Ode all’indipendenza


Roberto Gelini, Cieli



Indipendenza, è una parola nuova – carica di storicità e di senso ma che si va diversamente declinando. Qui vogliamo soffermarci soprattutto su un primo modo di intenderla. Indipendenza non è solo un percorso e una prospettiva politica, è anche un qui e un adesso. Ovvero, impegnarsi per costruire giorno dopo giorno una sottrazione del nostro modo di vita agli imperativi imposti dal capitale, a quelle sottili e invasive forme di condizionamento che governano le nostre vite: nei rapporti tra gli individui, nel rapporto uomo-donna, nella relazione con la città, il paesaggio, la natura, nell’alimentazione, nella formazione personale, nel rapporto con la comunità, nel lavoro. Significa difendere le nostre vite dall’incuria, dallo spreco, dall’abbandono, dalla pochezza cui ci vogliono costringere le aziende a massimo profitto e nullo valore – e possiamo farlo. Possiamo farlo se sappiamo intessere le nostre giornate di cura, di attenzione, di sensibilità, di cultura verso noi stessi e verso gli altri, i diversi, verso il territorio e l’ambiente, verso le relazioni personali e umane, verso le cose e le persone che ci stanno intorno.

Non potrà esserci mai indipendenza e libertà politica, se la nostra stessa vita rimane dipendente e schiava delle forme orribili che ha assunto il capitale. Quando ci si batte contro le discariche, contro le privatizzazioni dei servizi essenziali, contro lo sfruttamento insensato di risorse naturali, contro lo sfregio delle cementificazioni selvagge, è contro la dipendenza delle nostre vite dalle merci, dai consumi e dagli stili di vita imposti dal capitale che ci battiamo. E lo possiamo fare solo provando a modificare qui, adesso, il nostro modo di vivere. Possiamo provare a essere indipendenti sottraendoci e opponendoci alle dipendenze che le relazioni del capitale ci impongono. È una grande battaglia culturale questa – se intendiamo «cultura» come «modo di vivere». E senza battaglia culturale nessun percorso di lotta politica può avere anima: dobbiamo essere animati da passione. Perciò, per «cultura indipendente» intendiamo un cantiere a cielo aperto, curioso, attento, intrecciato ai percorsi e alle iniziative che i territori vanno compiendo.

E qui veniamo all’altro modo di intendere indipendenza come parola nuova, percorso attuale e moderno. La ricerca politica e sociale inizia oggi lì dove una ricerca politica non può che, poi, finire: il territorio. La difesa dei territori si impone perché è sui territori che si manifestano le «micidiali» trasformazioni del modello capitalistico, le sue dinamiche interne, palesi o invisibili che siano. Quello che crediamo fondamentale è proporre una nuova idea di indipendenza che parta dai processi dal basso; un’idea genuina che parta dai territori e che sappia riconfigurare un nuovo rapporto con la forma-Stato così come l’abbiamo conosciuta nel XX secolo. Un’idea proiettata nel futuro più che mutuata dal passato. Le «nuove politiche» stanno distruggendo risorse economiche e paesaggistiche; stanno impoverendo territori e tessuti sociali e culturali; disperdendo tradizioni e forme di vita sociali e comunitarie. Povertà, miseria, emigrazione sono solo alcuni degli effetti nocivi di questi modelli; a cui va aggiunta la completa devastazione del nostro territorio misurabile non soltanto dal punto di vista paesaggistico ma anche sui terribili effetti sulla salute e sul benessere delle popolazioni coinvolte.

In un’epoca in cui il potere decisionale si sposta sempre più lontano dai luoghi su cui poi esercita il proprio controllo, l’uso e l’abuso; si concentra nelle mani di pochissime istituzioni internazionali; e si configura come potere «esecutivo» frutto di continue emergenze e stati d’eccezione; in questa fase diviene urgente rilanciare una politica che dal basso affermi una chiara e determinata volontà: decidere. Riprendersi, riconquistarsi il potere di deliberare modi, forme e fini della propria esistenza e di quella della comunità cui si appartiene. Poter determinare questa propria esistenza sui territori che abitiamo è ciò che chiamiamo indipendenza. Chi abita un territorio, urbano o extraurbano che sia, deve potere partecipare direttamente alle decisioni che riguardano economia, modelli di sviluppo, vocazioni produttive; sono sempre gli abitanti che devono poter decidere sul riconoscimento e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale, storico e ambientale. Autodeterminarsi significa recuperare la possibilità di determinare modi e tempi del vivere in nostri luoghi senza alcuna omologazione imposta; è, quindi, il modo in cui le comunità escono dal giogo del comando, ritrovano il diritto ad auto-narrarsi e ad auto-valorizzarsi, ad autodifendersi. È, infine, il modo per ritrovare il legame speciale e unico con i luoghi che si abitano: un legame in cui questi non siano mercificati e schiavi di prezzi di vendita. Forme politico-organizzative nuove da costruire: nuove perché nuovi sono i terreni in cui il principio dell’autodeterminazione così come l’istanza di autogoverno potranno trovare una concretizzazione.

«Nella globalizzazione, sono i territori e le città ad autentica vocazione internazionale che trainano lo sviluppo e attraggono capitali e competenze. Per Paesi a forte vocazione esportatrice come l’Italia, crescere nella globalizzazione significa inevitabilmente accettare che un ambito crescente di poteri regolatori venga aspirato verso l’alto, nelle grandi sedi multilaterali delle intese commerciali e della regolazione banco-finanziaria»: sono parole di Confindustria. Questo processo è osservabile e misurabile in tutti i paesi dell’occidente, in quel passaggio epocale che è stata la transizione dal fordismo e dal welfare al capitalismo finanziario e al neoliberismo, con alcuni «esempi» clamorosi: il Michigan degli Stati uniti, passato dall’essere la più grande concentrazione mondiale di imprese e lavoratori dell’industria automobilistica, con una urbanizzazione galoppante da ogni parte del paese, a un territorio «arrugginito»; l’abbandono delle aree e delle città industriali e minerarie nella Gran Bretagna con la gentrificazione delle cittadine e delle campagne e la polarizzazione della finanza nella capitale londinese; la specializzazione di nazioni dentro il mercato unico europeo; la funzionalizzazione di un intero ex-paese dopo l’unificazione delle due Germanie; la spaccatura orizzontale tra Fiandre e Vallonia e la polarizzazione di una città-Stato, Bruxelles, con un suo statuto extra-territoriale; la dismissione di interi territori industriali nel Nord della Francia e la contemporanea valorizzazione dei terroir e la banlieuezzazione di intere città; l’approfondirsi delle differenze regionali in Spagna. Con ogni probabilità – ne avessimo numeri e dati – avrebbe evidenza enorme in quel vero e proprio «continente della produzione di merci» che è diventato la Cina, dove migrazioni di forza lavoro, espropriazioni e conversioni di territori e produzioni, impianti e super-mobilità di merci e persone, spostamenti di geografie idriche e urbane, megalopoli, hanno assunto la dimensione del «gigantesco». D’altronde questa stessa dimensione «di scala» ebbe il capitalismo industriale della fine ottocento in Gran Bretagna e Germania o negli Stati uniti nel primo Novecento. Il capitalismo ha sempre prodotto e trasformato lo spazio, che non si presenta mai come statico.

Lo scarto tra «quel» capitalismo industriale e «questo» capitalismo sta proprio nelle geografie economiche e sociali: laddove il processo del capitale industriale spingeva a una omologazione nazionale, statale, dei territori, costruendo unicità di mercati e consumi, il processo del capitale finanziario si muove su scala planetaria in una dinamica di differenziazione dei territori, e dei mercati e dei consumi. L’opposizione perciò non è tra globale e locale, tra urbano e rurale, tra metropoli e villaggio – perché nel locale, nel rurale e nel villaggio possono ritrovarsi «isole» di ricchezza e civilizzazione, e nel globale, nell’urbano e nella metropoli possono ritrovarsi «continenti » di devastazione e brutalità. L’opposizione è «dentro» lo spazio, la spazialità, i territori, tra geografie del capitale e nuove cartografie di liberazione. È possibile rovesciare la differenziazione a cui si è «gettati» dal neoliberismo e dal capitale finanziario globale solo rendendosi indipendenti, cioè riconquistando il potere politico della decisione e della programmazione sui territori.

Ridiscutere il principio di territorialità significa perciò ridiscutere la forma dello Stato, il «compromesso istituzionale» su cui si fonda, il principio di legittimazione politica tra Stato e territorio. Dare, cioè, nuovi assetti istituzionali al territorio che si abita. L’indipendenza non è perciò una forma di governo, ma indica il percorso con cui un territorio, uno spazio, una geografia assume nuovi assetti istituzionali. La differenza con il sovranismo, i neonazionalismi, i separatismi e le piccole patrie è profonda e opposta: queste «riproducono» la forma-Stato, rimarcandone i confini, senza discuterla, e dandone un connotato selettivo: lo spazio è inteso in forma di differenziazione politica e giuridica. L’indipendenza, al contrario, è un percorso che si interroga sulla forma del vivere associato, costituisce nuovi statuti e nuove istituzioni e ha un carattere inclusivo della cittadinanza. L’indipendenza produce nuova cittadinanza. Ridiscutere il principio di territorialità significa anche ridiscutere gli assetti economici di uno spazio geopolitico. L’economia di un territorio non è una questione «data», un carattere geografico naturale, ma il risultato di un progetto. È la decisione politica che può modificare la spazialità prodotta dal neoliberismo, dai movimenti del capitale, e che può creare le condizioni di nuove forme dell’economia, di nuovi nodi strategici, di nuovi corridoi della mobilità di uomini e merci. Il mercato deve «servire» la spazialità. Il percorso di indipendenza prende forma in una democrazia territoriale. È una democrazia fisica e non «virtuale», fatta di luoghi e persone, di parole e di corpi. E decisioni. È solo sui territori in cui insiste che la democrazia può declinare la questione della forza, della difesa, dell’affrontamento. Questa democrazia va intesa in termini di relazioni e flussi. Tra territori e luoghi della democrazia. Non ha la forma geometrica della rappresentanza piramidale, con la verticalità della decisione dal basso verso l’alto.

La crisi della forma-Stato ci restituisce una frammentazione territoriale e sociale: una differenziazione per aree ancora più marcata di prima. Può essere il federalismo la strada per riportare a unità questa differenziazione e ricostituire un potere politico in grado di «trattare» con il potere economico? O il federalismo finisce con l’essere inteso e praticato solo come modo di ricostituzione di una forma-Stato e di un’idea di Nazione che hanno caratteri di esclusività e di esclusione invece che di nuova cittadinanza (considerando che in realtà la crisi del welfare nasce proprio dalla crisi dello Stato-nazione e non viceversa)? Per opporsi alla deriva catastrofica della globalizzazione non c’è altra strada che diventare «sovranisti»? E pure: questa crisi della forma-Stato non ci restituisce una «libertà» di inventare forme nuove del vivere associato piuttosto che ripercorrere ipotesi già sperimentate? È possibile costituire potere politico oltre la forma-Stato?

Ecco: la crisi dello Stato pone lo scontro in maniera diretta dentro la forma storica dell’economico, tra il capitale e il lavoro. Il sovranismo, il federalismo, il neo-statualismo non ci liberano da questo scontro, non ne mettono in evidenza il suo carattere definitivo, ma lo riproducono, tendendo a «neutralizzarlo». Lo scontro non sarà tra sovranisti e globalisti, tra centralisti e federalisti, tra destra e sinistra (almeno, per quello che adesso significano), ma tra capitale e lavoro. L’esperienza ci insegna che né la presa dello Stato, e l’idea di una semplificazione della sua «macchinosità» (con il governo delle cuoche), né il suo cambiamento lentamente riformista ne hanno modificato la forma e il dominio. Il punto è che non possiamo immaginare una qualunque forma del rapporto tra centro della decisione politica e territorio se non immaginiamo nuove istituzioni, e se non riportiamo al territorio il potere della decisione politica. È questa la questione. La questione della crisi dello Stato è la questione della crisi della democrazia. Il capitale, cioè, ha ritrovato la sua «autonomia». E la risposta non può essere una semplificazione della democrazia, né una semplificazione dell’economia, ma un aumento della complessità; la risposta non può essere una centralizzazione forzata né una decentralizzazione «casuale». È il lavoro che deve riconquistare la propria «autonomia», cioè rovesciare l’assenza dello Stato come mediazione nel suo scontro con il capitale nel costruire agire politico oltre lo Stato. È il lavoro che deve porsi direttamente la questione di nuove istituzioni del potere politico. Anche riattraversando la propria storia, la propria cultura, gli «avanzi di antica sovranità». L’idea di una relazione stretta tra economia e istituzioni del territorio è importante. Le istituzioni territoriali non possono essere «subordinate» all’economia del territorio, o a una economia che interviene per proprio interesse sul territorio. E ci vogliono istituzioni «forti», autorevoli, che governino e indirizzino il territorio. La questione è rendere «norma» quello che il territorio decide. Norma che valga dentro e al di là del territorio, che cioè sia vincolante per la forma più vasta di associazione istituzionale in cui quel territorio è storicamente inserito.

L’indipendenza non è una separazione, una cesura territoriale che aggiunge confini laddove non ce n’erano, e che lascia inalterati i rapporti sociali preesistenti. L’indipendenza è un processo creativo. È un processo, perché lo spazio, i luoghi stessi sono un processo: sono fatti dalla storia ma anche dalle vite di chi li abita, dalle loro battaglie, dai loro desideri. L’indipendenza che pensiamo costruisce l’autogoverno dei territori, liberandoli a un tempo dalla dipendenza dall’economia del profitto e dalle istituzioni (nazionali e sovranazionali) che ne garantiscono il dominio. Solo pensando a forme non statuali di governo sarà possibile una reale indipendenza dei territori e una reale democrazia diretta.

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