Radicalismo religioso e rivolta sociale nell’Africa del IV e V Secolo


Christofer Wood, Senza titolo, 2020


Del Donatismo africano colpiscono subito, anche a un approccio appena critico, intanto la durata nel tempo, che dalla Grande Persecuzione e i suoi esiti, che lo vedono nascere come scisma ed eresia, si spinge anche sino alla conquista araba del Nord Africa e alla sua islamizzazione. Altrettanto notabile l’estensione e il radicamento del fenomeno: nel 330, fonti della burocrazia imperiale attestano l’esistenza di circa 270 vescovi donatisti, corrispondenti a quasi altrettante comunità di fedeli. Nel 393, a ottant’anni dal sorgere del movimento, Girolamo dà conto (De viribus illustris, capitolo 93) della portata «dell’inganno donatista» laddove è costretto ad affermare che il Donatismo ha conquistato «… Numidia tota et magna pars Africae…» e che di Donato il Grande da Casae Nigrae, da cui lo scisma ha preso il nome, «…extant … multa ad suam haeresim pertinentia…»: sono cioè ancora di attualità, come diremmo noi liberamente, molti dei temi e delle tesi che caratterizzano la sua eresia. Nominato vescovo di Ippona nel 396, Agostino deve scoprire che nella sua città la comunità donatista è più numerosa e radicata di quella cattolica. Alla Collatio di Cartagine del 411, nella quale il Cattolicesimo si appresta a prevalere almeno in via ufficiale sul movimento rivale, sono presenti di contro a un pari numero di cattolici, 280 vescovi donatisti; e il Donatismo, dunque, sa essere ancora, a cent’anni dal suo apparire, non conventicola minoritaria, ma ecclesia capace di raccogliere e rappresentare una nazione o un populus. Valgono inoltre come sostanziali ragioni di interesse storico i complessi intrecci, dottrinali ma anche e principalmente politici e istituzionali che provocano, accompagnano e giustificano lo scontro tra la chiesa di Roma e il cristianesimo della Numidia e di Cartagine: la prima che già fonda la sua legittimità sulla stretta subordinazione che da subito, dal rescritto costantiniano del 313, deve mostrare nei confronti del potere imperiale; il secondo che da uno scontro disciplinare sa ricavare spunti ecclesiologici e poi dottrinali che si fanno subito motivi di rivendicazione sociale e politica e di rivolta «nazionale».

Il Donatismo può essere dunque ritenuto un passaggio critico centrale nel complesso della formazione del cristianesimo occidentale. Come tale la sua storia andrebbe ogni volta ripercorsa e rivisitata. Ciò anche se per le sue scelte comunitarie e dogmatiche l’ortodossia gli assegna oggi il ruolo laterale, appunto, di eresia e di scisma. Da ultimo, mostrano di essere per qualche verso ancora attuali e motivo di riflessione contemporanea alcuni tra i temi e le tesi teologiche e dottrinali, non secondarie a nostro giudizio, che il Donatismo come «eresia» può vantare. Sostiene Peter Brown, il grande narratore del Tardo Antico, che il Donatismo «[…] ha fatto sì che la storia dell’Africa settentrionale nel IV e nel V secolo debba essere considerata come uno dei periodi più drammatici della storia antica».

Della trama di questo dramma proviamo qui a ripercorrere i passaggi e i momenti salienti.

Non licita: religio christiana e impero tra tolleranza e persecuzioni

Il Donatismo nasce come complessa conseguenza degli editti anticristiani del 250 e del 257 di Decio e Valeriano; e di quell’editto di Nicomedia del febbraio del 303 a opera di Diocleziano e Galerio che dà il via alla Grande Persecuzione. Quei ripetuti provvedimenti legislativi, cioè, che per un buon sessantennio intendono colpire in via definitiva la comunità cristiana in quanto tale; e a eliminarne la presenza dalla società e dall’assetto politico e istituzionale dell’Impero.

Tutti gli storici della tarda antichità sono oggi concordi nell’affermare che il dato più significativo della storia del Cristianesimo antico sia stato rappresentato dalla sua capacità di crescita e di espansione.

Si ritiene generalmente che alla fine del I secolo i cristiani fossero all’incirca 10 mila: una porzione infinitesimale di una popolazione di 60 milioni circa di individui. Cento anni dopo, le stime parlano di 200 mila fedeli. Intorno al 250, si parla già di un milione di credenti, mentre agli inizi del 300, i cristiani erano arrivati a circa 6 milioni, il 10 per cento di tutta la popolazione dell’Impero. La cosa comunque sorprendente

è che tale crescita «miracolosa» fosse generalmente avvenuta in netto contrasto con quella visione di un impero universale che da Traiano in poi aveva raggiunto l’apice nella Constitutio Antoniniana del 212. Visione che nel concedere diritti richiedeva comunque lealtà, obbedienza e impegno da parte dei propri cittadini, e che non poteva accettare alcuna forma di estraneità nei propri confronti. Prima ancora che si creassero veri motivi di contrasto, come per esempio la poca propensione a prestare il servizio militare, i cristiani non erano mai e comunque ritenuti bravi cittadini, e non godevano di buona fama o considerazione. Il cristianesimo innanzitutto non era mai stato religio licita, ma solo secta nova, senza alcuna radice etnica o ascendenza storica: ciò al contrario degli ebrei, che pur spesso osteggiati perché considerati inclini alle ribellioni, avevano ottenuto comunque il riconoscimento del fiscus iudaicus. O di altri culti stranieri (Iside, Cibele, Mitra) che avevano trovato largo spazio nella religiosità pubblica e privata dell’Impero. I cristiani erano ritenuti una congrega exitialis et detestabilis di odiatores (… liberamente da Tacito!) caratterizzata da un kerygma messianico (…la Parusia e l’Avvento del Regno!) esclusivo ed escludente soprattutto di ogni altro culto «pubblico»: fonte, dunque, di pericoloso «ateismo» spregiatore del valore collettivo e sociale delle religioni di stato. Soprattutto di quella ritualità tutta politica dell’auspicio sacrificale alla salus e al numen dell’Imperatore. In più, i cristiani praticavano riti soprattutto privati e non accessibili ai profani: tali cioè da suscitare maldicenze, sospetti, oscuri timori. «Alessameno adora il suo dio »: il famoso graffito del Paedagogium del Palatino mostra un giovane paggio, sospettato di essere cristino, che adora un crocefisso con corpo d’uomo e testa d’asino. Uno scherno certo pesante: ma lieve come accusa, rispetto a quelle di sfrenatezza sessuale, di incestuosità, di cannibalismo infantile più volte lanciate da autori come Celso, Flegone di Tralle, Crescente, Apuleio, Elio Aristide, Frontone, Luciano.

Il conflitto tra i cristiani e lo stato e le istituzioni imperiali, o meglio, con la maggioranza «pagana» della società romana, rimaneva, spesso anche per lunghi periodi, a covare sotto la cenere della pax civilis ma non mancava a tratti di tornare a infiammarsi. Gli abrégée che in passato descrivevano l’Impero dalla seconda metà del I secolo alla metà del III secolo, ci riferivano sempre che ci furono almeno sei diversi momenti di forte persecuzione anticristiana, a opera di Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo e Massimino il Trace. Una visione più documentata di questi avvenimenti porta già da tempo alla conclusione che più che di provvedimenti generalizzati, si trattasse spesso di pratiche episodiche, spesso generate da particolarità e da circostanze locali. E rispetto alla quale non esistevano linee certe e definitive di comportamento giuridico e giudiziario, come il celeberrimo scambio di pareri tra Plinio il Giovane e Traiano (siamo nel 110) sicuramente certifica. Certo è comunque che un buon numero di questi procedimenti si concludeva con condanne a morte ed esecuzioni, in linea comunque da quanto statuito dal diritto e dalla prassi giudiziaria dell’epoca. Sembra legittimo, o perlomeno assolutamente comprensibile, che accanto a paradigmi più propriamente teologici e spirituali, peraltro spesso ancora incerti o in via di migliore definizione; accanto alla dogmatica, alla sacramentalità, alla morale, ai propri orizzonti d’attesa, i cristiani avessero comunque voluto costruire su elementi come questi, labili e leggendari talvolta, ma comunque fondanti in termini di esperienza di fede, la loro storia «altra», la loro memoria condivisa e la loro agiografia. Nella quale la Testimonianza avvicinava non solo il singolo μάρτυς ma l’intera comunità dei credenti alla salvezza e alla gloria celeste. Da qui, l’importanza di mettere la celebrazione «antagonista» del «martirio» al centro dei riti e della vita comunitaria. Dovrebbe comunque essere abbastanza evidente che un profilo identitario di questo tipo, certamente carico di orgoglioso spirito di rivendicazione, potesse aver contribuito, in qualche modo, ad accentuare vieppiù il contrasto nei confronti della cultura e della società «ufficiale» del suo tempo. Identità che come riflesso interno, oltretutto, non poteva non generare a ogni passo quelle incertezze, quei dubbi, quelle diatribe, quelle polemiche, quelle rotture che hanno sempre accompagnato e accompagnano, troppo spesso, le visioni complessive e totalizzanti della vita e dei propri destini.

Da Decio a Diocleziano, sessanta anni di politiche anticristiane

Le politiche anticristiane di Decio, Valeriano e Aureliano sono le prime ad avere origine centrale e carattere interamente statale: sono proclamate cioè da espliciti rescritti ed editti imperiali e sono rivolte all’intera società, e non a sole parti di essa. Esse poggiano (quella di Decio con particolari accenti) sulla necessità di riportare il potere centrale a quella tradizione di romanità in cui la pietas dell’individuo si deve trasformare in religio, cioè in obbligazione collettiva all’osservanza di quei riti che possano garantire allo Stato la pax deorum. Leggi e procedure richiedono perciò a tutti i cittadini romani di sacrificare agli dei della tradizione statale; ciò in cambio di un libellus, una sorta di certificato attestante l'espletamento del sacrificio.

Sulle comunità cristiane, le persecuzioni hanno un effetto in gran parte sorprendente e inaspettato. Esse si sono ormai ingrandite sino a raccogliere individui e persone di ogni genere, e il numero ha dunque in qualche modo prevalso su comportamenti elitari e «settari» più caratteristici. Numerosi sono ancora coloro che scelgono di resistere eroicamente nella propria fede anche a costo della vita. Altri però scelgono comportamenti più accorti e meno esposti, come la fuga o la clandestinità: tra essi, uno dei più autorevoli ecclesiastici, scrittori e polemisti del suo tempo, Tascio Cecilio Cipriano vescovo di Cartagine. Altri ancora invece tentano la via della dissimulazione e del travisamento e si servono di sotterfugi come l’acquisto di libelli veri o falsi comprovanti l’adempimento dell’obbligo. E non pochi sono infine coloro che per viltà o convenienza e opportunismo decidono di ottemperare alle imposizioni imperiali e compiono quei gesti di apostasia che li riportano nella legalità e nei pieni diritti di cittadinanza. Al cessare della persecuzione, perciò, le comunità cristiane si trovano a dover affrontare su scala sempre più larga il problema di questi lapsi, di questi «caduti». Molti dei quali ora chiedono di rientrare nella Chiesa: non solo semplici fedeli ma, cosa ben più complessa, anziani e presbiteri, se non addirittura vescovi. La vicenda provoca notevole scompiglio e divisioni. Una tradizione e un atteggiamento di ultrarigorismo che proviene da Tertulliano, trova nuova spinta e nuove motivazioni da parte di Novaziano, prelato della chiesa di Roma, e di alcuni suoi seguaci cartaginesi. Per i quali l’apostasia e il cedimento sono scelte senza ritorno, e che escludono dalla comunità dei credenti. Tesi più concilianti, di cui si fa sia pur non chiarissimo interprete Cipriano, non si oppongo a che i lapsi, sia pure dopo un periodo di penitenza, e solo attraverso uno specifico provvedimento vescovile, vengano riammessi nella Chiesa.

Il tema dei lapsi rimane comunque aperto e non risolto. Viene da osservare, a lato, che tutto l’operato di Cipriano, non sarà mai considerato troppo lineare dai suoi contemporanei: molte polemiche susciterà anni dopo, a fare un altro esempio, la pratica del secondo battesimo che adotterà per riammettere tra i cattolici cristiani che provengono da comunità scismatiche o eretiche. Pratica che l’ortodossia romana ha sempre condannato e che continuerà a condannare. In ogni caso, la vicenda, soprattutto a Cartagine e in Nord Africa, non si placa nemmeno quando un rescritto di Gallieno del 260 garantisce ai cristiani quaranta anni di tolleranza e di pace. Lo scoppio della Grande Persecuzione getta nuovamente nel pericolo e nel caos tutte le comunità cristiane nei territori imperiali. Con l’Editto di Nicomedia del febbraio 303, Diocleziano, Massimiano e Galerio mettono in atto una serie di provvedimenti sempre più duri. Tra essi, la distruzione dei luoghi di culto e dei libri sacri; la decadenza dalle cariche pubbliche e la privazione del diritto di difesa alla prima accusa o anche solo al primo sorgere di un sospetto; l’applicazione estensiva del crimen maiestatis che prevede in ogni caso la tortura; la perdita di ogni privilegio di classe agli appartenenti al Senato o agli ordini equestri; l’impossibilità di affrancamento per gli schiavi. Oltre naturalmente alla prigione e alla pena capitale. Tra i Tetrarchi, il solo Costanzo Cloro tenta la strada della moderazione e si spinge sino a disattendere, nelle Gallie e nella Britannia a lui soggette, la lettera e lo spirito della legge. Che cosa spinge Diocleziano a una tale politica? I motivi salienti sembrano essere quelli dei suoi immediati predecessori, spinti però oltre un limite sinora mai raggiunto. La persecuzione deve riportare i cristiani, che appaiono sempre di più come un «altro popolo», e che talvolta si comportano come tale, nell’ambito della tradizione religiosa e dunque politica, della res publica e dello stato. È in atto la grande riforma dell’Impero: concepita soprattutto per garantire continuità e maggior forza a un potere ricostruito sui motivi e gli stigmi di più lungo momento della «romanità». Tale motivo fortemente ideologico, trova chiari simboli in una serie di atti come quello compiuto nel 289, quando Diocleziano prende il titolo di «familiare di Giove» (Iovius) e dà a Massimiano quello di «familiare di Ercole» (Herculius). I cristiani non possono osteggiare questo processo, pena il loro annientamento. Così come non possono farlo altri gruppi religiosi eterodossi, come i manichei, egualmente colpiti da analoghi provvedimenti – varrebbe la pena di studiare in altra sede, questi parallelismi spesso ignorati dalle sintesi storiche.

La persecuzione è lunghissima (quasi 10 anni). La sua fine, anche se ancora parziale, arrivata nel 311 con la lettera imperiale di Serdica, scritta da Galerio poco prima della sua morte, trova l’ecumene cristiano profondamente provato ma soprattutto diviso. Con fratture e lacerazioni interne che il rescritto costantiniano di Milano permetterà di far emergere alla luce del sole, e che nel diventare questioni pubbliche tenderanno a inasprirsi e a farsi inconciliabili.

Martiri, confessori, traditores

Martiri e confessori (coloro che a stento sopravvivono alle torture e al carcere) sono stati in buon numero. Altrettanto numerosi sono però coloro che sono caduti nell’abiura e nell’apostasia. Il confronto con la drammatica immediatezza del carcere, della tortura, della morte, ha confuso e terrorizzato molti, troppi fedeli. Ma, ciò che è molto peggio, molti diaconi, presbiteri, vescovi di tante, troppe comunità: i turificati, i libellari, i sacrificati. Soprattutto i traditores. Che in segno di sottomissione si sono risolti a consegnare (tradere) i libri sacri in loro possesso. Come e con chi ricostruire, ridare senso alla Comunità

dei Credenti? In Nord Africa, soprattutto in Numidia e a Cartagine, il cristianesimo, meglio non dimenticarlo, ha fatto sua una buona parte della popolazione proponendosi come religione forte e aggressiva.

Fin dal suo primo diffondersi è sempre stato caratterizzato da una dinamicità e una vivacità intellettuale, e dunque anche da una fortissima disposizione alla disputa e alla conflittualità «ideologica», con pochi altri paragoni in tutto l’Impero: vale da dire qui, un po’ alla rinfusa, che sono di origine africana, nel tempo, personaggi come Origene, Lattanzio, Tertulliano, Mario Vittorino, Pacomio, Didimo il Cieco, Atanasio e Cirillo, oltre ovviamente ai «nostri» Cipriano, Ticonio e Agostino, come presto vedremo. È di origine e di formazione culturale alessandrina Ario, il più grande «eretico» del Cristianesimo antico.

La polemica, perciò, anzi lo scontro tra i «catari», i puri, i seguaci di una pars che non è scesa a compromessi e tra i seguaci di Roma, esplode nell’immediato, innescata innanzitutto dalla morte di Mensurio, vescovo di Cartagine, che già era stato accusato di pusillanimità e di viltà da due esponenti del clero rigorista, Secondo di Tigisi e il giovane Donato da Casae Nigrae; e che in passato aveva preso troppo sprezzante posizione non solo contro la ricerca disperata del martirio, spesso anche autoinflitto, da parte di alcuni fedeli, ma anche nei confronti di un più lineare culto dei martiri. E prende pieno corpo dall’elezione a suo successore del diacono Ceciliano, ritenuto da molti un personaggio ambiguo, egoista e poco affidabile, che non si è preso cura dei suoi confratelli in carcere, ha anzi impedito ad altri di svolgere un ruolo caritatevole e assistenziale nei confronti dei martiri e dei confessori. E che probabilmente è stato anche un traditor che ha consegnato agli inquisitori, ottenendone l’immunità, libri e oggetti sacri della chiesa di Cartagine. Elezione resa ancora più insultante dal fatto che è stata effettuata prima ancora che tutti i vescovi convocati siano giunti a Cartagine; e da ultimo, coronata da un rito di consacrazione affidato a Felice, vescovo d’Abthugnos, che traditor è sicuramente stato. I primi a reagire sono due diaconi, Botro e Celestio, candidati sconfitti; a cui si uniranno subito gli amministratori della comunità che dovrebbero consegnare a Ceciliano i fondi della chiesa; e la potente vedova Lucilla, che ha un forte ascendente su tutti i fedeli della città, da qualche tempo in disaccordo con Ceciliano. Fonti cattoliche raccolte da Ottato di Milevi, della cui opera tratteremo più avanti, metteranno futili motivi alla base di queste reazioni, e cercheranno da subito di screditare le tesi anticeciliane. Ma è Donato che si impegna in una esplicita «guerra di teatro» che permette a 70 vescovi dissidenti di dichiarare non valida, in un conciliabolo subito convocato, l'elezione di Ceciliano; e di eleggere un protetto di Lucilla, Maggiorino, subito consacrato. Ceciliano ovviamente non accetta un tale verdetto e dichiara scismatica quella che ormai si prende a chiamare Pars Donati. Lo scontro è subito durissimo. La controversia diventa subito tumulto e conflitto a cui partecipano folle di fedeli e di fedelissimi di entrambe le partes, con accuse reciproche di violenze, di saccheggi, di gesti sacrileghi. Tutti sanno che la posta in gioco non è solo religiosa, ma anche e profondamente politica e istituzionale. Il vescovo di Cartagine non è soltanto il primate dell’Africa proconsolare, ma anche quello delle altre province senatorie e pretorie del Nord Africa, comprese la Numidia, l'Africa Bizacena, la Tripolitana e le due Mauritanie.

Una giurisdizione di tale portata è tale da essere decisiva nel concedere, o nel negare, appoggio a Roma e alla sua Chiesa. Ma anche nell’approvare o no, le scelte politico-religiose dello stesso imperatore e ad assicurare a Costatino, per esempio, favore e consenso largamente «popolari».

Costantino, Roma, Cartagine

È fatale perciò, visti i tempi e le circostanze, soprattutto quelle che vedono Costantino farsi non solo promotore della legalità del Cristianesimo, ma anche giudice e arbitro delle numerose controversie che lo animano, che la questione «donatista» non possa rimanere confinata in Africa e debba subito rimbalzare a Roma e diventare di immediata competenza imperiale. Il primo gesto dell’imperatore, che ancora non conosce bene i termini della questione, consiste nel far restituire dal suo proconsole a Cartagine, Anullino, tutti i beni sequestrati o sottratti alle comunità cristiane durante la persecuzione. Esenta poi gli ecclesiastici dalle funzioni civili. Specificando però che entrambi i provvedimenti valgono per i membri «della Chiesa Cattolica presieduta da Ceciliano», da notare qui uno dei primi apparire del termine Cattolico. Manda in dono poi a Ceciliano la somma non indifferente di 3000 folles. Garantisce ai cattolici, in caso di aggressioni o di tumulti di parte avversa, la protezione della guarnigione militare.

I donatisti però non si fanno cogliere da troppa sorpresa e a loro modo partono al contrattacco. Accompagnati da una folta folla di fedeli, tre delegati donatisti consegnano allo stesso proconsole una petizione volta a ottenere un giudizio da parte della Chiesa romana. Richiedono però che tale giudizio sia formulato da vescovi provenienti dalla Gallia, dove per la scarsa o inesistente persecuzione non ci sono lapsi o traditores. Costantino non intende far sì che nel neonato cattolicesimo avvengano ulteriori scismi o si generino nuove eresie. D’accordo con il vescovo di Roma, il 32° Papa Milziade, promuove un sinodo in domo Faustae in Laterano a cui prendono parte vescovi gallici, italici e africani.

È il 2 ottobre del 313: dopo un giorno e mezzo di serrato dibattito l’assemblea si pronuncia in favore di Ceciliano. I Donatisti tornano in Africa sconfitti, ma non demordono. Sempre più autonome da Roma e sempre più in contrasto con i cattolici di Ceciliano, le comunità scismatiche continuano a fare proselitismo e a rafforzare la loro presenza nella cristianità nord africana. Nel 314, ancora su pressione di Donato e dei suoi, Costantino decide di riesaminare la questione e convoca un più formale concilio ad Arles. Vi prendono parte i rappresentanti di 44 Chiese occidentali, provenienti dell'Italia, della Gallia, della Britannia, della Hispania e dell'Africa romana. Anche questa volta, la condanna del Donatismo è senza appello. Due sono i canoni principali stabiliti: viene proibita la pratica nordafricana del secondo battesimo; e si stabilisce che la traditio di un ecclesiastico debba essere comprovata da inequivoci acta publica, e non da dicerie o testimonianze di parte. Ma anche in caso di colpevolezza, gli atti sacramentali da lui amministrati, battesimo in primo luogo, saranno ritenuti comunque validi. Forte di questo risultato, Costantino tenta ancora, personalmente, di piegare all’obbedienza Donato e i suoi. Cerca di trattenere a Roma i delegati nordafricani e di metterli a confronto diretto con Ceciliano, ma entrambe le partes di fatto si sottraggono a un tale impegno. Avvia una serie di indagini e di inchieste giudiziarie che facciano luce oggettiva sui vari accaduti, soprattutto sulla reale colpevolezza di Felice di Abthugnos, ma senza arrivare a risultati concreti. Tenta la strada di nominare due nuovi vescovi a capo delle due fazioni, ma la manovra non gli riesce. Insiste perché, di nuovo, Ceciliano e Donato si incontrino per risolvere le loro questioni, ma senza risultato. Finalmente, nel tentativo di risolvere una volta per tutte la questione, conferma ufficialmente Ceciliano vescovo di Cartagine e stabilisce che la sua sia la vera chiesa cristiana in Nord Africa. I Donatisti sono perciò considerati ufficialmente scismatici e messi fuori dalla legge. È il 316. Lo scontro tra le due comunità si fa ora sempre più forte e combattuto anche manu militari. Costantino ordina ai donatisti di rientrare nei ranghi della Chiesa «riconosciuta dalla legge», quella di Ceciliano; le comunità che non obbediscono subiscono la confisca, a favore del fisco imperiale, dei luoghi di culto da essi posseduti. Non mancano, in corso di eventi, episodi sanguinosi di ferimenti o di uccisioni. I Donatisti mettono questi loro martiri al centro di diffuse opere di agitazione e propaganda, come il Sermo de passione Donati et Advocati, tra i pochi testi autenticamente donatisti che ci siano rimasti. A dirigere le operazioni sono il comes Leonzio, il dux Ursacio e il tribuno Marcellino. Secondo le cronache, i tre commettono, pur di riuscire a vincere, ogni forma di misfatto: profanazione delle chiese, violenze su vergini consacrate, torture, esilio di vescovi, saccheggi.

Ma il donatismo non è facile da sconfiggere e non cede. Nel 321 Costantino dà però disposizione che venga sospesa ogni forma di repressione nei confronti della pars Donati. È probabile che tale decisione sia sostenuta dalla necessità di avere tutta l’Africa dalla sua parte nello scontro che si va delineando con Licinio e che l’Imperatore si senta ora maggiormente preoccupato dal diffondersi dell’Arianesimo, vicenda che su scala più vasta sta percorrendo tutto l’Impero, e che tra l’altro converte etnie e popolazioni delle province marginali e del limes, già potenzialmente ostili a Roma, e pronte a diventare pericolose per il Centro. Costantino non tornerà mai indietro formalmente da tale decisione, anche se spesso mostrerà di non aver mai accettato il Donatismo come altra legittima chiesa. In una lettera contro gli Ariani inviata ad Alessandro vescovo di Alessandria, nell’autunno del 324, ricorda anche l’ampiezza dello scisma donatista e parla di «arginare la malattia» diffusasi in Africa. Nel 330 scrive a undici vescovi cattolici che «[…] non c’è dubbio che l’eresia e lo scisma siano venuti dal diavolo che è il capo del male; perché non c’è alcun dubbio che tutto ciò che fanno gli eretici è realizzato per istigazione di colui che si è messo a capo dei loro sentimenti, dei loro spiriti e dei loro pensieri».

I rapporti tra le due comunità sono a Cartagine e in tutta l’Africa profondamente tesi e conflittuali, quando non sfociano in violenze reciproche e scontri armati. Costatino e suoi proconsoli non riusciranno mai a venire a capo della questione. Il ventennio che segue la fine della repressione conferma il radicamento del partito donatista, che continua a creare comunità in ogni villaggio; che nelle città contrappone cattedrale a cattedrale, altare ad altare, rito a rito, e che può arrivare a riunire, a scadenze periodiche, non meno di 280 vescovi. Ciò tanto più, quanto più tale affermazione prende a manifestarsi in forma di insorgenza sociale e a suo modo politica, con l’apparire delle prime bande di ribelli contadini che tra loro si definiscono Agonistici, Combattenti, che certo si muovono a partire da istanze economiche e «di classe», ma che mostrano, sia pure appena in nuce, di guardare a prime forme di localismo autonomistico, se non già di nazionalismo. L’ultimo intervento di Costantino nella crisi donatista viene datato al 336. L’Imperatore muore l’anno dopo.

Vale la pena a questo punto fermarsi per guardare più da vicino alla reale natura della contesa e ai suoi contenuti, piuttosto che al suo svolgersi come abbiamo sinora fatto.


Pars Ceciliani

È relativamente semplice identificare cosa sia, nel suo tempo soprattutto, cosa rappresenti e di quali valori sia portatrice la pars Ceciliani. Essa è interna a quel cattolicesimo romano e costantiniano che a Nicea, dove Ceciliano è presente, sta per trovare la sua teologia, i suoi dogmi, il suo Credo, i suoi principi organizzativi. Una Chiesa che si appresta a diventare parte integrante dello stato, uno strumento di cui si serve l’imperatore, in quanto suo capo. La Chiesa, le cui Istituzioni sono Divine, come sostiene Lattanzio, che è già, come Eusebio certifica, al centro della storia. E nella quale il primato del vescovo di Roma sta diventando definitivamente quel Papato pronto a raccogliere, di lì a qualche rapido secolo, il potere temporale. Una Chiesa nella quale non ci sono ancora Santi, ma solo credenti che vorrebbero diventarlo. Una Chiesa «dal doppio corpo», la chiesa degli eletti ma anche quella dei peccatori, sulla quale solo il Giudizio Finale potrà esercitare corretta giurisdizione e nella quale, per intanto, i «sacramenta per se esse sancta, non per nomine» (da Ottato). Quel cattolicesimo, insomma, nel quale «… i cattivi sono tollerati dai buoni, senza che i buoni siano inquinati dal contatto con i cattivi» e su cui si appresta a ergersi (o incombere?) la figura giganteggiante, appunto, di Agostino.

Pars Donati

Più difficile analizzare cosa sia realmente il Donatismo, non tanto come scisma, quanto e soprattutto come eresia. Ciò per un motivo non inconsueto, ma sempre e comunque fonte di problema. Degli scritti e della letteratura donatista del IV secolo non ci rimane praticamente nulla, se non quello che i polemisti e gli apologisti di parte cattolica ci riferiscono. Con tutti i fraintendimenti o le malevole distorsioni che di solito il de relato contiene e con l’ulteriore aggravante che le due principali fonti, Ottato di Milevi e Agostino, scrivono diversi decenni dopo il primo apparire del donatismo: il primo a circa sessant’anni dall’apparizione del fenomeno eretico, mentre il secondo compone le sue opere tra 394 e il 418, con un evidente anacronismo che lo spinge a misurarsi più con il donatismo del suo tempo che con quello dai caratteri originari. In ogni caso, per tornare a ciò che non abbiamo, le opere perdute di Donato sono note a Girolamo, che come abbiamo visto cita il suo libro sullo Spirito Santo. Altrettanto note e spesso commentate dovettero essere le opere di Parmeniano, il successore di Donato, di Petiliano di Costantina, di Gaudenzio di Thamugadi e, infine, del grammatico Cresconio, ma delle quali, ripetiamo, non abbiamo traccia diretta. Di Ticonio Afro, celebratissimo al suo tempo, è sopravvissuto il trattato De Septem regulis, che può essere considerato il primo trattato di ermeneutica biblica. Che però non viene più considerato di diretta ispirazione donatista e del quale Agostino intercetta e rielabora la teoria delle «due Chiese». Non ci è dato dunque di poter seguire per esteso e in via diretta, il nascere e il procedere di una vera e concreta teologia ed ecclesiologia donatista.

Storici e storia usano dunque, per descrivere le origini del Donatismo e la sua dottrina, alcune possibili clausole di sintesi. Ripercorriamo quelle più usate. Per i Donatisti la Chiesa, in primo luogo, può essere formata solo da credenti che sono nella piena grazia del Signore e che non si sono mai macchiati di alcun peccato. Non c’è confessione o penitenza che possa cancellare, per esempio, l’apostasia dei lapsi e dei traditores, e che permetta a tali individui di rientrare nella comunione dei credenti, in cui sarebbero fonte di infectio e contaminatio. La chiesa è dunque una comunità di eletti, il cui compito principale è quello di confermare in ogni modo, anche attraverso la più estrema delle Testimonianze, l’integrità della propria Fede. In secondo luogo, nessun sacramento, Battesimo ed Eucaristia soprattutto, celebrato o impartito da un membro del clero caduto nel peccato può essere considerato valido. Sembra poca materia, soprattutto se confrontata con riflessioni teologiche e dottrinali come quelle di Origene, di Giustino, di Clemente Alessandrino, tanto per fare i primi nomi. Ma che non manca di riferirsi direttamente ad alcuni temi o paradigmi di carattere più generale se non addirittura universale. Intanto la semplicità dogmatica poggia sul fatto che i principi su cui si basa sono comunque indiscutibili perchè non modificabili o irrinunciabili. Descritta così, la chiesa donatista sembra dal punto di vista della sua dottrina immobile e incapace di evolvere. Atteggiamento che però ha il risvolto del saper offrire ai suoi fedeli sempre certezze; e di lasciare poco spazio al dubbio. Il tema della validità del sacramento ex opere operantis rimane dal punto di vista strettamente teologico, per esempio, un tema incalzante nei confronti delle altre chiese, e sempre di grande respiro polemico.

Al di là delle contrapposte certezze ostentate, lo stesso Cattolicesimo continuerà a interrogarsi in tema per secoli, sino almeno alla scelta «tridentina» di stabilire che un sacramento vale ex opere operato, con una scelta «di sistema» che mette tutti al riparo, si potrebbe dire trivialmente. Non c’è dubbio comunque (venia se lo diciamo così ingenuamente) che il tema della riflessione su quale debba essere il rapporto tra etica e dogmatica, tra morale e ideologia, tra comportamenti soggettivi e progetti condivisi, possa essere comunque presente, magari traslato in un linguaggio più laico e dialettico, nei nostri valori collettivi, nei comuni orizzonti d’attesa, nelle nostre prospettive del bene comune, nei nostri progetti e proposte politiche.

Ma come dire, questo è un altro tipo di analisi o meglio, di atteggiamento critico, di cui qui possiamo solo fare vaghissimo accenno. Di altrettanto interesse generale rimane in ogni caso il tipo di rapporto proposto, a quanto si dice del Donatismo, tra sacro, individuo e comunità. Se la condivisione e l’accesso al Sacro attraverso la pratica comune del rito e della sacramentalità possono essere messe a rischio da qualsiasi forma di trasgressione anche da parte di un solo individuo, allora può essere vero che la fonte in cui il Sacro risiede non sia altrove, nella trascendenza, per esempio, ma risieda invece, anche o solo, nella condivisione di un valore comune, piuttosto che nel semplice suo riconoscimento, nel patto che lega credente a credente, individuo a individuo. E che non può e non deve essere trasgredito in alcun modo. Una tesi che pur non negandone l’essenza, colloca dunque il Sacro in una visione di più certo legame con l’uomo, ma soprattutto con le sue responsabilità e i suoi doveri. Una tesi che, anch’essa con una certa convinta ingenuità, può essere definita come ancora ricca di fascino e suggestione.


Il Donatismo dopo Costantino

Ma per tornare al corso degli eventi: Costante, figlio e successore di Costantino, non tarda a misurarsi con la necessità di far tornare la pace in Africa. Nel 347 due emissari imperiali, Paolo e Macario, tentano la via di corrompere con forti somme di denaro ecclesiastici o anche semplici fedeli donatisti. Donato, saldamente al comando della sua Chiesa, investe dapprima i due funzionari, diffidandoli a procedere oltre. Poi rivolge direttamente la sua ira nei confronti del potere centrale. La tradizione narra di una violenta invettiva che ha al centro una domanda tutta politica: «Che cosa ha a che fare l'imperatore con la Chiesa?». Da quel momento in poi, il donatismo tenderà a rescindere ogni legame, spesso già flebile, con le istituzioni imperiali e statali.

La missione imperiale si sposta in Numidia, suscitando però reazioni ancora più forti. A Bagai, scoppiano scontri armati che portano a morti da entrambe le parti. Tra i donatisti, due vescovi, Marcolo e Donato di Bagai. Il ricordo e il culto di questi nuovi «martiri», unito a quello di altri due uccisi in analoghe circostanze, porta a una nuova ondata di odio antimperiale e anticattolico. La mossa cattolica volta a contrastare questa contingenza è quella di convocare l’ennesimo conciliabolo, nel corso del quale viene anche approvata una risoluzione sia pure formale contro i passati traditores, ma dove vengono comunque condannati il suicidio religioso e la reiterazione del battesimo. Si va intanto aggravando nelle campagne la rivolta degli Agonistici, che i funzionari romani e in genere i cattolici prendono a chiamare con scherno circumcelliones, evocando in questo nome l’immagine di individui affamati capaci di aggirarsi come bestie intorno alle cellae, i granai delle tenute agricole. Da parte loro, i rivoltosi prendono anche a definirsi milites Cristi, rivendicando (Deo laudes!) a ogni loro passo e loro azione un legame sempre più stretto e ritualizzato con la chiesa scismatica. Quanto ciò possa essere stato vero e reale, andrebbe valutato ben al di qua delle sole fonti cattoliche e dunque avverse di cui anche in questo caso disponiamo. Sulla natura di tale insorgenza, comunque, possiamo con serenità ipotizzare che fosse composta in massima parte da fittavoli caduti in povertà e in cerca di una qualche forma di remissione del debito; lavoratori stagionali e braccianti, oltre a un certo numero di schiavi ribelli e fuggitivi. Le fonti dell’epoca danno in ogni molto risalto alle motivazioni religiose e ideali totalmente antagoniste e sovversive del movimento: anche quando esse ai nostri occhi appaiono solo come supposte tali. Dall’abbigliamento all’armamento, alle tattiche di combattimento, sino alle pratiche di autodistruzione come risorsa estrema: tutto in questi racconti porta a un parallelismo, spesso comunque più affermato che dimostrato, con l’eresia e lo scisma. Ciò, visto che spesso fonti più equanimi testimoniano che la gerarchia donatista delle città non appoggia mai esplicitamente il movimento e non lo incoraggia, spesso anche condannandolo, invece, per certi aspetti più che estremistici come l’automartirio e il suicidio rituale. L’insorgere del moto, comunque, e il suo generalizzarsi nel corso del regno di Costante non è che l’inizio di una vicenda che arriva nel suo essere endemica in tutta la regione almeno fino all’epoca di Agostino e di Onorio.

Il breve sogno di Giuliano

Ma per tornare al Donatismo: il successore di Costante è Flavio Claudio Giuliano. La crisi che con lui si apre, ad alta intensità pur se di breve durata, va comunque ricordata oltre lo stereotipo del tentativo di restaurare il Paganesimo antico: essendo la visione della religione e della religiosità di Giuliano intrisa di spiritualismo e di concezioni etiche e morali non dissimili da quelle del miglior Cristianesimo. La libertà di culto di cui i donatisti possono godere dura soltanto per il tempo di un breve sogno. Il ritorno alla realtà di Valentiniano I e di Valente è durissimo. Vengono incolpati di tutti gli eccessi di cui un vincitore si sa fare accusatore: gesti sacrileghi nei confronti dei cattolici, violenze, stupri, ruberie, ferimenti, omicidi. Ma stavolta la polemica non si ferma agli stereotipi di una semplice sia pur dura propaganda.

Ottato

Ottato, vescovo cattolico della città di Milevi, pubblica il primo trattato generale di confutazione della dottrina nord africana, della sua teologia e della sua ecclesiologia. L’Adversus donatistas (più probabilmente intitolato De catholicae ecclesiae unitate adversus Parmenianum schismaticum) è un’opera in sei volumi, redatta probabilmente in fasi successive tra il 364 e il 375, più un settimo volume apocrifo e un’appendice documentale di grandissimo valore. È rivolta a Parmeniano, successore di Donato e da tutti ritenuto personaggio di altrettanta grande cultura e di altrettanta levatura morale, e tocca tutti i grandi temi storici e dottrinali della controversia. Dalle origini dello scisma al riesame degli elementi dottrinali sui quali si fonda la Chiesa; dalle dinamiche della persecuzione del 347 alla definizione del peccatore; dal battesimo alle accuse ai donatisti per i loro atti sacrileghi; per giungere infine a un appello dell’unità dei cristiani che passi anche attraverso il perdono, una volta per tutte, nei confronti dei traditores. Nel toccare argomenti così larghi, Ottato riesce a creare una visione d’insieme strutturata e coerente dell’ortodossia cattolica, sostenuta da un linguaggio adeguato e di ricca terminologia. Sfidando Parmeniano sul terreno dell’esegesi scritturale, nella quale i Donatisti, come in tutte le dissidenze religiose, sembrano avere migliore pratica, riesce abilmente a usare tutto ciò che dell'Antico e del Nuovo Testamento ricorda la specifica situazione africana del IV secolo. Il suo approccio al Donatismo oscilla tra la serena comprensione e la condanna più estrema, in un gioco che non è solo tattico ma risente probabilmente della consapevolezza che sono di pari intensità le tensioni spirituali che animano le due partes rivali. Auspica infine che si possa tornare all’unità dei credenti e che lo scisma, che non è da lui considerato eretico, possa essere superato. Un atteggiamento irenico che sembra in parte influenzato dalle turbolenze politiche e militari che la regione subisce, oltre che dal perdurare delle rivolte contadine, a causa dei falliti tentativi politico-militari di Firmo e poi di suo fratello Gildone. L’opera di Ottato lascia grandi segni sulla Chiesa Cattolica, e probabilmente, ma qui si tratta di una sola supposizione, interviene anche in alcuni momenti di oggettiva crisi che il Donatismo attraversa, come l’uscita dalle sue file di un movimento ancora più rigorista e «settario», quello dei Massimianisti, e una certa caduta di tensione e di rigore morale in tutta la compagine. Certo è che non disponiamo di testi direttamente ma anche solo indirettamente donatisti che siano segni di reazione al vescovo di Milevi. Altrettanto certo è che dopo Ottato e la sua opera, la storiografia meno specialistica guarda al Donatismo solo come prossimo ad affrontare Agostino e ad andare dunque incontro alla propria fine.


Agostino

Una semplice ricognizione come questa in corso, non può formulare alcun esauriente giudizio sul ruolo avuto da Agostino contro il Donatismo e certificare che le sue opere abbiano davvero sconfitto definitivamente il movimento. Sarebbe indicativo in questo senso conoscere e poter valutare dati che non sembrano noti o apprezzati, come quelli relativi alla circolazione di certe sue opere e alla loro capacità reale di produrre «nel qui e nell’ora» del momento e della circostanza in cui sono state composte, opinione e convincimento. Possiamo comunque concordare sul fatto che nella cultura cattolica di più immediata visione (ma non solo in quella) il ruolo di Agostino sia sempre visto come centrale e che le sue opere brillino in ogni tempo, dal presente al passato, come gioielli di pensiero e di scrittura, carismaticamente atte a provocare in ogni caso primato e superiorità teologica, filosofica, culturale.

Agostino on a shoestring: il Psalmus contra partem Donati, più noto come «Salmo Abecedario», è la prima opera di Agostino contro il Donatismo che ci sia rimasta per intero e viene redatto tra la fine dello stesso anno e l’inizio del 394. Originalità vuole che si tratti di una composizione ritmata da declamarsi in pubblico, alla quale i presenti rispondono cantando un ritornello. Una composizione fatta cioè per suscitare una risposta corale, da parte di tutti i fedeli, anche quelli più umili e meno letterati, a un problema che è ancora di larga scala.

Da lì Agostino partirà per impegnarsi a fondo nella lotta contro lo scisma nordafricano: dopo quella appena citata, comporrà via via almeno altre dodici opere maggiori, accompagnate da un quasi pari numero di lettere ed epistole minori. Dalle quali comunque trasparirà quasi sempre rigore e forza polemica superiori a quelle impiegate in altre battaglie. Si sentirà quasi sempre obbligato, per esempio, a premettere anche e però vere e proprie «sinossi» storiche e tematiche della controversia in quanto tale: un atteggiamento quasi anacronistico, visto lo scarto temporale trascorso dal sorgere della questione, che darà comunque e ogni volta una sorta di riconoscimento ai «caratteri originali» della Pars Donati e del cristianesimo africano ribelle. Sia pure implicitamente, cioè, Agostino dovrà più volte ammettere che le questioni poste dal Donatismo fossero sin dal loro inizio fondanti e fondamentali. Leggiamone una per tutte, di queste sinossi, nella Lettera ai Cattolici sulla Setta dei Donatisti, redatta agli inizi del 400: «La questione che c'è tra noi è questa: dov'è la Chiesa? Presso di noi o presso di loro? Certo la Chiesa è una sola: ed è quella che i nostri antenati chiamarono ‘cattolica’, per dimostrare, perfino nel nome, che essa è dappertutto».

Va da sé che in termini dottrinali Agostino non farà altro che riprendere la dogmatica della tradizione romana riadattata e resa funzionale alla circostanza da Ottato. Grande spazio e ruolo avrà inoltre Agostino in tutti i sinodi e i concili africani che cercheranno di dirimere sia pure in extremis la controversia, dapprima; e di reprimerla, poi, da quello del 403 a quello voluto da Onorio del 411, e considerato dall’ortodossia romana come la Collatio, il confronto risolutivo, che permetterà appunto alla Chiesa Cattolica (per la precisione: tale denominazione non esiste ab aeterno ma appare come «ufficiale» solo a partire da alcuni rescritti costantiniani) di autoproclamarsi vincitrice della contesa, e di mettere in atto di forme di repressione politico-giudiziarie sempre più dure e persecutorie. Un concilio caratterizzato comunque da una presenza di massa del clero donatista, che invade l’aula, occupa tutti i sedili e costringere i vescovi cattolici a rimanere in piedi. Anche poi molti «eretici» si alzeranno a loro volta in segno di rispetto per i loro avversari. Vale la pena di annotare in ogni caso che Agostino, dopo un iniziale atteggiamento conciliante e di paterna disposizione a perdonare, accompagnerà puntualmente l’inasprirsi dei provvedimenti legislativi nei confronti dei donatisti con una serie di scritti che a partire dal 408 giustificheranno via via e più e più la «giusta persecuzione» della setta. L’affermazione che «non basta essere perseguitati per diventare martiri: è la causa giusta a far la differenza» è del 410 (Lettera 108). Ancora nel 417, Agostino invierà a Bonifacio, il comes di Cartagine e della Numidia, considerazioni di questo tenore: «Se vogliamo riconoscere e proclamare la verità, v’è una persecuzione ingiusta inflitta dagli empi alla Chiesa di Cristo e v’è una persecuzione giusta inflitta agli empi dalle Chiese di Cristo […] La Chiesa perseguita per amore, quelli per ferocia; questa per correggere, questi per distruggere…» (Lettera 185, La correzione dei Donatisti).

Opinioni dirette e vagamente sprezzanti, tanto più in quanto rivolte a un personaggio che, stando alle sue origini gotiche, è quasi certamente un Ariano. E più da appartenente a un solido establishment politico e istituzionale, che da teologo o da filosofo cristiano. L’ultima opera esplicitamente antidonatista di Agostino, Contra Gaudentium Donatistarum episcopum è di poco tempo posteriore. Nel 428, due anni prima della sua morte, Agostino potrà leggere il corposo editto di Teodosio II contro tutte le eresie, tra le quali è compreso ovviamente anche il Donatismo. Con tutta questa sua opera, Agostino conseguirà, non si sa quanto nolente, il primato di essere il primo esponente di altissimo rango del cattolicesimo, oltre che il primo tra gli scrittori e i filosofi del suo tempo, a invocare, promuovere e benedire la persecuzione di una dissidenza e di una minoranza religiosa. La discussione su un simile atteggiamento non è ovviamente di questa terra.


Fuori della storia

Après le déluge: che l’abbia voluto o no, Agostino rappresenta comunque il termine post quem sembra cessare ogni forma di interesse nel tardo antico, come nel presente, verso il Donatismo. Ciò anche se in realtà la sua sopravvivenza in Africa, accanto alla Chiesa Cattolica, come abbiamo detto in apertura, sembra arrivi almeno sino all’invasione vandalica, se non addirittura sino alla conquista dell’Islam: congettura moderna che nasce soprattutto da prospezioni e da ritrovamenti archeologici e che paradossalmente diventa una sorta di dilemma storico tanto di metodo quanto di merito nei confronti, appunto, delle «narrazioni» che guardano alle Opere piuttosto che ai Giorni, segnate dalle Grandi Idee piuttosto che dai piccoli pensieri e dai piccoli riti di una quotidianità «all’infinito», se non di «lungo periodo» almeno. Discussione che qui, comunque, non possiamo nemmeno ipotizzare. Di questa sopravvivenza lungo l’arco di 400 anni, il massimo storico contemporaneo del Donatismo, W.H.C. Frend, fornisce comunque una spiegazione che può essere letta (anche!) in chiave anticattolica e antiagostiniana: il Donatismo avrebbe dato alle popolazioni del Nord Africa, in gran parte berbere, un tipo di cristianesimo capace di adattarsi alle tradizioni e alle usanze culturali locali, preromane o non romane. Adattabilità che il cattolicesimo romano non avrebbe potuto e voluto garantire, se non attraverso forme di imposizione o di coercizione. Si può davvero aggiungere poco, a una conclusione come questa.

Bibliografia


Cipriano di Cartagine

Caecilius Thascius Cyprianus, Le lettere, Edizioni Paoline, Alba, 1979

Id., L’unità della chiesa; Il padre nostro, Città Nuova, Roma, 2007

Ottato di Milevi

Optatus Milevitanus, S. Optati Milevitani Libri VII recensuit et commentario critico indicibusque instruxit Carolus Ziwsa ; accedunt Decem monumenta vetera ad Donatistarum historiam pertinentia, in Corpus scriptorum ecclesiasticorum Latinorum26, F. Tempsky, Praga, Vienna; G. Freytag, Lipsia, 1893.

La vera Chiesa / Ottato di Milevi , a cura di Lorenzo Dattrino, Città Nuova, Roma, 1988

Paola Marone, L'esegesi biblica di Ottato di Milevi, Università La Sapienza, Roma, 2008.

Clementina Mazzucco, Ottato di Milevi in un secolo di studi: problemi e prospettive, Pàtron, Bologna, 1993.

Principali opere di Agostino d’Ippona contro il Donatismo

Psalmus contra Partem Donati o Psalmus Abecedarius (394)

Contra Epistolam Parmeniani libri tres (400-401)

De Baptismo contra Donatistas libri septem (400-401)

Contra Litteras Petiliani libri tres

Epistola ad Catholicos contra Donatistas, vulgo De unitate Ecclesiae liber unus (403)

Contra Cresconium grammaticum Donatistam libri quatuor (405-406)

De Unico Baptismo contra Petilianum (410)

Breviculus Collationis contra Donatistas (411)

Post Collationem ad Donatistas liber unus (412)

De correctione Donatistarum (417)

De Gestis cum Emerito Donatistarum episcopo liber unus (418)

Contra Gaudentium Donatistarum episcopum libri duo (421)

Su Agostino

Sant’Agostino. Tutte le opere (editio latina; versione italiana)

http://www.augustinus.it/

Henri-Irénée Marrou Sant’Agostino e la fine della cultura antica, Jaca Books Book, Milano, 1987.

Peter Brown, Agostino d’Ippona, Einaudi, Torino, 2013.

Id., Religione e società nell’età di Sant’Agostino, Einaudi, Torino, 1975.

Sul Donatismo

Paul Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne depuis les origines jusqu'à l'invasion arabe, vol. I – VII, E. Leroux, Paris, 1901-1923

È un’opera ancora fondamentale, che ha avuto il merito di ricostruire dalle fonti cattoliche i punti fondamentali del pensiero donatista

Le Dossier du Donatisme, 2 vols. I: Des origines à la mort de Constance II (303–361). II: De Julien l'Apostat à Saint Jean Damasceè (361–750). A cura di Jean-Louis Maier, Akademie-Verlag, Berlino, 1987.

Maureen A. Tilley, The Bible in Christian North Africa: The Donatist World, Fortress, Minneapolis, 1997

Alberto Pincherle, Il donatismo, Ricerche, Roma 1960.

Tommaso Caputo, Il processo a Ceciliano di Cartagine, Pontificia Università Lateranense, Roma, 1981.

Paola Marone, Le concordanze di Ticonio, Fabrizio Serra Editore, Pisa, e Roma, 2009.

Alessandro Rossi Muscae Moriturae Donatistae Circumvolant - La costruzione di identità «plurali» nel cristianesimo dell'Africa romana, Ledizioni, Milano, 2013.

http://books.openedition.org/ledizioni/149

Matteo Dalvit, Ecclesia martyrum. Analisi del corpus martirologico donatista. [Tesi di dottorato], 2013.

http://paduaresearch.cab.unipd.it/5322/

Giovanni Catapano, La giustificazione dei provvedimenti antidonatisti di Costantino nel primo libro del Contra epistulam Parmeniani di Agostino in Etica & Politica / XVI, 2014, 1, pp.472-486.

http://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/10468/1/CATAPANO.pdf

Nelle loro opere, dedicano pagine e osservazioni al Donatismo e alle controversie religiose nord africane del IV e del V secolo, scrittori e storici della tarda antichità e del primo Cristianesimo come A.H.M Jones, A. Momigliano, S. Mazzarino, R. Lane Fox, R. L. Wilken, A. Nock, A. Alföldi, A. Cameron, E. Horst.

«Donatism. Online Dynamic Bibliography»

In collaborazione con le cattedre di Storia del Cristianesimo e Storia delle Chiese della Facoltà di Scienze Umanistiche dell'Università La Sapienza di Roma. Questo repertorio bibliografico, aggiornato al 2018 contiene oltre 4000 voci relative alle fonti antiche e a pubblicazioni, studi e scritti sul Donatismo nord africano.

https://www.zotero.org/groups/301130/donatism?

Opere di W.H.C. Frend

William Hugh Clifford Frend, The Donatist Church. A Movement of Protest in Roman North Africa, Clarendon Press, Oxford, 1952.

Id., Martyrdom and Persecution in the Early Church. A Study of Conflict from the Maccabees to Donatus, Basil Blackwell, Oxford, 1965.

Id., The Rise of the Monophysite Movement, History of the Church in the Fifth and Sixth Centuries, Cambridge University Press, 1972.

Id., Religion, Popular And Unpopular In The Early Christian Centuries, Variorum Reprints, London, 1976.

Id., Town And Country In The Early Christian Centuries, Variorum Reprints, London, 1980.

Id., Saints & Sinners in the Early Church. Differing & Conflicting Traditions in the First Six Centuries, Michael Glazier Inc, Wilmington, 1985

Id., The Rise of Christianity, Darton Longmann and Todd, London,1984. ho trovato 1986

Id., Archaeology And History In The Study Of Early Christianity, Variorum Reprints, London, 1988.

Id., Early Church, Fortress Press, Philadelphia, 1992

Id., The Archaeology Of Early Christianity: A History, Chapman, London, 1996

Id., Orthodoxy, Paganism and Dissent in the Early Christian Centuries, Variorum, London, 2002.

Id., From Dogma to History: How Our Understanding of the Early Church Developed, SCM Press, London, 2003

Inoltre:

Storia della Chiesa cattolica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1989.

Storia del Cristianesimo, 4 voll, Laterza, Roma, 2001

Manfred Heim, Introduzione alla storia della chiesa, Einaudi, Torino, 2002

Hans Küng, Cristianesimo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1999

Storia del Cristianesimo, Borla, Città Nuova, Roma, 1997-2005

logo-machina-footer.png

© All Rights Reserved. Machina-DeriveApprodi by DeriveApprodi srl. Piazza Regina Margherita 27, 00198 Roma

Credits

Design&Identity: Andrea Wöhr

Product Design: Olworker