Meglio sicuri che liberi
La svolta securitaria della (ex) sinistra italiana

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Una genealogia della sicurezza a sinistra. A partire da un articolo di Luciano Violante pubblicato su «Micromega» a metà degli anni Novanta, Ruggero D'Alessandro ricostruisce il modo in cui una parte della sinistra italiana ha progressivamente assunto criminalità, ordine pubblico e sicurezza come terreno centrale dell’azione politica. Una genealogia che parla direttamente al presente, in cui la sicurezza, soprattutto con Fratelli d'Italia e Vannacci soprattutto, è tornata a occupare un posto decisivo nel discorso politico.
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Il cittadino spaventato
Buona parte dei dirigenti del PD una trentina di anni fa formavano la Sinistra (PCI, PSI, DP).
Le tematiche su cui misurare il profondo cambiamento ideologico, politico, culturale riguardano: la politica economica; la politica estera; il Welfare State; le politiche di bilancio;
la questione migranti; la politica ambientale.
È raro che si rifletta anche sulla «questione criminale» (titolo dell’omonima rivista di «criminologia critica»). Ovvero, come si rapporta il così detto «centro-sinistra» a temi «caldi» quali criminalità, carcerazione, pubblica sicurezza, quartieri disagiati?
Un documento del nuovo orientamento PDS/DS/PD è firmato dall’ex magistrato, docente e presidente della Camera Luciano Violante. Appare sul numero 4/1995 della nota rivista Micromega. Due anni dopo l’autore si segnala perché considera equivalenti partigiani e militi della R.S.I [1].
L’ex magistrato cita un’inchiesta del quotidiano Il Sole24Ore secondo cui i 15/30enni considerano mafia, crimine, droga al primo posto fra le paure individuali; per i disoccupati i tre fenomeni vengono subito dopo la mancanza di lavoro [2].
Violante precisa che i cittadini medi, gli anziani, i bambini, i poveri si sentono in balia della criminalità diffusa. Si tenga conto che nel ‘94 il 95% dei furti e l’80% delle rapine risultano impuniti.
L’uomo politico suddivide i Paesi più sviluppati in tre gruppi – divisi per quota di popolazione che, nel ‘91, ha subito uno degli 11 reati più comuni: Australia, Canada, USA sono in testa con un range del 25/30%; Italia, Svezia, Germania, Spagna al 25/20%; Belgio, Finlandia, Francia, Svizzera sul 20/15%.
Dunque, il nostro Paese si trova accanto a nazioni ben più attrezzate sul piano finanziario, della prevenzione, delle forze dell’ordine.
L’Italiano è preoccupato per i rischi che corre e per l’impunità di delinquenti che sfuggono alle maglie della legge.
Per una buona politica della sicurezza
Un punto chiave dell’articolo è:
Il tema della micro criminalità è tradizionalmente agitato dalle forze reazionarie, per far nascere una domanda di riduzione delle libertà civili funzionale alla sterilizzazione delle domande di cambiamento sociale. Tuttavia le forze di sinistra e quelle di centro sbaglierebbero a lasciare questo tema al suo attuale carattere underground. È ingiusto non dare una risposta a chi si sente indifeso dallo Stato. È parziale una politica della sicurezza che guardi solo alla macro criminalità. È sbagliato trascurare gli effetti che una buona politica della sicurezza può avere per il rafforzamento del circuito di fiducia tra cittadini e istituzioni. Il cittadino è più disposto a dare fiducia a chi dimostra di saper garantire la sua sicurezza quotidiana [3].
Le parole chiave sono: criminalità, fiducia, sicurezza.
La criminalità è distinta in micro e macro; si parla tre volte di sicurezza; due di fiducia.
Se a una prima lettura sembra tutto chiaro, in realtà nulla dice Violante sulle tre key words. Trent’anni fa Micromega, pur non essendo rivista accademica, era comunque assai diffusa. Da una persona con il curriculum di Violante pretendere un chiarimento sui termini che usa sembra legittimo.
Viene poi da chiedersi: cosa intenda per «buona politica della sicurezza»; sotto quali profili il tema criminalità sarebbe underground; perché non accennare alle realtà di piccoli e grandi criminali.
Violante rileva, opportunamente ma sbrigativamente, che la stagione delle c.d. «leggi di emergenza» – 1975/83 – presenta luci e ombre; inoltre, fino agli anni ’90 si è proceduto a reprimere anziché prevenire.
Ma il ragionamento già citato sul tema della microcriminalità e la sterilizzazione delle domande di cambiamento sociale, sembra polemico. L’autore indirizza una critica alle «forze reazionarie»; la loro politica di lotta alla criminalità conduce a due effetti: riduzione delle libertà; sterilizzazione delle domande di cambiamento sociale.
Ma a leggere saggi storici, cronache giornalistiche, riviste di analisi sulle lotte sociali 1968/’77, si nota che la politica di ministri dell’Interno e presidenti del Consiglio dell’epoca produce proprio i due effetti che Violante attribuisce invece ai reazionari.
Ovviamente, gli effetti del periodo emergenziale comprendono anche: arresti arbitrari, cacce all’untore, condanne spropositate, carceri d’inedita brutalità, esecuzioni sommarie.
Si pensi, poi, a operazioni come quelle contro Autonomia, Avanguardia Operaia, Lotta Continua, nel ‘79, ‘85, ‘88.
Nulla viene detto nemmeno riguardo i rapporti fra servizi segreti, ministeri, alti gradi di Forze armate e Corpo Carabinieri con gruppi terroristici, movimenti neofascisti, criminalità organizzata. Basti pensare al «Piano Solo» del ‘64, al «Golpe Borghese» del ‘70, alla «Rosa dei venti» metà anni ’70, all’organizzazione «Gladio» - operativa d’intesa con la CIA negli anni ’50/’80.
Mancano anche riferimenti alla «Legge Reale»: fra 1.1.1976 e 30.6.1989 risultano 237 le persone uccise e 352 quelle ferite dalle forze dell’ordine. [4]
Le stragi della «strategia della tensione», 1969/84, rimangono impunite (Bologna 1980 a parte, con tutte le perplessità del caso), grazie a depistaggi sistematici e false piste. Riguardo alle indagini su Piazza Fontana si ricordi il «mostro», il ballerino Pietro Valpreda, incarcerato per anni, poi scagionato; e il ferroviere Giuseppe «Pino» Pinelli assassinato negli uffici della Questura milanese. Erano entrambi anarchici del «Circolo Ponte della Ghisolfa».
A fronte di migliaia di militanti di estrema sinistra a lungo in carcere per presunti reati d’opinione, si trovano schiere di assassini, mentitori seriali, infiltrati da PS o CC che usufruiscono di fortissime riduzioni di pena - da Marco Barbone e Carlo Fioroni a Marco Donat Cattin, Silvano Girotto «Frate Mitra», Leonardo Marino.
L’ottica di Violante si sposta da interessi e diritti dei lavoratori (come tradizione della sinistra) alla presunta «equidistanza» fra le parti sociali; seguendo la vulgata che decreta l’evaporazione delle classi.
Di conseguenza, nel medesimo saggio appaiono considerazioni degne della Third Way blairiana [5]: soddisfare le lobby del commercio implementando le forze dell’ordine; istituire il «poliziotto di quartiere»; tranquillizzare il cittadino medio con misure eclatanti e di controllo capillare del territorio; magistratura, Carabinieri, Polizia sono considerati come servizi dello Stato, non poteri.
Conquista del Centro e vittoria dell’ex sinistra
Alcuni slogan coniati da George Orwell nel romanzo distopico 1984 anticipano la conversione centrista dell’ex sinistra:
La pace è guerra. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza.
Si pensi, nel decennio Blair/Giddens, alle conclamate esigenze di ordine pubblico e alla massiccia installazione di telecamere nelle maggiori città [6].
Lo studioso Salvatore Palidda, già docente all’Università di Genova, parla di «rivincita di Bentham» (l’ideatore del Panopticon [7]).
È la svolta che diffonde strumenti di controllo, video sorveglianza, repressione, inasprimento pene.
Scrive Palidda:
La più abile trovata dei poteri liberisti fu innanzitutto quella della distrazione di massa: la «colpa» delle conseguenze devastanti dello smantellamento dell’assetto economico e sociale della società industriale fu attribuita ai «nemici di turno». Disoccupati, nuovi poveri e precari sono così incitati a scagliarsi contro chi «ruba il lavoro», chi«vuole vivere a sbafo delle nostre politiche sociali e della troppa tolleranza», chi«scippa la pensione delle vecchiette«, chi «vuole violentare le nostre donne» (…) Immigrati, devianti, marginali, terroristi,«gentaglia che viene da paesi incivili e barbari» [8].
Lo studioso collega questi appelli populisti all’aumento della spesa pubblica per Forze armate e forze dell’ordine. Torto fondamentale delle ex sinistre è quello, sin dagli anni Novanta, di seguire sempre più pedissequamente l’indirizzo repressivo e carcerario.
Si pensi ad alcune riforme: legge «Turco-Napolitano» sui migranti del ‘98 (che apre la strada alla «Bossi-Fini» del ‘02); «pacchetto D’Alema» sulla sicurezza del ‘99; D’Alema che trasforma l’Arma dei Carabinieri in quarta forza armata (insieme a Esercito, Marina, Aeronautica); alla fine del primo decennio 2000, Marco Minniti diviene «il principale riferimento politico dell’universo militare e poliziesco»[9].
Cosa si sarebbe potuto e dovuto fare in alternativa? La base per una riforma profonda è socio-economica con la fissazione di precisi obiettivi.
È vitale una lotta ben organizzata e finanziata dalle istituzioni statali contro: la distribuzione ineguale di ricchezza; l’evasione fiscale (fra i 90 e i 100 mld annui); il precariato; il lavoro nero; l’evasione dei contributi pensionistici; i controlli sui posti di lavoro riguardo a infortuni e «omicidi bianchi»; l’avvio di una politica d’indebitamento pubblico virtuoso per creare posti di lavoro (ispirandosi a una sorta di New Deal anni ’20 del 2000.
Conflitto e criminalizzazione
A replicare alla visione di Violante ci pensano i numerosi studi di criminologia, sociologia del diritto, diritto penale (teoria del reato in specie), psicologia sociale.
Pensiamo alle pagine di grande chiarezza del penalista Antonio Pagliaro riguardo alla classificazione dei delinquenti. Gli approcci prevalenti per applicare sanzioni penali sono due: il soggetto qualificato lo si identifica con contrassegni normativi oppure naturalistici. Il primo caso configura la visione penalistica; il secondo la criminologica.
Pagliaro nota che quest’ultimo delinea quattro tipologie di delinquente: infermo di mente; per costituzione (caratteriale, psicologica); abituale; occasionale.
La classificazione non ha rilievo nel diritto penale, né in ambito legislativo. La criminologia è tolta di peso dal proprio alveo e inserita in quello penalistico.
Inoltre, la classificazione non possiede un assetto teorico definitivo: di conseguenza gli interpreti divergono sensibilmente fra loro [10].
Riguardo poi al coacervo di leggi, regolamenti, disposizioni e la loro ispirazione politica, pensiamo alle parole di un altro grande penalista. In piena seconda guerra mondiale Carnelutti considera il processo penale
molto meno un problema di leggi che un problema di uomini e di cose. Purtroppo, a questo proposito, noi italiani siamo affetti da una inguaribile mania legislativa. La nostra fiducia di cambiare il mondo con un tratto di penna ha qualcosa di infantile [11].
In tema di conflitto sociale risultano preziose le considerazioni del criminologo norvegese Niels Christie:
I conflitti non sono necessariamente <<fenomeni negativi>>. Possono essere visti come qualcosa di valido, un bene da non distruggere, che raramente ormai può essere respinto nella nostra società. Un bene in via di estinzione, oppure, in molti casi, furtivamente dissimulato [12].
In conclusione, sembra produttivo incrociare due concetti chiave: la costruzione sociale del crimine; la criminalizzazione del dissenso.
Alla prima è dedicato un capitolo di un testo che mette in evidenza il rischio che la criminologia non colga la complessità del fenomeno crimine.
A proposito del fondamentale passaggio dalla visione tradizionalista di penalisti e criminologi (fino agli anni ’60) alla criminologia critica, gli autori notano che la condotta criminosa come realtà conoscibile e spiegabile
Incontra una prima invalidazione […] il dubbio che il crimine e il criminale non corrispondano alle immagini contenute e proposte nelle statistiche ufficiali. (…) si sostituisce una nuova e stimolante idea: che il crimine e il criminale siano il risultato di una costruzione [13].
L’approccio securitario e repressivo sposato dalla fu Sinistra è spia del «trasloco ideologico» verso l’opaca versione PDS/DS/Ulivo/PD del neoliberismo.
L’ideologia di Thatcher e Reagan viene presto condivisa da Mitterand, Jospin, Blair, Schröder, Prodi, D’Alema, Veltroni, Hollande, fino a oggi.
Le proposte di politica criminale in contrasto con la connivenza del cd. centro/sinistra con la destra/estrema destra mi sembrano già indicate in un volume che nel 1982 fa il punto su criminologia e diritto penale critici.
Il fondatore in Italia, il criminologo Alessandro Baratta, parla di «quattro indicazioni strategiche». È significativo (per molti «scandaloso») che si parli di classi, dominio, subalternità, tardo capitalismo:
a) riguardo ai comportamenti socialmente negativi si separino le interpretazioni sulle classi dominanti da quelle sulle classi subalterne;
b) si devono rafforzare le aree colpite da delitti e crimini contro la collettività: salute, lavoro, sicurezza, ambiente. Al contempo, si moltiplichino le iniziative di depenalizzazione optando per sanzioni di diritto amministrativo e civile;
c) il fallimento dell’istituzione carceraria spinge a ripensare temi come espiazione, esecuzione, emenda, risocializzazione, lavoro carcerario, lavoro esterno;
d) last but not least, Baratta sottolinea che
all’interno di una strategia politico-criminale radicalmente alternativa, dovrebbe tenersi nella massima considerazione la funzione dell’opinione pubblica e dei processi ideologici e psicologici che in questa si svolgono a sostegno e legittimazione del vigente diritto penale diseguale [14].
Note
[1] Luigi Pintor scrive in proposito: «Mi domando come mai i ragazzi e le ragazze di Salò siano venuti in mente a Luciano Violante nell’anno 1996, nel giorno della sua elezione alla presidenza della Camera. Non trovo risposta […]
Non sentivo bisogno, lo confesso, di una menzione speciale dei ragazzi e delle ragazze di Salò. Non sentivo il bisogno neppure di un’ovazione fascista. Ma forse è questa l’arte di governo. Forse serve a formare un fronte unico contro chi attenta al cuore dello Stato».
Luigi Pintor, Editoriale, il manifesto, 14 maggio 1996.
[2] Il Sole24Ore, 14 agosto 1995.
[3] Luciano Violante, Apologia dell’ordine pubblico, rivista Micromega, 1995/4, p. 125
[4] Fugik, Spara a vista. Il sanguinoso precedente: la «legge Reale», il manifesto, 26 luglio 2005.
Si vedano anche: Lotta Continua/Democrazia Proletaria/Partito Radicale (cura e stampa), NO! Al ricatto del terrore, foglio di 4 pagine, edito nel giugno 1978 (s. i. del giorno); Paolo Mori e Luigi Saraceni, La <<legge Reale>>. Come la borghesia si difende. Nascita e contenuto della nuova legislazione sull’ordine pubblico, Savelli, Roma, 1975; AA. VV., Ordine pubblico e criminalità. A cura di Lotta Continua, Avanguardia Operaia, PDUP, Mazzotta, Milano, 1975
[5] Si tratta dello spostamento al centro, centro/destra del Labour Party di Anthony Blair (1994/2007) - Primo ministro nel 1997/2007. Gli fa da consigliere Antony Giddens, sociologo, politologo, preside della prestigiosa London School of Economics and Political Sciences.
Fra i suoi titoli più programmatici: Beyond Left and Right (Oltre la destra e la sinistra, il Mulino, Bologna, 1997); The Third Way. The Renewal of Social Democracy, 1998; Runaway World: How Globalization is Reshaping Our Lives (Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna le nostre vite, il Mulino, Bologna, 2000).
Mi permetto di rimandare al mio volume: La società smarrita. Quattro letture del presente fra paure, crisi e migrazioni, Franco Angeli, Milano, 2010
[6] Uno dei volumi più esaurienti sul tema è di Serge Halimi: Le grand bonde en arrière. Comment l’ordre libèral s’est imposé au monde, Fayard, Paris, 2004
[7] Nel 1791 il filosofo e giurista britannico Jeremy Bentham (1748-1832) progetta una torre centrale di sorveglianza entro il perimetro circolare carcerario: si osserva comodamente a 360° quanto avviene nelle celle affacciate sul cortile. Viene chiamato con un termine che in greco classico indica «osservatorio totale» (panopticon). Le finalità d’induzione ad autodisciplina e autocontrollo dei detenuti le sottolinea il filosofo e storico Michel Foucault, a cominciare dall’opera del ‘75 Surveiller et punir. Insieme all’amico e collega Gilles Deleuze teorizzano il fondamentale doppio passaggio della società (1700/1900):
sovranità >> sorveglianza >> controllo
Scrive Foucault sul Panopticon: «macchina per dissociare la coppia vedere-essere visto: nell’anello periferico si è totalmente visti senza mai vedere; nella torre centrale, si vede tutti, senza mai essere visti». In Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1976, p. 220
[8] Salvatore Palidda, Appunti per un’epistemologia della conversione liberista della “sinistra”, p. 3, su «Infoaut».
[9] Palidda, Appunti, citato, p. 5
[10] Antonio Pagliaro, Principi di diritto penale. Parte generale, Giuffrè Editore, Milano, 1980, p. 620
[11] Francesco Carnelutti, Lezioni di diritto penale. Il reato. 1, Giuffrè Editore, Milano, 1943, p. IX
[12] Niels Christie, Abolire le pene? Il paradosso del sistema penale, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1985, p. 103
[13] Gaetano De Leo e Patrizia Patrizi, La spiegazione del crimine. Bilancio critico e nuove prospettive teoriche, il Mulino, Bologna, 1992, p. 55
[14] Alessandro Baratta, Criminologia critica e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico-penale, Meltemi, Milano, 2019, p. 273-278
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Ruggero D'Alessandro si occupa di sociologia e storia della cultura, politologia e storia contemporanea. Tiene lezioni in università di diversi paesi europei, tra cui l'Italia. Per DeriveApprodi ha pubblicato: Gioventù ribelle a Londra (2016), Gioventù ribelle a San Francisco (2018), L'Utopia possibile (2019).




