Sono esattamente i canali che hanno permesso al virus Covid-19 di portare il contagio in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager, amministratori delegati, tecnici iperspecializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

Si tratta di un’organizzazione della società che va radicalmente rivisitata, in direzione di un recupero della territorialità e dell’assegnazione di un ruolo completamente diverso alle città, ai Comuni e alle comunità territoriali: non più enti terminali di decisioni prese a livello globale, internazionale e nazionale e scaricate sulle popolazioni che abitano i territori amministrati, ma enti di prossimità dai quali progettare un nuovo modello di economia trasformativa, ecologicamente e socialmente orientata.

Non sembra sia questa la direzione intrapresa, stando a quanto successo durante quest’ultimo drammatico anno, durante il quale i Comuni hanno continuato ad essere considerati come l’ultima ruota del carro, trovandosi a rispondere ad un’emergenza sanitaria, economica e sociale che ne ha moltiplicato i compiti e ne ha ulteriormente limitato le entrate, sia per le misure prese a tutela del reddito delle persone, sia per le mancate riscossioni dovute al blocco delle attività economiche.

Situazione a cui nessun provvedimento governativo ha posto rimedio, al punto che oggi i Comuni considerati in difficoltà dal punto di vista finanziario superano il 60%, con forte pregiudizio nella capacità di assolvere alla loro primaria funzione pubblica e sociale.

2. Un attacco che viene da lontano

Già nel rapporto «Guadagni, concorrenza e crescita», scritto e presentato da Deutsche Bank nel dicembre 2011 alla Commissione Europea, si scriveva a proposito del nostro Paese:

«I Comuni offrono il maggior potenziale di privatizzazione. In una relazione presentata alla fine di settembre 2011 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze si stima che le rimanenti imprese a capitale pubblico abbiano un valore complessivo di 80 miliardi di euro (pari a circa il 5,2% del PIL). Inoltre, il piano di concessioni potrebbe generare circa 70 miliardi di entrate. E questa operazione potrebbe rafforzare la concorrenza [...]. Particolare attenzione deve essere prestata agli edifici pubblici. La Cassa Depositi e Prestiti dice che il loro valore totale corrente arriva a 421 miliardi e che attualmente una parte corrispondente a 42 miliardi non è in uso. Per questa ragione potrebbe essere messa in vendita con relativamente poco sforzo o spesa. Dal momento che il settore immobiliare appartiene in gran parte ai Comuni, il governo dovrebbe impostare un processo ben strutturato in anticipo [...]. Quindi, secondo le informazioni ufficiali, il patrimonio pubblico potrebbe raggiungere un valore complessivo di 571 miliardi, vicino al 37% del PIL. Naturalmente, il potenziale può anche essere ampliato».

La spoliazione degli enti locali è avviata da almeno un ventennio e vi hanno concorso diversi fattori.

Il primo è stato il Patto di Stabilità e Crescita interno, ovvero le diverse misure, stabilite annualmente, per far concorrere gli enti locali agli obiettivi di stabilità finanziaria stabiliti dallo Stato in accordo con l’Unione Europea. Quel patto ha visto, in una prima fase, una durissima contrazione delle possibilità di assunzione del personale da parte degli enti locali, riducendone drasticamente la qualità dei servizi erogati e contribuendo, in questo modo, a costruire una campagna ideologica sull’inefficienza del «pubblico»; in un secondo momento è finita sotto attacco la possibilità e la capacità di investimento da parte degli enti locali che, con l’alibi di non doversi indebitare, sono stati costretti e ridurre al lumicino le opere da realizzare; da ultimo, persino la capacità di spesa corrente ha trovato draconiane limitazioni, mettendo definitivamente a rischio il funzionamento stesso degli enti locali.

Il secondo fattore è stata la spending review, ovvero i drastici tagli lineari che, anziché riorganizzare la spesa eliminando gli sprechi e le corruttele, hanno comportato un’automatica riduzione di tutti i servizi erogabili, senza alcuna scala di priorità, nè programmazione.

Il terzo fattore è stata l’approvazione del Fiscal Compact, ovvero l’obiettivo sottoscritto in sede europea di portare, entro venti anni, al 60% il rapporto debito/Pil, che allora era pari al 125% (ulteriormente precipitato oggi, grazie alla pandemia, al 150%); ciò significa annualmente una riduzione secca di tale rapporto del 3,3%, con un costo di oltre 50 miliardi/anno; se a questo si aggiunge l’introduzione del pareggio di bilancio nella Costituzione – di fatto la costituzionalizzazione della dottrina liberista – il quadro è decisamente chiaro.

L’insieme di draconiane misure nei confronti degli enti locali ha avuto un unico scopo: metterli con le spalle al muro dal punto di vista economico, per persuaderli/obbligarli ad un gigantesco percorso di espropriazione e di privatizzazione, consegnandone beni comuni e patrimonio pubblico ai grandi interessi immobiliari e finanziari.

Tutto ciò è facilmente rilevabile, considerando due soli dati.

Il primo riguarda l’infimo concorso degli enti locali alla formazione del debito pubblico nazionale: la loro quota non supera l’1,8% e, nonostante questo, è proprio sugli enti locali che sono state scaricate tutte le misure di austerità.

Il secondo registra le risorse complessive nella disponibilità degli enti locali: nonostante nel periodo 2010-2018 i Comuni abbiano aumentato le imposte locali per un ammontare complessivo di circa 8 miliardi di euro, le risorse a loro disposizione nel 2018 erano di 6 miliardi inferiori a quelle di cui potevano disporre nel 2010.

3. Come uscirne?

Se per poter affrontare la pandemia e curare le persone è stato sospeso a livello europeo il patto di stabilità, non serve Aristotele per dedurre che quel patto e tutti i vincoli imposti dai trattati sono contro la vita e la cura delle persone. Il primo passo è di conseguenza quello di passare dalla temporanea sospensione alla definitiva abolizione di quanto stabilito da Maastricht in poi, per arrivare nel tempo a un nuovo processo costituente che ridefinisca su tutt’altre basi il contratto sociale a livello continentale.

Ma se questo passo richiede una battaglia più generale, ciò che subito può essere affrontato è il nodo del debito delle città e dei Comuni e i conseguenti vincoli che ne impediscono l’espletamento del ruolo assegnato.

Due sono i grandi temi che devono essere posti in discussione.

Il primo riguarda la funzione stessa degli enti locali. La pandemia insegna che è proprio a partire dal ruolo delle città, dei Comuni e delle comunità territoriali associate che si può immaginare un nuovo modello di società, ri-territorializzando molte attività, che vanno trasformate tenendo conto della necessità di affrontare la doppia crisi, climatica e sociale, che stiamo attraversando.

È dal livello territoriale che può essere progettata una filiera del cibo che si basi sull’agroecologia invece che sulla grande industria agroalimentare e sulla grande distribuzione organizzata; è dal medesimo livello che può essere messa in campo la riappropriazione sociale dei beni comuni e la loro gestione partecipativa, dall’acqua, ai rifiuti, all’energia; così come la difesa del suolo, il riassetto idrogeologico del territorio, la ristrutturazione energetica degli edifici, la mobilità sostenibile. Infine, anche un nuovo sistema di welfare non può che avere quella dimensione.

Si tratta dunque di sovvertire l’attuale declinazione dell’obiettivo degli enti locali, oggi definito dal pareggio di bilancio finanziario, in una nuova dimensione che dia loro il compito di raggiungere il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere, potendo disporre di risorse certe e incomprimibili.

E, a proposito delle risorse, ciò che va sovvertito è il ruolo della Cassa Depositi e Prestiti, l’ente – oggi società per azioni – che da oltre 150 anni gestisce il risparmio postale dei cittadini italiani (265 miliardi) e che, dalla sua trasformazione in senso privatistico avvenuta nel 2003, si comporta nel finanziamento degli enti locali come una qualsiasi altra banca, addirittura favorendo la dismissione del patrimonio pubblico o la privatizzazione dei servizi, e, più in generale, come un fondo finanziario per l’economia profittevole del lusso (operazioni immobiliari, turismo d’elite etc.).

Socializzare Cassa Depositi e Prestiti, territorializzandone l’operatività e ridefinendone la funzione pubblica e sociale, permetterebbe a città, Comuni e comunità territoriali associate di disporre di ingenti risorse per poter realizzare il ruolo che la necessaria trasformazione sociale richiede loro.

Sono entrambi temi -quello della riforma della finanza locale e quello della socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti- sui quali l’associazione Attac Italia ha predisposto due proposte di legge d’iniziativa popolare (https://www.attac-italia.org/riprendiamoci-il-comune-2/) che diventeranno nei prossimi mesi il fulcro della campagna «Riprendiamoci il Comune», che attraverserà (Covid permettendo) le piazze dell’intero Paese.

Oggi più che mai l’alternativa è tra la Borsa e la vita: si tratta semplicemente di scegliere la vita. Tutt* assieme, la vita. A partire dai luoghi in cui si abita e si sta in relazione.

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