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Ridicolo e crudele: 100 giorni di autoritarismo neoliberale


Javier Milei, foto di Natacha Pisarenko

Andrea Fagioli traccia un bilancio del governo Milei, a 100 giorni dal suo insediamento. Se nel precedente articolo l’autore s’interrogava sull’affermazione del nuovo Presidente e sulla sua capacità di mettere a valore la richiesta di «libertà» di argentine ed argentini, a oltre 4 mesi dall’insediamento, si è palesato l’autoritarismo neoliberale che sorregge le scelte di Milei.

 

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A oltre quattro mesi dall’insediamento di Milei, attraversato abbondantemente il numero rotondo dei 100 giorni che autorizza i primi e molto provvisori bilanci, si può affermare, come era prevedibile, che l’esperimento «libertario» è marcatamente autoritario, ma anche che nel presente si sente l’eco dell’ultima dittatura civico-militare – o, se vogliamo usare la più pregnante definizione del sociologo Alejandro Horowicz: «borghese-militare».[1]

Alla Casa Rosada siede un uomo che flirta con quanti definivano «dittatura» le misure sanitarie applicate per contenere i contagi da Covid, ma che quando si parla dell’autodenominato «Processo di riorganizzazione nazionale» dei Videla e dei Massera usa parole quali eccessi e mette in discussione il numero di 30.000 desaparecidos in un quadro di sostanziale rivendicazione di quella che la destra al di fuori del patto democratico siglato nell’83 – una destra fino a poco tempo fa assolutamente marginale – continua a chiamare «lotta al terrorismo». Questo filo nero che lega il presente con il passato più oscuro dell’Argentina contemporanea si può registrare a vari livelli, a partire dal modello di accumulazione (se seguiamo l’ipotesi dello stesso Horowicz, il golpe del ʼ76 sarebbe uno spartiacque nella storia economica argentina[2]), ma su questo tornerò in futuro. In questo contributo mi interessa sottolineare come l’autoritarismo di Milei si presenti con tinte crudeli ma allo stesso tempo ridicole, che trovano il loro ambiente naturale nei video di TikTok e Instagram, o nei post di X, piuttosto che nelle caserme o negli austeri comunicati della Junta Militar, ma che non per questo è meno pericoloso ed efficace.

 

Autoritarismo neoliberale

Arrivato al governo con un numero di parlamentari insufficiente a governare e poco esperti nei negoziati e anche nel regolamento del Congresso, il presidente insieme al nuovo esecutivo non è ancora riuscito ad approvare una sola legge. Il Decreto di necessità e urgenza di dicembre 2023, votato solo il 30 aprile alla Camera dei Deputati, è per molti una riforma costituzionale, mascherata e illegittima, che sta producendo effetti nefasti su ogni indicatore e che non riesce a tradursi in un pacchetto di leggi ordinarie che possano orientare in maniera più stabile il futuro del paese, destando perciò enorme preoccupazione. Milei, rivendicando la legittimità del voto –  dimenticando che al primo turno era rimasto al di sotto del 30% –, attacca con violenza chiunque si azzardi a criticare il governo, accusa ogni parlamentare colpevole di aver votato contro le sue proposte di legge di mettere i bastoni fra le ruote al cambiamento che vuole la maggioranza degli argentini e di stare solo difendendo i privilegi di casta. Ha convocato i governatori delle province, con cui è in corso un braccio di ferro per la compartecipazione di fondi statali, salvo poi dichiarare: «chi credono di essere? Gli piscio in testa», ed è arrivato a postare la foto del governatore del Chubut, Ignacio Torres (del partito PRO, di Macri), con i tratti somatici modificati con l’intelligenza artificiale perché sembrasse affetto da sindrome di down. Il presidente gioca sempre al tutto o niente, anche quando la cosiddetta «opposizione collaborazionista» sarebbe disposta a prestargli i voti necessari in Parlamento in cambio di qualche piccola e simbolica concessione. Milei ha finora risposto con l’umiliazione: devono inginocchiarsi di fronte al re.

Il presente dimostra ancora una volta – qualora ce ne fosse stato bisogno –  che le classi «dominanti dipendenti», per conto delle quali sta governando Milei, accettano il gioco democratico solo quando non hanno scelta, solo quando le relazioni di forza sono loro sfavorevoli e non hanno alternative. Nella fase politica argentina attuale, il Nunca Más («Mai più», dal titolo della relazione finale della CONADEP, Commissione nazionale sulla desaparición) non sembra più essere conditio sine qua non per una piena legittimità politica, come era già apparso in maniera piuttosto chiara con le reazioni a dir poco tiepide di certi settori di fronte al tentato omicidio dell’ex presidenta Cristina Fernández de Kirchner, nel settembre 2022.

Gesti concreti del nuovo governo verso il «partito militare» non sono mancati. Primo tra tutti, la decisione di smantellare il gruppo di ricerca del ministero della Difesa che lavorava sugli archivi delle forze armate per le cause di lesa umanità, di cui sono stati licenziati dieci dei tredici membri.[3] Ma è a livello simbolico che il cambio di epoca è particolarmente evidente. Per l’anniversario del golpe, il governo non ha partecipato a nessun atto ufficiale, optando per un video istituzionale che trasuda negazionismo fin dal primo fotogramma. Pochi giorni dopo, nel discorso ufficiale del 2 aprile – anniversario della guerra delle Malvinas – Milei ha parlato di riconciliazione con le forze armate, troppo a lungo vessate e umiliate dallo Stato e dalle sue politiche della memoria. Per completare il quadro,  negli stessi giorni e per la prima volta dalla fine della dittatura, agenti armati sono entrati all’ex ESMA, la tristemente famosa scuola di meccanica della Marina e più grande centro di tortura del paese, oggi sito della memoria. Il governo aveva licenziato 13 dipendenti e ha voluto mostrare i muscoli per evitare mobilitazioni, ma soprattutto per far sentire il nuovo vento che soffia.

Sul fronte degli effetti sociali delle misure economiche, le politiche di questi primi mesi hanno iniziato immediatamente a produrre quella che nel 1977 il giornalista, scrittore e militante armato Rodolfo Walsh definì, nella Carta abierta de un escritor a la Junta militar che gli costò la vita, «miseria pianificata».[4] Pianificata nel senso che non era un effetto non voluto, accidentale delle politiche messe in campo dal governo de facto, bensì uno degli obiettivi centrali di un programma che aveva nel disciplinamento dei settori popolari mobilitati uno dei suoi punti chiave. L’assassinio di moltissimi e moltissime militanti che non avevano nessuna relazione con la lotta armata – questa differenziazione sparisce completamente nella teoria dei «due demoni» – dà forza alla tesi di Walsh.

Per alcuni osservatori, ora come allora, il principale scopo dell’esecutivo guidato da Milei è proprio quello di disarmare conto terzi i movimenti popolari e ogni possibile resistenza a un governo che in pochi mesi ha creato oltre tre milioni di poveri, secondo un rapporto della prestigiosa università privata Torquato di Tella (non esattamente un covo di leninisti)[5]. L’attacco durissimo alle condizioni di vita dell’enorme maggioranza della popolazione avrebbe questo obiettivo. Anzi, secondo quanto sostiene l’economista Claudio Katz, anche vari segmenti delle élites economiche sono stati pregiudicati dalle misure di questi mesi, e lo continueranno a essere nel breve e medio periodo, ma lo considerano il prezzo da pagare per ridefinire in maniera favorevole la relazione capitale-lavoro – aggiungerei capitale-vita – e lo pagano.[6]

A livello colloquiale la parola «fascisti» è molto usata per definire governo, funzionari e sostenitori, spesso accompagnata da un catartico, liberatore: «di merda». È una formula che ci posiziona dal lato della «resistenza», dal lato buono della storia e stabilisce o rafforza legami di amicizia politica che, mai come in questo momento, sono vitali. Mi pare però fondamentale andare al di là della dimensione colloquiale, perché etichettare il fenomeno Milei come fascismo ci impedisce probabilmente di capirne la specificità. In questo momento l’Argentina, lungi dall’essere un cono d’ombra dove l’umanità delle Dichiarazioni universali scompare, come le colonie secondo Aimé Cesaire o Jean-Paul Sartre[7], è un laboratorio per l’estrema destra liberale mondiale, che ci pone di fronte a qualcosa di inedito.

D’altronde, ricorrere al fascismo per descrivere questa svolta autoritaria sarebbe una mancanza di considerazione verso quella tradizione che il presidente Milei rivendica apertamente e vale la pena ricordare che, al di là dei dibattiti sull’esistenza di un «neoliberalismo progressista», legato soprattutto alla stagione dei Clinton e dei Blair, la dimensione violenta, autoritaria del neoliberalismo è parte integrante della sua storia, soprattutto quando la si osserva dal margine, in particolare dall’America latina, regione in cui certe politiche macroeconomiche — il neoliberalismo non è solo quello, ma non può prescindere da politiche market friendly — sono state introdotte a partire dalle dittature degli anni Settanta. Rischieremmo infatti di dimenticare che quando il neoliberalismo, in una delle sue varianti teoriche, è uscito per la prima volta dai papers delle riunioni della Mont Pelerin Society e dalle aule della facoltà di Economia dell’Università di Chicago, per cercare di materializzare la propria utopia di una società integralmente neoliberale, ha avuto bisogno degli Hawker Hunter dell’aviazione militare cilena[8]. L’America Latina è sempre stata per i neoliberali un terreno dove sperimentare, e la violenza un’arma che è stata usata in molti casi senza mai stare a risparmiare troppo sulle dosi.

I primi 100 giorni di governo libertario sono stati caratterizzati dalla collocazione del governo all’estrema destra dello spettro politico nazionale, oltre che internazionale. Nel discorso, il più lungo periodo di democrazia senza interruzioni della storia argentina, è narrato come un periodo di decadenza. Ma, al di là degli aspetti simbolici e discorsivi, sono tornati dibattiti inquietanti, come quello sull’uso delle forze armate per la sicurezza interna. Se ne è tornato a parlare in primo luogo per l’emergenza narcotraffico nella città di Rosario, usando la formula per nulla ingenua di «terrorismo narco». Ovviamente usare forze armate con la storia di quelle argentine per la sicurezza interna, e tornare alla dottrina della sicurezza nazionale[9], è il sogno umido della destra più recalcitrante, ma era impensabile fino a pochissimo tempo fa. Al di là della reale efficacia della strategia esclusivamente militare per affrontare il problema dei cartelli del narcotraffico ‒non ha dato molti frutti da nessuna parte, a cominciare dal Messico ‒ il grande problema è che cosa potrebbe ricevere domani il nome «terrorismo» e giustificare il dispiegamento dei militari. Uno sciopero generale? L’occupazione di una fabbrica, di un ministero o un’università a fronte di un’ondata di licenziamenti? Un sit-in di attori e attrici contro il taglio dei fondi alla cultura? Una manifestazione studentesca?

 

Mettere il dito nella ferita della sofferenza creata e goderne

Lo scrittore e critico letterario Martín Kohan ha sostenuto in un’intervista alla radio Futurock che la crudeltà è diventata di moda e che attira nuovi adepti rapidamente. Il caso di cui si parlava con i conduttori del programma era quello della chiusura dell’agenzia di stampa statale TELAM. L’agenzia era l’unica con presenza su tutto il vastissimo territorio nazionale e una delle più importanti dell’America latina, ma domenica 3 marzo i giornalisti hanno trovato l’ingresso sbarrato dai militari e il sito internet disattivato (hanno aperto da quel momento e continuano a mantenere aggiornato il sito www.somostelam.com.ar). Invece di aprire un dibattito politico sulla funzione o l’efficienza di TELAM o di giustificarne la chiusura facendo appello al bilancio – argomento assolutamente questionabile, ma per lo meno in linea con l’idea di ridurre la spesa pubblica – il presidente ha accusato l’agenzia di essere una cassa di risonanza della propaganda kirchnerista e il portavoce Adorni, di fronte alla perdita di 700 posti di lavoro, ha cinguettato ironico su X: «Salutate Telam che se ne va».

Lo stesso è successo con la chiusura dell’INADI (Istituto nazionale contro la discriminazione, la xenofobia e il razzismo): «Non serve assolutamente a niente (...) genera impiego militante»; con l’Istituto di Agricoltura Familiare, Contadina e Indigena (INAFCI) e il Consiglio Nazionale di Agricoltura Familiare, enti che si occupavano del supporto alla produzione di piccoli produttori agricoli, che costituiscono una percentuale non insignificante nella produzione di alimenti per il mercato argentino: «Si ridurranno 900 posti di NON lavoro», ha detto sarcastico Adorni.

Per Kohan è questa la crudeltà: i membri del governo mettono il dito nella ferita della sofferenza che loro stessi hanno prodotto, e ne godono. Il presidente e i suoi lo fanno continuamente, ma non sono gli unici. A un sit-in o a una manifestazione, a fronte di tanti gesti di solidarietà, non manca mai qualche passante che, abbassando il finestrino o sfrecciando in bici, grida: «prendete in mano la pala», a quante e quanti stanno affondando nella lotta impari contro il carovita, l’aumento della disoccupazione, i salari congelati di chi un lavoro ce l’ha ma fa comunque fatica a mantenersi al di sopra di una soglia di povertà che corre veloce verso l’alto. Paradossalmente, questo provocatorio invito ad andare a lavorare, viene rivolto anche a chi sta cercando di difenderlo un posto di lavoro. Ovviamente il web è lo spazio privilegiato dove questa crudeltà si esercita e perde ogni limite. In rete i profili dei cosiddetti haters – alcuni palesemente falsi, e probabilmente finanziati dal governo stesso, altri tristemente reali – si crogiolano nell’affondare la lama nelle pene altrui, nella sofferenza di quelli e quelle che dipendono dalla solidarietà per sopravvivere o stanno perdendo il lavoro.

Anche quando il godimento non è apertamente esibito, la cronaca regala ogni giorno casi che sfidano la difficoltà a sorprendersi e mandano in frantumi soglie che ingenuamente credevamo «ultime»,  oltre le quali non immaginavamo si potesse ormai andare (sembra che quando la storia la viviamo, continuiamo a inciampare, nonostante i dibattiti e le critiche, nell’idea che la barbarie non troverebbe posto nel nostro presente). Un esempio particolarmente eloquente è la sospensione della Direzione per l’Assistenza Diretta per Situazioni Speciali (DADSE). L’obiettivo del DADSE è quello di fornire assistenza alla popolazione vulnerabile che deve affrontare trattamenti medici costosi, come la chemioterapia. Il Ministero del capitale umano – un manifesto dell’Argentina che i libertari pretendono di plasmare, più che il nome di un ministero – ha deciso che devono essere controllati i circuiti amministrativi al fine di garantirne la trasparenza. Le e i pazienti che hanno bisogno di questa assistenza non possono ovviamente aspettare i tempi dei controlli tesi a individuare presunti casi di corruzione e hanno cominciato a morire.

L’antropologa argentina Rita Segato, nel suo lavoro sui femminicidi, basato nella città messicana di Ciudad Juárez, ha formulato l’ipotesi che il corpo della donne sia oggetto di una violenza espressiva: un veicolo sul quale si incide un messaggio che si iscrive in quella che chiama pedagogia della crudeltà[10]. La crudeltà non è quindi, da questo punto di vista, un tratto che caratterizza la personalità di soggetti disturbati, ma si inserisce in una precisa strategia politica. Quella che segna la congiuntura argentina è fisicamente meno cruenta di quella di Ciudad Juárez e di quella dell’ultima dittatura. È una crudeltà che non martoria i corpi con lo stupro o la tortura, si «limita» a sghignazzare di fronte al dolore di chi è escluso dalla comunità della «gente perbene», a fare meme su quanti e quante vedono le proprie condizioni di vita deteriorarsi sotto la scure dei tagli e degli aumenti o stanno perdendo la capacità di programmare il proprio futuro, ma ha lo stesso obiettivo pedagogico: produrre – o concorrere a produrre – soggettività che naturalizzino uno stato di cose. La battaglia culturale di cui ho scritto in un precedente intervento, passa anche da questa crudeltà.

Il terrorismo di Stato dell’ultima dittatura perseguiva l’obiettivo di estirpare quella che chiamava «sovversione» e di produrre le soggettività chiamate ad abitare l’Argentina a cui stavano dando forma militari e civili, attraverso una logica che articolava la necessità di far conoscere il rischio di «mettersi in politica» – i tristemente celebri Ford Falcon verdi portavano via oppositori e oppositrici in pieno giorno, tanto per dirne una – e la clandestinità delle detenzioni, delle esecuzioni, del destino di decine di migliaia di desaparecidos. Il governo libertario ostenta con ogni mezzo la produzione della sofferenza come una cosa graziosa, che punta a coinvolgere in un ghigno sinistro. Entrambe si applicano, però, sulla base di quello che potremmo chiamare, per usare il loro vocabolario, un merito negativo; il «qualcosa avranno fatto», detto a mezza voce quando gli sbirri di Videla sequestravano e uccidevano – detto per convinzione o semplicemente per allontanare la paura che potesse toccare a tutti – fa sentire la sua eco nelle frasi che circolano in strada o in rete e che aggiungono frustrazione alla sofferenza.

 

Il ridicolo come stile politico

Il 23 aprile a Buenos Aires e in moltissime città argentine, enormi manifestazioni hanno riempito le piazze per dire No ai tagli alle università pubbliche, che ne stanno mettendo a rischio la continuità. Si è trattato di manifestazioni trasversali, a cui hanno partecipato esponenti politici di molti schieramenti, inclusi alcuni membri della cosiddetta «opposizione collaborazionista» e che è stata appoggiata anche da docenti e studenti di varie università private. Incurante del fatto che in tutto il paese una cifra compresa tra il milione e i due milioni di argentini e argentine siano scesi in piazza contro le sue politiche, Milei ha postato su X l’immagine di un leone – è solito autorappresentarsi come il grosso felino – che beve da una tazza con su scritto: «Lagrimas de zurdos» («Lacrime di zecche» potremmo tradurlo, forzando un po’ l’accezione dispregiativa).

Poche volte la spesso abusata frase che apre il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, in cui Marx sostiene che fatti e personaggi si presentino due volte nella storia, la prima come tragedia e la seconda come farsa, ha avuto una tale capacità descrittiva.

«Le società ‒ ha scritto uno dei più importanti teorici politici argentini contemporanei: Eduardo Grüner ‒ a volte si suicidano»[11]. Prendendo la parola pochi giorni prima del primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso ottobre, Grüner paragonava le nuove destre (Trump, Bolsonaro, Milei) al fascismo storico, per sostenere che queste ultime sono caratterizzate dal ridicolo politico. Questa ipotesi ‒ aveva la premura di sottolineare lo stesso autore ‒ non toglieva alle esperienze statunitense e brasiliana, e a quella che si sarebbe materializzata in Argentina di lì a poco, «un briciolo della loro pericolosità».

Lo stile del presidente e dei suoi ricorda infatti più quello di un bulletto di quartiere che quello dei generali, ma rappresenta un cambio anche rispetto a un Macri. Retweetta compulsivamente senza curarsi di verificare le fonti – ha discusso in un’intervista dati macroeconomici falsi, senza rendersi conto che si trattava di un bot –, minaccia esponenti politici, definisce nido de ratas (topi) il Parlamento, e ingaggia perfino duelli con personaggi pubblici.

«Non so chi sia. Io ascolto i Rolling Stones» ha twittato Milei quando la cantante Lali Esposito aveva scritto sullo stesso social network: «Che pericoloso. Che triste», dopo il risultato delle primarie, rincarando poi in un’intervista, in cui l’ha definita «una parassita che vive ciucciando la tetta dello Stato». Il riferimento era alla partecipazione di Lali a spettacoli che avrebbero usufruito di fondi pubblici e ha anche accusato l’artista di cantare in playback. Non contento, il presidente twitter-dipendente, che alcuni giorni passa anche quattro ore sul social del suo amico Elon Musk, ha rilanciato con like e retweet campagne anti-Lali, che la definivano, giocando con il suo cognome, Lali-deposito («Lali-bonifico») o che la ritraevano scappando con valigie piene di soldi da bambini poveri[12].

A ogni modo, il bullying presidenziale non risparmia nessuno. Il presidente ossessionato con mettere fine all’indottrinamento di tutto il sistema dell’educazione pubblica – un indottrinamento che non sembrerebbe molto efficace, vista la preferenza accordata al libertario dai giovanissimi – ha regalato uno show ai presenti nell’aula magna della scuola Cardinal Copello, della quale è l’ex alunno più illustre. Mentre stava lanciando una delle sue invettive contro un comunismo immaginario, con un vocabolario da osteria e congiuntivi traballanti, sono svenuti due alunni della scuola. Per nulla turbato dalla salute degli adolescenti, Milei ha detto ridendo: «Come vedete, menzionare i comunisti è così pericoloso che genera sempre problemi».

Ma la lista delle ridicolaggini di questi mesi offre l’imbarazzo della scelta. Milei ha cominciato la sua conversione all’ebraismo e si è fatto fotografare, in lacrime, di fronte al Muro del pianto. Parla attraverso una medium con il suo cane Conan, un mastino inglese morto nel 2017, e si dice sicuro che uno dei quattro cani clonati sia proprio la reincarnazione di Conan. Sostiene che lo Stato è un’organizzazione criminale – «di cui in questo momento è il capo, per postulazione volontaria», ha commentato ironico Kohan – e che tra la mafia e lo Stato preferisce la mafia perché «ha codici», tutto questo mentre il suo governo «dichiara guerra ai cartelli narco». Si presenta raggiante in conferenza stampa per annunciare che i tagli alla spesa pubblica sono i più grandi della storia, quasi a volersi proclamare «campione del mondo dell’austerità»[13], e considera che il risultato del governo nella lotta contro l’inflazione sia un successo, perché ha raggiunto solo il 60% in tre mesi, mentre con un ipotetico governo Massa sarebbe stata del 75%. Ovviamente Milei non si cura di fornire nessun dato a sostegno della sua ipotesi.

Questa lotta di classe portata avanti dall’alto e da personaggi che sembrano usciti – a volte lo sono – da un programma trash del palinsesto pomeridiano, così familiare a un gran numero di votanti, pare essere ancora efficace. Lo stesso Grüner sostiene che il «pazzo della motosega» è un effetto e non una causa. Deve cioè essere in atto un processo di fascistizzazione sociale, microfisica e, ovviamente, violenta perché un personaggio come Milei e la sua narrativa possano riscontrare un successo elettorale come quello che ha ottenuto. Detto in altri termini: non può nascere nessun pazzo della motosega se non c’è consenso sulla convenienza di tagliare il bosco. Questo consenso non nasce spontaneamente, o per lo meno non completamente. È stato alimentato da fake news create ad arte, campagne di deprestigio e attacchi personali. Operazioni che per essere portate avanti su vasta scala, richiedono una gran quantità di risorse economiche.

Torniamo così alla battaglia culturale. La dimensione ridicola dello stile politico libertario gioca un ruolo fondamentale, intrecciandosi con un microfascismo diffuso del quale è effetto e che a sua volta alimenta. La mutazione del senso comune, in cui l’umore di quarta categoria è probabilmente tanto efficace quanto i messaggi taylor-made che fanno leva sul risentimento di una parte della popolazione, ha permesso di mettere in discussione diritti che sarebbe stato impossibile mettere in discussione fino a pochissimo tempo fa. Così ha fatto Alberto «Bertie» Benegas Lynch, parlamentare de La Libertad Avanza[14], con l’obbligo scolastico. Per il deputato, «se non vuoi mandare tuo figlio a scuola, perché ne hai bisogno a bottega», devi essere libero di farlo perché nessuno sa meglio di te ciò che va bene per lui e l’intromissione dello Stato è intollerabile. Ça va sans dire che Bertie non parla dei suoi figli, che completeranno tutti gli studi, incluso qualche periodo all’estero, ma dei bambini e delle bambine dei settori popolari.

L’opposizione, non solo quella parlamentare, è ancora frastornata e ha difficoltà ad adattarsi al terreno sul quale si sta giocando la partita. Una prima scossa potrebbe essere arrivata dalla manifestazione del 23 aprile. Non è comune che studenti e sindacati marcino fianco a fianco; nel ʼ69 le mobilitazioni passate alla storia come il Cordobazo significarono l’inizio della fine per il governo de facto del generale Juan Carlos Onganía e la fine del momento più dinamico della autodenominata «Rivoluzione argentina» dei generali, che si trascinerà stancamente fino al 1973. Nonostante questo, il giorno dopo il Parlamento non ha dato il quorum per trattare il budget universitario – mancavano anche alcuni dei parlamentari presenti in piazza 12 ore prima.

La domanda, oggi, è come si combatte questo mostro libertario, in un momento in cui sembra difficile anche solo trovare il lessico per affrontare la crudeltà e il ridicolo sul suo terreno. Una delegata del sindacato statale ATE, in una lettera aperta, ha messo l’accento sulla dimensione affettiva della resistenza, invitando tutte e tutti quelli che devono affrontare la crudeltà a ripartire dalla tenerezza. È un primo passo, fondamentale. Ma va anche immaginata una nuova forma di attaccare le politiche che stanno distruggendo condizioni di vita e che puntano a rendere impossibile ogni legame di solidarietà. Pare essere questa la sfida più urgente.



Note

[1]      A. Horowicz, El kirchnerismo desarmado. La larga agonía del cuarto peronismo, Ariel, Buenos Aires 2023.

[2]     Il sociologo sostiene che un PIL e mezzo argentino (circa 600 miliardi di dollari) sia stato portato all’estero e ottenga una rendita senza alcun rischio: più guadagnano le imprese, più soldi «girano» all’estero. L’altra faccia di questa fuga di capitali è il debito pubblico che strozza l’economia argentina, stritolata da un saccheggio che adotta sempre lo stesso formato: iperinflazione e default. Con questo schema, inaugurato con il golpe del ʼ76, non c’è per Horowicz democrazia possibile.

[3]    Non mi interessa qui la differenza tra licenziamenti o non rinnovo di contratti annuali. Sulla dimensione legale di queste decisioni si pronunceranno i giudici del lavoro. Visto che si trattava di contratti che si rinnovavano in maniera automatica – la discussione dovrebbe spostarsi piuttosto sulla precarizzazione di certe categorie del lavoro pubblico anche con governi progressisti – quando parlo di licenziamenti mi riferisco a entrambi i casi.

[4]    Walsh scrisse questa lettera a un anno esatto dal golpe, il 24 marzo del ʼ77, e la spedì a tutti i giornali e corrispondenti stranieri. Il giorno dopo il giornalista fu sequestrato e da quel momento è desaparecido. La lettera non è stata pubblicata da nessun giornale, ma è cominciata a circolare al di fuori dell’Argentina. Dal 1984 è inclusa come appendice dell’opera probabilmente più importante di Walsh: Operazione massacro. Si veda R. Walsh, Operación masacre, Ediciones de la Flor, Buenos Aires 2018.

[5]     Si veda https://www.utdt.edu/ver_nota_prensa.php?id_nota_prensa=21960 . Perché si comprendano le dimensioni della crisi segnalo questo dato: il consumo del pane è crollato del 45% in soli tre mesi, dal primo gennaio al 31 marzo. Milei ha eliminato, con il pretesto dello spreco di soldi pubblici, il fondo stabilizzatore di grano argentino – FETA per il suo acronimo in spagnolo – che serviva come rete di protezione per il prezzo locale della farina rispetto al valore del dollaro. L’eliminazione del FETA ha fatto impennare il costo del kilo di pane.

[6]    C. Katz, Con este gobierno estamos instalados en una tragedia social, «Resumen Latinoamericano», 7 marzo 2024. https://www.resumenlatinoamericano.org/2024/03/07/argentina-claudio-katz-con-este-gobierno-estamos-instalados-en-una-tragedia-social/

[7]   Si veda A. Cesaire, Discorso sul colonialismo, ombre corte, Verona 2020; J.P. Sartre, Prefazione, in F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 2007.

[8]  Sul caso cileno questo mi permetto di rimandare al mio A. Fagioli, Ottobre cileno, Manifestolibri, Roma 2023.

[9]    La dottrina di sicurezza nazionale, per dirla in maniera sintetica, è stata fomentata negli anni Sessanta e Settanta dagli Stati Uniti, per evitare il rischio propagazione dell’esempio cubano. In questo senso, le forze armate venivano riorientate verso l’interno delle frontiere nazionali, per estirpare il «cancro marxista».

[10]     Vedi R. Segato, La escritura en el cuerpo de las mujeres, Tinta Limón,  Buenos Aires 2013.

[11]    E. Gruner, Las sociedades, a veces, se suicidan, «La Tecl@ Eñe», 16 ottobre 2023. https://lateclaenerevista.com/las-sociedades-a-veces-se-suicidan-por-eduardo-gruner/

[12]   È particolarmente perverso il modo in cui governi che favoriscono una ridistribuzione regressiva della ricchezza usino la povertà, in particolar modo quella infantile, per giustificare i tagli, con la scusa che un paese con un certo livello di povertà non può darsi il lusso di avere un sistema scientifico d’avanguardia, un programma nucleare, mezzi di comunicazione pubblici o, più banalmente, di sostenere programmi di governo diretti alle fasce più deboli.

[13]  Perfino il Fondo Monetario Internazionale, al di là degli elogi al programma del governo, ha chiesto di migliorare la qualità dei tagli.

[14]  Alberto «Bertie» è figlio di Alberto Benegas Lynch, figlio e nipote di Alberto Benegas Lynch, matrioska di economisti liberali argentini con lo stesso nome, membri della Mont Pelerin Society. In particolare il nonno, ex ambasciatore a Washington durante la dittatura seguita alla deposizione di Perón, ha avuto un ruolo importante nella diffusione in Argentina delle idee della scuola economica austriaca, a cui fa riferimento direttamente il presidente.

 

 

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Andrea Fagioli è ricercatore presso il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas (CONICET, Argentina) e insegna «Introduzione alla conoscenza della società e dello Stato» all’Università di Buenos Aires. Si occupa principalmente del problema della soggettività nel capitalismo contemporaneo, vive da quattordici anni in America Latina e ha recentemente pubblicato Ottobre cileno (Manifestolibri, 2023).

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