Osservazioni sul tatto attivo



Pubblichiamo la traduzione di un classico di Gibson, Osservazioni sul tatto attivo (titolo originale: Observations on active touch, «Psicological Review». 1962, 69, pp. 477-491, traduzione a cura di Marco Mazzeo) con una breve introduzione di Marco Mazzeo. Al testo di Gibson hanno collaborato Susan Stanley, Lewis Greenberg e James Caviness.

Immagine: Dave Mckean, Linee della vita, 2000


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James Gibson: le mani dell'uomo invisibile

Marco Mazzeo


Uno degli oscuri meriti del mondo Covid-19 consiste nell'aver esplicitato i diktat che riguardano una modalità percettiva umana fondamentale e, proprio per questo, dimenticata. L'interdizione tattile del museo («Vietato toccare») è oggi spalmata sulla gran parte delle attività quotidiane. Comune è l'impaccio circa il saluto di chi s'incontra al parco, tra parenti di solito lontani, fra amici che finalmente hanno modo di coltivare dal vivo il rapporto. Durante le prime battute della pandemia, l'annuncio di Joseph Fauci «non ci daremo mai più la mano» non ha rappresentato una semplice profezia sanitaria. Ha incarnato piuttosto il tentativo, coerente con la tradizione occidentale, di far fuori la politicità del senso tattile. Si esclami pure «viva il tatto!», quando la mano tocca l'acciaio per farne cemento armato; «ottimo questo senso!» se si tratta di maneggiare con cura dipinti da mostrare nella capitale europea; «indispensabile, certo!» per chi trasporta merci ai tempi del commercio digitale. Ci si affretti ad aggiungere «Male», anzi «Impossibile», se si tratta d'immaginare nuove forme del contatto sociale. Nel momento stesso in cui richiede che siano nuove istituzioni a organizzare il rapporto tra i corpi, il tatto diventa impraticabile. Di fronte a questa insidia, sembra ammissibile un colpo netto: il taglio delle mani ci impressiona se riguarda l'esotico mondo di popoli lontani; pare ovvio quando la legge del taglione è applicata alla nostra vita sensoriale. Fuori dal lavoro, è opportuno vivere senza arti superiori.

Quel che proponiamo in traduzione italiana è un piccolo classico di un'antropologia del tatto ancora da costruire. Il suo autore, James Gibson (1904-1979), è un esponente eretico del movimento di ricerca chiamato di solito «cognitivismo» o «scienze cognitive». Ai margini del paradigma durante gli ultimi decenni del Novecento, Gibson ha trovato fortuna postuma nel nuovo millennio giacché tassello indispensabile per conciliare una tradizione legata all'analogia tra mente e computer con la rivalutazione del ruolo giocato dal corpo nei processi conoscitivi (in gergo: «Embodied Cognition»).

L'articolo insiste nel riconoscere al tatto un carattere attivo. «Toccare» non è sinonimo di «subire». Le ricerche di Gibson aiutano a ricordare, piuttosto, che per gli umani «percepire» significa «fare». Il carattere pratico del tatto non consiste però in un’operatività performativa, quanto in un carattere strutturalmente esplorativo. Solo muovendo il corpo e i suoi arti è possibile conoscere agendo. È proprio sulla base di questa idea, un'azione conoscitiva, che è possibile riscoprire gli elementi di somiglianza tra gli acerrimi nemici della tradizione occidentale, gli occhi e le mani. Invece di pensare alla vista come specchio del mondo e alla pelle come lavagna del corpo, il cognitivista eretico propone un ambizioso rovesciamento. Non è il tatto ad esser come la vista (assorbimento passivo di stimoli), piuttosto è la vista ad esser simile al tatto giacché entrambe le modalità di senso vivono di movimento, ricerca, perlustrazione. Il modello passivo del tatto è la versione scientifica di un imperativo etico-politico: «vietato toccare», vale a dire «attendi che sia il mondo a far di te la sua linea tangente».

Osservazioni sul tatto attivo è un articolo dal ritmo, non sarà difficile constatarlo, discontinuo. La presentazione di dati sperimentali inediti e ipotesi teoriche di ordine generale è punteggiata da un faticoso lavoro di precisazione terminologica. Cosa intendere con «tatto»? Cosa vuol dire «cinestesia»? Il tatto coinvolge solo le mani oppure il corpo nella sua interezza? È possibile parlare di un senso unitario? Lo studioso impertinente trova di fronte a sé il groviglio di questioni che la tradizione mainstream, dal De anima di Aristotele fino alla psicologia di lingua tedesca del XIX secolo (A. Wagner, Pre-Gibsonian Observations on Active Touch, «History of Psychology», 2016, 19, pp. 93-104), ha preferito lasciare sullo sfondo. Esistono, naturalmente, lavori recenti per inquadrare il problema. Per limitarci alle pubblicazioni in lingua italiana, il primo libro di Felice Cimatti (Linguaggio ed esperienza visiva, Centro editoriale e librario dell'università della Calabria, 1995) parte proprio dalle idee di Gibson; una recente storia filosofico-scientifica del tatto è utile per orientarsi circa alcuni snodi principali (C. Pogliano, Senso lato. Il tatto e la cultura occidentale, Carocci, 2015); da qualche anno è disponibile in traduzione un lavoro importante circa una dimensione specifica del tatto, a metà strada tra «sentimento d'esistere» e «senso comune» (D. Heller-Roazen, Il tatto interno. Archeologia di una sensazione, Quodlibet, 2013). Da poco è in commercio una nuova edizione di un classico anglosassone che si occupa, tra le altre cose, del mondo infantile e di modalità culturali di focalizzazione dell’esperienza cutanea diverse dalla nostra (A. Montagu, Il linguaggio della pelle, Verdechiaro, 2020). Quasi vent'anni fa è stato pubblicato un volume sul rapporto tra questa modalità di senso e le parole (M. Mazzeo, Tatto e linguaggio. Il corpo delle parole, Editori Riuniti, 2003).

Detto ciò, di fronte a noi resta il dato: oggi il tatto è al centro della scena e, con esso, i suoi enigmi. È probabile che la rinascita del pensiero magico-superstizioso legato a contagi, vaccini e mondo della tecnica risenta pure dell'anossia prodotta da un nodo gordiano oramai millenario. Di certo, brilla per dissonanza la centralità quotidiana della mano (le insidie, le incertezze, le interdizioni) e l'assenza assoluta dalla scena pubblica contemporanea di quell'animale umano tattile chiamato «cieco». Giacché cieco al tatto, il mondo del contagio fa di chi non vede l'uomo invisibile.


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Il tatto attivo si riferisce a ciò che indichiamo di solito col verbo toccare. Il tatto attivo deve essere distinto, infatti, dal tatto passivo ovvero dall'esser toccati. In un caso l'impressione sulla pelle è provocata da chi percepisce, mentre nell'altro da un agente esterno. Questa differenza è molto importante per ciascuno di noi ma non è stata sottolineata dalla psicologia della sensazione né, soprattutto, dagli studi sperimentali. Il tatto attivo è un senso esplorativo più che meramente ricettivo. Quando una persona tocca qualcosa con le dita produce, per così dire, la stimolazione che le sollecita. Più esattamente, le variazioni nella pelle sono causate da variazioni dell'attività motoria. Ciò che accade alle dita dipende dai movimenti che compie il soggetto e, naturalmente, dall'oggetto che si tocca. Movimenti del genere non rappresentano quelle che di solito vengono considerate delle «risposte» perché non modificano l'ambiente ma solo gli stimoli che ne provengono. Presumibilmente, essi esaltano alcune caratteristiche della stimolazione potenziale e ne attenuano delle altre. Si tratta di movimenti esplorativi, non operativi [performatory]. In tal senso, i movimenti tattili delle dita sono come i movimenti degli occhi. Infatti, il tatto attivo può essere definito un'esplorazione tattile, in analogia con l'esplorazione oculare.

Senza la vista e attraverso il tatto attivo, possono essere percepite una gran quantità di proprietà dell'ambiente. Il cieco dipende dal tatto per la maggior parte delle informazioni sul mondo cui ha accesso (Revesz, 1950). Nonostante ciò e a dispetto della sua importanza, il «senso del tatto» (Boring, 1942, Cap. 13; Geldard, 1953, Capp. 9-12) è stato studiato dai fisiologi sensoriali solo come un canale passivo o ricettivo. È trattato come parte della sensibilità cutanea. La sensibilità della pelle, non solo al contatto ma anche alla temperatura e al dolore, può essere studiata più facilmente stimolando la superficie cutanea. Geldard (1957) ha sottoposto la pelle a una certa quantità di stimoli multipli, mostrando la presenza di alcuni dei diversi «messaggi» che la pelle può trasmettere a livello percettivo. In tal modo, però, si è occupato di un mosaico di ricettori e non di un organo esplorativo. Katz (1925) e Revesz (1950) hanno provato, invece, che la mano è un organo sensoriale distinto dalla pelle che ricopre la sua superficie. Katz ha cominciato a descrivere l'esperienza tattile così come si presenta nella vita quotidiana e ha compiuto esperimenti su alcune delle discriminazioni che è possibile individuare. Osservando le performances dei ciechi, Revesz ha individuato una modalità sconosciuta dell'esperienza chiamata «aptica» che va oltre le classiche modalità del tatto e della cinestesi. Si tratta di un autore interessato soprattutto alla filosofia e all'estetica. Questi due sembrano essere i soli ricercatori che abbiano dato peso a ciò che abbiamo chiamato «tatto attivo». Il loro lavoro non è stato ripreso da altri e il termine «aptico» è usato di rado, forse perché non si adatta con ciò che di solito si considera una modalità di senso.

La relazione del tatto con la cinestesi. Sembra che gli psicologi abbiano deciso che il tatto attivo sia semplicemente la somma di due modalità sensoriali, la cinestesi e il tatto vero e proprio, cioè che il toccare si limiti a combinare i dati provenienti dalla sensazione di movimento e da quelle suscitate dal contatto poiché le due sensazioni si fonderebbero all'interno di un'unica esperienza. Si tratta, però, di un'assunzione discutibile. Per prima cosa, essa non tiene conto del carattere intenzionale del tatto e, in secondo luogo, non considera la molteplicità di ciò che di solito è chiamato «cinestesi».

La prima obiezione con la quale fare i conti è che l'atto del toccare o del sentire [feeling] consiste in una ricerca della stimolazione o, più precisamente, in un tentativo per ottenere quel tipo di stimolazione che giunga alla percezione di ciò che è stato toccato. Quando si esplora qualcosa con la mano, i movimenti delle dita sono intenzionali: si adatta un organo del corpo alla registrazione d'informazioni. Gli arti e le estremità sono, naturalmente, organi tanto motori che sensoriali, mentre gli occhi sono solo organi sensoriali; nel caso degli arti, però, la funzionalità motoria può essere subordinata all'adattamento esplorativo. I comportamentisti hanno recentemente sottolineato l'importanza di ciò che è stato variamente chiamato «feedback», «stimolazione autoprodotta» o più in generale «propriocezione». Hanno riconosciuto che input del genere sono necessari per il controllo intenzionale o per la direzione assunta dal comportamento. Ciò di cui, invece, non hanno preso atto è che parte della stimolazione prodotta dalle risposte dell'organismo agli stimoli ambientali produce informazioni oggettive e non solo soggettive. La stimolazione prodotta dall'adattamento dell'organo sensoriale all'ambiente è di questo tipo. Come vedremo, nel tatto attivo il flusso della stimolazione contiene due componenti, esterospecifica e propriospecifica. Ma queste due componenti non corrispondono alle tradizionali sensazioni del tatto e della cinestesi. Avanzeremo l'ipotesi che l'intento dei movimenti esploratori della mano è isolare e aumentare la componente di stimolazione che specifica la forma e altre caratteristiche dell'oggetto toccato.

Una seconda obiezione riguarda il fatto che anche il termine «cinestesi» significa cose differenti e potrebbe non implicare l'esistenza di un senso unitario. Storicamente la parola si riferisce al movimento del corpo, originariamente inteso come «senso muscolare». È noto, però, che esiste una sensibilità per la posizione del corpo e per la posizione delle varie parti che lo compongono. Si tratta di un senso articolare, non muscolare; le articolazioni ottengono informazioni circa la posizione e la rotazione articolare (Goldscheider, 1898). Probabilmente, non c'è un «senso» della contrazione muscolare in quanto tale, poiché l'articolazione dà origine all'informazione spaziale e i fusi muscolari hanno solo funzioni di coordinazione riflessa (Rose & Mountcastle, 1959). C'è una sensibilità per la posizione eretta della testa, per le accelerazioni lineari o angolari e un «senso» generale per l'equilibrio del corpo. Esiste una sensibilità di un qualche tipo per la forza esercitata da un individuo, con o senza l'accompagnamento di ipotetiche «sensazioni d'innervazione» (Boring, 1942, cap. 14). Naturalmente, esiste anche una sensibilità visiva ai cambiamenti di posizione di un soggetto nello spazio ed esiste una propriocezione di tipo generale che può esser definita «somestesia». Il singolo termine «cinestesi» non può sostenere il peso di tutti i significati che si sono aggiunti a quello originario. La parola non riesce a rendere giustizia ai differenti input, alle differenti combinazioni di questi input e alle diverse funzioni assunte da queste combinazioni.

Tipi e sottotipi dei ricettori anatomici coinvolti nel tatto attivo. Il tatto passivo coinvolge solo l'eccitazione dei ricettori della pelle e dei tessuti soggiacenti, sebbene i pattern di queste eccitazioni possano esser complessi. Il tatto attivo coinvolge, invece, l'eccitazione contemporanea di ricettori delle articolazioni e dei tendini secondo pattern cutanei variabili e sempre nuovi. Per di più, quando la mano sente un oggetto, il movimento e l'inclinazione angolare di ogni articolazione fornisce il proprio contributo: dalla prima falange di ogni dito fino alle spalle e alla spina dorsale. Questi input sono relativi all'input continuo proveniente dagli organi vestibolari, fino all'input cutaneo proveniente dal contatto del corpo con il suolo. Presumibilmente sentire un oggetto con le mani significa sentire la posizione delle dita, della mano, del braccio, del corpo e anche della testa in relazione alla gravità, poiché tutto questo è integrato in una qualche gerarchia che organizza le informazioni posizionali.

Il flusso totale della stimolazione è enormemente complesso, ma ci sono modalità di combinazione che risultano più valide di altre. Presumibilmente le modalità di combinazione di questi impulsi specificano la differenza tra il toccare e l'esser toccati. Probabilmente certe combinazioni speciali trasmettono informazioni circa l'oggetto toccato. In breve, il cosiddetto senso del tatto implica l'azione di input che provengono dall'intero sistema scheletro-muscolare. Se esso costituisca uno o più sensi rimane materia di discussione. Non troviamo un singolo organo o una struttura analoga all'orecchio o all'occhio. Non c'è una qualità unica di sensazione analoga al freddo, al caldo, al dolore, all'amaro, al dolce o al rosso. Il tatto attivo non soddisfa i criteri impiegati di solito per individuare una singola modalità sensoriale; tuttavia fornisce un canale ben definito d'informazione circa l'ambiente. È un tipo di percezione che è isolabile dalla vista, dall'udito, dal gusto e dall'olfatto e necessita d'essere studiato nella sua specificità.

Meccanismi della stimolazione cutanea, prossimale e distale. Per il tatto lo stimolo laterale o prossimale, la sua causa immediata, è una specie di deformazione della pelle che consiste non necessariamente in una semplice depressione della superficie per mezzo di uno «stimolatore» tattile poiché può consistere in quasi ogni tipo di deformazione del tessuto. Inserendo un filo nella pelle, ad esempio, si produce uno stimolo efficace tanto quanto una pressione. Lo stimolo deve corrispondere a un cambiamento nel tempo, cioè a un movimento cutaneo. Sin dal lavoro di Nafe e Wagoner (1941), si è sospettato che ogniqualvolta la pelle divenga assolutamente immobile anche in una qualche conformazione anomala, i ricettori cessino di funzionare e la stimolo non abbia più effetti. Fuori dalle condizioni di laboratorio è una situazione che si verifica raramente. Di solito, infatti, anche solo per il tremore o le oscillazioni del corpo, non si verifica una pressione di un oggetto sulla pelle perfettamente costante. La causa del cambiamento elastico della superficie della pelle può essere costituita da quasi tutti i tipi di evento meccanico. Sono necessari ulteriori studi, anche di modesta entità, poiché gli avvenimenti meccanici sono così vari e complessi che i manuali di meccanica non hanno neanche cominciato a descriverli. Un evento frequente è costituito dall'impatto con una sostanza solida, ma lo sono anche un soffio d'aria o una goccia d'acqua. Nelle regioni della pelle coperte di peli anche il più piccolo soffio d'aria produce uno stimolo. Alcuni tipi di eventi meccanici che stimolano la pelle nei termini di quel che potremmo chiamare «fisica quotidiana» possono essere esemplificati nel modo che segue:


1. Eventi brevi: pressione, spinta, schiaffo, carezza, colpetto, puntura. Si noti che questi eventi variano sia per durata che per area stimolata.

2. Eventi prolungati senza spostamento: vibrazione, allungamento, massaggio, pizzicorio.

3. Eventi prolungati con spostamento: grattare, graffiare, sfregare, scivolare, spazzolare, rotolare. Si noti che queste deformazioni di movimento variano nel grado di frizione tra le due superfici, di allungamento laterale della pelle e di depressione laterale.


Ci sono eventi di scala relativamente grande se confrontata con i microeventi che eccitano gli organi finali che si trovano nel tessuto. Pure simili eventi, però, sono meccanicamente complessi. In questa sede non è necessario considerare i modi in cui i recettori meccanici attivano gli impulsi nervosi. Quel che si sa circa l’argomento è da cercare nella letteratura fisiologica. Le cause esterne degli eventi meccanici e le fonti della stimolazione cutanea potenziale sono costituite dagli oggetti e dalle superfici dell'ambiente: si trovano all'estremità distale di una sequenza che conduce fino all'eccitazione delle cellule nervose. Una superficie di un oggetto di qualche tipo e la superficie cutanea devono «toccarsi» attraverso il movimento di un oggetto sulla pelle immobile oppure attraverso il movimento della pelle su un oggetto immobile.

Contatto con il sostrato. Di solito nel senso del tatto non s'include la sensazione di contatto cutaneo con il suolo. Tuttavia, per qualunque animale terrestre, la pressione verso l'alto esercitata dalla superficie del terreno su una qualche parte del corpo fornisce un sottofondo costante di stimolazione. Al variare di questa pressione variano i continui input provenienti dai ricettori dell'equilibrio, già menzionati, dell'orecchio interno. Essi costituiscono ciò che ordinariamente si chiama «senso del supporto». L'asse di gravità e il piano del terreno forniscono la struttura fondamentale di riferimento per la percezione tattile dello spazio. Come diremo in seguito, anche in assenza della vista il tatto attivo ottiene una percezione chiara dello spazio ambientale. Toccare il terreno non fa parte del tatto passivo come lo abbiamo definito sopra, cioè non corrisponde all'azione tattile esercitata da un oggetto immobile né corrisponde all'esser toccati da un oggetto in movimento. È invece un mezzo di registrazione dell'ambiente circostante con riferimento sia ai movimenti di un corpo che ai movimenti degli oggetti.


Osservazioni sull'atto di toccare [*]

In tutti i semplici esperimenti descritti qui di seguito, i soggetti non potevano vedere quel che toccavano. L'osservatore, seduto, metteva le mani sotto una tenda posta sul tavolo di fronte a lui senza che fosse bendato o che lavorasse al buio, in modo che si potesse osservare la sua attività manuale.

Quando un oggetto qualunque era posto nella mano dell'osservatore o quando era la sua mano ad esser posta sull'oggetto, si poteva notare ciò che segue. Il soggetto, se gli era permesso di farlo, tendeva a portare l'altra mano sull'oggetto. Aveva la forte tendenza a piegare le dita intorno all'oggetto secondo modalità complesse. Alcune di queste consistevano in movimenti esplorativi con le punta delle dita, nell'opposizione tra il pollice e le altre dita, in movimenti delle dita di sfregamento, in movimenti di presa e pressione. Infine il soggetto, se era in grado di farlo, tendeva a dire il nome dell'oggetto o, se non ne era in grado, cercava di confrontarlo con qualcosa di familiare. Nel condurre osservazioni del genere, era quasi inevitabile che per il soggetto dell'esperimento vi fossero oggetti privi di senso poiché, dopo aver riconosciuto qualcosa, non persisteva nella ricerca. Sembrava che il soggetto tentasse di provocare eventi meccanici in vari punti della pelle secondo combinazioni diverse. I movimenti attraverso cui li otteneva non parevano essere mai gli stessi, eppure non erano privi di scopo. Se consideriamo la mano come un organo sensoriale, il soggetto sembrava adattarlo alla situazione. Sembrava ricercare informazione stimolativa. Questo per quanto riguarda l'attività manuale. Abbiamo ottenuto, però, anche dei report che riguardano ciò di cui si fa esperienza attraverso il tatto attivo e che tendono a essere del tutto differenti dai resoconti circa l'esperienza prodotta col tatto passivo. I fatti che seguono, annotati dall'autore, sono confermati da altri osservatori che hanno partecipato all'esperimento e sono coerenti con osservazioni precedenti.

L'unità dell'oggetto fenomenico. Quando si sente un singolo oggetto con due dita, questo è percepito come fosse un oggetto solo sebbene si verifichino due diverse pressioni cutanee. Questi «segni locali» separati non sono percepiti come tali. Ciò è vero non solo per l'opposizione tra il pollice e il dito ma anche per tutte le altre falangi. Si verifica una percezione unitaria quando tutte e cinque le dita sono applicate a un oggetto e anche quando vengono utilizzate entrambe le mani. Infatti, dieci differenti pressioni delle dita che avvengono tutte nello stesso momento ottengono una singola esperienza unificata. Esistono alcune limitazioni a questa esperienza d'unità sensoriale, come si può osservare con la cosiddetta l'illusione di Aristotele, cioè quando una matita è tenuta tra le dita incrociate, un'illusione difficile da superare anche attraverso l'introspezione. Si tratta di un fatto che necessiterebbe d'esser studiato più a fondo.

Stabilità dell'oggetto fenomenico. Se la pelle scivola sull'angolo o su una protuberanza di un oggetto, di solito non si può avvertire lo spostamento della pressione cutanea, cioè del «movimento tattile». L'oggetto sembra rimanere fermo anche se l'impressione sensoriale, in rapporto alla pelle, si muove. È percepito come perfettamente stabile non solo l'oggetto ma anche l'intero spazio del tavolo, della sedia, del pavimento e della stanza. Questo fenomeno è stato studiato in un esperimento che riportiamo nella prossima sezione.

Rigidità o plasticità dell'oggetto fenomenico. Quando si preme un dito contro un oggetto rigido o si comprime un oggetto con la mano, è difficile avvertire l'incremento d'intensità della sensazione cutanea; l'osservatore è invece consapevole della sostanza di cui è composto e della sua resistenza. Allo stesso modo, quando si schiaccia o si comprime un oggetto non rigido (un mucchio di creta da modellare, una palla di gomma, un pezzo di stoffa) l'osservatore è consapevole della flessibilità, dell'elasticità o della morbidezza della sostanza e non della intensità (molto differente) della pressione di ritorno sulla pelle. Anche questo fatto merita studi ulteriori. Presumibilmente, il grado di forza esercitata viene registrato dai ricettori articolari e tendinei e il grado di pressione sulla pelle è registrato dai ricettori cutanei e sottocutanei, ma le intensità di pressione non sono esperite come tali. Forse ad esser registrata è la relazione tra queste differenti intensità. La proporzione tra l'una e l'altra intensità e il relativo incremento temporale delle due intensità sono differenti per gli oggetti rigidi e non rigidi. Un'ipotesi plausibile è che quando si opera in modo esplorativo il sistema dei ricettori registri la proporzione e l'incremento temporale delle intensità. Sono loro, e non le intensità come tali, a costituire lo stimolo-informazione circa l'oggetto.

Forma dell'oggetto fenomenico. Quando angoli, bordi o altre protuberanze di un oggetto sconosciuto vengono percepiti per mezzo del tatto, si può distinguere il pattern che attivano rispetto a un altro oggetto, mentre non è possibile fare lo stesso con i pattern attivati dalle diverse pressioni cutanee. Si percepisce la forma dell'oggetto, non la forma assunta dalla pelle. Quest'ultima, infatti, è in continuo cambiamento perché le dita si muovono in modi diversi. Si tratta di qualcosa che è molto difficile da descrivere, mentre nell'esperienza sembra emergere il pattern degli angoli e dei bordi fisici. Questo fatto è estremamente interessante e ha dato origine a due esperimenti che saranno descritti in seguito.

Discussione. Per tutte e quattro le proprietà fenomeniche sopra descritte è possibile preparare una sorta di esperimento di controllo che sostituisce il tatto attivo con quello passivo. Le esperienze che ne emergono sono del tutto differenti. Per quanto riguarda l'unità dell'oggetto fenomenico, due diverse pressioni applicate a due punti differenti sulla pelle della mano causano non una ma due distinte impressioni sensoriali. Per quanto riguarda invece la stabilità dell'oggetto, lo spostamento dello stimolo sulla pelle produce la percezione di qualcosa che si muove. A proposito della terza proprietà (rigidità o plasticità dell'oggetto), l'incremento dell'intensità della pressione della pelle è percepibile come tale. Per ciò che riguarda l'ultima proprietà che riguarda la forma dell'oggetto, è possibile avvertire un pattern di pressioni simultanee quando questo viene compresso passivamente contro la pelle. In tutti questi casi le impressioni sensoriali possono essere provocate dallo sperimentatore, ma quando è l'osservatore stesso a provocarle queste sembrano scomparire.


Differenti modalità percettive di un oggetto in movimento attraverso il tatto

Gli oggetti della percezione tattile considerati fino ad ora erano essenzialmente immobili, posti su di un tavolo oppure in una mano o in entrambe le mani. Come può essere percepito il movimento di un oggetto e come può esser distinto dal movimento della mano relativo all'oggetto?

Movimento di trasporto sulla pelle. Il caso più semplice è quando la mano dell'osservatore giace passivamente sotto una tenda e s'impiega un oggetto di un qualche tipo per tracciare, grazie alla pressione, un percorso sulla mano. Il percorso, la direzione e la velocità di movimento possono esser descritti sia in relazione alla pelle che, invece, in relazione al piano del tavolo e allo spazio circostante della stanza in cui ci si trova. Per queste osservazioni sono stati utilizzati diversi strumenti: una punta affilata, una lama, uno stilo arrotondato, un pennello morbido e la ruota di uno strumento per misurare mappe. L'osservatore doveva identificare il tipo di strumento utilizzato senza mai vederlo. Egli distingueva tra spazzolare, rotolare e strofinare e anche tra una lama, una punta e una protuberanza arrotondata. Nelle esperienze provocate da questi strumenti c'era sempre una componente oggettiva.

Frizione su una singola area della pelle. Quando uno spago viene teso su una regione della pelle e poi sospinto in una direzione o in un'altra, ne viene percepita la velocità. Per studiare più a fondo il fenomeno, abbiamo costruito un bastone lungo quasi un metro in modo tale che scivolasse lungo il tavolo. Su quest'ultimo, l'osservatore, la cui mano era posta sopra un blocco di legno ben fissato alla base, poteva abbassare un polpastrello. Il bastone poteva essere mosso lateralmente grazie a un sistema di marce dotato di rastrelliera e pignone, collegato a una leva e a un motore. La leva per il cambio della velocità non produceva alcun rumore e il motore girava a velocità costante. Quando l'osservatore abbassava il dito, poteva sentire il bastone e dire se si stesse muovendo obiettivamente e quale fosse la direzione del movimento. Poteva stimare con una certa efficacia la velocità e la quantità di spostamento in un dato intervallo di tempo. In tali condizioni era possibile percepire una velocità inferiore ad 1 mm per secondo. In questo caso non c'era movimento sulla pelle ma solo la frizione di una singola porzione cutanea e il suo allungamento direzionale. Non c'erano cambiamenti nel «segno locale» dei punti di stimolazione. Tuttavia quel che veniva percepito era un oggetto in movimento.

Rotazione passiva delle articolazioni dell'arto. Con questo apparato, quando veniva rimosso il supporto di legno per la mano e il polpastrello poteva poggiare sul bastone, l'osservatore poteva ancora dire con accuratezza se il bastone si stesse muovendo, la direzione del movimento, la velocità e l'entità dello spostamento. Questi risultati potevano già esser previsti sulla base delle ricerche di Goldscheider (1898, descritto in Geldard, 1953, cap. 12. Si veda anche James, 1890, cap. 20). Ad esser stimolati sono solo i ricettori presenti nelle articolazioni. Nella situazione ora descritta sono coinvolte le articolazioni del dito, del polso, del gomito e forse della spalla. Come nel caso precedente, a esser percepito era un oggetto in movimento. Un osservatore ingenuo affermerebbe di aver percepito il movimento «col tatto»: ma l'unica stimolazione cutanea consisteva, in realtà, in una deformazione della pelle del dito, non modificata se non per un lieve tremore. L'intero avambraccio era invisibile sotto la tenda. Evidentemente, per esperire lo spostamento di un oggetto, tre sistemi ricettivi anatomicamente differenti (due nella pelle e uno nelle articolazioni) possono risultare funzionalmente equivalenti se stimolati passivamente da un agente esterno.

Frizione sulla pelle combinata con il movimento attivo del braccio. Nel tatto attivo il dito corre lungo le sporgenze dell'oggetto. In questa operazione sono combinate la frizione sulla pelle e la rotazione delle articolazioni insieme a una contrazione volontaria dei muscoli. Ma in tal caso ciò che si esperisce è il movimento della mano, non un movimento illusorio dell'oggetto. Per la stabilità fenomenica desideravamo creare un test ancora migliore. Di conseguenza, abbiamo usato la strumentazione per determinare se il movimento di un bastone o la sua stabilità potessero esser valutati mentre il dito si muoveva attivamente lungo la sua superficie, cioè mentre scorreva su di esso. La punta di un dito dell'osservatore era posta su un'estremità del bastone e gli si chiedeva di muovere la mano lentamente verso destra o verso sinistra. Durante il movimento attivo l'oggetto era, nell'occasione, messo in movimento lentamente nella stessa direzione o in quella opposta. Ne è risultato che l'esistenza, la direzione e la velocità approssimativa dell'oggetto potevano esser percepiti come prima. Introspettivamente, sembrava esserci una netta distinzione tra il movimento della mano e del bastone. Entrambi gli spostamenti erano percepiti in relazione allo spazio del tavolo nascosto dietro la tenda, a sua volta connesso con il pavimento e con la sedia, cose che era possibile vedere e toccare. Da tutto ciò si può solo concludere che la componente propriospecifica nell'input totale dello stimolo viene separata dalla componente esterospecifica.

Discussione. L'abilità di un individuo nel distinguere il movimento obiettivo da quello soggettivo è un problema teorico che da molto tempo ritroviamo anche nella percezione visiva (Gibson, 1954). Un movimento degli occhi non viene mai confuso con quello di un oggetto anche se entrambi comportano ciò che sembra essere lo stesso stimolo retinico. Evidentemente, nella percezione tattile abbiamo un problema simile sebbene difficilmente la soluzione possa essere la stessa. Quando un individuo muove la mano in relazione al proprio corpo, e quindi in relazione alla gravità e alla superficie del pavimento, egli è in contatto con il suolo così come con l'oggetto, sia che questo si trovi o meno in movimento. Durante l'attività è sollecitato un sistema ricettivo di ordine più elevato rispetto a quello stimolato durante il comportamento passivo. Di conseguenza, lo stimolo che ha una certa capacità di attivazione per un sottosistema del tatto passivo avrà una differente capacità nel tatto attivo, vale a dire una differente specificità. Diventano significative le relazioni tra la stimolazione dei sottosistemi. Una covariazione regolare degli input porta informazione differente da quella ottenuta attraverso il loro isolamento perché produce nuove percezioni. La legge di Johannes Müller della qualità conscia specifica di ogni nervo stimolato è evidentemente troppo semplice. Accatastare da una parte un set di sistemi ricettivi, il tatto, e dall'altra un secondo insieme, la cinestesi, significa ignorare il loro funzionamento combinato. Se entrambi avessero la propria qualità unica d'esperienza ci potrebbero essere alcune giustificazioni per la tradizionale distinzione tra due sensi separati, ma queste qualità non ci sono. Ricettori anatomicamente differenti possono servire alla stessa funzione e destare la stessa esperienza percettiva; per di più, possono servire a differenti funzioni in combinazioni diverse. Potrebbe risultare più conveniente, dunque, abbandonare il termine «senso» e parlare invece di «sistemi estesici». Si potrebbe notare che non abbiamo affermato nulla riguardo i movimenti operativi [performatory] della mano come quelli grazie ai quali un oggetto è cambiato di posto o è maneggiato uno strumento. In casi del genere la percezione è sussidiaria all'azione e i sistemi ricettivi assumono una funzione ulteriore da noi ancora non considerata.


Percezione della tessitura, della sostanza e della forma di un oggetto attraverso il tatto

Katz (1925) ha mostrato che la tessitura di una sostanza solida può esser percepita con il tatto se c'è moto relativo tra la superficie e la pelle. Di solito questo significa sfregare le dita sulla superficie; il movimento perpendicolare, infatti, è molto meno efficace di quello laterale. La sostanza di cui si compone l'oggetto può essere identificata dalla sua tessitura; i soggetti possono distinguere una dozzina di tipi diversi di carta compresa la carta assorbente, la carta da pacchi e la carta per scrivere. Katz ha anche dimostrato la percepibilità di proprietà fisiche di una superficie che vanno al di là dell'opposizione ruvido-liscio, come quella tra morbido-duro e vari tipi di plasticità, elasticità o vischiosità. Katz si è interessato prima di tutto alla microstruttura della superficie di un oggetto e alla sostanza del quale è composto. Non ha parlato della forma di una sostanza che è forse la caratteristica principale di un oggetto. Il tatto attivo, tuttavia, è un canale eccellente per ottenere informazione spaziale poiché la disposizione delle superfici viene colta immediatamente. La geometria solida delle cose la si ottiene meglio tramite la percezione tattile. Diverse osservazioni illustrano questa affermazione.

Curvatura in confronto al carattere piano di una superficie. La divergenza di una superficie da un piano può essere giudicata da un osservatore premendo la mano contro la superficie o facendo scorrere le dita su di essa. Le qualità, opposte fra loro, della convessità e della concavità vengono percepite immediatamente. Secondo una grandezza di scala inferiore sono identificate protuberanze o dentellature su una superficie piana, un'acuità percettiva sfruttata dalla lettura Braille. Per di più, una superficie con una curvatura positiva su di un asse e una negativa su un altro è percepita come fosse a forma di sella. L'accuratezza di tutte queste valutazioni potrebbe essere misurata, ma non è stato ancora fatto.

Pendenza di una superficie rispetto alla gravità. È stato scoperto che quando la mano dell'osservatore è posta su una tavoletta regolabile fuori dal campo visivo, è possibile giudicarne con precisione la pendenza. L'osservatore è anche in grado di azzerare la pendenza e riportare il piano a una inclinazione normale. Questo vale per tutti e tre i piani dello spazio: frontale, sagittale e orizzontale. Raramente gli errori nel riportare il piano all’inclinazione normale, sia variabili che costanti, vanno oltre i due o tre gradi. Inoltre, la pendenza di una superficie che è solo visibile può essere fatta coincidere con la pendenza di una superficie che può esser solo toccata. Per la pendenza, la valutazione intersensoriale è considerata naturale da tutti gli osservatori e la valutazione manuale può essere usata come criterio per la percezione visiva (Gibson, 1950). Quando la tavoletta su cui porre il palmo della mano è mantenuta per un periodo di tempo secondo una certa pendenza rispetto al piano frontale, sembra verificarsi una «normalizzazione» da cui deriva un effetto negativo. In questo senso, la pendenza di una superficie si comporta allo stesso modo, sia al tatto che alla vista (Bergman & Gibson, 1959).

Parallelismo tra due superfici. Se due tavolette su cui porre le mani vengono posizionate dietro una tenda, queste possono esser regolate in modo tale che esse si trovino in posizione parallela con un piccolo margine d’errore. La divergenza e la convergenza dei due piani sono percepite come qualità opposte di una singola esperienza spaziale. Questa dimensione è quindi suscettibile di normalizzazione; dopo qualche minuto che si percepisce la divergenza, la posizione di piani prima considerati paralleli si sposta di diversi gradi angolari. Si tratta di un fenomeno studiato nel dettaglio (Gibson & Backlund, 1963).

Distanza tra due superfici. L'apertura delle mani che afferrano un oggetto viene esperita in modo vivido. L'estensione spaziale tangibile può esser confrontata con l'estensione visibile o viceversa. Allo stesso modo, è possibile percepire la distanza tra il pollice e una o più delle dita che si oppongono ad esso e confrontarla accuratamente con la larghezza di un oggetto percepita con la vista. In accordo con ciò che afferma Kelvin (1954), il confronto intermodale tra diverse grandezze avviene con accuratezza non inferiore al confronto tra grandezze all'interno di un’unica modalità sensoriale.

L'apertura delle dita di una mano può essere percepita immediatamente come uguale all'altra e questo confronto è stato utilizzato da Köhler e Dinnerstein (1949) nello studio di un fenomeno che hanno chiamato «effetto proattivo figurale cinestetico» [kinesthetic figural aftereffect]. Nelle ripetizioni di questo esperimento, l'equivalenza delle due mani nella percezione dell'estensione spaziale è stata data per scontata senza che la cosa divenisse mai oggetto diretto di studio.

Piano-angolo ovvero bordo di una superficie. Il tatto, nella sua funzione esplorativa, percepisce facilmente la giunzione di due piani che costituiscono un bordo. L'angolo è percepito nelle sue variazioni, da tagliente a non affilato. Nel caso estremo di un bordo a lama di rasoio, il tatto nota quanto la superficie sia affilata con molta più accuratezza della vista.

Bordo-angolo ovvero angolo di una superficie. Nei punti in cui due bordi s’intersecano o in cui si uniscono tre o più piani si produce un angolo. Nel caso in cui gli angoli di una superficie convessa siano acuti abbiamo una punta. Angoli e bordi sembrano costituire la caratteristica principale per l'identificazione di molti oggetti. Le dita sembrano trovarli ed esplorarli.

Discussione. Planarità, curvatura, pendenza, parallelismo, distanza, bordo e angolo possono essere considerati come variabili della geometria solida. Sono tutti percepibili attraverso il tatto attivo e sembrano costituire qualità semplici dell'esperienza. Poiché sono suscettibili di misurazioni fisiche, potrebbero esser possibile condurre diversi esperimenti psicofisici, anche se finora ne sono stati compiuti pochi.


Fig. 1

La percezione tattile della forma: un confronto fra tatto attivo e passivo

Di solito, lo studio della percezione tattile degli oggetti si è limitato a ricerche su forme o a modelli bidimensionali attraverso una stimolazione della pelle di tipo passivo (Zigler & Barrett, 1927). Questi studi fanno parte della tradizione di esperimenti sulla localizzazione cutanea e sulle soglie di stimolazione di due punti e si basano sull'assunzione che la pelle sia prima di tutto un ricettore a mosaico con pattern di eccitazione proiettati nel cervello. La forma premuta contro la pelle veniva chiamata solido se erano utilizzati i bordi della superficie, contorno se invece ad esser coinvolti erano i bordi di una striscia metallica; il contorno dava luogo a una migliore discriminazione percettiva. In questo modo l'identificazione di forme non si è rivelata molto accurata e ha determinato incertezze per la percezione di cerchi, quadrati e triangoli.

Eppure tutti sanno che un modo migliore per percepire un oggetto di questo tipo è far scorrere le dita sui suoi bordi. Questa cosa è spesso insegnata alle matricole ed è anche stata dimostrata in esercitazioni di laboratorio (Langfeld & Allport, 1916) ma una ricerca nella letteratura sperimentale non è riuscita a stabilirne la fonte. Lashley (1951), per esempio, parla come se fosse fatto di conoscenza comune che una forma distinta a malapena attraverso il tatto passivo «può essere immediatamente riconosciuta tramite l'esplorazione del tatto attivo» (p. 128). Poiché non è stata rintracciata nessuna fonte attendibile cui far risalire una simile affermazione, abbiamo messo a punto un esperimento per quantificarne il contenuto. Ognuna delle forme tattili doveva esser messa in corrispondenza con il suo equivalente visivo. L'accuratezza di questo confronto è stata misurata sia quando la forma veniva premuta sopra il palmo della mano che quando la forma era tenuta nel palmo ed esplorata con i polpastrelli.

Metodo

Le fonti della stimolazione erano costituite da strisce di metallo piegato dotate di manico che avevano la forma illustrata nella figura 1. Non si trattava di altro che semplici formine per biscotti con un diametro medio di circa 2,5 cm. Le sei formine sono state scelte in modo che ognuna fosse diversa dall'altra più o meno nella stessa misura. Nessuna aveva il medesimo numero di angoli o punte delle altre. A ogni soggetto era mostrato questo gruppo di stimolatori e il gruppo equivalente di disegni numerati attaccati a una tenda posta di fronte a lui. Poi, il soggetto poneva il palmo della mano sul tavolo sotto la tenda ed era toccato dall'oggetto oppure era lui che poteva toccarlo per alcuni secondi. Nella prima condizione, gli era ordinato di aprire e distendere la mano; nell'altra di piegare le dita verso l'alto e di prepararsi a sentire i bordi dell'oggetto. Poi i soggetti dovevano identificarne la forma attraverso il numero corrispondente. Lo stimolatore non era presentato necessariamente con la stessa orientazione che aveva nel disegno. Le sei forme erano presentate cinque volte (al soggetto però non era detto di aspettarsi un'uguale frequenza per ogni oggetto) e secondo le due modalità di percezione, per un totale di sessanta prove. L'ordine era casuale. Ai soggetti non era consentito fare pratica prima dell'esperimento e tantomeno di conoscerne i risultati. Sono stati esaminati venti soggetti.


Risultati. Il numero delle risposte casuali dovrebbe corrispondere a 1/6 del totale e quindi al 16.7%. Per il tatto passivo la frequenza media di risposte esatte era invece del 49%. Per il tatto attivo era del 95%. La differenza è statisticamente significativa. Nella condizione attiva, il soggetto poteva esplorare i bordi nel modo in cui voleva. Uno stile consisteva nell'utilizzare tutte e cinque le dita simultaneamente, un altro nel muovere la punta dell'indice intorno ai bordi, gli altri stili corrispondevano a una versione intermedia tra i primi due. Tutti i soggetti, tuttavia, muovevano attivamente le dita; in tal modo ottenevano movimenti relativi tra la pelle e l'oggetto. Nella condizione passiva, la forma era compressa contro il palmo attraverso l'azione manuale degli sperimentatori cosicché era inevitabile una certa incostanza nella pressione. Quando, successivamente, con venti soggetti differenti, è stato utilizzato un sistema meccanico per applicare la stimolazione la frequenza media delle risposte esatte è scesa al 29%. Alcuni soggetti riferirono che avevano provato a contare il numero di angoli o di punte che riuscivano a sentire e che questo era più facile nella condizione attiva che in quella passiva.

Discussione. Abbiamo verificato una convinzione diffusa ma, per certo un verso, questo confronto non può esser considerato definitivo. Si potrebbe affermare a buon diritto che i polpastrelli sono più «sensibili» del palmo della mano, cioè che sono migliori le loro capacità di localizzazione e più basse le soglie d'attivazione. Ma il punto è che la percezione tattile della forma, almeno secondo una certa accezione del termine, non dipende dal pattern dei segni locali sulla pelle. Se può essere usato indifferentemente un numero qualunque di dita (da una a cinque), vuol dire che il pattern caotico dei segni locali difficilmente può costituire l'unica base su cui si fonda la percezione. Con il tatto attivo non si danno forme sulla pelle, ma solo un pattern di pressione che cambia di continuo. Evidentemente, al contrario di quanto creduto fino ad ora dagli sperimentatori, la registrazione di una «forma» per mezzo del tatto non è un processo semplice. Un altro esperimento potrà aiutarci a chiarire la questione.


Trasferibilità delle forme sulla pelle

I teorici della Gestalt hanno sottolineato il fatto che una forma può spostarsi sulla retina, cambiando completamente il gruppo di ricettori stimolati, senza cambiamenti nella percezione. Il contributo alla percezione dei modelli anatomici di eccitazione diviene, così, un enigma. Lo stesso vale per la pelle. Oltre all'esperimento ora descritto, ne abbiamo fatto un altro per confrontare la percezione passiva di forme statiche e la percezione passiva di forme in movimento. Durante questo tipo di prova le formine per i biscotti, invece di essere solo premute contro il palmo della mano, erano premute e contemporaneamente fatte ruotare con un movimento alternato prima in senso orario, poi antiorario. In entrambe le circostanze era stimolata la stessa regione cutanea ed erano utilizzabili gli stessi ricettori anatomici, ma nel secondo caso la forma della stimolazione cambiava da un istante all'altro. Quando l'oggetto veniva ruotato, le valutazioni circa la forma erano più accurate di quando, invece, rimaneva immobile: la frequenza media delle risposte esatte era rispettivamente del 72% e del 49%. La differenza è già significativa se raggiunge il 2%. Secondo l'esperienza introspettiva di chi scrive, gli angoli dell'oggetto sembravano «resistere» meglio quando l'oggetto veniva ruotato. In breve, la forma dell'oggetto sembrava divenir chiara quando la forma legata alla deformazione cutanea della pelle era più confusa.

Discussione. Un vecchio problema per la percezione visiva è costituito dal fatto che i continui cambiamenti della distanza prossimale non sono accompagnati da alcun cambiamento dell'oggetto che costituisce la fonte dello stimolo. Perché la percezione corrisponde alla forma dell'oggetto invece che alla forma dello stimolo? È evidente che anche per la percezione tattile sorge lo stesso problema. Il paradosso è anche più sorprendente: la percezione tattile corrisponde bene alla forma dell'oggetto quando lo stimolo è quasi senza forma e meno bene quando lo stimolo è una rappresentazione stabile della forma dell'oggetto. Quando il flusso delle impressioni sensoriali cambia molto, si ha una percezione chiara e stabile. Si potrebbe ipotizzare che, al contrario di quello che si è pensato di solito, la pelle non abbia come funzione primaria quella di registrare la forma. Le impressioni della forma e di luogo relative alla pelle potrebbero essere del tutto separate e l'uso delle estremità come organi sensoriali sarebbe accidentale. Gli stimoli informativi potrebbero essere incorporati nei movimenti apparentemente complessi della pelle e nelle sue trasformazioni. Devono esistere relazioni di separazione e di proporzione che rimangono invariate nel tempo e che sono specifiche dell'oggetto. Queste relazioni specificano l'oggetto anche se non ne rappresentano la forma. La soluzione al problema della percezione tattile della forma dell'oggetto potrebbe essere individuata, allora, nel fatto che il continuo cambiamento della distanza prossimale è accompagnato da qualcosa che non cambia, l'insieme delle relazioni invarianti. Il cambiamento non è avvertito; le relazioni invarianti sono tenute distinte dal cambiamento e quindi percepite. Il ruolo dei movimenti esplorativi delle dita nel tatto attivo potrebbe avere il fine di separare le invarianti, cioè di scoprire la componente del flusso stimolativo specifica del mondo esterno. Solo così il paradosso troverebbe soluzione.


La relazione fra il tatto e la vista

Nel corso delle nostre osservazioni, fra tatto attivo e percezione visiva sono state notate un certo numero di somiglianze e di differenze. Molte di queste sono state già indicate da altri studiosi, come ad esempio Katz (1925, 1935), ma a poche di queste è stato dato rilievo.

Percezione della superficie. Le superfici solide sono sia tangibili che visibili: producono inerzia meccanica; riflettono luce diffusa. Poche superfici visibili, ad esempio il fumo, non sono tangibili e poche superfici tangibili come una lastra di vetro possono essere invisibili perché la maggior parte delle superfici è accessibile a entrambi i sensi. La tessitura fisica di una superficie e i diversi tipi di ruvidezza, ad esempio, possono essere osservati sia con la vista che col tatto. Il colore di una superficie è solo visibile e non tangibile, di conseguenza la tessitura dei pigmenti di una superficie (la differente colorazione del marmo o di un quadro) è la stessa. D’altro canto, se il colore è intangibile la temperatura è invisibile. Ogni senso ha la sua speciale sensibilità alle proprietà di una superficie ma ce ne sono alcune comuni. La corteccia di un albero la si sente ruvida anche senza il tatto; appare vistosamente ruvida anche se non la si può vedere. Un esperto può identificare l'albero solo con uno dei due sensi. Naturalmente, la struttura ottica delle superfici si estende per miglia mentre la struttura tangibile si estende solo per la lunghezza del nostro braccio. Ma se le superfici determinano la percezione dello spazio, sia vista che tatto sono sensi spaziali.

Percezione degli oggetti. Un singolo oggetto solido con una superficie topologicamente chiusa è percepibile come tale sia dalle mani che dagli occhi. In virtù della loro conformazione fisica, gli occhi possono cogliere il contorno chiuso di un oggetto molto largo (dipende dalla distanza alla quale si trova) mentre le mani possono esplorare solo la superficie di un oggetto di grandezza limitata. Si dice che l'unità della percezione visiva sia basata sul fenomeno «figura-sfondo», la registrazione simultanea di un intero contorno, mentre il carattere unitario della percezione tattile andrebbe fondato sulla presenza di impressioni cutanee separate o di impressioni successive. Si dice che la vista registri solo la superficie frontale di un oggetto, mentre il tatto registrerebbe allo stesso tempo sia il fronte che il retro. In tal senso vista e tatto sembrano diversi. Tuttavia queste differenze sono esagerate; la successione riguarda infatti l'operatività di entrambi i sensi. Normalmente, gli occhi fissano per successioni così come fanno le dita quando esplorano. Con gli occhi e attraverso il cambiamento del punto di vista si percepisce più della sola superficie frontale di un oggetto. Per quanto riguarda il carattere unitario delle impressioni che provengono separatamente dalle due mani, c'è un'analogia col carattere unitario delle impressioni che provengono separatamente dalle due retine.

Proprietà spaziali degli oggetti. Certe variabili della forma di un singolo oggetto come la pendenza, la curvatura, i bordi e gli angoli sono sia visibili che tangibili in modo tra loro indipendente. L'equivalenza tra le due modalità per formulare valutazioni percettive su un oggetto è tale che differenze di valutazione ottenute attraverso un senso sono paragonabili alle differenze ottenute con l'altro. L'informazione stimolativa necessaria per queste valutazioni intermodali, una dipendente dall'energia meccanica, l'altra dall'energia luminosa, potrebbe sembrare irrimediabilmente discrepante ma il fatto è che valutazioni del genere è possibile formularle. Come hanno dimostrato gli esperimenti, la questione se vista e tatto possano entrambi percepire la forma degli oggetti è ambigua. La risposta dipende da ciò che si intende con «forma». Disegni e dipinti su una superficie piatta sono percepibili solo attraverso la vista. La conformazione dei bordi di un oggetto, tuttavia, è percepita sia attraverso la vista che il tatto attivo. Se si procede a un esame introspettivo, le caratteristiche tattili e visive di ciò di cui la geometria solida (pendenza, curvatura, bordo, angolo) costituisce l’astrazione non risultano in alcun modo più complesse delle caratteristiche unicamente visive di ciò che è oggetto d'astrazione della geometria piana (triangolo, quadrato, cerchio).

Per queste ragioni, abbiamo progettato un nuovo gruppo di forme per lo studio della percezione degli oggetti per mezzo del tatto attivo. Si tratta di dieci sculture solide, o forme libere, fatte di plastica, con superfici curve, senza piani, bordi o angoli. Sono state concepite per esser percepite con due mani (sono state chiamate «feelies»). Approssimativamente metà di ogni superficie (il «retro») è convessa; l'altra metà (il «fronte») consiste di sei convessità con concavità intermedie. In generale, ci sono cinque protuberanze intorno a una sporgenza centrale ma nessun oggetto è simmetrico né in senso radiale, né in senso bilaterale. Quindi, contando, non possono esser distinte l'una dall'altra. Ognuna è immediatamente distinta da tutte le altre per mezzo della vista della superficie «frontale». Attraverso il tatto risultano distinguibili, sebbene un osservatore inesperto incappi facilmente in errori ed esitazioni. Poiché erano disponibili duplicati identici dei dieci oggetti, è stato possibile presentare simultaneamente un oggetto alle mani dell'osservatore e un altro, uguale o diverso dal primo, agli occhi. I risultati preliminari indicano che il confronto intermodale tra queste nuove esperienze percettive è possibile anche per osservatori inesperti e che, facendo pratica, tutti gli osservatori esaminati finora potevano arrivare a valutazioni corrette.

Passività ed attività nel tatto e nella vista. Nel tatto passivo il soggetto non compie movimenti volontari. In modo simile, nella vista passiva, quando ad esempio occorre fissare con gli occhi un punto specificato dallo sperimentatore, il soggetto non compie movimenti oculari. Per nessuno, però, queste due situazioni sono naturali. In un contesto tattile, l'osservatore esplorerà l'ambiente con le dita a meno che non gli sia impedito; in un contesto visivo, esplorerà la luce che può esser messa a fuoco, fissando, accomodando, facendo convergere gli occhi e seguendo l'oggetto in questione. Normalmente, entrambi i sensi sono attivi. La stimolazione passiva della pelle o della retina è necessaria per lo studio delle cellule ricettrici ma l'esperienza che ne risulta è atipica. Nel tatto attivo o quando guarda, l'osservatore riferisce esperienze di tutt'altro genere che rimandano all'ambiente e non agli eventi che avvengono sulla superficie sensoriale. Le esperienze avvertite attraverso la stimolazione passiva sono a malapena osservabili. È presumibile che gli stimoli effettivamente esperiti siano diversi poiché le varie relazioni e combinazioni sono selezionate da un flusso di stimoli potenziali. Per di più, le esperienze del tatto e della vista attivi sono quasi equivalenti; se si procede a un esame introspettivo, esse sono molto più simili di quanto avvenga con il tatto e la vista in modalità passiva.

In generale, queste indagini suggeriscono che vista e tatto non hanno nulla in comune solo quando sono considerati come canali per puri dati sensoriali privi di significato. Hanno invece molto in comune quando sono considerati come canali per la raccolta d'informazioni, come organi sensoriali attivi ed esplorativi. Per certi versi, sembra che essi registrino la stessa informazione e che producano le stesse esperienze fenomeniche.


Conclusioni e riassunto

Una serie di osservazioni sia introspettive che comportamentali confermano la distinzione tra toccare ed esser toccati. Il toccare costituisce un canale per una grande quantità d'informazioni riguardo l'ambiente ma va definita la questione se sia da considerare un solo senso o se sia composto da più modalità sensoriali. La semplice equazione secondo cui il toccare sarebbe equivalente alla somma tra tatto passivo e cinestesi è insufficiente. È più promettente l'ipotesi che esistano due componenti della stimolazione, una esterospecifica e un'altra propriospecifica.

Il tatto attivo può registrare molte proprietà degli oggetti e delle superfici. L'accuratezza di valutazioni del genere può esser misurata e, in tal senso, sono necessari esperimenti rigorosi. I dati suggeriscono che le variabili della geometria solida possono esser studiate con maggior profitto rispetto a quelle della geometria della forma. La costanza dell'oggetto è caratteristica della percezione tattile. Per molti versi, però, la percezione visiva e quella tattile sono simili. In generale, gli sperimentatori non hanno capito che un conto è applicare uno stimolo a un osservatore e un altro è che l'osservatore ottenga lo stimolo da sé. Gli stimoli di cui va in cerca il soggetto possono esser controllati e variati sistematicamente come gli stimoli applicati dagli sperimentatori. Se si progettano metodi appropriati per controllare gli stimoli che possono esser ottenuti dal soggetto, è possibile compiere esperimenti psicofisiologici tanto per la percezione tattile quanto per la sensibilità cutanea.


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[*] La stesura del testo ha usufruito della lettura critica di Jesse Smith.