La sollevazione nazionale in Iran: il mondo intero in un solo paese
- Sasan Sedghinia
- 3 giorni fa
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Una lunga e articolata analisi di Sasan Sedghinia che, dopo l'articolo La sollevazione nazionale in Iran e le ondate dell'estrema destra, interviene su quattro punti: il modo di guardare alle insurrezioni e alle proteste di massa; le risposte delle forze politiche iraniane in relazione alla loro collocazione globale; come la chiave di lettura «geopolitica» e il focus sugli «attori regionali» costituiscano una vera barriera perché cancella la dimensione politica autonoma delle proteste; e, infine, gli scenari che si aprono nel paese mediorientale di fronte alle proteste recenti.
Secondo l'autore, la Repubblica Islamica non è un residuo del passato né un'eccezione al disordine globale: va compresa dentro il mondo contemporaneo, come prodotto di una «rivoluzione dall'alto» nel mondo dei monopoli imperialisti. Le condizioni di sviluppo dell'Iran hanno fatto sì che il conflitto tra popolazione e regime abbia sempre avuto priorità rispetto alle guerre tra Stati e ai giochi degli attori regionali.
Il regime rivendica l'umiliazione — disuguaglianza, discriminazione, repressione, clientelismo, saccheggio sistematico — a cui è soggetta la popolazione iraniana. Ed è questo uno dei fattori principali, ci dice Sedghinia, per inquadrare forma e motivazione delle proteste, che hanno un'origine autonoma e nascono dal dinamismo delle condizioni materiali di vita della società.
Le proteste, continua l'autore, sono strette tra due «estreme destre»: se la Repubblica Islamica può essere vista come il segno di una rivoluzione fallita, il MIGA (Make Iran Great Again) – lo slogan dell'opposizione monarchica, segno evidente del trumpismo che la permea – rappresenta l’assenza di una forza di sinistra nell’orizzonte politico contemporaneo in crisi.
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I sociologi che hanno fermato la macchina del tempo e sono scesi nella sala macchine per osservare, hanno detto di non riuscire a identificare e classificare una classe. Sono riusciti solo a individuare molte persone con professioni diverse, redditi differenti, gerarchie di status e tutto ciò che vi assomiglia. E, in effetti, hanno ragione: la classe non è una o un’altra parte della macchina, ma è il modo in cui la macchina del tempo si mette in moto e funziona. Non questa o quella preferenza, ma l’attrito degli interessi; il movimento stesso, il calore, il rumore delle scintille. La classe è una configurazione sociale e culturale (che spesso assume una forma istituzionale) che non può essere definita in modo astratto o isolato, ma solo in relazione ad altre classi; e, in ultima istanza, questa definizione può essere data soltanto nel corso del tempo, cioè nel cambiamento e nel conflitto. Spesso, quando parliamo di una classe, pensiamo a persone molto simili tra loro, dotate di un insieme comune di interessi, esperienze sociali, tradizioni e sistemi di valori, inclini a comportarsi come una classe, a definirsi nelle proprie pratiche e nella propria coscienza in rapporto ad altri gruppi sociali in termini di classe. Ma la classe, in sé, non è una «cosa»: è un evento. E.P. Thompson
Introduzione
Il 22 gennaio 2026 si è conclusa la stesura di questo articolo, che costituisce la seconda e ultima parte dell’analisi e della valutazione delle proteste e dell’insurrezione nazionale in Iran. Il regime della Repubblica Islamica ha messo in scena un vero e proprio «festival di sangue». Nonostante l’interruzione prolungata e senza precedenti di Internet dopo la prima settimana della rivolta, e la diffusione sporadica di immagini delle proteste, oggi è chiaro che migliaia di persone sono state massacrate in tutto il paese: dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest, dalle metropoli alle piccole città, nei vicoli stretti e nei grandi viali, negli ospedali e nelle abitazioni private; anziani e giovani, donne e uomini.
Hanno combattuto con coraggio in uno dei più grandi campi di battaglia della lotta politica e in una delle più vaste insurrezioni nazionali della storia contemporanea, contro una macchina predatoria che ha riversato nelle strade forze militari armate fino ai denti. Le persone hanno attaccato centri politici e ideologici, istituti bancari e basi di polizia, nelle grandi come nelle piccole città; hanno colpito il sistema logistico che garantisce il rifornimento e la mobilità degli strumenti di repressione; si sono difese, hanno preso il controllo di quartieri e strade per lunghe ore.
Migliaia sono state arrestate, accecate, torturate e costrette a confessioni costruite secondo la volontà del regime. Molte persone, come in passato, attendono l’esecuzione in fila davanti a questa macchina della morte che dura da 47 anni. L’Iran è precipitato nel silenzio digitale, mentre il regime tenta di cancellare le tracce del massacro su larga scala che ha compiuto.
L’intento di questo articolo non è descrivere ciò che è accaduto: tutto è già chiaro, e con il tempo emergeranno dimensioni ancora più ampie di questo storico eccidio. In questa analisi, articolata in quattro parti, affronterò i seguenti temi: primo, il modo di guardare alle insurrezioni e alle proteste di massa; secondo, le risposte delle forze politiche in relazione alla loro collocazione globale; terzo, la barriera chiamata «geopolitica» e «attori regionali» che ostacola il rafforzamento e la connessione delle proteste globali, dall’Iran e dalla Palestina fino all’America Latina e, infine, ai paesi occidentali; e, nell’ultima parte, gli scenari che si aprono di fronte alle proteste recenti.
Sguardo dal basso, monitoraggio dall’alto
L’inizio di ogni prospettiva politica risiede nel primato della lotta e della resistenza sulla dominazione. È così che penso e a questa idea resto fedele. Ciò non significa invocare una volontà libera nel vuoto, ma riconoscere l’esistenza e la priorità di un’agency che prende sul serio l’antagonismo delle masse contro la struttura del potere e che non crede mai che lo Stato possa essere il rappresentante totale del popolo, né che il popolo possa farsi rappresentante dell’insieme indistinto della moltitudine. Questa frattura non si colma mai.
Le tensioni, le insurrezioni e le rivoluzioni nascono da questo antagonismo fondamentale e ciascuna di esse ne rappresenta un certo grado di potenza. In altri termini, in questo approccio le risposte degli Stati, dell’ordine globale e dei dispositivi giuridici e militari devono essere intese come reazioni all’antagonismo. Lo sguardo dal basso ci ricorda che rovesciare questo approccio significa assorbire le forze politiche all’interno dei poteri dominanti, costringendoci a guardare la realtà attraverso la loro lente, la loro prospettiva e le loro giustificazioni.
Il regime della Repubblica Islamica non è emerso dalla rivoluzione iraniana del 1979; è stato piuttosto un progetto di controllo e contenimento della rivoluzione, di smantellamento della resistenza delle istituzioni rivoluzionarie – incluse le organizzazioni e i consigli nati dalla rivoluzione –, di repressione delle donne e di massacro delle forze di sinistra e delle minoranze etniche in Iran. Ciò che il regime ha fatto è stato l’esito di un preciso manuale di guerra contro-rivoluzionaria globale, elaborato dopo gli anni Settanta, per rimettere in funzione e gestire una macchina Stato-capitale instabile e in crisi.
Una contro-rivoluzione rovesciata, che ha attinto alle riserve delle lotte e dei discorsi anti-imperialisti e anti-coloniali, alla teologia della liberazione, alle lotte operaie, al movimento studentesco e ai processi che avevano condotto alla rivoluzione del 1979, per poi neutralizzarli definitivamente. Gli anni Ottanta, per la Repubblica Islamica, sono stati il decennio della repressione totale e di un massacro «alla Pinochet», volto a preparare il terreno all’attuazione delle politiche neoliberali che hanno preso avvio dalla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta.
La Repubblica Islamica non è semplicemente la continuazione di una lunga tradizione orientale e teocratica. Il primato dell’antagonismo sulla dominazione ci dice che la struttura della macchina Stato-capitale assume forme e fasi differenti per riprodursi e ricostruirsi. In termini semplici, la storia non è una linea continua, ma una sequenza discontinua di tendenze alla liberazione e contro-tendenze repressive.
Da questo punto di vista, la Repubblica Islamica deve essere compresa all’interno del mondo contemporaneo, non come un residuo di un passato remoto. Non è un «ribelle» o un’«eccezione» rispetto al disordine globale esistente, né una forza «contro-egemonica» ad esso opposta. L’installazione e la riproduzione della macchina Stato-capitale in Iran, come in molti paesi periferici entrati tardivamente nel sistema mondiale, non è il risultato di una rivoluzione industriale né di un contesto coloniale classico favorevole allo sfruttamento diretto e alla creazione di nuovi mercati, bensì il prodotto di una «rivoluzione dall’alto» nel mondo dei monopoli imperialisti.
L’Iran non è mai stato una colonia classica, ma allo stesso tempo non si è fondato su strutture di uno Stato fordista mediatore. Per questo ha continuamente riprodotto la propria «preistoria»: una preistoria densa di pratiche di accumulazione originaria, di colonialismo e spossessamento interno, di sfruttamento estrattivo della terra e della natura, di Stati d’eccezione, di patriarcato e di una disciplina brutale e repressiva dei corpi e delle menti. La ripetizione di queste pratiche implica la coesistenza di temporalità storiche eterogenee all’interno dei processi neoliberali di accumulazione del potere e della ricchezza. Il governo in Iran segue questa logica.
Si tratta di una logica né completamente interna e locale, come sostengono i discorsi orientalisti della destra, né totalmente esterna e imposta dall’imperialismo occidentale, come vorrebbe una certa sinistra «campista». È una logica che nasce all’incrocio tra interno ed esterno, là dove il capitale si stabilisce e si riproduce come rapporto sociale. Uno Stato con caratteristiche teocratiche e sanzioni esterne devastanti sono variabili aggiuntive che intensificano questa logica di fondo: una logica non astratta, ma concreta.
La riproduzione della preistoria all’interno di una condizione contemporanea significa che questa società non è attraversata da un solo antagonismo fondamentale e finale, ma è, fin dall’inizio, il prodotto di antagonismi plurali. Non è mai esistito, né esiste oggi, un soggetto unico e centrale. A ciò va aggiunto che questi soggetti non hanno mai avuto – e non hanno – un luogo stabile come la «società civile» o l’ambiente di lavoro: per questo le lotte, a ogni scintilla, assumono la forma di esplosioni sociali e di proteste politiche radicali contro il regime, che divampano nelle città.
Queste insurrezioni sono forme contagiose, note che si susseguono l’una all’altra e circolano sull’intero piano della riproduzione sociale. Vi partecipano individui con immaginari e consapevolezze incompatibili; non sono «fogli bianchi». Ognuno porta con sé una propria narrazione e una propria comprensione delle cause dell’oppressione, della repressione e della fame. In questo momento, l’origine sociale o il passato contano poco: ciò che conta è il processo che si attraversa e la posizione che si assume. Dal punto di vista della riproduzione, la disarticolazione, la rottura e l’antagonismo si traducono in una forma di accumulazione e sedimentazione di rabbia e insoddisfazione, in una separazione da sé che erutta improvvisamente nell’insieme delle città.
Con il riconoscimento di questo secondo punto, l’intervento e la prassi politica acquistano senso. Nei passaggi successivi, soggetti plurali e coscienze contraddittorie si vincolano reciprocamente e si intersecano: ciò che è dominante e ciò che è subalterno assumono una forma in relazione a un conflitto specifico e una forma diversa in relazione a un altro.
In questo momento, il discorso del potere e quello dell’opposizione operano entrambi come forze reattive e di contenimento. È precisamente qui che si definiscono il populismo e l’autoritarismo.
Ciò significa che il discorso del potere deve essere in grado, per risolvere questa interferenza, di individuare o costruire un soggetto centrale, affinché la protesta venga definita, filtrata e messa in forma attraverso di esso. Di conseguenza, è costretto a praticare l’eliminazione e l’esclusione, per ordinare e rappresentare la situazione secondo i propri desideri. Riconoscere queste temporalità è fondamentale dal punto di vista della tattica sul campo e dell’azione pratica.
Una forza che voglia mantenere una distanza critica tanto dal settarismo e dal populismo quanto dal teoricismo astratto e dall’attivismo ingenuo, e che al tempo stesso si collochi lungo queste linee di faglia e questi antagonismi, deve creare connessioni, costruire anelli di coordinamento, attivare funzioni che assumono la forma di una certa leadership e di un certo ordine. Questo «dovere» non ha un carattere prescrittivo: esiste già, in forma latente, inconscia e materiale. È ciò a cui si è accennato in precedenza: nell’intero campo della riproduzione sociale operano forze incrociate e vincolanti, intensità differenti di forza-lavoro socializzata che si muovono al di fuori della logica della rappresentazione; note dissonanti che non formano armonia e non sono ancora diventate una sinfonia, ma che vengono incessantemente sfruttate e saccheggiate nel tempo della vita, pur continuando a fluire una dopo l’altra a ogni scintilla.
Reddito + protesta politica, economia + politica, libertà + pane, oppressione materiale + oppressione immateriale: la tenuta di questa sinergia, la sua estensione continua, è un compito estremamente difficile. È il volto spietato della politica sul terreno, non quello delle dichiarazioni o delle pagine social. Perché la posta in gioco va oltre i valori: riguarda il prevalere, il superare l’avversario, riguarda il potere.
Le persone scese in strada in Iran, di fronte a una vita rubata, vogliono essere, anche solo per un secondo, sovrane invece che suddite. Questo non significa che siano pure o immuni da ogni forma di appropriazione e di intervento esterno; significa che ogni idea, ogni prospettiva, ogni preoccupazione che prende le mosse dal futuro deve aggiungersi a questo antagonismo. Un’idea che si limiti a distinguere il giusto dallo sbagliato non ha valore nel campo della politica. Un’idea politica giusta è quella che produce un impatto più grande e più forte dell’antagonismo già esistente, non quella che lo rinvia o lo ignora. In caso contrario, è contro-rivoluzionaria e separata dalla realtà, buona solo per capi e manager.
Nessuna idea contro-rivoluzionaria, nella storia, è mai riuscita a cancellare il desiderio di rivolta, di sciopero, di insurrezione e di rivoluzione, né questo conflitto irrisolvibile. È questo il senso dell’auto-emancipazione, dell’auto-organizzazione, del cambiamento dal basso. In Iran, il conflitto tra la popolazione e il regime ha sempre avuto la priorità rispetto alle guerre tra Stati e ai giochi degli attori regionali e globali. Nessuno Stato e nessuna forza dell’opposizione di destra ha creato questo antagonismo fondamentale, né può portarlo a una «felice conclusione».
Questo conflitto è legittimo fin dall’inizio e ha seguito una traiettoria ascendente. Esso rivela, prima di tutto, le lacune e l’inefficacia delle loro metodologie politiche, che verranno analizzate più avanti. La Repubblica Islamica, per sua natura, indipendentemente dalle linee politiche dell’opposizione e dalle forme della protesta, passa tutti «per il filo della spada». Dal 1979 in poi ha eliminato, uno dopo l’altro e sul nascere, l’opposizione armata e disarmata, religiosa e laica, marxista, liberale, federalista, socialdemocratica; le minoranze religiose come i bahá’í e i sunniti; le minoranze sessuali; molti religiosi sciiti tradizionali che, secondo una lunga tradizione storica, erano critici verso l’ingresso nello Stato e nel potere politico; e tutti i fragili e instabili canali di mediazione.
La logica eliminazionista della Repubblica Islamica è dunque indipendente dall’insieme dell’opposizione e dalle forme della protesta. È per questo che si dice che né lo Stato, né lo sfruttamento, né il colonialismo, né l’imperialismo sono il motore della storia. È questo antagonismo e questa lotta di classe – intesa in senso ampliato dal punto di vista della riproduzione sociale – a essere il motore delle trasformazioni, e in Iran ciò appare più evidente che mai.
Il monitoraggio dall’alto viene solo in secondo luogo. Da quanto detto non si può dedurre il sostegno a un’unità puramente formale di tutta l’opposizione, né l’abbandono di una chiara delimitazione critica rispetto ai metodi, alle pratiche e ai discorsi dell’opposizione di destra. Le critiche devono essere un tassello di un puzzle più ampio. Il ruolo distruttivo dell’opposizione di destra, e in particolare dell’apparato propagandistico di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran prima della rivoluzione del 1979, consiste nella riproduzione e nel prolungamento della logica di esclusione della macchina Stato-capitale in Iran.
Quali conclusioni traiamo da questi principi e a quale metodo arriviamo? Non confondiamo l’origine e la riproduzione, lo sguardo dal basso e il monitoraggio dall’alto. L’origine autonoma della repressione nella Repubblica Islamica necessita di una continua riproduzione, ed è nella logica di questa riproduzione che acquistano senso il rifiuto del regime, la critica dell’opposizione e l’intervento degli Stati imperialisti. L’origine e la logica autonoma delle proteste nascono invece dal dinamismo delle condizioni materiali di vita della società; ma il loro rafforzamento e la loro crescita di potenza richiedono una critica degli approcci e delle pratiche dell’opposizione e degli Stati che, all’incrocio tra interno ed esterno, hanno avuto una responsabilità specifica nella riproduzione della situazione disastrosa dell’Iran e che quindi, a maggior ragione, non possono né guidare né salvare il popolo.
Nazional-neoliberismo e pulsioni di morte
Un gruppo sporco di teppisti armati di coltelli, una piccola minoranza; parassiti e avvoltoi della società di cui le forze dell’ordine devono occuparsi. Come erbacce, vanno sradicati, falciati e gettati via. Parole di Ali Khamenei, guida della Repubblica Islamica, in reazione alla rivolta dei poveri e degli abitanti delle periferie della città di Mashhad, Iran, 1992.
Ciò che tento di fare in questo articolo è analizzare la traduzione, entro i confini nazionali dell’Iran, di una politica internazionale dell’assicurazione e del rischio, per comprendere meglio tanto le correnti interne del regime della Repubblica Islamica quanto l’opposizione di destra. Per questo scopo, sono talvolta costretto a prendere una certa distanza dalla situazione iraniana in senso stretto.
Nel clima politico attuale dell’Iran, nessun termine è tanto diffuso e inflazionato quanto «iranismo» e patriottismo. Fermiamoci un istante a riflettere: com’è possibile che un governo fondato sul discorso della «sicurezza nazionale» saccheggi le immense risorse del paese, distrugga l’ambiente naturale e massacri la propria popolazione? E com’è possibile che un’opposizione invochi l’interesse nazionale, la sovranità nazionale e la «riconquista» dell’Iran, ma allo stesso tempo auspichi un attacco militare e l’invio di portaerei statunitensi per bombardare la propria terra d’origine?
Sono domande che attraversano la mente di molti e che richiedono risposte chiare. La ragione è che questo tipo di nazionalismo non è un nazionalismo classico né quello di cinquant’anni fa, e si colloca al di fuori delle norme e dei quadri giuridici tradizionali della sovranità. È un nazionalismo costruito nell’epoca della globalizzazione. Il rapporto tra identità nazionale e identità globale, tra Stato e mercato, è qui decisivo.
Il mercato transnazionale costituisce l’ambiente in cui opera lo Stato nazionale: ne gode di una relativa autonomia, ma allo stesso tempo lo utilizza ogniqualvolta ciò sia funzionale ai propri interessi. Di conseguenza, la formazione e la continuità dello Stato-nazione, contrariamente a quanto suggerisce il nome, non sono più un processo endogeno e territoriale, bensì un meccanismo sempre più transnazionalizzato. Come ha sostenuto Saskia Sassen, lo Stato è stato progressivamente «denazionalizzato».
La sovranità neoliberale, in questo quadro, significa che l’accumulazione del valore economico si fonda sempre più su strumenti extra-economici, tra cui i dispositivi bellici e la rendita, e che il potere politico viene messo al servizio della sovranità aziendale e di un potere deterritorializzato e globale. In tali condizioni, la sovranità si allontana quotidianamente dalla democrazia e dalla rappresentanza dei propri cittadini, auto-esentandosi dalle leggi civili. L’accumulazione di valore non avviene più sulla base di uno scambio libero ed eguale, seppur formalmente, ma si fonda direttamente sulla guerra e sulla rendita.
Il risultato è una sorta di «autonomia» delle popolazioni eccedenti e l’espansione di una capacità per l’emergere di un doppio potere, nel senso leniniano del termine.
Con uno sguardo dall’alto, il riflesso globale di questi rapporti è un disordine mondiale privo di un’egemonia centrale, come quella dell’epoca dell’imperialismo classico, e privo di un’istanza ultima capace di arbitrare e risolvere definitivamente i conflitti. È questa la condizione che «spoglia il re», generata dall’eco degli antagonismi plurali nella sfera della riproduzione sociale. La crisi del capitalismo contemporaneo e lo squilibrio del neoliberismo non sono fenomeni temporanei, ma strutturali e persistenti. Il capitalismo, in quanto tale, è sinonimo di crisi: una crisi che, ribollendo dal basso, viene trasformata in uno strumento di sopravvivenza del sistema stesso, una instabilità permanente come modo di esistere.
Le diverse ramificazioni del populismo nazionalista e dell’estrema destra, pur presentandosi come forze anti-sistema o anti-globalizzazione, sono in realtà modalità di gestione della crisi a spese dei ceti subalterni. Il ritorno dell’estrema destra non è in grado di ricostruire la funzione mediatrice dello Stato, né di imporre barriere tariffarie efficaci alle grandi imprese, né di arrestare del tutto i processi di deterritorializzazione come le migrazioni, né di produrre autentici leader «schmittiani». Questa estrema destra svolge piuttosto una funzione politica e securitaria all’interno dello stesso disordine neoliberale: mobilita gli uomini contro il femminismo, gli occupati contro i disoccupati, i lavoratori autoctoni contro quelli migranti.
Franco «Bifo» Berardi considera questa forma di fascismo molto più pericolosa del fascismo classico, perché non seleziona le proprie vittime sulla base di una razza o di una nazionalità specifica, ma prende di mira tutti i perdenti della globalizzazione, dal basso verso l’alto. Il nuovo fascismo rimanda la crisi all’interno degli stessi sconfitti del neoliberismo come un boomerang.
La differenza tra l’Iran e ciò che osserviamo in Occidente sta nel fatto che, in Occidente, il neoliberismo dominante è emerso dalla crisi dell’organizzazione fordista ed è rimasto al potere per un periodo relativamente breve, fino all’inizio del XXI secolo. L’Iran, al contrario, è stato privo di un simile meccanismo ed è stato proiettato direttamente, e in modo accelerato, nell’estrema destra, trascinando con sé, ancora una volta, l’intero peso della propria «preistoria».
All’interno di questo vortice turbolento e fluido, l’Iran è stato trascinato con violenza. Per questo motivo, diventa estremamente difficile operare una distinzione pratica e significativa tra correnti cosiddette moderate ed estrema destra, o riconoscere la preistoria autoritaria fatta di saccheggio extragiuridico, appropriazione e rendita nell’epoca contemporanea. In tali condizioni, la frattura di classe si approfondisce, diventa più visibile, e la riproduzione sociale entra in una crisi totale, fino a scendere al livello della pura lotta per la sopravvivenza.
Oggi in Iran decine di milioni di persone vivono sotto la soglia della povertà estrema e non sono in grado di garantire nemmeno l’apporto calorico quotidiano. Milioni di bambini soffrono di malnutrizione. I poveri iraniani sono poveri quanto gli affamati dell’Africa subsahariana, mentre i ricchi hanno accumulato patrimoni comparabili a quelli delle classi agiate dell’Europa occidentale e del Nord America. In Iran, il centro e la periferia del mondo si sono condensati in un unico spazio. Nel 2020, l’Iran sotto il regime della Repubblica Islamica era il quattordicesimo paese al mondo per numero di miliardari in dollari; oggi, con ogni probabilità, questa posizione è ulteriormente migliorata. È forse l’unico indicatore in cui si possa parlare di «successo» della Repubblica Islamica. Questo è il suo volto reale, non quello offerto dagli orientalisti né dai retori pseudo–anti-imperialisti.
Attualmente, il neoliberismo dominante – o i cosiddetti moderati – convivono e interagiscono con una nuova forma di fascismo, di cui il trumpismo è l’emblema. In Iran, tuttavia, la corrente moderata non ha mai avuto – né ha oggi – la forza e le basi politiche e materiali necessarie, soprattutto in assenza di una sinistra radicale e del «pericolo» rappresentato da un discorso anticapitalista strutturato. Si potrebbe forse definirla una corrente repubblicana, composta da liberali e socialdemocratici; ma nella pratica le sono state sottratte le condizioni stesse della possibilità di fare politica e di incidere realmente. È esattamente per questo che il riformismo in Iran e la negoziazione con la macchina Stato-capitale sono sempre stati impossibili, e che i moderati, dentro e fuori dal regime, si trovano in una crisi politica permanente.
Ciò che rimane come elemento costante attorno a questa macchina – come ho già spiegato nel primo articolo – è l’estrema destra, interna ed esterna al regime, che questa volta si è dotata di una specifica ideologia nazionalista chiamata «iranismo». L’iranismo sostiene che gli iraniani siano stati, fin dall’inizio della storia, una nazione unitaria dotata di uno Stato, e che la civiltà mondiale abbia avuto origine con lo Stato iraniano. Questo eccezionalismo esasperato e questa storiografia confusa si sono diffusi ampiamente, alimentando un’ondata di estrema destra.
Il terreno delle proteste in Iran è indipendente tanto dall’opposizione quanto dalle narrazioni ripetitive e fantasiose del regime nei media, come la «rivolta del Mossad» o la cospirazione straniera. La Repubblica Islamica, fin dalla sua nascita, ha sempre risposto alle crisi con la repressione e il massacro della propria popolazione; così facendo, non solo non elimina le condizioni per un intervento occidentale, ma anzi le intensifica. Né l’opposizione monarchica iraniana né presunti agenti del Mossad hanno mai avuto – e non hanno – una capacità di mobilitazione sul campo tale da portare milioni di persone nelle strade.
D’altra parte, se davvero l’origine di queste proteste fosse una cospirazione occidentale, allora la Repubblica Islamica avrebbe già eliminato con successo migliaia di spie e agenti esperti dell’Occidente, un fatto che né gli Stati occidentali né Israele potrebbero mai tollerare. Gli agenti del Mossad in Iran non si trovano nelle strade, ma penetrano le strutture del regime stesso, comprese istituzioni come i Guardiani della Rivoluzione Islamica.
Lo ribadisco: le proteste del popolo iraniano stanno al primo livello; le reazioni del regime, i tentativi dell’estrema destra dell’opposizione e le manovre degli Stati occidentali – in particolare Stati Uniti e Israele – occupano un secondo livello. Non dobbiamo confondere questi piani e produrre un discorso giornalistico che finisca per legittimare la narrativa dell’estrema destra del regime, dei monarchici e di Israele.
Negli ultimi anni, soprattutto dopo il fallimento della Primavera araba in Siria e la guerra civile in quel paese, la Repubblica Islamica ha avviato una ricostruzione del proprio discorso nazionalista sotto la forma dell’«Asse della Resistenza» e dell’esaltazione della grandezza dell’Iran attraverso il «programma nucleare». Si trattava di discorsi volti a disarmare simbolicamente una parte della popolazione iraniana scontenta ma non religiosa, che aveva già superato il riformismo interno e trovava insopportabile il linguaggio religioso del regime. Per Ali Khamenei è stato – ed è tuttora – fondamentale costruire una base sociale capace di sostenere le politiche del regime con un linguaggio non religioso, così da rendere più agevoli il massacro e il saccheggio delle risorse sotto l’ombrello del discorso della «sicurezza nazionale».
L’Asse della Resistenza è, in realtà, una forma di nazionalismo funzionale al progetto del regime di instaurare un fascismo interno e un’oligarchia finanziaria, accompagnato dal sogno di una espansione territoriale sul modello degli antichi imperi persiani: un progetto che ambisce, dopo secoli, a estendere confini e presenza militare dell’Iran fino al Mediterraneo e persino al Nord Africa. In questo disegno non vi era alcuna politica di redistribuzione delle risorse e della ricchezza, né la garanzia delle più elementari condizioni di sicurezza pubblica o di un’azione statale solidale con i popoli del Sud globale.
L’iranismo dell’opposizione monarchica rappresenta una branca del trumpismo globale, evidente nello slogan «MIGA» («Make Iran Great Again»). MIGA si appropria delle proteste popolari in Iran, proteggendo al contempo gli interessi oligarchici e finanziari orientati all’Occidente nel dopo-Repubblica Islamica. Tuttavia, la risposta dell’opposizione alla crisi neoliberale del regime iraniano, in particolare attraverso i monarchici che adottano lo slogan MIGA, non solo non risolve la crisi, ma diventa essa stessa parte della continuazione e della riproduzione della logica del potere neoliberale e del nazionalismo estremo. La destra radicale trasforma il malcontento in guerre identitarie e, soprattutto, nazionalistiche.
MIGA presenta inoltre forti tratti di razzismo e di arianismo storico nei confronti degli arabi e delle altre minoranze etniche del Medio Oriente. Parallelamente all’espulsione di milioni di migranti afghani dall’Iran da parte del regime, MIGA e il nazionalismo emergente dell’opposizione diffondono un odio virulento contro questi migranti, sostenendo le misure poliziesche e di sicurezza del regime.
Sul piano geopolitico, l’Occidente e il mondo bianco e ricco, da Trump a Nigel Farage, da Javier Milei a Benjamin Netanyahu, sono considerati alleati indiscutibili. Se il fascismo della Repubblica Islamica può essere visto come il segno di una rivoluzione fallita, il fascismo di MIGA rappresenta l’assenza di una forza di sinistra nell’orizzonte politico contemporaneo in crisi.
In ogni caso, queste due forme di fascismo possono essere definite, sulla base della loro adesione all’economia neoliberale e della promozione di un progetto di nazionalismo estremo nel contesto globale contemporaneo, come «nazional-neoliberismo», «fascismo neoliberale» o «neoliberalismo autoritario». Un termine apparentemente contraddittorio ma efficace nel descrivere la realtà: un’economia che non produce benessere e una politica che non si basa su confini, rappresentanza o sovranità nazionale.
Il fascismo neoliberale non indica solo come si debba vivere o morire, ma stabilisce chi deve scomparire e in quale modo, e chi ha il diritto di sopravvivere. Accorcia la distanza tra vita precaria e morte: dalla mancanza di farmaci e disoccupazione alla caduta, dalla protesta e migrazione fino alla morte. Il fascismo neoliberale è una forma nichilista di vita instabile orientata alla sopravvivenza, che può autodistruggersi in modo passivo o attivarsi in una violenza competitiva contro l’altro.
Questa condizione incontra sempre la reazione delle masse subalterne che cercano di sfuggire al vortice, mentre il fascismo espande il circolo della sicurezza e della logica della guerra: un conflitto tra vita e morte che si perpetua. Il regime della Repubblica Islamica ha rinchiuso novanta milioni di persone, soffocato la loro voce e insanguinato i loro corpi in nome della «sicurezza nazionale» contro la «minaccia esterna». Nel 2022 ha ucciso centinaia di persone per negare la morte di una giovane come Jina Amini, ha massacrato decine di migliaia di individui in Siria per evitare un conflitto diretto con Israele. Tuttavia, nulla di ciò ha garantito sicurezza; al contrario, ha esteso il conflitto e la minaccia anche all’interno del paese.
Non sorprende quindi che una parte dell’opposizione al regime chieda il sostegno e i bombardamenti militari dall’Occidente, sostenendo che serva ulteriore spargimento di sangue per vivere e «liberarsi». Maggiore emergenza, secondo questi, serve ad avere una vita normale e civilizzata. Le pulsioni di morte e desiderio sui corpi inermi sono evidenti: una testimonianza del predominio del nichilismo, mentre i manifestanti scesi in strada non lo fanno per morire ammazzati dalla Repubblica Islamica, né per morire di nuovo con l’opposizione.
Geopoliticismo vs internazionalismo anticapitalista
La prospettiva dal basso ci porta a riconoscere la necessità di connettere i movimenti e i soggetti costruiti attorno agli antagonismi sociali e di organizzare soggetti molteplici per la riproduzione sociale. Tuttavia, ciò che osserviamo è frammentazione, mancanza di organizzazione o addirittura incapacità di strutturare le proteste. Questo problema si manifesta anche a livello globale: assistiamo all’accerchiamento delle resistenze degli oppressi all’interno dei confini nazionali e delle differenze identitarie.
Per quanto riguarda l’Iran e il Medio Oriente, la simultaneità del genocidio a Gaza e delle proteste popolari e della repressione sanguinosa del regime della Repubblica Islamica in Iran evidenzia questo problema cruciale. Molti in Iran non solo sono indifferenti al destino del popolo palestinese e all’incendiarismo della filosofia sionista, ma difendono apertamente, sotto le insegne del movimento «MIGA», il regime fascista israeliano.
Ma questo è solo un lato della questione. Dall’altra parte, molti nel Medio Oriente considerano il regime iraniano una barriera contro l’«imperialismo» e restano indifferenti al sangue versato nelle strade iraniane, vedendo il fascismo dominante in Iran come «di sinistra» e «difensore del Sud globale», arrivando persino a considerarlo un male necessario per trasferire l’egemonia dall’Occidente all’Oriente. In questo quadro, il dolore, la sofferenza e la strage del popolo iraniano vengono interpretati come un costo necessario nella lotta contro il nemico più grande, ovvero l’imperialismo.
Molti miei colleghi, lavoratori migranti dal Medio Oriente e dal Sud Asia, condividono questa stessa visione delle proteste in Iran. Sembra che questa frattura non sia colmabile, e la ricerca di un «colpevole principale» o dell’oppressione più grave appare inutile. In una prima analisi, qualsiasi discorso sulla solidarietà transnazionale può sembrare astratto e inutile, ma proprio la prospettiva dal basso e i contesti materiali e concreti esistenti ci aiutano e ci costringono a porre l’accento sui movimenti transnazionali stessi e sulla ricostruzione della solidarietà dimenticata all’interno del discorso della sinistra radicale e anticapitalista. Una sinistra che riconosce la molteplicità e la differenza e che considera la lotta contro la tirannia statale fino al colonialismo occidentale come parte inseparabile di un progetto internazionalista più ampio.
È inevitabile, quindi, rivolgere la critica al discorso della sinistra campista nel mondo e alla sua forma regressiva in Iran. A livello globale, il campismo collega la crisi dell’egemonia americana e il mondo multipolare all’emergere di un mondo democratico, pacifico e post-neoliberale. Il sostegno di tale discorso all’aggressione russa contro l’Ucraina e le spiegazioni dei conflitti globali non solo sono errati, ma rappresentano una caduta nella malinconia del fallimento della Guerra Fredda. Il mondo multipolare non indica una via di uscita, ma la continuazione della logica diseguale della finanza e della presa neoliberale sulla vita molteplice della forza lavoro nello spazio della riproduzione.
La guerra e la ridistribuzione geografica e geopolitica, che creano costantemente nuovi blocchi di potere, trovano senso nella logica della globalizzazione. La «contro-rivoluzione», per come la intende Virno, con poli molteplici, emergenti e medi, ha radici nell’appropriazione e nello sfruttamento pluricentrico del valore dai soggetti molteplici della forza lavoro e della riproduzione sociale, e allo stesso tempo ne imita le forme.
Il discorso della sinistra campista iraniana, pur avendo sostenuto inizialmente il regime della Repubblica Islamica e persino la repressione dei dissidenti, venne poi perseguitato dallo stesso regime. I resti organizzativi e i partiti sostenitori di questa visione, come il Tudeh Party, furono fino al 1983 arrestati, giustiziati o costretti all’esilio. Tuttavia, fu il regime a voltare loro le spalle, non viceversa.
Il campismo, dopo la guerra civile in Siria, riacquistò forza per ricostruire – con Putin e Xi Jinping e persino con i regimi di Saddam, Gheddafi, Mugabe, Assad e Milosevic – il blocco orientale perduto della Guerra Fredda, e in questo contesto era naturale che si identificasse con il regime iraniano. Questo discorso è uno specchio di ciò che pretende di negare: l’imperialismo occidentale. Sorprende come un discorso che dichiara il declino dell’Occidente conferisca invece agenzialità assoluta all’Occidente e a Israele nelle questioni riguardanti Russia, Cina, Iran, Hong Kong e Siria.
Come può essere considerato declino se persino all’interno delle «zone sicure» dei cosiddetti territori anti-imperialisti si verifica tale penetrazione? Tutte le spiegazioni del campismo riguardo la rivolta generale del popolo iraniano sono una riproduzione di uno scenario esterno, dove il motore del cambiamento è sempre l’Occidente, e non la lotta di classe. Questa tendenza non nega l’analisi marxista dell’imperialismo, ma la sostituisce con una sorta di realismo politico conservatore e dall’alto.
Qui va sottolineata la differenza formale con l’economismo, che separa le rivendicazioni economiche e di sussistenza dalla protesta politica, rispetto al campismo. La sinistra economicista in Iran è in gran parte retorica, poiché tale separazione presuppone l’esistenza di corporazioni, sindacati e una società civile mediatrice tra popolo e governo, condizioni impossibili nel capitalismo iraniano. La Repubblica Islamica non riconosce alcuna organizzazione indipendente, e ogni associazione autonoma è vista come complotto o sabotaggio. Tutte le organizzazioni operaie e partiti esistenti sono strumenti del regime per controllare e soffocare il malcontento.
Di conseguenza, l’economicismo non ha funzione pratica ed è più un termine accademico per descrivere una prospettiva mutilata. Ali Khamenei stesso si è spesso nascosto dietro questa menzogna importata: pur riconoscendo il malcontento economico, definisce le proteste politiche come sabotaggio e «intrighi americani». Negli ultimi tre decenni ha sempre richiesto obbedienza assoluta. In Iran ogni forma di protesta viene immediatamente etichettata come minaccia alla «sicurezza nazionale». I sostenitori dell’asse di resistenza e del campismo iraniano, al di là della ripetizione di tali frasi, non hanno più partiti o organizzazioni e agiscono praticamente come polizia privata esternalizzata del regime, avendo abbandonato da tempo la distinzione tra proteste borghesi e rivoluzioni autentiche dei lavoratori, senza produrre alcun contenuto di critica dell’economia politica. Il campismo iraniano, in pratica, rappresenta il conservatorismo neoliberale interno al governo, vicino alla fazione di Ali Khamenei, e in momenti di sollevamento generale rivelano chiaramente i loro tratti apertamente repressivi e fascisti.
I dipartimenti di studi coloniali, postcoloniali e anti-imperialisti in Occidente si dimostrano deboli e, in certa misura, fallimentari di fronte alle questioni riguardanti l’Iran e i paesi del Sud globale che non si collocano all’interno del blocco occidentale. In questo contesto, il colonialismo e l’imperialismo sono generalmente considerati in relazione minima all’accumulazione, alla globalizzazione, al patriarcato, al colonialismo interno, al militarismo e persino ai diversi periodi storici; piuttosto, evocano la pura forza e prepotenza unilaterale occidentale.
In questa prospettiva, si può manipolare il concetto di colonialismo o imperialismo nella storia, spostandolo avanti o indietro fino all’Impero Romano o all’America contemporanea, purché l’attore sia occidentale. Quando il concetto di colonialismo o imperialismo viene svuotato di tutti i contenuti e rapporti sopra menzionati, si configurano due scenari:
L’Occidente diventa un concetto essenzialista e civilizzazionale, e quindi l’opposizione a colonialismo e imperialismo, pur cercando di richiamare lo spirito della Guerra Fredda, si inscrive inevitabilmente nel paradigma dello scontro tra civiltà secondo l’ordine di mercato di Huntington.
La lotta contro il colonialismo o l’imperialismo non ha alcuna connessione con la solidarietà internazionalista o con il Sud globale.
Il popolo iraniano, i cui feriti vengono strappati dagli ospedali e finiti con colpi di grazia, le sinistre anti-imperialiste degli anni ’80, giustiziate a migliaia e sepolte in fosse comuni anonime; i comunisti e gli arabi sunniti in Siria, o precedentemente i curdi in Iraq, bombardati con barili esplosivi e armi chimiche, e molti altri, non appartengono al Sud globale. Perciò, il concetto di anti-imperialismo rimane sospeso, legato agli Stati e orientato secondo le dinamiche dei governi e dei media occidentali.
Questo è esattamente il concetto adottato dai media occidentali come Fox News e dall’opposizione di destra iraniana, sostenitrice del regime fascista israeliano. Questa visione mentale della sinistra e della lotta contro colonialismo e imperialismo ha contribuito alla diffidenza verso le stesse parole, alla perdita di fiducia nel discorso di sinistra e, in ultima analisi, all’indebolimento dell’influenza della sinistra tra l’opposizione e il popolo iraniano. La Repubblica Islamica ha approfittato così tanto di questo concetto cooptato che ha permesso a individui con abiti accademici, perfino a Saddam o a sopravvissuti del regime Pahlavi come Ardeshir Zahedi, ultimo ambasciatore iraniano a Washington, di essere lodati. Ad esempio, difendono Saddam come esempio di Stato-nazione forte, garante della sicurezza contro la NATO, lo stesso regime che per otto anni ha combattuto in nome della sicurezza.
Ne consegue che non si tratta di sicurezza semplice, né iraniana né palestinese, né di libertà o benessere. Questo è un geopoliticismo vuoto e idolatrato. La lotta contro il colonialismo, nelle università occidentali e nei dipartimenti di «studies», è da tempo deviata, incapace di contrastare l’ascesa dell’estrema destra e talvolta sembra attendere la sua ascesa per confermare teorie preesistenti, ad esempio sostenendo che le proteste in Iran siano un’insurrezione orchestrata da Mossad e pianificata dalla CIA, con il supporto delle sanzioni USA.
Il campismo va chiamato col suo vero nome: non ha nulla a che vedere con il nazionalismo del Sud globale, con l’opposizione a imperialismo, colonialismo o neoliberismo, né con il lavoro e i salari dei lavoratori. Il campismo iraniano oggi è un braccio del fascismo neoliberale nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche industriali, come argine agli scioperi, e nei media come propaganda. Da tempo prende come prova della legittimità delle proprie opinioni le dichiarazioni di John Mearsheimer, Jeffrey Sachs, Wesley Clark e, più recentemente, dei media israeliani, per giustificare le repressioni dei lavoratori, dei giovani disoccupati, delle donne, dei precari e dei marginalizzati da parte del fascismo dominante in Iran, in un contesto in cui internet e tutti i media in Iran sono bloccati.
Il campismo non vede gli interventi occidentali come reazioni o cooptazioni, ma come agenti, mentre, al contrario, quando si tratta del genocidio a Gaza, li considera con sospetto. Sostituisce il realismo politico borghese a Marx, Lenin e Gramsci, e ne è pienamente consapevole. L’indebolimento di questa forma di «sinistra» è fonte di grande rammarico per marxisti, socialisti indipendenti e femministe radicali, specialmente in Iran.
Scenari futuri e fallimento dell’opposizione iraniana
Pochi minuti fa, con mille umiliazioni, sono riuscito a trovare un modo per superare, anche solo per un attimo, questa nostra condizione semi-umana e immaginarmi come essere umano. So profondamente che nessuna penna potrà descrivere ciò che è accaduto sui ciottoli delle strade che consideravamo la nostra città e il nostro quartiere; né la grandezza che ci ha fatto sentire orgogliosi, né il crimine, per il quale non so neppure che nome dare. Non si può capire il suono dei proiettili che colpiscono i corpi dalle sole immagini; non si può descrivere l’odore del sangue; e la sensazione di fronte ai corpi dilaniati non potrà mai essere compresa appieno. Ciò che ci è accaduto è una storia da cui il sangue umano sprizza ovunque; il sangue di amici, familiari, concittadini. E solo ai compagni fuori dall’Iran, che so condividere la nostra preoccupazione e dolore, posso dire: per queste persone non resta energia né per le vecchie dispute, né per il patriottismo, né per la politica. Fate qualsiasi cosa, non per politica o ideologia, non per patria o concittadini, ma per salvare esseri umani. In Iran, il vaso dell’umanità si è rotto e spezzato in mille pezzi. Messaggio di un cittadino iraniano dopo la brutale repressione della rivolta nazionale
Il popolo iraniano ancora non conosce il proprio destino; alcuni sono scoraggiati e parlano di fallimento, altri si preparano per il prossimo ciclo di proteste, e altri ancora guardano con speranza a un sostegno o a un intervento militare da parte degli Stati Uniti e forse di Israele. Predomina un clima di disperazione e impotenza. Tuttavia, è evidente che il regime iraniano continuerà ad agire come ha sempre fatto con violenza e repressione sanguinaria e che la prossima rivolta nazionale si scatenerà con maggiore intensità e forza.
Come ho descritto nella prima parte dell’articolo, il discorso dei monarchici iraniani si è molto sviluppato, ma questo non significa che i monarchici raccolti intorno ai programmi di Reza Pahlavi e al motto MIGA abbiano operato sul terreno in modo organizzato in Iran. La realtà è che MIGA si basa su un progetto finanziario e mediatico a lungo termine e continuativo da decenni. Molti esponenti monarchici provengono dai ranghi del movimento riformista del regime stesso, hanno investito nella falsificazione e manipolazione della storia dell’Iran a favore di un tipo di fascismo neotradizionalista e arcaicista. Come altri leader dell’estrema destra contemporanea, mancano delle qualità carismatiche e di quel tipo di leadership forte e decisionista descritte da Carl Schmitt o di quelle caratteristiche di leadership burocratico-legittima di cui parla Max Weber. Essi promuovono costantemente anti-comunismo, ostilità verso i migranti e il femminismo, e ogni discussione sui diritti delle minoranze etniche viene automaticamente definita «balcanizzazione». Una balcanizzazione presentata come opera del «marxismo culturale», mentre nel contempo accolgono favorevolmente bombardamenti esterni contro l’Iran!
Marxisti e sinistre radicali, insieme ai repubblicani moderati, siano essi liberali o socialdemocratici, non hanno mai goduto di tali vantaggi né hanno mai perseguito una vera organizzazione sul lungo periodo o un progetto indipendente. Questa debolezza e negligenza ha creato uno spazio vuoto che è stato uno dei fattori chiave nella crescita dell’estrema destra nell’opposizione e nell’infiltrazione del discorso MIGA nel senso di disperazione tra il popolo iraniano.
Se devo fare un’autocritica alla sinistra iraniana, essa non è riuscita a far emergere il proprio discorso attraverso le fratture di classe e salariali. I segni di questo deficit sono evidenti nel declino del discorso sulla coscienza di classe, in confronto ai diritti civili. La debolezza del movimento Donna, Vita, Libertà negli ultimi uno-due anni, sotto i colpi delle misure di austerità e dello shock economico, ha evidenziato la difficoltà di collegare le richieste specifiche di donne, minoranze sessuali ed etniche alla produzione e riproduzione materiale.
Inoltre, essi tendono a discutere, in forma classica, della minaccia maggiore o della mancanza delle condizioni per una rivoluzione organica. O, più recentemente, parlano di rivoluzione culturale, resistenza quotidiana e differenze nel grado di sofferenza e oppressione. Tuttavia, mostrano una sorprendente indifferenza verso l’analisi delle strutture materiali di accumulazione del potere e della ricchezza, e non compiono sforzi significativi per connettere e costruire un comune a partire dalle diverse esperienze di oppressione e sfruttamento, in direzione di una solidarietà comune e internazionalista. Gli aspetti corretti che vengono menzionati, a causa della ripetitività, dei comunicati e dei report, perdono spesso la loro struttura e coerenza concettuale.
La politica militante ci ricorda che la praxis si fonda sempre sull’esperienza vissuta e sulle emozioni. Anche coloro che, in modo implicito o esplicito, invitano alla lungimiranza e alla razionalità affinché il popolo iraniano controlli un po’ la propria inquietudine, il disgusto e la rabbia per preservare la propria vita o prevenire un peggioramento della situazione, in realtà dialogano con le proprie paure interiori e non hanno alcun impatto esterno significativo.
La teoria politica deve spingere verso una valutazione che non ignori né rimandi le emozioni e i sentimenti, ma neanche li riduca a reazioni immediate e contingenti. Ciò significa che l’esperienza vissuta deve condurre alla comprensione delle cause strutturali di queste esperienze dolorose e allo stesso tempo trasformare la consapevolezza del futuro in uno strumento per aprire un orizzonte alternativo. Tutto ciò passa attraverso la praxis, non dalle stanze della pazienza e dell’attesa.
Per questo, le forze della sinistra radicale e anche quelle moderate sono sempre rimaste indietro rispetto all’estrema destra su due punti, non solo in Iran o in Medio Oriente, dove non possiamo ridurre tutto alla repressione dei regimi autoritari. Questo deficit si manifesta anche a livello globale. Questi due punti costituiscono aree in cui l’estrema destra, invece della sinistra, ha mostrato maggiore astuzia e capacità:
Il riconoscimento delle azioni irriducibili e coercitive delle masse, soprattutto tra le classi subalterne.
L’influenza popolare diretta come strumento per conquistare il potere politico.
Alcuni cittadini comuni in Iran, insieme all’opposizione monarchica, sottolineano continuamente che anche se le critiche della sinistra fossero valide, esse rimarrebbero senza alternativa e inefficaci. Inoltre, a differenza del passato, non avrebbe nulla in comune con il bolscevismo, con il maggio ’68 o con il nazionalismo del Sud globale legato alle lotte di classe occidentali nell’orizzonte politico.
Questa disperazione rivela uno degli aspetti della complessità della situazione: è vero che l’alternativa dell’estrema destra è astratta e reazionaria, ma allo stesso tempo ciò significa che la verità, il riconoscimento corretto, la posizione giusta nella storia e una visione retrospettiva non sono sufficienti. È necessario influenzare le emozioni e conquistare la fiducia delle classi subalterne qui e ora; ogni ritardo significa perdere l’occasione, quando la questione è arrivata fino alla carne, all’osso e al sangue. Altrimenti, si rischia di ridurre tutto a prediche morali e alla perpetuazione dei temi di «non violenza» e di «cortesia culturale».
Franco «Bifo» Berardi scrive che l’umiliazione è stata sempre trascurata nella letteratura politica. Disuguaglianza, discriminazione, repressione, clientelismo e saccheggio sistematico nel regime della Repubblica Islamica sono mostrati apertamente e con orgoglio davanti agli occhi del popolo subalterno. L’umiliazione quotidiana e la messa in scena della degradazione del povero e dell’affamato fanno parte del discorso del regime. Si può dimenticare la disuguaglianza, ma il senso di umiliazione per la privazione non si dimentica mai. Questo è uno dei fattori del coraggio e dell’audacia del popolo iraniano nelle strade durante la rivolta generale di gennaio 2026. Per questo l’estrema destra si nutre della riserva e della capacità ribelle dello spirito contemporaneo. In sintesi, la situazione attuale richiede una risposta positiva, materiale e, per quanto possibile, semplice per il popolo subalterno ed emarginato.
Tuttavia, alla fine, l’alternativa proposta dall’opposizione di destra è una prospettiva europeizzata pura, nel quadro di una «transizione» dalla Repubblica Islamica. Qui la Repubblica Islamica è considerata un regime del blocco orientale, al di fuori dei circuiti del disordine globale esistente, che cerca l’integrazione nel «mondo libero». L’idea di transizione mira essenzialmente a costruire una struttura non democratica, una società frammentata e uno Stato incapace di risolvere crisi, che non disturbi gli interessi di Stati Uniti e Occidente.
Dal punto di vista tecnico-politico, la transizione dovrebbe implicare:
Una crisi strutturale e irrisolvibile del governo e una mancanza di legittimità totale.
Proteste di massa e un divario irreversibile tra popolo e regime.
Costruzione di un racconto condiviso per spiegare le cause della rabbia e del dolore del popolo e la funzione del regime.
Conquistare l’approvazione di governi esteri, specialmente occidentali, garantendo agli Stati Uniti i propri interessi economici e a Israele il controllo dallo Stretto di Hormuz per la vendita del petrolio.
Divario politico e consenso tra le forze armate interne al regime.
Le possibili forze politiche promotrici della transizione possono essere:
Transizione guidata da Reza Pahlavi.
Tre dei cinque punti sono cosa fatta per l’opposizione monarchica. I punti 4 e 5 non ancora, poiché dipendono dalla capacità amministrativa e burocratica. Trump, per ora, non ha avuto garanzia di nulla del genere, poiché l’opposizione monarchica non possiede organizzazioni specifiche né esperienza pratica. Gli obiettivi di Reza Pahlavi e dei monarchici sono ampiamente noti e chiari.
Transizione interna da parte di alcuni elementi del governo, in particolare figure moderate e rappresentanti della fazione riformista, recentemente chiamata nei media in lingua persiana «rivoluzione concordata».
Il problema di questo scenario è l’assenza dei punti 3, 4 e 5, perché fa affidamento sulla pressione massima di Trump. La peculiarità qui è che Trump cercherebbe una transizione rapida, a basso costo, anche attraverso opzioni impopolari ma familiari al regime. Sa che gli Stati Uniti non hanno né la capacità né la volontà di una «grande guerra» e non possono controllarne pienamente le conseguenze. Questi elementi hanno poca influenza sulle forze militari e di intelligence, ma sanno che non saranno ostacolati da figure importanti già eliminate da Israele dopo la guerra di dodici giorni del giugno 2025. Le modifiche previste da questo scenario ricordano il Venezuela: neutralizzazione del potere o rimozione di Ali Khamenei, cambiamento della Costituzione, accordi con gli Stati Uniti su programmi missilistici e nucleari e probabilmente elezioni senza stretta supervisione, per alcuni temporanei allentamenti politico-economici.
Presa del potere da parte delle forze militari, in particolare dei Pasdaran, considerati un conglomerato finanziario transnazionale e predatorio, obbediente ad Ali Khamenei.
Le modalità e le conseguenze di questa ipotesi sono le meno chiare, ma rientrano in un quadro di colpo di Stato, erroneamente chiamato «bonapartismo» dai media in lingua persiana, senza alcun legame con la teoria del bonapartismo nel marxismo.
È importante ricordare che, prima di tutte queste crisi, Ali Khamenei non ha mai permesso l’ascesa di un «secondo» all’interno della struttura della Repubblica Islamica, sia che si tratti di un militare, di un civile o di un consiglio di persone note. Il bonapartismo è sempre stato considerato come un’opzione, sia durante la vita di Khamenei sia dopo la sua eventuale morte o rimozione. Tuttavia, le prove indicano che le forze militari del regime iraniano, nonostante l’entità del massacro sanguinoso e l’imposizione della legge marziale nelle città, rimangono fedeli ad Ali Khamenei e non percepiscono minacce immediate né politicamente né finanziariamente.
Attacco militare e guerra
Le conseguenze di una guerra possono portare a un temporaneo placarsi delle proteste e della situazione di tensione attuale, oppure provocare una rivolta nelle strade con l’obiettivo di rovesciare il regime o scatenare una guerra civile. Durante la guerra di dodici giorni con Israele, nonostante il forte malcontento verso il regime, la popolazione non ha accolto con favore l’attacco israeliano, ma contrariamente alla propaganda, non si è nemmeno schierata a difesa del regime. Ciò che si osservò maggiormente fu uno stato di shock e confusione. Tuttavia, il massacro diffuso della recente rivolta generale potrebbe generare una reazione opposta.
Tutte queste spiegazioni, in ultima analisi, dipendono dal processo, dal potere, dalla dinamica e dall’organizzazione interna delle proteste di massa. Il giudizio su quale sarà il destino della rivolta generale — se sia stata sconfitta o se stiamo entrando in una fase di transizione, guerra o rivoluzione — si definirà al massimo entro pochi mesi.
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Sasan Sedghinia è uno scrittore, traduttore e ricercatore iraniano indipendente di sinistra, residente a Roma. Ha pubblicato numerosi articoli in lingua persiana e italiana.








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