Poteri e lavori nella Brianza industriale


Patrick Fontana, Les «Télés», 1996


Con questo contributo, che prende spunto dal caso della Brianza, prosegue la riflessione sulla dimensione territoriale della transizione degli assetti sociali, produttivi e della composizione sociale del lavoro, che costituisce una delle tracce di riflessione della sezione Transuenze. Nelle puntate precedenti si era puntata la lente sulla metropoli milanese, con il contributo di Lucia Tozzi, e sulla Sicilia, con la redazione di Antudo.info. Simone Bertolino, politologo di formazione e ricercatore di area socioeconomica per professione, ci guida, con uno sguardo di taglio analitico-descrittivo, nel complesso intreccio tra continuità e rinnovamento della provincia ancora manifatturiera del Nord, tra società, lavoro, cultura e politica locale. Parte da Lecco, ma è una riflessione che può essere estesa a molti altri territori né metropolitani né periferici del paese, particolarmente della macro-regione padana. In altre parole in quella «Italia intermedia», come la chiama, che tanta parte ha avuto nel fornire l’ossatura dell’industrializzazione e della formazione dei ceti medi nei decenni che hanno preceduto le nuove grandi crisi, quella del 2008 e quella in corso. L’erosione dello status acquisito, l’incrinatura dei ceti medi, la nuova condizione di un proletariato industriale che forse solo oggi incontra la razionalizzazione e l’automazione. Laddove nella società locale si ristrutturano i gruppi di potere, nell’intreccio tra vecchie élite e gruppi emergenti, dal Terzo Settore managerializzato ai gestori delle infrastrutture cruciali della nuova economia, università incluse. La solita vecchia Vandea? O forse è anche qui che vanno cercate le rotture, nella crisi delle basi materiali dell’integrazione che assicuravano consenso operaio e di ceto medio?


La questione territoriale si può dire sia alle origini stesse dello sviluppo capitalistico italiano. La storia del paese è caratterizzata da profondi cleavages socio-territoriali, fratture che hanno articolato più che diviso, le traiettorie di modernizzazione capitalistica nelle diverse aree territoriali, sul piano politico e delle relazioni di classe oltre che economico. Tre di queste fratture, nel lungo periodo hanno avuto un ruolo particolarmente rilevante nel segnare la dinamica ciclica della società italiana. Il primo cleavage, il più originario e permanente, ha diviso un Nord Ovest industriale da un Sud agrario fin dalla prima industrializzazione giolittiana, riproponendosi poi sotto forma di ideologia del «ritardo» industriale meridionale da colmare con l’intervento pubblico, e dagli anni ’90 come questione ormai spoliticizzata, ridotta a «divario», difettosità amministrativa, cattiva politica o criminalità organizzata. Poi, a partire dagli anni ’70 e fino alla metà degli anni ’90, l’emergere di una seconda frattura funzionale, tra una via «fordista» alla produzione di massa e un capitalismo molecolare della specializzazione flessibile, espressione di una «Terza Italia» di piccole e medie città del centro-nord, sviluppatosi nella forma di una mobilitazione individualistica di capitali locali realizzata attraverso un mix di mercato e protezione politica. Un cleavage che in realtà si sviluppa al crepuscolo del fordismo italiano, con il macro-impulso della ristrutturazione «postfordista» nelle concentrazioni operaie delle grandi fabbriche del Nord-Ovest. Infine una terza frattura, da sempre presente ma riacutizzatasi nel passaggio del nuovo secolo e poi nel post-2008, tra la dimensione metropolitana di un capitalismo terziario globalizzato e cosmopolita, caratterizzato da crescente polarizzazione sociale ed economica, e «territori» di volta in volta identificati con una prospera campagna urbanizzata evoluzione della Terza Italia, altre volte descritti come una plaga indistinta di piccole comunità in via di svuotamento nelle aree marginali del paese; altre volte come società di ceti medi e «coesione sociale», impegnate nella difesa un po’ rancorosa della piccola rendita finanziaria accumulata nei decenni buoni, e oggi refrattarie e spaventate dall’incombere di globalizzazione ed e-commerce. In questa nota proviamo a fornire alcuni spunti per cogliere lo slittamento delle fratture avvenuto nel corso dell’ultimo ventennio: accanto al permanere della frattura Nord-Sud e della specificità delle economie metropolitane, si assiste all’emergere di una «Italia intermedia», che non è più la vecchia Terza Italia dei piccoli produttori contrapposta all’Italia della grande organizzazione, ma è teatro di un processo di «neoindustrializzazione», inteso come assemblaggio di regimi regolativi locali e dispositivi di governance globali, attraverso l’incorporazione, la ristrutturazione e la messa al lavoro di forme di vita sociale e produttiva locali sussunte all’interno dei meccanismi di comando delle reti produttive internazionali. Prima di entrare nel merito, occorre provare a sgrezzare un po’ la vaghezza dell’espressione Italia intermedia: per Italia intermedia possiamo intendere qui una formazione sociale ed economica geograficamente addensata nel nord del paese, principalmente lungo i corridoi urbani e infrastrutturali della fascia pedemontana da Varese a Pordenone, l’hinterland di Milano e l’asse emiliano da Piacenza ad Ancona con almeno tre caratteristiche importanti: 1) morfologicamente si presenta per lo più come una maglia urbana densa composta di centri del consumo di massa, grappoli di fabbriche manifatturiere, infrastrutture stradali, logistica, mischiati a residenziale estensivo, intervallata da vaste aree naturali rifunzionalizzate ai bisogni di loisir della città terziaria, organizzata secondo un modello policentrico incentrato su città medie o medio-piccole che mantengono un core urbano compatto al centro di nebulose urbane caratterizzate da dinamica demografica vivace, livelli di immigrazione consistenti e popolazione mediamente più giovane del resto del centro-nord; 2) è una società che nelle sue sovrastrutture d’opinione si autorappresenta tutt’ora attraverso una ideologia da «società dei produttori», nella quale l’industria manifatturiera continua a rivestire una posizione centrale nei rapporti sociali e nella costituzione del blocco sociale dominante, pur nel contesto di una rapida crescita di ruolo della sfera delle attività riproduttive; 3) si caratterizza per la compresenza di strutture di mediazione sociale fondati sul ruolo centrale dei corpi intermedi, in parte nuovi e in parte sedimento rifunzionalizzato delle forme di rappresentanza di classe istituzionalizzatesi nel ciclo di conflitti e compromessi sociali della «Prima Repubblica», e l’emergere di linee nuove di frattura nella composizione sociale e tecnica del lavoro a seguito di trasformazioni nella scala dei processi di integrazione capitalistica dell’economia locale. Non costituiscono territori marginali, ma compongono quella che è stata variamente descritta nelle scienze territoriali e nella pubblicistica come una global city region, oppure nella stampa ufficiale come «nuovo triangolo industriale», a sottolinearne la natura di sistema industriale e sociale integrato attorno alla frazione manifatturiera delle classi dirigenti locali. Nello spazio di questa nota, mi limiterò a fornire alcuni spunti tratti da un caso territoriale concreto, la Brianza lecchese, per provare a ragionare sul tema della trasformazione industriale e sull’impatto che il processo di nuova industrializzazione/internazionalizzazione sta producendo sul lavoro e la sua composizione. In altre nazioni, si pensi alla Francia dei «gilet gialli», un contesto come questo ha fatto recentemente da culla del più vasto movimento sociale di ribellione nell’epoca della crisi, in Italia è per lo più considerato come una sorta di eterna Vandea. Al contrario l’Italia intermedia è uno degli spazi centrali di dislocazione del comando capitalistico internazionalizzato e le trasformazioni nella composizione del lavoro di fabbrica tagliano trasversalmente alcune idee precostituite su lavoro e evoluzione del concetto di industria.


Appunti sul caso brianzolo

La Brianza lecchese è territorio manifatturierio di antica data, e il capoluogo si è sempre caratterizzato come città-fabbrica in miniatura. La vita sociale della città era ritmata dai flussi dalla fabbrica, e dal costituirsi di quartieri operai ben definiti: un modello urbano la cui crisi arriva fino alla metà degli anni ’90, quando le maggiori famiglie della borghesia industriale si sono ormai trasformate in gestori della rendita immobiliare-finanziaria e la città si demanifatturizza. Ai primi del 2000 a Lecco il capannone lascia il posto ai nuovi simboli urbani come il grande ospedale pubblico, il centro commerciale firmato da Renzo Piano, la sede decentrata del Politecnico di Milano, l’attraversamento autostradale della città. La città si riposiziona rispetto al territorio: il tessuto produttivo cresce in provincia, mentre Lecco si trasforma progressivamente in centro residenziale, di servizi amministrativi, di consumo e cura. Solo il decollo del Politecnico attorno al 2007-2008 aggiunge alla trasformazione terziaria della città il frammento del sapere tecnologico. I primi anni 2000 avviano dunque una terziarizzazione con poche qualità, composta in primo luogo di ipermercati e store, una moltitudine di luoghi in cui industrializzare il consumo di cibo, tecnologie e socialità, collocati a grappolo ai margini della città o lungo le superstrade brianzole che diventano distretti distributivi. Crescono meno, invece servizi cognitivi all’impresa esito dello spacchettamento della fabbrica (consulenza, marketing, finanza, logistica, ecc.). Anche la presenza di grandi gruppi bancari è volta più all’estrazione di valore attraverso l’immissione nei circuiti del sistema finanziario globale dei vasti risparmi privati del ceto medio e industriale, e il turismo, pur crescendo molto dopo il 2008, rimane ancora oggi un incompiuto e debole campo di forze economiche e sociali, retorica a cui le élite locali si abbarbicano nel pensare uno sviluppo post-manifatturiero. I poli di crescita che trainano l’economia cittadina, si incentrano invece sulla distribuzione e sui servizi nella sfera riproduttiva, nell’assistenza sociale, nella formazione, nei servizi alla socialità e nella sanità. L’impresa sociale e il terzo settore diventano attori sempre più rilevanti, organizzati fino al 2010 su un dualismo che vede il welfare municipale affidato alla cooperazione sociale di matrice progressista e il sistema educativo primario della città completamente appaltato a quella parte del mondo cattolico organizzata nelle fila di Comunione e Liberazione, potente articolazione del blocco sociale imprenditoriale-berlusconiano-leghista che governa quasi monopolisticamente la città fino al 2009-2010. Gli addetti al complesso dei servizi riproduttivi a Lecco arrivano nel 2018 al 32 % della forza lavoro pubblico-privata della città, una crescita occupazionale che è l’esito di un processo di aziendalizzazione e concentrazione strutturale che sfocia nel 2019 nella costituzione, primo caso in Italia, di un’impresa sociale misto pubblico-privata a cui viene affidata la gestione totale del welfare territoriale lecchese, con azionista di maggioranza il Consorzio che nel corso del decennio precedente ha concentrato la quasi totalità delle cooperative sociali. La crescita dei servizi riproduttivi avviene dunque attraverso una razionalizzazione che nel corso del decennio investe anche il complesso delle utilities pubbliche, trasformate in polo industriale oggi in parte incorporato nella metropolitana A2A. La questione più interessante sta però nella tendenziale trasformazione in ceto dirigente generale della classe manageriale della cura, con la sua entrata sempre più organica nei gangli decisionali dove si interfacciano attori sociali, finanziari e pubblici. Nel decennio post 2008 la classe dirigente del terzo settore nelle sue diverse articolazioni, rafforza la presenza diretta nella macchina burocratica comunale, nel reclutamento del personale politico, ai tavoli di concertazione formalmente tecnica in cui vengono governati in modo concertato i flussi finanziari pubblico-privati che alimentano gli scambi tra ruoli politici, rappresentanze d’interesse imprenditoriali e sindacali, autonomie funzionali. Si articola così un blocco di società politica costituita dai ruoli di vertice di istituzioni locali, rappresentanze, utilities, industria, università, fondazioni e impresa sociale (oggi alla ricerca di «tavoli» di concertazione), che rappresenta la coalizione di governo territoriale.


Alcuni spunti su impresa e lavoro

Tra fine anni ’90 e lo scoppio della prima crisi del 2008, una parte del capitalismo di piccola impresa manifatturiera anche in Brianza si internazionalizza iniziando ad ampliare il proprio mercato sullo scenario europeo. Si costituisce un sistema produttivo organizzato a grappoli di fornitura sempre più integrati, generati dalla riarticolazione della catena del valore e governata dal dispositivo di pressione del just-in-time, legando in modo privilegiato la Brianza al blocco industriale mitteleuropeo. Progressivamente già prima del 2008, l’inserimento nelle catene del valore globali promuove un nucleo di ceto industriale a frazione egemone dentro le reti della rappresentanza e delle politiche. La rete produttiva si allunga e si formalizza, e l’incorporazione dell’impresa famigliare nelle reti di fornitura della grande industria internazionale innesca un processo di neoindustrializzazione e razionalizzazione dell’organizzazione del lavoro, la crescita occupazionale si spinge fino agli ultimi anni, ma allo stesso tempo il passaggio 2008-2010 porta anche la contrazione progressiva dei margini di profitto e i vantaggi competitivi accumulati fino a quella fase, iniziano ad essere erosi. Oggi è tutto il modello del capitalismo di media impresa territorializzato come impresa-rete che ha rallentato la crescita, sperimentato una crescente fatica competitiva e raggiunto il suo limite. La neoindustrializzazione è trainata e governata dall’alto, dalle filiere di decentramento produttivo internazionali attraverso la messa in concorrenza simultanea con altri cluster produttivi. Che impatto ha tutto ciò sulle condizioni di lavoro? Testimonianze ci dicono che la crescente erosione dei margini di profitto per tenere il mercato, ha portato le aziende a ristrutturare il rapporto tra impresa e lavoro vivo, a comprimere il salario e ad irregimentare e formalizzare il comando mettendo in discussione in modo unilaterale il patto di integrazione della forza lavoro prevalente nella vecchia fabbrica molecolare. E il processo è destinato a continuare. Una trasformazione che non deriva dagli imperativi della tecnologia ma dalla riorganizzazione delle filiere del valore. La composizione generazionale è cambiata, la fabbrica oggi si è ringiovanita, ma la verticalizzazione delle filiere ho prodotto la fine delle «libertà» interstiziali e informali che la vecchia impresa «famigliare» consentiva: gli esiti oggi sono formalizzazione e gerarchizzazione dei dispositivi disciplinari e di controllo interni, taglio degli incentivi, allungamento dell’orario e accelerazione dei ritmi, anche se automazione solo parziale perché molti dei vantaggi competitivi dell’impresa sono l’esito di una semiartigianalità della produzione e del sapere operaio. Nella composizione organica del capitale cresce il ruolo delle figure professionali ad alta competenza, chiamate a gestire l’incremento dei flussi di comunicazione tecnica legato alla richiesta pressante di servizio e velocizzazione della rete produttiva proveniente dai capifiliera internazionali. Parte del lavoro operaio rimane ancora detentore di competenze professionali proprie non incorporate nelle macchine, mostrando la compresenza nel cuore della neoindustria sia di razionalizzazione e che di grumi di sapere non banalizzato. Questa composizione ibrida del valore e queste solidificazioni sono perni inglobati nelle catene globali del valore, innestati nell’automazione spinta delle fabbriche centrali e però rifunzionalizzati in un sistema di differenziazione delle condizioni di classe e di distribuzione diffusa della qualità lungo la catena del valore, che rappresenta la base per la sopravvivenza dei margini dell’impresa, non un residuo da sciogliere. I robot dei grandi impianti di Wolfsburg lavorano su pezzi prodotti da una parziale autonomia del sapere produttivo operaio brianzolo. Allo stesso tempo però la neoindustrializzazione, innesca una parcellizzazione del processo lavorativo che porta ad un raffreddamento delle capacità e a fenomeni di alienazione soprattutto dei più giovani indebolendo l’integrazione del lavoratore. Il punto è che quella odierna è dunque una fabbrica in trasformazione, con diverse forme dei lavori, convivenza di autonomia e automazione, con un’organizzazione saturata e normativa, che esercita pressione. C’è maggiore qualificazione? C’è coesistenza di sacche di saper operaio autonomo che rimane tale a livello semiartigianale e parcellizzazione/razionalizzazione del lavoro. Che conseguenze ha questo sulla soggettività di classe? La convivenza e sovrapposizione di banalizzazione e mantenimento di sapere produttivo autonomo e l’alienazione che sembra risultarne, quale impatto esercita sulla coscienza del lavoratore? Ciò che emerge è che la filiera è il meccanismo di controllo e uniformazione-razionalizzazione estremamente potente, con una intensificazione delle prescrizioni incorporate in flussi informativi e comunicativi sempre più accelerati, facilitati ma non prodotti dalla computerizzazione delle macchine. L’operaio alimenta la macchina, decide come correggere i problemi, ma ritmo e conoscenza del processo sono determinate dal comando nella filiera. Le vecchie forme di integrazione del lavoro nell’impresa famigliare (stabilità e reddito contro disponibilità/dedizione) sono logorate dalla pressione normativa, le nuove leve operaie sono più distaccate dal lavoro e dall’impresa, e cresce una contraddizione tra richiesta da parte dell’impresa di integrazione e disponibilità della persona del lavoratore e banalizzazione/appiattimento delle capacità del lavoratore con conseguente interruzione da parte sua della partecipazione cognitiva/affettiva (soprattutto se giovane) causato dall’irrigidimento disciplinare. Questo produce oggi distacco, raffreddamento o sottrazione individuale: ma le testimonianze ci dicono che anche tra una composizione tutto sommato molto tradizionale e ancora «rappresentata» come quella della neofabbrica, ci sono tendenze all’azione collettiva «informale» nei reparti a scopi difensivi rispetto alla pressione livellante verso il basso da parte delle aziende. Anche in Brianza sono poi comparse forme di conflitto operaio nella filiera logistica importate dalla metropoli milanese, sfociate però nella contrapposizione esplicita tra il blocco operaio organizzato dal sindacalismo di base mobilitando le figure ipersfruttate del lavoro immigrato e il lavoro autoctono più integrato, mobilitato in parte dai sindacati ufficiali e in parte dall’impresa. Insomma, l’esito complessivo di queste trasformazioni sono incrinature, fratturazioni e diversificazione di composizione tecnica e in parte soggettiva del lavoro, che tuttavia si trova anche integrato entro un’offerta di rappresentanza sindacale ormai funzionalizzata essa stessa alla frammentazione, sia essa di marca concertativa o di marca conflittuale. Il problema della ricomposizione prima o poi dovrà essere posto. In queste note si è affrontato solo il lato del rapporto tra riorganizzazione del comando e lavoro nella fabbrica: manca completamente il rapporto con la condizione di vita fuori dalle mura della fabbrica, componente essenziale della condizione di classe. La destrutturazione di parte delle basi del vecchio compromesso di classe, la crescita costante della pressione alla razionalizzazione e al controllo sul lavoro di fabbrica prodotta dall’industrializzazione del capitalismo molecolare, il conflitto che nasce dall’incapsulamento dell’etnia nella classe prodotto dal capitale nella logistica, sono forse segnali di uno scongelamento in atto. Non so se questo porterà a ricomporre e in che direzione. Quello che paiono emergere sono segnali per quanto ancora deboli: forse segnali da assumere e su cui ragionare.