Dalla guerra tra Stati alla guerra di classe

Nuove rivolte attraversano l’Europa. Maurizio Lazzarato le rilegge all’interno del quadro mondiale segnato dalla guerra, dalla crisi dell’economia del debito e dal declino dell’egemonia occidentale, mostrando come il conflitto sociale torni a intrecciarsi direttamente con quello tra Stati e con l’economia di guerra. In Francia sono stati i liceali ad aprire una nuova fase della mobilitazione, partita dai territori d’oltremare, passata per le banlieues e arrivata fino al centro delle città, ricomponendo esperienze e soggettività sedimentate nelle lotte dei Gilets Jaunes, della generazione Nahel e contro la riforma delle pensioni. Nel tramonto del macronismo, e più in generale nella crisi del capitalismo finanziario europeo, torna così a porsi una questione rimasta aperta dopo decenni di sconfitte: sarà possibile trasformare questa nuova composizione delle lotte in una vera alternativa politica?
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La quasi totalità dei commenti delle rivolte che cominciano ad attraversare l’Europa (persino in Austria!), sono scritti come se non avvenissero dentro la guerra mondiale «a pezzi», dentro la fase terminale dell’economia del debito e quindi dell’egemonia Usa; dentro un mondo in cui cuoceremo come cotolette sul barbecue; dentro democrazie che armano, finanziano e legittimano un genocidio, lanciando migliaia di bombe e droni contro tutti quelli che non vogliono piegarsi al rinnovato imperialismo e colonialismo armato dell’Occidente.
Proviamo a prendere un po’ di distanze dagli eventi cercando di cogliere il quadro di una lotta di classe che per la prima volta irrompe con intensità dentro la guerra dei padroni: le fond de l’air n’est plus rouge come tra gli anni Sessanta e Settanta, rinvia invece, al colore bruno e nero delle camicie della contro-rivoluzione di un secolo fa, anche se ibridati alle «democrazie» liberali .
Molti giovani in piazza il 17 ottobre vestivano un gilet jaunes per rivendicare la loro continuità con il movimento dei lavoratori «poveri» o in via di rapido impoverimento del 2018. Molte pratiche del 17 rinviano alla loro radicalità. La manifestazione non seguiva più gli ordinati, noiosi e prevedibili cortei sindacali e della sinistra istituzionale che sfilano ritualmente da République a Nation nell’est parigino, ma si diffondeva in tutta la città, moltiplicandosi in cortei «selvaggi», entrando, dall’altra parte della capitale, nei quartieri dei ricchi e del potere seminando lo sbigottimento tra i privilegiati («come osano questi pezzenti»).
Nella città, saccheggiata dalla rendita immobiliare dei grandi fondi d’investimento e trasformata in un museo e parco divertimenti per turisti, caduta in mano, per qualche ora, a un magma incandescente di forze proletarie, si respirava meglio anche se aleggiavano i fumi dei lacrimogeni
La moltiplicazione delle manifestazioni in rotta verso i quartieri bene, è stata una importante rottura introdotta dai Gilets Jaunes, ma il 17 rappresenta anche una discontinuità con le lotte scoppiate nel 2011 dopo la crisi dei sub-primes e negli anni successivi (in Francia le lotte sulla legge lavoro, il sollevamento delle banlieues, le lotte contro l’aumento dell’età pensionabile, ecc.) perché si producono in regime di guerra e all’interno dell’economia di guerra.
«Ce n’est qu’un début» (non è che l’inizio) nel senso che la guerra tra stati prevedibile già dopo il 2008 e scatenata da qualche anno, fa ritorno nei diversi paesi come guerra di classe e apre una nuova fase politica che rischia di durare a lungo.
La guerra imperialista rappresenta una rottura storica, un salto d’epoca che ridefinisce complessivamente tutti i rapporti di forza tra gli Stati, ma anche tra le classi. Come già nel XX secolo c’è voluto qualche anno perché le conseguenze dello scontro armato sul mercato mondiale si facessero sentire localmente. I rapporti di dominio e sfruttamento tra le classi dominanti e il proletariato si intensificano, la spesa per corsa agli armamenti è caricata sulla spalle del proletariato, gli appelli all’arruolamento per la guerra contro la Russia fioccano. Le classi dominanti stanno scrivendo nuove coordinate in cui si svolge e si svolgerà lo scontro di classe.
La guerre impone una accelerazione politica ben diversa dall’accelerazione tecnologica, in cui si giocano le sorti del capitalismo, dove tattiche e strategie politiche devono essere commisurate al livello delle scontro in corso. Teorie e analisi elaborate negli ultimi 50 anni sono improvvisamente invecchiate e inutilizzabili. Finalmente, con l’irruzione di una soggettività che ancora mancava, si puo’ uscire dai limiti di un pensiero critico «debole» e dalla geopolitica che pensa solo a partire dalla potenza degli Stati e riparlare di lotta di classe.
Non possiamo rimuovere questo passaggio epocale e le sue poste in gioco di cui gli Stati e le classi dominanti sono perfettamente consapevoli: la guerra è il frutto maturo delle contraddizioni dell’imperialismo, che si manifestano pero’ comme opposizioni, come strategie assunte e costruite soggettivamente. Non è possibile disertare la guerra, illusione che continua l’ingenuità di un esodo mai esistito, ma si puo’ invece cominciare a pensare alla possibile fine del capitalismo che non avverrà per contraddizioni interne, ma solo per volontà politica di chi si organizzerà per abbatterlo. Si supera di fatto l’idiozia messa in circolazione da molti, tra cui Fisher e Zizek, secondo cui «è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Il capitalismo si sta disfacendo sotto i nostri occhi, ma sarà affossato solo da una iniziativa politica.
Ricostruiamo rapidamente il passaggio storico che stiamo vivendo perché ci darà almeno due coordinate in cui si svolge e si svolgerà la lotta di classe nei prossimi anni: guerra e finanza. Due sono i momenti cruciali del nuovo modo di accumulazione che ha fallito : il primo, negli anni Settanta, quando nel capitalismo l’egemonia è passata dagli industriali ai capitalisti finanziari, il secondo, oggi, quando il fallimento della finanziarizzazione dell’economia ha come unica soluzione la guerra.
Si dovrebbe parlare di un’economia del debito piuttosto che di finanza, perché a partire dal debito si puo’ enunciare la relazione creditori/debitori che fa emergere il punto di vista soggettivo, la volontà politica che anima la nuova modalità dello scontro di classe.
La composizione del proletariato è sempre stata costituita da una molteplicità (classe, genere, razza). Nel capitalismo industriale era totalizzata dalla relazione capitale-lavoro, nel capitalismo finanziario dalla relazione creditori-debitori che ha completamente spiazzato prima, e distrutto poi, il movimento operaio e messo in grande difficoltà il marxismo. Si tratta di una «astrazione» che agisce trasversalmente alle «classi» cercando sempre di totalizzarle, senza mai riuscirci, se non parzialmente. Costituisce un’enorme macchina di predazione, rapina e saccheggio di ogni tipo di valore (non solo dei salari, ma paradossalmente anche dei profitti industriali, ma ancora del reddito non salariale, del risparmio, delle risorse fiscali dello Stato, del Welfare, ecc.) che si aggiunge allo sfruttamento del lavoro descritto da Marx, del lavoro domestico teorizzato dalla femministe, del lavoro servile che troviamo nel pensiero decoloniale.
Per cinquanta anni ha operato un trasferimento enorme di ricchezza da tutto il proletariato mondiale al capitale, producendo delle polarizzazioni che rinviano a prima delle rivoluzione francese. In questo nuovo capitalismo, la democrazia è stata considerata incompatibile con l’accumulazione del capitale già negli anni Settanta.
Questo modello di accumulazione imposto dagli Usa è stato replicato in un Europa completamente subordinata all’egemonia americana. La Francia, come tutta l’Europa, si è rapidamente piegata a questa controrivoluzione che ora mostra le sue impossibilità facendo diventare le classi dominanti più aggressive e feroci, disposte anche al genocidio pur si salvare i «valori» occidentali.
Non stiamo assistendo alla fine del «regno» di Macron che ha governato come un «monarca», coerentemente con la natura del nuovo scontro di classe, ma del capitalismo finanziario. Tacciarlo di incompetente come stanno facendo alcuni giornali di regime per cercare di smarcarsi all’ultimo momento è un errore politico. I suoi due mandati sono un successo nel senso che ha portato a termine la logica dell’economia del debito, della rendita, della libera circolazione dei capitali cominciata nel 1983 dai socialisti. Ha distrutto i servizi sociali (scuola, salute, cas, ecc.) per favorire la loro privatizzazione; ha esonerato ricchi e imprese dalla fiscalità scaricandola sul lavoro; ha trasformato il Welfare in assistenza agli imprenditori (esonerati anche dal pagare i contributi sul lavoro) e ai ricchi; ha distrutto l’assicurazione contro la disoccupazione; ha continuato a ritardare l’età pensionabile, ecc..
Ha governato solo tramite decreti concentrando tutto il potere, accentuando, se fosse ancora possibile, una quinta repubblica che di democratico aveva solo il nome, mentre trasformava la polizia in forza anti-insurrezionale. Ha rotto ogni mediazione con il movimento operaio, cinicamente consapevole che se, grazie alle sue politiche, le 500 famiglie più ricche del paese nel 1996 rappresentavano 6 % del Pil e oggi il 46%, non c’è nessun margine per un compromesso, nessuno dialogo è possibile con le richieste dei movimenti. Ha fatto in piccolo (la provinciale Europa) quello che gli Usa hanno fatto in grande.
Non è neanche colpa sua l’esplosione del debito sovrano della Francia, perché iscritta strutturalmente nel funzionamento del capitalismo finanziario. L’ammontare del debito mondiale (privato più pubblico è 350.000 migliaia di miliardi di dollari) tre volte superiore al prodotto mondiale annuale, cresce necessariamente più velocemente dell’economia non speculativa. È quindi materialmente impossibile ripagarlo anche imponendo decenni di austerità al proletariato mondiale.
Le crisi del debito si sono succedute a ritmo accelerato (partite dall’Africa e l’America Latina negli anni Ottanta sono poi passate in Russia, nel sud est asiatico, ancore in America Latina per approdare in Europa con i debiti sovrani e con la Grecia, toccano adesso il centro dell’Impero) seminando distruzione e saccheggio in interi paesi ed economie. Da ogni crisi finanziaria se ne esce con una bolla ancora più grande e con costi del loro sgonfiamento insostenibili. Quando il debito privato e pubblico batte ogni record negli Usa, quando la bolla speculativa sembra progredire all’infinito, il suo Stato e le sue classi dominanti decidono per la guerra: non si riesce più a estrarre ricchezza con la leva del credito/debito/finanza, lo si farà con la forza. La predazione imperialista e colonialista si somma a quella finanziaria: i rapporti di potere diventano rapporti mafiosi, la forza armata è dispiegata per appropriarsi oro, materie prime, per esigere tributi di miliardi di dollari, per imporre l’esportazione delle industrie negli USA ai vassalli.
Con la guerra distruzione e autodistruzione del sistema si intrecciano.
La situazione del proletariato europeo sta ancora peggiorando, perché l’Europa è la grande sconfitta del conflitto tra potenze. Le politiche di austerità, di riduzione dei servizi pubblici, la «grande moderazione» salariale continuano e si intensificano tramite le politiche per l’armamento imposto dagli USA che hanno deciso di depredare una delle zone più ricche del pianeta, utilizzandola come un bancomat. Con la complicità delle classi politiche europee il conto della guerra in Ucraina, della bolletta energetica conseguenza del sabotaggio del Nord-Stream 2 e dell’aumento dei prezzi dovuto alla guerra contro l’Iran, sarà pagata dal proletariato europeo.
Non volendo toccare la distribuzione della ricchezza, polarizzata come non mai, Macron (l’Europa) dice di non aver più un soldo per rispondere alle richieste che non faranno che moltiplicarsi e si prepara allo scontro sociale.
La polizia, unica risposta possibile alle rivendicazioni dei movimenti, rappresenta meglio di altri istituzioni il crepuscolare potere dalla macchina dello Stato e del Capitale. La cosa era già stata notata negli anni 20 del secolo scorso da Walter Benjamin quando il fascismo covava:
Per garantire la sicurezza la polizia interviene negli innumerevoli casi dove la situazione giuridica non è chiara (...) L’ignominia della polizia risiede nell’assenza di ogni separazione tra violenza che fonda il diritto e violenza che lo conserva (...) é fondatrice di diritto perché la caratteristica di questo tipo di violenza non è di promulgare leggi, ma di emettere ogni sorta di decreto pretendendo allo statuto di diritto legittimo; ed è conservatrice di diritto perché si mette a disposizione dei fini dell’ordine costituito.
La sua forza e il suo potere vengono moltiplicati nelle democrazie genocidarie del capitalismo finanziario declinante dove la divisione liberale dei poteri viene praticamente abolita a favore del solo potere esecutivo. È in questa continuità di democrazia e fascismo che la polizia «testimonia della massima degenerazione possibile della violenza».
I soggetti che si costituiscono nelle lotte non sono riconosciuti come soggetti politici. Nanni Balestrini ha scritto un libro, Gli invisibili, che riguardava una generazione. Oggi tutte le classi e i gruppi sociali del proletariato sono invisibilizzati, disprezzati, colpevolizzati. Nemmeno quando si rivoltano sono presi in considerazione, perché il conflitto, in tutte le sue forme è stato criminalizzato. Il potere costituito aveva dichiarato negli anni Settanta che non ci sono alternative, neanche istituzionali. Schaubel, ministro della finanze tedesco, al tempo della razzia operata dai creditori sulla Grecia aveva ben chiarito le cose: «Le elezioni non possono cambiare la politica economica».
Chiuse tra stagnazione attuale, recessione futura, guerra esterna e guerra civile interna, crisi finanziaria e crisi climatica, le lotte si ribellano a questo futuro dispotico fatto di impoverimento imperialista, asservimento colonialista e promesse di riattivazione della leva militare.
La Francia ha una lunga tradizione, anche recente, di lotte che si sono concluse nella maggioranza dei casi con delle sconfitte. Da dopo gli anni Settanta non si è più stati capaci di costruire rapporti di forza favorevoli al proletariato. Le lotte, anche dure, sono state troppo spesso difensive. Questo movimento sembra aprire un nuovo orizzonte: «quitter l’époque contemporaine». Ha funzionato, molto più dei Gilets Jaunes come una forza di ricomposizione, mobilitando le soggettività che avevano animato le lotte precedenti che, anche se sconfitte, hanno lasciato un bagaglio di esperienze, di tecniche di mobilitazione, di gestione della piazza, di rivendicazioni che si sommavano, di fatto, materialmente, al di là della coscienza dei partecipanti, nella giornata del 17.
La lotta dei Gilets Jaunes, la «generazione» Nahel, la lotta sulle pensioni hanno sedimentato dei profondi risentimenti e frustrazioni perche non hanno trovato nessuna risposta e nessun interlocutore (risposta che il capitalismo volutamente non dialettico non può dare mentre l’interlocutore si rifiuta alla mediazione perché conscio dei rapporti di forza a suo favore).
Il movimento è riuscito a neutralizzare completamente il razzismo di Stato che si era infiltrato anche dentro la «gauche» all’epoca dello scontro sul «velo» delle donne musulmane. La divisione razziale con cui le istituzione contavano dividere il proletariato è stata superata di fatto — il movimento dei liceali è partito dai territori d’oltre mare, ciò che resta dell’impero coloniale francese, si è poi impiantato nelle banlieues per arrivare successivamente nel centro città. Più difficile sarà smuovere quello che resta del movimento operaio che, nel capitalismo finanziario, non gioca più, almeno dal 1995, un ruolo di anticipazione e di mobilizzazione, incapace di radicarsi dentro le nuove forme assunte dalla forza lavoro. Il caso emblematico è la diffidenza per non dire dell’ostilità dei sindacati verso il lavoro diffuso, precarizzato, povero dei Gilets Jaunes.
Lo sciopero indetto dai sindaci il 5 novembre non vedrà un’alleanza «studenti - lavoratori» ma qualcosa di diverso che si è visto in piazza il 17 dove c’era tutta la molteplicità delle situazioni di vita e di lavoro del proletariato contemporaneo.
Per la mobilizzazione contemporanea è stato fondamentale il genocidio dei palestinesi, ancora in corso, armato e legittimato dalla democrazie che ha spostato i rapporti di forza non solo tra stati, ma anche incentivato la contestazione dal basso che si sta riversando ora sulla politica interna (come nel caso della guerra anche qui con un certo ritardo). La mobilitazione sulla Palestina ha riportato al centro dell’attenzione la questione imperialista e coloniale, spesso assente nelle lotte europee. Ha mostrato la ferocia e la violenza assoluta delle democrazie che hanno costruito il loro potere, i loro diritti, i loro Welfare à partire dallo sfruttamento del rapporto centro-periferia. Proprio dall’orrore praticato in Palestina si è radicata la coscienza che questo sistema democratico-capitalista non è riformabile.
Il ricomporsi soggettivo delle molte differenze con cui il capitalismo e lo stato lo aveva diviso il proletariato, si trova confrontato un nuovo compito politico non facile: cogliere e trovare una risposta politica all’ulteriore modificarsi dei rapporti do forza che lo scontro imperialista in corso impone, capace di dettare le condizioni anche dello scontro di classe interno.
Il momento in cui i movimenti sono stati regolarmente sconfitti è sempre coinciso con un salire all’estremo del conflitto quando si doveva affrontare il potere come «totalità». Non solo in Francia, ma anche, per esempio, in Egitto o in Cile, la sconfitta è arrivata quando l’intensità della lotta aveva superato le rivendicazione che l’aveva fatta nascere e poneva la necessità di una radicale alternativa. Il problema è ancora tutto aperto.
Dentro la fase politica aperta dalla guerra, l’alternativa non è tra pace o guerra, perché per le potenze che si scontrano la posta in gioco non è un ritorno, obiettivamente impossibile, alla situazione di prima della guerra, bensì di una ridistribuzione dei rapporti di potere tra Stati e tra classi (dominanti e dominate) conseguiti tramite la forza. «Pace» significa la pace di chi vincerà e non sarà mai assenza di guerra. Per un movimento che va alla radice della cose l’alternativa, concreta, reale non è tra unilateralismo e multipolarismo, ma come sempre, dentro una guerra mondiale, tra «socialismo o barbarie». Se per cinquanta anni abbiamo subito una costante regressione economica e politica, ora stiamo vivendo un ulteriore salto: le classi dominanti che stanno preparando la guerra contro la Russia continuano ad agitare il loro fantasma, sacrificare la vita degli altri (un ammiraglio francese : «accettare di perdere i propri figli» e Macron «al costo del sangue se serve») per difendere l’Occidente. In prima fila tra gli eventuali immolati sull’altare dei valori occidentali ci sono i giovani liceali che hanno capito prima di altri che il futuro che il potere ci sta organizzando sarà fatto di guerra, genocidio, polizia, di terra che brucia, di integrazione dei fascismi nella democrazia e di lavoro servile. Sono consapevoli che il futuro sarà solo quello che saranno capaci di costruire.
In Francia di sta organizzando un’alternativa istituzionale al macronismo morente. Un’alternativa rivoluzionaria, un farsi soggetto rivoluzionario , assumendo la realtà dei rapporti di forza tra Stati e classi a livello mondiale. Sarà possibile?
P.s.: un testo del 1966 dell’Internazionale Situazionista dedicato a tutti gli idioti che guardano il dito (la vetrina) e non la luna (il capitalismo):
I neri di Los Angeles, così come le bande di giovani delinquenti di tutti i paesi avanzati (...), prendono alla lettera la propaganda del capitalismo moderno, la sua pubblicità dell’abbondanza. Il saccheggio del quartiere di Watts manifestava la realizzazione più elementare del principio inbastardito: «A ciascuno secondo i suoi falsi bisogni», ovvero i bisogni determinati e prodotti proprio da quel sistema economico che il saccheggio rifiuta. Ma, per il fatto che quest'abbondanza viene presa alla lettera – raggiunta nell'immediatezza, anziché inseguita all'infinito nella corsa del lavoro alienato e nell'accrescimento di bisogni sociali costantemente differiti –, i desideri autentici trovano espressione nella festa, nell'affermazione ludica, nel potlatch della distruzione. L'individuo che distrugge le merci manifesta la propria superiorità umana rispetto ad esse; non resterà prigioniero delle forme arbitrarie che l'immagine del suo bisogno ha assunto. La società dell'abbondanza trova nel saccheggio la sua risposta naturale. E il saccheggio, che provoca il crollo istantaneo della merce in quanto tale, rivela anche l' «ultima ratio» della merce stessa: la forza, la polizia e gli altri apparati specializzati che detengono, all'interno dello Stato, il monopolio della violenza armata.
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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato (2012), Il governo dell’uomo indebitato (2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024). Il suo ultimo volume è: Perché la guerra e non la rivoluzione? (Mimesis).




