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Per Toni, che ci ha insegnato a cercare l’aurora dentro l’imbrunire



Toni Negri durante un convegno di Potere Operaio
Toni Negri durante un convegno di Potere Operaio

Un ricordo di Toni Negri scritto da Gigi Roggero.


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Sì, io temo – che processioni e mausolei, – con la regola fissa dell’ammirazione, – offuschino d’aciduli incensi – la semplicità di Lenin; io temo, – come si teme per la pupilla degli occhi, – ch’egli venga falsato – dalle soavi bellezze dell’ideale

 

Vladimir Majakovskij, Vladimir Ilic Lenin (1924)

 

 

Era l’alba del nuovo millennio. Il millennio che si apre con la globalizzazione sulla bocca e la crisi nel grembo. Il millennio inaugurato, nel novembre del 1999, dalla manifestazione di Seattle: è un nuovo ciclo di movimento globale a inquietare i sonni di chi pensava di aver vinto definitivamente la lotta di classe e chiuso i conti con la storia, altro che millennium bug. In quello snodo, Toni Negri insieme a Michael Hardt formula l’ipotesi del formarsi dell’impero: non più l’imperialismo degli Stati-nazione, ma un nuovo ordine mondiale senza centro, in cui si mescolano poteri democratici, monarchici e aristocratici. E ipotizzano, innanzitutto, il formarsi del soggetto che a quell’ordine resiste e si contrappone, la moltitudine che sembra riempire le piazze del movimento no global.

«Allora, che cosa farà adesso professor Negri, tornerà a fare la rivoluzione?». A parlare con malcelato rancore era un giornalista di sinistra, conduttore di una trasmissione a cui Toni era stato invitato, in un periodo in cui stava finendo di scontare la semi-libertà. Dall’altra parte si alza quella risata, famosa e indimenticabile per chiunque abbia avuto il piacere o il timore di ascoltarla. «Ma la sto già facendo». Fine della trasmissione.

Ecco, questo è Toni. L’incarnazione, una delle più straordinarie del secondo dopoguerra, del desiderio di rivoluzione. Diciamo di più, e poi chiariamo subito: Toni era una figura ossessionata. Parliamo di ossessione non nei termini del giudizio valoriale o della sentenza patologica, come vorrebbe l’industria della cura. Ne parliamo in termini sintomatici: l’ossessione come sintomo del desiderio. Lo aveva colto l’occhio conservatore di Solženicyn in un romanzo poco conosciuto e, forse proprio per questo, di grande importanza: Lenin a Zurigo immagina un dirigente bolscevico che non pensa ad altro, pronto a tutto pur di tornare a Pietrogrado. Perché è là che un rivoluzionario dev’essere, perché là c’è una tendenza possibile, di minoranza, il cui sviluppo dipende dalle forze soggettive. Virtù e fortuna, diceva Machiavelli. E un bel po’ di culo, aggiungeva Mario Dalmaviva. Ecco, la verità è questa: un rivoluzionario è una figura ossessionata, ed è ossessionata perché è guidato dalla potenza del desiderio. Insomma, non c’è rivoluzionario senza desiderio di rivoluzione. Questa è la prima lezione che impariamo da Lenin, da Toni e da tutti coloro che non si limitano a non accettare lo stato di cose presente, ma si mettono interamente in gioco per mandarlo gambe all’aria.

La rivoluzione, ci ha spiegato il nostro maestro, non come evento salvifico, catartico o palingenetico. La rivoluzione come forma di vita. Non sono solo belle frasi, si tratta di dura e faticosa realtà. Una forma di vita contraddittoria e problematica, sempre inquieta e mai tranquilla. Ce l’ha raccontata Anna nel suo bellissimo lessico famigliare che porta il titolo, altrettanto stupendo, di Con un piede impigliato nella Storia. Sempre per parafrasare una nota considerazione, chi attende un rivoluzionario puro e senza contraddizioni non lo vedrà mai, e si condanna a non capire che cosa significhi la rivoluzione come forma di vita.

Del resto, c’è un aspetto nella sua biografia che viene troppo poco ricordato: a poco più di trent’anni Toni era il più giovane professore ordinario italiano, della prestigiosa cattedra di Dottrina dello Stato all’Università di Padova. Avrebbe potuto avere una serena e soddisfacente vita da grande intellettuale, stimato e riconosciuto da tutti. O magari poteva essere un intellettuale impegnato, mantenendo separata l’opinione e l’azione. O ancora, poteva essere un intellettuale organico, obbediente alle indiscutibili esigenze di un partito-feticcio. E perché no, poteva essere un intellettuale attivista, forma omeopatica della militanza senza rischi diffusasi nei decenni successivi, scelta da docenti che prendono posizione su tutte le ingiustizie del mondo purché siano lontane dalla propria area di sicurezza accademica. Invece no, non era questa la sua forma di vita. Ha scommesso sul desiderio. Ha scommesso tutto quello che aveva e che avrebbe potuto avere. E nel mondo feudale dell’università, abitata da tromboneschi baroni e servi pusillanimi, è questo che non gli hanno mai perdonato. Decretando per il mezzo secolo successivo la messa al bando dell'intelligenza dall’accademia. Questo bando è la prosecuzione del 7 aprile con altri mezzi, e qualche volta con gli stessi.

Non ripercorriamo qui ciò che Toni ha fatto, sarebbe un compito presuntuoso e peraltro, in questa sede, piuttosto inutile. Quello che potremmo dire in poche righe, infatti, chi legge questo testo già lo sa. Né vogliamo disegnare un’icona senza macchie e chiaroscuri, lasciamo volentieri questa gratificazione ai numerosi adulatori di professione, che ieri come oggi certo non mancano. Il suo problema, dal nostro punto di vista, non è che abbia visto ciò che non c’era, come gli è stato tante volte imputato dagli stolti – o filistei, si sarebbe detto un tempo. Il problema è che spesso ha visto ciò che non ci poteva essere. O, per dirla con termini familiari a chi viene dalla tradizione dell’operaismo, ha scambiato la composizione tecnica per composizione immediatamente politica, o lo sviluppo del capitale per sviluppo del soggetto antagonista. Oppure, ha pensato che la brillantezza dell’intelligenza individuale potesse, in certi momenti, fare a meno della fatica dei processi collettivi. Tutto ciò fa parte di una discussione aperta: non su ciò che è stato, ma su ciò che può essere.

Il punto da sottolineare qui è però un altro: a guidare Toni, nei suoi limiti e non solo nelle sue ricchezze, è stato sempre, appunto, quel desiderio di rivoluzione, quell’esigenza di provare a forzare sempre in avanti. No, non tanto nell’entusiasmo delle fasi alte dei movimenti. Forzare, innanzitutto, nelle fasi di riflusso, di sconfitta, di frammentazione. Così è stato negli anni Ottanta e Novanta, in piena controrivoluzione capitalistica. Altrove è giusto dibattere la sostanza di quelle forzature. Qui diciamo solo che, dentro l’oscurità, hanno avuto la forza di puntare sulla luce, di combattere rassegnazione e ripiegamenti depressivi, di tentare di rovesciare la prospettiva. Facendolo, sempre, con un pensiero divisivo. Già, divisivo, utilizziamo appositamente l’espressione che oggi tanto orrore suscita tra i sinistri democratici. Perché il pensiero politico è sempre divisivo, cioè divide una parte dall’altra, l’amico dal nemico. Quando tutti parlano bene di qualcuno, significa che quel qualcuno non ha la capacità di esprimere un pensiero politico, oppure di esprimere un pensiero. Perché quel «tutti» è un’astrazione dell’universalismo moderno, cioè capitalistico. E se oggi Toni riesce ancora a dividere, vuol dire che ha fatto tutto ciò che un rivoluzionario deve fare.

Chi lo ha conosciuto oltre che letto e studiato, sa che era alieno da qualsiasi nostalgia, passione triste per cui provava una naturale ripulsa, anche a costo di flirtare con il progresso capitalistico. Proprio questa attitudine, mossa da un’insaziabile curiosità, lo rendeva particolarmente attento ai giovani. Si confrontava alla pari, non per una malintesa umiltà (che brutta parola), ma perché sapeva che quella tra «maestro» e «allievo» è sempre una relazione maieutica, in cui i ruoli di chi insegna e chi impara si scambiano continuamente, nutrendosi vicendevolmente. In questa relazione non dava mai nulla per scontato: come le grandi figure della nostra patristica operaista (Mario, Romano e tutti gli altri) ti costringeva continuamente a pensare autonomamente, a non ripetere il già noto, a costo di toglierti a ogni passo il terreno da sotto i piedi. Così, in quel nietzscheano elogio dell’assenza di memoria c’era non una rimozione del passato, bensì una continua riapertura rivoluzionaria della storia.

Insomma, caro Toni. In questo tempo di grigia mediocrità, in cui a farla da padroni sono i maestri cattivi, quanto avremmo bisogno di una nuova generazione di cattivi maestri. Di quelli che insegnano a cercare, sempre, l’aurora dentro l’imbrunire.


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Gigi Roggero è il direttore editoriale di DeriveApprodi. Pubblicista militante e curatore, per Machina, della sezione freccia tenda cammello. Ha pubblicato con DeriveApprodi: Elogio della militanza (2016), Il treno contro la Storia (2017), L’operaismo politico italiano. Genealogia, storia e metodo (2019), Per una critica della libertà. Frammenti di pensiero forte (2023); è inoltre co-autore di: Futuro anteriore e Gli operaisti (2002 e 2005).

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