Operaismo e comunismo



Nelle righe che seguono Oreste Scalzone introduce il suo intervento sul tema «operaismo e comunismo».

Questo testo (che torna sulla questione dell’operaismo quindici anni dopo l’intervista che si trova in Aldo Grandi, La generazione degli anni perduti. Storie di Potere operaio, Einaudi 2003) è la versione italiana (a cura di Paolo Godani) di una «Nota a margine» comparsa nel testo di Jacques Wajnsztejn, L’opéraïsme italien au crible du temps, suivi de Opéraïsme et communisme d’Oreste Scalzone, Éditions À plus d’un titre, La Bauche 2021. È un testo scritto prima del déluge e dei disvelamenti a catena apertisi con «l’era pandemica». La tentazione di una poscritta rimessa in prospettiva con gli occhi di oggi, nel «presente largo», è stata forte, data la sensazione di vivere in una distopia reale in pieno svolgimento, in corso d’opera (interrotta, certo, da guizzi di luce di un rizoma di poche persone – dolorosamente «Happy fews»? – che vorrei tutte, con le loro parole e i gesti, «portar dentro» una sorta di narrazione, però impossibile). Occorre stringere i denti, e trattenerla. Non farebbe che accrescere lo stato di confusione.


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Le riflessioni che seguono nascono da un intervento, tenuto a braccio, nel corso dell’assemblea finale aperta del Convegno «C17», tenutosi a Roma nel gennaio 2017. Il Convegno sembrava avere tra i suoi obiettivi quello di stabilire un nesso tra la rivoluzione russa dell’ottobre 1917 e il movimento del 1977, attraverso quello che sarebbe stato il tramite teorico-politico dell’operaismo. L’«evento» C17 aveva raccolto in effetti e riproposto (in una forma in cui il romanzo di formazione si mescolava all’educazione sentimentale) tutto un arcipelago di pratiche teoriche, di esperienze, di correnti e sotto-correnti, di figure di uomini e donne, di teorici e agitatori, di temi e variazioni sul tema di quel processo di soggettivazione che ha preso il nome di operaismo. Sotto le luci dei riflettori c’era dunque questo termine, operaismo, e alcune delle sue figure, gli operaisti, ma posti, l’uno e gli altri, su una scena che era quella del campo, cioè dello spazio o del territorio esistenziale, detto senz’altro comunista. Questa parola veniva mobilitata così, senza alcuna specificazione, come se avesse avuto lo stesso significato per tutti coloro che nella storia se ne sono serviti, come se si intendesse ignorare la riduzione che quella parola ha subìto a causa dell’identificazione con un altro «campo», quello del blocco sovietico.

Contrariamente a quello che sembrava essere l’obiettivo degli organizzatori e probabilmente della maggior parte dei partecipanti a quel convengo, credevo e credo sia impossibile evocare l’operatore concettuale indicato dalla parola «campo» (sottinteso: comunista), se non nel senso di un vero e proprio campo di battaglia. Lo dico a bassa voce, sommessamente, ma la stessa scelta dell’anniversario, il titolo, l’iconografia del convegno lasciavano intendere l’intenzione di iscrivere l’operaismo (un operaismo rivisitato, ricordato, re-inventato) nel contesto e nel rapporto diretto con ciò a cui si riferisce il nome generico di comunismo, di un comunismo, per esempio, al singolare, come se si trattasse di un termine univoco, come se si volesse dunque ignorare non solo l’effettiva polisemia che ha minato questo nome, ma finendo per rilanciare (senza cattiva volontà certo, e tuttavia…) le guerre «giuste», «sante» che nel corso della storia hanno dato luogo a comunisticidi «realmente esistenti».

A ben vedere, non si trattava di recuperare il nome di comunismo grazie a un’operazione intellettuale che rivendicasse la concettualizzazione teorica come una qualità intrinseca che covava sotto la cenere, come un fuoco interno testimoniato per esempio da certe belle formule di Rosa Luxemburg, di Simone Weil o di Hannah Arendt. E non si trattava nemmeno, come accade per altre correnti marxiane, ma anti-ortodosse, di mobilizzare gli elementi critici in vista della costruzione di un comunismo teorico, in opposizione a quello storico. L’operazione consisteva invece nel riprendere tutto quel movimento storico sotto l’insegna della sola Rivoluzione del 1917, facendo di essa, e dell’esperimento leninista, l’unica forma dell’esperienza del comunismo.

Il mio intervento in quella sede faceva risuonare, da una parte, la testimonianza di un vissuto, e, dall’altra, l’interrogazione critica derivante dalle considerazioni, dai bilanci, dagli inventari realizzati nel corso del tempo, nonché dalle scoperte, dagli incroci e dagli incontri, dalle contaminazioni, avvenute in seguito, con approcci, con pratiche teoriche per molti versi contigue e affini a quelle delle correnti comprese sotto la comune definizione (e poi auto-definizione) di operaismo, ma comunque diversi da queste ultime.

C’era dunque, innanzitutto, una questione che riguardava la memoria – e come si sa sul terreno della memoria, anche quando si tratta della storia teorico-pratica dell’operaismo, ogni rammemorazione individuale o collettiva necessita di andare insieme a «una scrupolosa vigilanza, per tendere ad avvicinarsi il più possibile a una verità, attraverso l’esercizio della riflessione»[1].

Una breve parentesi sembra qui doverosa, non solo per dire che chi scrive non intende in alcun modo presentarsi come autorità teorica di qualche tipo, ma anche per precisare che, non facendo io parte della prima generazione operaista, non ho nemmeno la qualità di un fondatore e ancora meno di un «maestro» di pensiero operaista, né, infine, sono un «operaistologo», cioè un esperto in materia. Facevo però parte di coloro che delle tesi operaiste si sono «impregnati» nel corso degli anni Sessanta e Settanta, allo scopo di divulgare quelle idee senza volgarizzarle e soprattutto allo scopo di metterle in pratica. Potrebbe essere giunto oggi il momento di rivisitare quelle tesi, di passarle «al setaccio del tempo», anche insieme a quei compagni che pur non nutrendo nei loro confronti alcuna ostilità, provengono comunque da altre storie. Chiusa parentesi.

C’era, dicevamo, una questione di memoria e il conseguente bisogno di distinguere la propria percezione soggettiva – che porta sempre con sé il rischio di illusioni retrospettive – dalla semplice restituzione delle cose e dei fatti, di separare i giudizi di valore dai giudizi di fatto, tagliando alla radice ogni tentazione di ricostruzione contro-fattuale. E questo non tanto per ragioni di natura morale, ma innanzitutto per una motivazione concreta che ha qualcosa a che fare, piuttosto, con l’etica. In altre parole, era necessario, a fine euristici, riunire le condizioni di una visione retrospettiva che fosse capace, se possibile, di evitare a ogni costo un uso malevolo o politicista del passato.

Accade lo stesso in ogni seria ricerca storica, dove la rivisitazione memoriale deve implicare uno sforzo di rigore estremo, un andirivieni tra svelamento del vissuto, sino a ciò che è più intimo, e controllo critico riflessivo.

C’era e c’è bisogno di una memoria attiva, ma non retroattiva. È un’indicazione discriminante, come quella che separa e oppone ambivalenza e ambiguità. È una memoria retroattiva, in effetti, quella che caratterizza gran parte delle produzioni correnti sul tema (quelle più mediatizzate, che si avvalgono di qualche volto noto per vendersi meglio), quando si esercitano a separare, nel contesto di quell’epoca, il grano dal loglio. Ne è un esempio l’ondata di rammemorazioni che è montata in occasione del cinquantenario dell’«indimenticabile ’68»[2], com’era accaduto l’anno prima in Italia per l’«irrecuperabile 77» – un’ondata di vere e proprie fake-memories, come potrei certificare portando dimostrazioni e prove che sarebbero difficili da contestare e, di fronte alle quali, coloro a cui mi riferisco fanno finta di non sentire e si sottraggono semplicemente a ogni confronto, come se certi argomenti non esistessero affatto. È una pratica di liquidazione ben nota e consolidata almeno dal tempo in cui gli stalinisti la usarono contro figure tanto diverse tra loro quanto sono quelle di Trotski e Bordiga (le cui foto, come si sa, sono state tagliate via dall’album di famiglia), per non dire degli anarchici o dei consiliaristi cancellati dalla Storia. Per tornare a noi, questo «processo» non si fa mancare neppure le accuse folkloristiche di essere non solo velleitari, ma lamentosi, «prigionieri del passato», per non dire «uomini del risentimento», quando in realtà per noi si tratta solo di esercitare un po’ di parresia (e non certo di afferrare una qualche Verità), portando, per esempio, la testimonianza di qualche testo dell’epoca per confrontarlo con quanto alcuni, oggi, dicono di aver detto allora.

Tutte le possibili variazioni sul tema della «memoria retroattiva» hanno a che fare con un dispositivo mitopoietico di fondazione di una Storia Ufficiale nella quale ogni protagonista, di fatto, universalizza surrettiziamente la propria percezione nonché le proprie esigenze, lasciando libero sfogo a un potere illlusionistico di autosuggestione sulla propria memoria. Poco importa che questo procedimento sia realizzato nella più pura buona fede (non siamo qui a fare del moralismo, a sondare le intenzioni e a giudicarle, ma solo a mostrare quali siano le conseguenze sul piano degli effetti – e da questo punto di vista il candore della buona fede aggrava la faccenda). L’esercizio di una memoria vivente e attiva non può fare a meno di lavorare senza sosta a questa critica dell’illusionismo autoincantatorio, tipico della memoria retroattiva.

Chiusa la doverosa introduzione «di metodo», torniamo al punto. Accettiamo certo l’invito a leggere la vicenda dell’operaismo nel contesto più generale dei tentativi comunisti nel corso della Storia. Ma quello che bisognerebbe a tutti i costi evitare oggi è di ripetere quella vera e propria denegazione – che la stessa vulgata operaista (fatta di operaismi successivi sedimentati) talvolta accredita, ereditandola dal corpus di un preteso «comunismo ortodosso» – secondo la quale non sarebbe esistito che un solo comunismo, di fronte al quale appunto tutti gli altri comunismi, tutte le correnti che si sono dette «comuniste» e che non di rado nel corso della storia si sono presentate le une contro le altre armate, non sarebbero esistite affatto.


Una funesta omonimia

Ci si potrebbe forse rimproverare un certo nominalismo, dato che il ragionamento prende avvio da una serie di considerazioni riguardanti le parole, parole comuni ma anche nomi (nonché nomi propri, attribuiti da altri o scelti come autodefinizione), e dato che l’argomentazione prosegue con qualche considerazione riguardante la storia di certe parole e di certi nomi.

Nel quadro stabilito, quello del rapporto tra operaismo e comunismo, ci si è presentato innanzitutto il «contenitore» più generale, comunismo, nel quale si iscrive il «contenuto» più specifico, cioè l’approccio, la corrente, l’insieme di persone, gruppi, esperienze che sono state designate dalla parola, dal nome operaismo (designazione all’inizio critica e negativa, affibbiata da altri, poi assunta e fatta propria come autodefinizione).

Il caso della flagrante polisemia della parola «comunismo» è stato e continua a essere per noi – per tanti di coloro che compongono un «noi» largo e composito – la più drammatica, dato che ci concerne e ci chiama in causa direttamente.

Una polisemia dello stesso genere ha colpito molte altre parole chiave. Si potrebbe dire anzi che non risparmi nessuna delle autodefinizioni che si trovano in filosofia politica. Per non citare che qualche esempio: socialismo, comunità/società, autonomia, democrazia/diritti/cittadinanza, e persino fascismo. Ma è la polisemia mortale della parola e della cosa «comunismo», quella che ci ha investito fin dall’inizio, che ci ha colpito in pieno, che ci ha consumato dall’interno. È questa ad aver costituito il nostro problema, la tragedia di tutti coloro che, come noi, hanno «scelto» (diciamo: tra decisione e necessità) questa parola «comunista» come primo nome proprio con cui descriversi.

Il fatto è che, nel caso del termine «comunismo», il rovesciamento realizzato dalla Neolingua orwelliana è stato più radicale, al punto che l’innegabile omonimia suggerirebbe, soprattutto oggi, un grido del tipo not in my name!

«Comunismo» ha finito per indicare degli omonimi che hanno decretato la loro esclusiva proprietà del nome.

Per gli altri, cioè per i nemici dichiarati (quelli che teorizzano gerarchie e gerarchizzazioni, relazioni utilitaristiche, dominazioni e comandamenti, quelli di tutte le diverse «-crazie», fossero pure quelle presentate come esistenti «nell’interesse futuro dei dominati, degli sfruttati, dei governati» ecc.), la Neolingua era lo strumento che si rivolgeva contro la «parte avversa» che andava, diciamo, raddrizzata o addomesticata. Ma per chi si identificava con le idee di emancipazione, liberazione, autonomia, per chi mirava alla liberazione singolare e comune dei subalterni e cercava di incarnarla, la contradictio in adjecto colpiva in modo distruttivo le sue, le nostre stesse file, e lo faceva sia in generale, cioè sul piano sociale, sia in senso più ristretto, dato che dissolveva le solidarietà, le affinità, la lotta comune. Insomma, è in questo modo che abbiamo sentito sulla nostra pelle questo «comunisticidio» perpetrato in nome del Comunismo, organizzato da omonimi che portavano il nostro stesso nome. È questo che più sconvolge, più che se fosse stato organizzato da nemici esterni, senza legame neppure onomastico con questo nome.

Più in generale, è la denegazione del crescente sfacelo semantico, rivelato e incrementato senza sosta dalla polisemia dei termini, a condurre la specie parlante, l’Homo-Sapiens Sapiens, «specie specializzata nella parola e per ciò stesso pericolosa, sino a una logopatia che si diffonde come un’epidemia» – cioè sino alla perdita di ogni pertinenza concettuale, sino a essere inghiottiti da un’incessante tempesta di sabbia terminologica nella quale si fatica a distinguere, a cose fatte, quanto sia riferimento concettuale e quanto invece pulsione «politicamente» razionalizzata (nel senso letteralmente clinico che la psicopatologia conferisce a questo termine). Non è un caso se l’effetto che ne deriva è spesso quello di un autismo comunicativo, di una afasia rumorosa e pandemica che si produce nel contesto delle diverse neolingue «uguali e contrarie», nella situazione di concorrenza mimetica in cui, alla fine, una miriade di «stupri semantici» danno luogo a una spirale senza fine.

Tornando a noi, la polisemia del termine «comunismo» era tale che avremmo dovuto abbandonarlo da molto tempo, benché sopravvivesse persino nella formula «comunismo radicale» utilizzata da gruppi come Ludd o Comontismo, che facendone uso mostravano certo una qualche nobile ostinazione, ma manifestavano anche una scarsa coerenza o consistenza teorica. Per alcuni, come per me, l’ostinazione era dovuta al perdurare di un’antica «compagneria» nata attorno al Pci, per altri si trattava di tener fermo il termine di fronte al nemico (dato che ci trattano come comunisti, chiamiamoci allora comunisti che è più facile, nonostante la finzione).


L’operaismo: un «dentro/contro» (il campo)

Se ci si pone dunque sul piano di una riflessione riguardante il primo «campo» di cui s’è detto, potremmo dire che ciò che si designa col nome di «operaismo», corrente di correnti, corpus concettuale, linguaggio, ventaglio di pratiche, diciamo anche di posture e di culture, mostra la caratteristica paradossale di essere stato parte integrante di questo campo (all’inizio soprattutto), e di essere stato tuttavia spinto ai suoi margini, quando non spinto fuori, tanto dalle altre componenti omonime del campo comunista (con ragioni, punti di vista e argomenti più diversi), quanto dalla propria stessa dinamica interna. Per dirlo in breve, rispetto a campo comunista, l’operaismo potrebbe essere considerato come una specie di «fuori» o come un «dentro/contro» caratterizzato da una presenza liminare, sempre sul punto di sbalzar fuori.

Si può rilevare, in effetti, che nelle lotte degli anni 1960-70 le tesi operaiste (l’autonomia come condizione preliminare nel senso di una indipendenza del soggetto, consustanziale alla sua «messa in comunismo»; e il salario come variabile indipendente) incontrano l’«insorgenza» dell’operaio-massa come corpo produttivo e politico composto in gran parte dall’immigrazione interna. Si trattava di una resistenza operaia al lavoro, le cui espressioni concrete, cioè l’assenteismo, il turn over, il blocco della produzione, il sabotaggio e l’occupazione, risuonavano in certi slogan come «più soldi, meno lavoro», «aumenti uguali per tutti» o persino «aumenti inversamente proporzionali», «contro il padrone sciopero selvaggio, blocco, violenza, sabotaggio». In questo contesto, la critica dei socialismi reali («capitalismo di Stato/socialismo del capitale») è propria della situazione italiana ed è in gran parte dovuta all’influenza che vi esercitava lo stesso operaismo, e in particolare all’idea dell’attualità e della maturità concreta del «comunismo qui e ora», contro tutte le teorie fondate sulla «fase di transizione». D’altra parte, e al tempo stesso, bisogna pur riconoscere e dire che tutto questo era attaccato da ogni parte.

Attaccato in primo luogo, certo, dal Movimento operaio istituzionalizzato, ma poi anche dai suoi figliocci gauchisti di ogni risma e dagli ideologi del Valore-lavoro (non come «valore [di scambio] della merce forza-lavoro», ma come Valore morale costitutivo dell’essenza umana), per i quali il concetto di autonomia che noi martellavamo di continuo come elemento costitutivo della lotta era una teoria forse originale e fantasiosa, ma soprattutto pericolosa (una specie di elucubrazione intellettualistica con i suoi annessi pratici «anti-sociali»), insomma una «nefasta utopia».

Sono stati soprattutto i corpi intermedi dei sindacati e dei partiti di sinistra (tanto quanto, se non più che il «nemico di classe», per così dire, «naturale») a rigettare come follia provocatrice da «fannulloni anti-sociali» l’idea stessa di rifiuto del lavoro. E lo hanno fatto in funzione del loro ruolo, per la natura funzionale di inquadramento ideologico che incarnavano come una sorta di tunica di Nesso, cucita dai padroni sulla pelle degli operai/proletari come segno del loro funesto destino.

Il rifiuto del lavoro – comunque lo si definisca o lo si declini: che lo si coniughi, nell’esperienza dell’inchiesta operaia, alle sue forme scritte (tipo l’elogio dell’ozio in Lafargue), pratiche (l’assenteismo), esistenziali (con la versione italiana del «lunedì santo» o del «lunedì al sole», o lo si intenda come lotta contro il lavoro, come critica del Valore-lavoro, come salario indipendente dalla produttività o come reddito di esistenza separato da ogni prestazione produttiva – era talmente impensabile, da essere stato stigmatizzato come fosse un’impresa di follia quasi criminale… perpetrata a discapito della masse laboriose.

Analogamente, le organizzazioni del Movimento operaio, come i loro intellettuali di sinistra non potevano che stigmatizzare la critica e l’ostile estraneità operaista nei confronti di ogni forma di progetto socialista, inteso come «transizione verso», come passaggio per stadi relativi e successivi, che gli operaisti analizzavano come «socialismo o capitalismo di Stato», cioè come una miscela di egualitarismo al ribasso e di gerarchizzazioni meritocratiche feroci che contavano sullo stacanovismo operaio e offrivano in cambio, ai quadri del Partito, qualche forma di carrierismo politico-burocratico.

Questa Sinistra, costituita sulla base di un marxismo rivisto da Kautski (l’Amministratore delegato dell’ortodossia marxista) in salsa lassaliana e rimasto in seguito all’origine delle diverse vulgata, non poteva che stigmatizzare come inconcepibile questa ostilità nei confronti dello Stato inteso come «capitalista collettivo» e, più in generale, dello statalismo in ogni sua forma e scala. E ancora, erano letteralmente inconcepibili anche la critica del Politico e quella delle concezioni tradizionali dell’Interesse Generale, della presunta Volontà generale (come unità indistinta del corpo sociale), della Società civile ridotta a cittadinanza, ad astratta uguaglianza del Popolo, della Nazione, della Democrazia e così via.

Per i «professionisti» degli apparati sindacali e di partito, ogni messa in discussione della separazione netta tra azione economica difensiva, che era materia sindacale, e lotta politica che invece doveva avere un carattere offensivo e produrre il futuro Nuovo Mondo di cui solo gli stessi «professionisti» del «Partito dai mille occhi» detenevano la scienza, incarnando così il per sé dei proletari, non poteva essere percepita che come il nemico mortale del «programmatismo» prestato agli operai prima dal dogma socialdemocratico (Kautsky appunto e la teoria importata nella classe dal di fuori) e poi bolscevico (Lenin dell’epoca del Che fare?).

Malgrado questo contesto politico nel migliore dei casi reticente, nel peggiore ostile, la forza dell’operaismo consisteva nel fatto di non considerare la classe come una specie di monolite invariante, ma come la risultante di due operatori: da una parte, la composizione tecnica, cioè la continua modificazione delle condizioni produttive dovuta alle innovazioni tecnologiche e organizzative, che dava luogo a nuove forme di composizione della forza-lavoro (separando per esempio, con l’estendersi del taylorismo, gli operai specializzati, OS, dai tecnici e dagli operai di professione, OP); d’altra parte e conseguentemente, la composizione politica, cioè il fatto che, nel contesto della regolazione sociale fordista della lotta di classe, la frattura tra OS e OP si traduceva nella separazione politica tra «garantiti» e «precari», vecchia classe operaia e nuovi operai di origine meridionale.

È questo posizionamento particolare che ha fatto sì che l’operaismo fosse la sola corrente teorica contemporanea, nella linea storica della lotta di classe, ad aver generato il proprio movimento pratico, legandosi così al movimento dei Consigli degli anni 1917-1923 (anche se lo stesso operaismo sembra aver dimenticato di farvi riferimento esplicito). La corrente operaista «trasversale» (dico così perché non è unitaria, benché sia nata da uno stesso crogiolo) ha tradotto in punto di vista operaio (Tronti) o in processo di soggettivazione antagonista (Negri) quella trasformazione della composizione tecnica del capitale e delle sue incidenze sui rapporti di classe. E in questo modo ha messo in crisi la matrice dell’ideologia politica del Pci, quella dell’interesse generale, fondata sulle nozioni gramsciane di egemonia culturale e sociale (vedi il ruolo degli «intellettuali organici» attorno al Partito), nazionale e popolare. E ha dunque, per così dire, metabolizzato il nuovo nell’antico, attraverso l’espressione di un potere operaio.

Più precisamente, la tesi di Negri consisteva nell’opporre alla strategia di alleanza del Pci (il «blocco storico» di Gramsci) la lotta degli operai senza alleati[3] contro lo Stato-piano, e la rivendicazione da parte di Potere operaio di un salario politico che, opponendosi a ogni proporzionalità tra salario e produttività, doveva far saltare la logica perdente della regolazione fordista. D’altra parte, il punto di vista operaio era portato al di là della qualificazione riformista o rivoluzionaria della rivendicazione, per il fatto che non si trattava più di conquistare qualche obiettivo concreto, ma di sviluppare una dinamica di lotta rivoluzionaria.

Siamo obbligati a constatare che, alla fine, la smentita è venuta dal cuore stesso dell’operaismo.


L’amara vittoria postuma dell’operaismo

Come Mario Tronti ha scritto in Noi operaisti, il «dentro e contro» non ha funzionato, e «l’autonomia del politico» nemmeno: il movimento operaio è stato distrutto dalla democrazia.

Come spiegare allora che questo semplice fatto, che era già evidente nel corso degli anni Ottanta e che ha dato luogo a un silenzio assordante ma logico (se si accetta che la sconfitta politica è dovuta a ragioni quasi strutturali), torni oggi d’attualità come in una specie di success story dal riconoscimento internazionale, sotto le spoglie dell’italian theory, ovvero di un italian thought?

Bisogna provare a rispondere a questa domanda.

Se si può fare un bilancio delle cartografie, della storia soggettiva delle aggregazioni di quegli anni 1960 e 1970, credo si possa dire che oggi l’area operaista sia al centro del dibattito internazionale nei settori dell’intellettualità di massa, come avrebbe detto Paolo Virno, nella veste di un operaismo post-operaio. Ma al contempo, lo dico senza polemica[4], questa centralità è anche la fine di quello che l’eccezione operaista ha rappresentato, nella misura in cui alcune parole di origine politica operaista vengono utilizzate per produrre una specie di lessico intellettuale universitario, un operaismo della cattedra, come Marx a suo tempo parlava di un socialismo della cattedra[5].

Del resto, già la tesi di Tronti sull’«autonomia del politico» implicava la volontà di fare uscire l’operaismo dalla marginalità. Ma l’estensione della sua logica e dei suoi concetti al di fuori del quadro strettamente operaista ha avuto come effetto perverso quello di condurre a una istituzionalizzazione che si è pagata a prezzo di una perdita dell’anima.

Impressiona, certo, che oggi l’operaismo ottenga un riconoscimento postumo proveniente dall’università e talvolta persino dai media, ma non mi pare che questo non abbia effetti sulla radicalità della ricerca, degli articoli, dei testi prodotti. Credo si possa dire che questa «area» operaista sia ormai ricostruita artificialmente, anziché restituita nella sua realtà.

Così, per esempio, «l’inchiesta operaia» è ormai una specie di torta alla crema servita agli studenti politicizzati di sociologia, per consentir loro di credere che sia possibile un rovesciamento militante della metodologia sociologica in slogan o discorsi sull’autonomia, laddove non dà che la sgradevole impressione di funzionare, nel post-operaismo, o come un nuovo libretto rosso o, nel migliore dei casi, come un pensiero in kit, come una sorta di «operaismo, istruzioni per l’uso».

Questo annacquamento dei concetti e delle esperienze dell’operaismo fa perdere non solo la sua originalità, ma anche la sua specificità di movimento, storicamente e politicamente situato, che ha saputo nominare le cose e caratterizzare le situazioni in maniera precisa.

Ora, mentre si ha l’impressione che un po’ tutti vi facciano riferimento, tanto che l’operaismo può apparire come una nuova egemonia teorica, questo annacquamento è particolarmente evidente dal momento in cui si utilizza il termine comunismo, che certo avevamo in comune, ma che ognuno utilizzava e utilizza in un senso peculiare.

A questo proposito, vorrei fare qualche osservazione sul fatto che oggi alcuni tra noi cercano di rimettere Lenin al cuore del comunismo o che Mario Tronti spiega che il suo operaismo era di «fattura comunista» (idea generale specificata con una formula provocante che chiama in causa il suo «gusto bolscevico per la maggioranza», formula che avrebbe appunto il compito di spiegare e di legittimare il suo percorso politico singolare nel contesto dell’operaismo… e del comunismo).

Questa questione della maggioranza e della minoranza è in effetti qualcosa su cui rifletto da qualche anno, chiedendomi chi, per esempio a Barcellona nel 1936, fosse maggioranza, se i rappresentanti del governo repubblicano, il Partito comunista spagnolo o la Cnt e i durrutisti ; oppure domandandomi se coloro che erano minoranza abbiano perciò «meritato» la sconfitta. O ancora se gli aderenti al Poum, che erano certamente una minoranza per quanto molto attiva, avessero meritato di essere sommariamente liquidati dai commissari politici del comunismo staliniano.

Negli anni Venti il comunismo, nelle sue versioni vagamente definite «comunismo di sinistra», nelle loro varianti tedesche e olandesi, consigliariste (Pannekoek e Gorter) o italiane del partito storico programmatico (Bordiga), era minoranza? Era certo quello che ci raccontavano le tendenze terzinternazionaliste e, in Italia, un Partito comunista che si era ormai sbarazzato di questo ingombrante Signor Bordiga e che era condotto da un Gramsci prima allineato poi, imprigionato e debilitato, rapidamente rimpiazzato dallo scaltro Togliatti.

Affinché la storia del Partito potesse essere raccontata nella sua univocità, sparirono dall’album di famiglia Bordiga e gli altri fondatori del Partito comunista italiano, così come sono spariti uno dopo l’altro dalle immagini sovietiche quasi tutti i «vecchi bolscevichi». Una sparizione, bisogna ammetterlo, confermata dagli operaisti, se è vero che chi tace acconsente.

Per non parlare di Rosa, destinata quasi sempre a non figurare se non come antesignana del femminismo, come pure Alexandra Kollontaï; o della rivolta degli operai di Berlino est nel 1953, che fece dire a Brecht che se il popolo si sbaglia allora bisogna cambiare il popolo! E ancora della Comune di Budapest, gettata nel dimenticatorio della storia ufficiale del comunismo. Non erano tutte manifestazioni del più puro comunismo in movimento, benché alcuni non vi volessero vedere che movimenti minori? Questa questione della maggioranza e della minoranza è, socialmente e politicamente, più complessa che una semplice questione di numeri. Ci sono maggioranze che sono state massacrate, come quelli della Cnt a Barcellona.

Ciò che conta è evitare di rimandare a un comunismo come mera idea o a un’idea di comunismo che, nella sua astrazione, consenta di cancellare ogni asperità, ogni deriva, nonché, per dirla tutta, ogni crimine commesso in nome di questa idea. Non è certo solo il post-operaismo ad avere questa tendenza di ridurre il comunismo a un’idea. Ci sono per esempio intellettuali fortemente mediatizzati come Badiou e Zizek, che pensano di far rivivere l’idea senza il movimento.

Procedere in questo modo significa fare come se fosse esistito un filo storico, senza macchia e senza disaccordi, a legare tra loro la lotta di classe e il movimento, da una parte, con le organizzazioni comuniste dall’altra. Qualcuno farebbe giocare volentieri all’operaismo questo ruolo di filo rosso che unisce le diverse fasi della lotta di classe nel XX secolo. Basterebbe reintrodurre surrettiziamente una dose più o meno forte di leninismo, magari facendo come quella faccia tosta di Negri: «Cominciamo a dire Lenin», poi si vedrà. Il centenario della rivoluzione d’ottobre sembra il momento più opportuno per realizzare questa magia che fa corrispondere il 1917 al 1977. Resta curioso che gli stessi che nel 1977 trattavano Lenin come un cane morto, lo facciano oggi risorgere per piazzarlo al centro della scena[6].

Se guardiamo indietro per fare un bilancio, ma anche se parliamo al futuro anteriore, non possiamo ritenere di esser parte di una tradizione nella quale, per esempio, il termine comunismo viene attribuito a Togliatti. È un vecchio problema, tutt’altro che teorico. Quando avevo 17 anni e sono andato ai funerati di Togliatti pensavo che il comunismo fosse quello e basta. Non conoscevo per niente le sofferenze che la controrivoluzione «comunista» aveva inflitto in Catalogna alla rivoluzione sociale. Un po’ meno giovane, quando mi sono trovato a navigare tra le acque di una politica di ultra-gauche e quelle dell’anarco-comunismo, mi sono chiesto perché mai, nella mia generazione, persino tra gli operaisti più anziani (con l’eccezione forse di Sergio Bologna e della sua inchiesta sulla classe operaia tedesca nel 1923) la storia del Movimento operaio, e in particolar modo la rivoluzione dei Consigli tedeschi e la rivoluzione spagnola, fosse così occultata.

Sempre di più, penso che fosse un’amnesia volontaria. Non diversa da quella che a partire dagli anni Ottanta abbiamo vissuto noi stessi, su un’altra scala, certo, rispetto ad altri gruppi armati comunisti come le Brigate rosse o ad altri piccoli gruppi clandestini che sono stati travolti non diversamente dai gruppi armati raccolti attorno a Max Hölz durante la rivoluzione tedesca degli anni Venti.

Che cosa è accaduto, in effetti, in quegli anni? Bisogna riconoscere che la bandiera dell’autonomia non era innalzata solo dai «Quaderni rossi», da Tronti e da Negri sino al Manifesto o a certi gruppi maoisti attaccati alla rivoluzione culturale cinese. Lo era anche, in modo certo meno pubblico, ma non meno esplicito, dal Collettivo politico metropolitano e da Sinistra proletaria, nuclei fondatori delle future Brigate rosse. Anche in questo caso c’è una specie di storia ufficiale del movimento che ha voluto separare il grano dell’autonomia operaista dal loglio militarista, mascherando così l’esistenza dei molteplici passaggi tra il lavoro legale e il lavoro illegale, che si davano all’interno del movimento di insubordinazione, e mascherando volontariamente il fatto che persino le famose «assemblee autonome operaie», nate tra il 1971 e il 1973 e in nome delle quali Antonio Negri e con lui una parte importante di Potere operaio hanno dichiarato chiuse le vecchie strutture organizzative (compresa la loro), erano spesso animate da persone vicine alle Brigate rosse o che praticato il passaggio da una forma all’altra.

Per molti di loro non era la lotta illegale o anche armata a fare problema, ma il fatto di passare in clandestinità, dato che tutta la loro «autorità» derivava dalla presenza nella fabbrica. Le pratiche di questi singoli e di questi gruppi, in qualche modo, è l’operaismo nella sua forma insurrezionalista (cioè Potere operaio) ad averle prodotte. Senza questa impronta, ci sarebbero stati lo stesso dei gruppi armati in Italia, dato che ce ne sono stati un po’ dovunque in quella fase, ma non avrebbero avuto questa particolare fattura operaia (sarebbero stati forse più simili ad altri modelli, come quelli della Raf in Germania o di Action directe in Francia.

Una amnesia interessata, che riguarda anche alcune frange originarie dell’operaismo, come quelle che facevano capo a Gianfranco Faina e a Riccardo d’Este, membri di «Classe operaia» e poi fondatori dei gruppi Ludd-Consigli proletari e Comontismo. Forse sono rimasti fuori dalla ricostituenda rubrica dell’operaismo perché erano i più anti-leninisti o perché alcuni di loro hanno frequentato la lotta armata, chissà.



Note [1] Tra virgolette si trovano le citazioni letterali del mio intervento romano. [2] Il «simpatico mese di maggio», con le sue immagini di violenza ritrasmesse a profusione come se facessero parte dello spirito del tempo, dell’ambiente dell’epoca e, perché no, del patrimonio politico e culturale della nazione, laddove la più insignificante vetrina di banca distrutta oggi da un Gilet giallo fa gridare d’indignazione politici e giornalisti! [3] Cfr. Operai senza alleati, titolo dell’editoriale del n. 3 di «Classe operaia», redatto da Toni Negri nel marzo 1964. [4] Félix Guattari diceva già allora: «Unitevi spesso, ma in maniera effimera, anche quando ci siano divergenze e rotture». [5] Un operaismo da cattedra, certo, è sempre esistito «tra le righe» o in sottofondo, e si esprimeva in riviste come «I Quaderni del territorio», ma non occupava tutto il campo. Partecipava di un contesto egemonico, senza esserne né il corpo né il cuore. [6] Il passaggio di Bifo dal mao-dadaismo del ’77 al neo-leninismo del ’17, nonché la mostra Ottobre rosso di Nanni Balestrini, sono esempi emblematici di queste nuove posture.

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