Metti un'odissea nel tuo script: coraggio e astuzia di Nolan
- Andrea Inglese
- 3 ago
- Tempo di lettura: 2 min
Odissea di Christopher Nolan

«2001» è la sezione di Machina dedicata al cinema: pezzi brevi e suggestivi, letture che mettono in luce aspetti politicamente rilevanti. Non a caso il titolo: un omaggio a Kubrick e allo stesso tempo il numero di caratteri che ciascun articolo deve rispettare: 2001 esatti, spazi inclusi, né più né meno.
Oggi Andrea Inglese ci parla di Odissea, regia di Christopher Nolan.
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Va apprezzato il fegato di Nolan: prende l’immaginario occidentale per le corna, nella grandiosità del suo inizio greco – inizio favoloso, mai del tutto addomesticabile. Ma la sua sfida è anche una scommessa facile: metti l’Odissea nel tuo script e mal che vada avrai personaggi e intreccio potentissimi, per non parlare della sontuosa ambientazione geografica. Ed è così che funziona The Odyssey: metà filmone prevedibile da vedere nel 2026, metà anamnesi, ossia rilettura, ricordo, riscoperta di un testo vecchio di più di duemila anni. È il principio della sineddoche, le sequenze visibili non sono che frammenti in grado di rinviare a una narrazione invisibile e sedimentata nella nostra cultura. Da questo giacimento, Nolan attinge con la forza delle sue immagini cinematografiche: le armature, le navi, il mare tempestoso, le stragi e le torri troiane incendiate. Ma c’è poi un’ aria di Terrence Malick, nel modo intimo, anti-epico, in cui gli eventi affiorano e scompaiono, seguendo una plasticità onirica basata su ellissi e salti temporali. Nolan sceglie una via di mezzo tra la narrazione «strutturata» e quella «a sprazzi» del protagonista, che si dibatte negli incantamenti di Calipso. Il regista prova a coniugare la spettacolarità delle peripezie con l’attitudine meditabonda di Ulisse, che pare arrovellarsi persino su questioni morali e di civiltà. Ma non tutto funziona nel film. E non certo per le infedeltà filologiche che una marea di ellenisti più o meno improvvisati ha denunciato - barche anacronistiche o un’Elena d’innegabile bellezza, ma non etnicamente genuina. Gli obblighi del colossal, ad esempio, impongono volti di star onnipresenti nell’industria dell’immagine, creando qualche inciampo nella momentanea sospensione dell’incredulità. Zendaya ricorda più la testimonial di Rolex che un’Atena dall’aria dimessa e Charlize Theron, senza il suo luccicante abito Dior, sembra una regina travestita da pecoraia piuttosto che una ninfa in simbiosi con il paesaggio selvatico.
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Andrea Inglese, originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. Tra i libri di poesia Commiato da Andromeda (Valigie Rosse, 2022; Premio Ciampi 2011) e Il rumore è il messaggio (Diaforia, 2023 ; Premio Pagliarani 2024). Ha pubblicato due romanzi per Ponte alle Grazie: Parigi è un desiderio (2016; Premio Bridge 2017) e La vita adulta (2021). Per DeriveApprodi ha pubblicato: Storie di un secolo ulteriore (2024). È stato redattore di «Alfabeta2» e «GAMMM»; è tra i fondatori di «Nazione Indiana».




