Libertà di movimento e riproduzione sociale

Una prospettiva femminista sulle migrazioni



Pubblichiamo qui il testo di Enrica Rigo contenuto nel volume Genere, sesso e migrazione. Riflessioni transdisciplinari, a cura di Fabio Amato (Deriveapprodi, 2021)

Il tema della riproduzione sociale, del suo disconoscimento giuridico e politico e della sua errata interpretazione, ritorna nel contributo della filosofa del diritto Enrica Rigo. Da una prospettiva esplicitamente femminista, l’Autrice parte dalla connessione tra la libertà di movimento e la difesa della vita, non più nei termini di uno sguardo inferiorizzante e desoggettivante, ma attraverso una esplicita politicizzazione sul piano teorico. In questo senso il tema della riproduzione sociale diventa indispensabile nell’anali- si dell’esperienza situata delle donne migranti. Con uno sguardo all’attualità più stringente, la riflessione punta lo sguardo critico sulla depoliticizzazione della vita che, nel caso delle migrazioni, porta all’azzeramento delle capacità di azione dei migranti e del- le migranti, portando a un «equivoco insidioso secondo il quale i migranti si salvano fermando le migrazioni». Le gerarchie di genere si esplicitano non solo in ogni fase nei processi migratori, ma anche nella più patente contraddizione che il percorso dell’emancipazione femminile nel Nord del mondo viene pagato dal blocco delle donne migranti in lavori ancillari. Le lotte sulla riproduzione sociale, di cui il movimento è componente e non accessorio strumentale, sono parte delle lotte contro i regimi di sfruttamento. In tal senso, se l’irrompere nel governo della politica e nell’opinione pubblica del tema della tratta può essere visto come un aspetto positivo, allo stesso tempo l’interpretazione, anche del legislatore, che punta esclusivamente sulla vulnerabilità e sulla fragilità del- le vittime, cancella la dimensione politica dell’agire delle donne, mettendo in secondo piano la subordinazione sociale e strutturale che le migranti devono affrontare tanto nei luoghi di partenza che in quelli di arrivo. La scelta del riconoscimento della titolarità di protezione, in tal senso, fa irrompere la dimensione dell’intimità finendo con il depoliticizzare l’azione di asilo. In generale, le pratiche del movimento femminista, donne migranti e non, hanno puntato molto negli ultimi anni su una lettura strutturale della violenza che ha animato le azioni e le lotte politiche in Italia come in altri paesi del mondo.



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Il nesso tra libertà di movimento e vita come ipotesi di lavoro

Mi sembra si possa affermare senza timore di retorica che è difficile ritrovare, almeno negli ultimi decenni, un presente storico della stessa portata di quello che stiamo vivendo per la densità di eventi che mettono in primo piano la relazione tra libertà di movimento e vita. Il massacro dei migranti che si compie quotidianamente nel Mediterraneo è responsabile di un numero di morti che ha ormai superato da tempo i 40.000, di cui oltre 20.000 nei cinque anni successivi alla «crisi dei rifugiati»[1] del 2015. Ma il 2020 è anche l’anno che ha fatto registrare un picco delle morti lungo le fortificazioni erette tra il Messico e gli Stati Uniti, 227[2], senza contare le vittime causate da una militarizzazione dei confini che ha tra- sformato il territorio messicano in una estesa frontiera «a imbuto» per i migranti provenienti dalle rotte dal centroamerica (Verela Huerta 2016). La pandemia globale, che nel 2020 ha letteralmente immobilizzato il mondo, ha reso evidente l’ambivalenza delle limitazioni alla libertà di movimento dentro e fuori i confini degli Stati: utilizzate per proteggere dal contagio le popolazioni nazionali, le restrizioni imposte hanno creato nuove barriere, o rafforzato quelle esistenti, impedendo ad altri di cercare vie di fuga dal virus. Le immagini delle condizioni sanitarie in cui hanno affrontato la pandemia i profughi imprigionati da anni sulle isole dell’Egeo hanno fatto il giro del mondo, così come quelle delle lunghe fila di lavoratori che, dalle metropoli dell’India, cercavano di raggiungere a piedi i villaggi di provenienza alla vigilia di misure di lockdown annunciate repentinamente. A queste se ne potrebbero aggiunge- re altre, dalle navi quarantena allestite in Italia per i migranti in attesa di sbarco, ma anche per coloro che, già da tempo presenti sul territorio, vi sono stati coattivamente trasferiti dalle strutture recettive; ai 380.000 migranti respinti al confine o deportati sulla base di un atto d’urgenza adottato il 21 marzo 2020 dall’amministrazione Trump e giustificato con l’emergenza Covid 19[3]; ai 14 morti nelle carceri italiane durante le rivolte alimentate, nelle prime settimane di pandemia, dalla contemporanea impossibilità di cercare una via di fuga dal virus e dall’isolamento dal mondo esterno. Il filo rosso che accomuna ciascuna di queste istantanee restituita dall’emergenza pandemica è la relazione tra la vita e la possibilità, gerarchizzata per alcuni e ghettizzata o paralizzata per altri, di muoversi e di cercare vie di salvezza.

In questo stesso presente storico, la sfida che la salvaguardia e la riproduzione della vita pongono alle logiche politiche ed economiche che hanno come obiettivo la produzione del capitale (Gutiérrez Aguilar 2020) è stata colta e riproposta sulla scena globale sia dalla potenza del movimento femminista transnazionale che dalle proteste che hanno invaso le città degli Stati Uniti con lo slogan Black Lives Matter. Al centro di entrambi questi movimenti, la politicizzazione della salvaguardia della vita contro i suoi «modi di distruzione» (Butler 2020, p. 55) fa da controcampo a una lettura strutturale della violenza articolata lungo gli assi interconnessi, e sempre contemporaneamente presenti, del genere, della razza e della classe. Se la violenza dei femminicidi è politica perché volta ad annientare le donne, a essere violato non è un corpo singolo ma un corpo collettivo (Gago 2020), così come è un corpo collettivo quello che si oppone a una violenza che uccide per razza. Strutturalità della violenza e politicizzazione della vita si fanno reciprocamente eco nello slogan «le vite nere contano» e in quello femminista «se le nostre vite non valgono noi scioperiamo», nella misura in cui entrambi affermano che vite non può che essere pronunciato al plurale, che le vite non sono separabili le une dalle altre e, dunque, che la salvaguardia della vita non è «affar proprio», un problema individuale, bensì politico. Mettendo a tema la centralità dell’agire nelle lotte a difesa della vita e delle relazioni che la sostengono, la sociologa e attivista messicana Raquel Gutiérrez Aguilar ha affermato che la «malefica triangolazione patriarcato-capitalismo-colonialismo», la quale tiene in equilibrio l’attuale modo di produzione su scala globale, si alimenta «grazie a una strategia di continue disgregazioni e intromissioni nella gestione delle vite altrui» (Gutiérrez Aguilar 2020, p.47). È per questa ragione che, per comprendere il meccanismo di riproduzione dell’ordine sociale, più che a una supposta origine del patriarcato, conviene guardare alla continua reiterazione di tutte quelle forme di divisione della vita che il patriarcato impone, a partire da quella tra i generi (ibid.). In modo non dissimile, l’indagine di Michel Foucault ci dice che per comprendere il razzismo è imprescindibile guardare alla cesura che produce nel continuum della vita biologica (Foucault 1975-76).

Dalla pandemia non è emerso solo il nesso tra la vita, la possibilità di salvezza, e le diverse gerarchie entro le quali si struttura la libertà di muoversi di soggetti razzializzati o marginalizzati. L’emergenza pandemica ha messo sotto gli occhi di tutti che dalla libertà di movimento di questi stessi soggetti dipende la vita della società intera. Tra le prime misure istituzionali per contrastare la pandemia, il blocco della circolazione intraeuropea ha fatto gridare alla collaterale emergenza determinata dalla scarsità di lavoratrici e lavoratori nei settori essenziali della produzione, della trasformazione e della distribuzione del cibo. Sono le lavoratrici e i lavoratori migranti stagionali rimasti bloccati alle frontiere o nei paesi di provenienza dell’Est Europa dagli imposti regimi di quarantena (i «nuovi» cittadini di un’Europa comunque gerarchizzata); ma sono anche i braccianti migranti, provenienti dal Nord Africa o dal Sub Sahara, imprigionati nel lavoro agricolo delle campagne dagli status giuridici precari o illegalizzati prodotti dalle risposte politiche alle crisi dei confini, i quali si sono trovati impossibilitati, durante l’emergenza sanitaria, a muoversi seguendo i cicli stagionali della produzione agricola (Caprioglio e Rigo 2020). Dal movimento dipendono interi comparti della riproduzione del capitale, dalla logistica al lavoro delle piattaforme, che hanno consentito l’approvvigionamento dei beni di consumo durante l’emergenza e continuano a consentirlo (Mezzadra e Neilson 2021). Così come dalle migrazioni transnazionali dipende il settore della cura, in gran parte esternalizzato alle lavoratrici migranti. Se si prende atto di questa duplicità nel nesso tra libertà di movimento e vita, la tensione tra l’attraversamento dei confini da parte dei migranti e la violenza messa in campo per fermarli o limitarne i movimenti non è dunque riducibile solo a «necropolitica» (Mellino 2019)[4], ma diventa essa stessa produttiva; senza che questa affermazione si trasformi in alcun modo in edulcorazione della violenza, delle gerarchie e dello sfruttamento di cui è causa.

Nonostante la mole di letteratura sulla crisi dei rifugiati, sull’intersezionalità dei movimenti femministi e antirazzisti, nonché la proliferazione di scritti già disponibili su migrazioni e pandemia, parlare di un presente storico è sempre un’impresa rischiosa. Le riflessioni presentate in queste pagine non hanno l’intento di stare al passo con ognuno di questi dibattiti accademici, ma piuttosto quello di proporre un’ipotesi di lavoro e ricerca che non può che essere continuamente messa a verifica dalla materialità delle migrazioni e dal conflitto che si produce tra la libertà di movimento e la pretesa di governarla. L’ipotesi è che il nesso tra libertà di movimento e vita imponga una sua radicale politicizzazione sul piano teorico e che centrale, per cogliere questa sfida, sia una prospettiva femminista sulle migrazioni. Le note che seguono rincorrono due direttrici: da un lato, quella messa in evidenza in questo volume anche da Adelina Miranda, secondo la quale lo sguardo di genere sulle migrazioni va ben oltre l’analisi della componente femminile nei processi migratori; dall’altro, quella per cui la politicizzazione del nesso tra libertà di movimento e vita non può prescindere da una prospettiva femminista nella misura in cui mette in primo piano il tema della riproduzione sociale. Trasversale a entrambe le direttrici è il presupposto che un’epistemologia femminista si sviluppa a partire dall’esperienza situata delle donne che, nel caso delle migrazioni, interseca necessariamente l’asse del genere a quello della razza e della classe.

È patrimonio dell’esperienza femminista la consapevolezza dell’ambiguità con la quale il diritto alla vita è istituzionalmente declinato. Ne sono certo un esempio le parole di Mario Draghi, pronunciate nella veste di Presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa congiunta con il Primo Ministro del Governo di Unità Nazionale Libico, quando, sul tema dell’immigrazione, ha espresso soddisfazione «per quello che la Libia fa nei salvataggi»[5] e ha confermato l’aiuto e l’assistenza da parte dell’Italia. Si tratta, peraltro, della medesima ambiguità che l’Europa aveva annuncia- to, in risposta alla «crisi dei rifugiati», nell’Agenda europea sulla migrazione del 2015 con l’imperativo «di agire rapidamente e con determinazione di fronte alla tragedia umana che si consuma in tutto il Mediterraneo» e di «salvare vite umane in mare»[6]. A tale imperativo, si è dato corso con la chiusura della rotta del Mediterraneo orientale, attuata dal patto con la Turchia del 2016, e con il blocco del Mediterraneo centrale tramite la sua militarizzazione e l’accordo tra l’Italia e la Libia per fermare i migranti. È l’ambiguità che fa appello alla vita espropriando i soggetti coinvolti del potere di decidere sulla propria vita. È, in altre parole, la depoliticizzazione della vita che si rovescia nell’equivoco insidioso secondo il quale i migranti si salvano fermando le migrazioni.



Mobilità e regimi della riproduzione sociale

Produzione e distribuzione del cibo, cura e sanità, logistica e tra- sporti sono settori che ovunque sono stati dichiarati essenziali durante la pandemia, ma sono anche ambiti che investono diretta- mente quella riproduzione intergenerazionale della vita che il femminismo ha messo al centro della propria riflessione attraverso la categoria di riproduzione sociale (Bhattacharya, a cura, 2015). A partire dal problema marxiano della riproduzione della forza la- voro, la critica femminista ha mostrato come questa vada inteso sia come approvvigionamento delle risorse materiali (dal cibo, al vestiario, all’abitazione, ai trasporti) sia come formazione delle capacità necessarie all’interazione sociale, incluso lo sviluppo di identità individuali e collettive in grado di avvantaggiarsi di nuove opportunità (Picchio 2003). Allo stesso tempo, nonostante sia la riproduzione sociale a porre le condizioni del funzionamento e della produzione del capitale, la naturalizzazione della divisione sessuale del lavoro è storicamente alla base della svalutazione del lavoro riproduttivo, svolto principalmente dalle donne in forma gratuita, nonché del suo sfruttamento alla stregua di una risorsa naturalmente disponibile (Dalla Costa, James 1973; Fortunati 1981; Federici 2004).

Il tema della riproduzione sociale è da tempo al centro della ricerca sulle migrazioni in una prospettiva di genere (Miranda, in questo volume). La letteratura, pur se con accenti diversi, si è concentrata soprattutto sull’apporto delle donne migranti al lavoro riproduttivo su scala globale e sulle catene della cura che conseguono all’esternalizzazione dei compiti domestici e riproduttivi alle lavoratrici migranti (Kofman e Raghuram 2015). Sul piano dell’analisi concettuale, la categoria della riproduzione sociale è, inoltre, servita a mettere in luce le gerarchie di genere nei processi migratori (Anderson 2000) e, più di recente, a porre l’accento su come la subordinazione delle donne migranti impiegate come do- mestiche sia stato il prezzo pagato all’emancipazione delle donne nel mondo occidentale (Marchetti 2014; Farris 2019). La chiave di lettura della riproduzione sociale si è, dunque, sviluppata ben oltre il contesto del lavoro gratuito delle donne da cui è originata, apportando un contributo importante agli studi di genere sulle migrazioni: da quelli sulle catene globali del lavoro riproduttivo e di cura, a quelli sulla scala transnazionale del lavoro sessuale, a quelli del femminismo nero e postcoloniale che, non senza accenti critici verso visioni focalizzate sull’occidente bianco e industria- lizzato, hanno sottolineato l’importanza della storia schiavista e coloniale per comprendere l’intersezione tra la subordinazione di genere, razza e classe (Davis 1981; Brah, Phoenix 2004).

Altrove ho argomentato che questa ricchezza di studi non è il sintomo di una chiave di analisi esaurita (Rigo 2020a; 2020b). Al contrario, l’apporto di una prospettiva di critica del diritto mette altresì in evidenza come i regimi giuridici di governo della mobilità svolgano un ruolo centrale nello strutturare, e confermare come naturalmente data, la separazione concettuale tra produzione e riproduzione (Rigo 2020b). Tra gli esempi, quello della legislazione sul ricongiungimento familiare è forse il più immediato: al migrante che aspira a portare nel paese di immigrazione un pro prio familiare viene richiesto di dimostrare un reddito sufficiente al mantenimento proprio e del familiare, mentre l’apporto che il familiare ricongiunto fornisce alla riproduzione del lavoratore, dall’approvvigionamento dei pasti, al benessere del sonno, al sostegno nelle capacità relazionali, non trova riconoscimento nello schema giuridico degli ingressi. Lo stesso si può affermare per i regimi di accesso alla cittadinanza nazionale, i quali misurano l’«integrazione» nella comunità ricevente sulla base del reddito, senza tenere in alcun conto il contributo del lavoro svolto dalle donne a favore del nucleo familiare, né che la documentazione di un reddito da lavoro è spesso preclusa alle donne impiegate in set- tori dove l’informalità è largamente diffusa, come quelli della cura e dei servizi alla persona. Il medesimo schema si ripropone, poi, a livello europeo attraverso le norme sulla libera circolazione dei lavoratori, le quali si applicano solo «all’esercizio di attività reali ed effettive, restando escluse da questa sfera le attività talmente ridotte da potersi definire puramente marginali e accessorie»[7]. Non a caso, è stata sovente la femminilizzazione della mobilità intra- europea, e la giurisprudenza riferita a casi di donne, ad allargare le maglie della definizione di lavoratore e, dunque, del contenuto materiale della cittadinanza europea (Tuitt 2013).

In sintesi, è facile osservare che dalla distinzione concettuale tra lavoro produttivo e riproduttivo, la quale relega il secondo allo spazio privato delle prestazioni «naturali» e non retribuite, con- segue, altresì, che tale mole di lavoro è considerata irrilevante nel determinare la titolarità del diritto a risiedere o circolare sul territorio. In altre parole, il problema del valore del lavoro riproduttivo non ha a che fare solo con la sua mancata retribuzione, ma anche con il suo disconoscimento sul piano giuridico e politico. Allo stesso tempo, gli esempi riportati, come altri che potrebbero continuare l’elencazione, segnalano che la mobilità è una componente essenziale non solo dei regimi di produzione ma anche di quelli di riproduzione, e che la libertà di movimento, agita dalle e dai migrati, rinegozia continuamente le strutture sociali, politiche e giuridiche che sostengono e perpetuano la separazione tra produzione e riproduzione.

In uno dei libri che negli ultimi hanno più influenzato il di- battito internazionale su migrazioni e confini, Borders as Method, or, the Multiplication of Labor, Sandro Mezzadra e Brett Neilson (2013) hanno utilizzato la chiave della «moltiplicazione del lavo- ro», determinata dalla moltiplicazione e diffusione dei confini che si oppongono alla libertà di movimento, per leggere i processi di espansione del capitale su scala globale. Come mostrano gli autori, per espandersi il capitale ha bisogno di produrre continuamente nuovi fuori, che non si risolvono semplicemente nella ricerca di territori collocati «concretamente al di fuori» (ivi, p. 98) del suo dominio, bensì vengono prodotti rimodellando su scala intensiva «l’intera vita sociale sottomessa all’imperativo dell’accumulazione capitalistica» (ivi, p. 93). Letti in questa chiave, i confini non risultano funzionali a un’alternativa tra inclusione e esclusione bensì, attraverso un’inclusione selettiva della mobilità, assolvono un ruolo chiave nelle dinamiche di dominazione e sfruttamento. L’eterogeneità delle geografie e delle forme del lavoro contemporaneo non sono oggi comprensibili senza tenere presente, da un lato, il ruolo che i regimi di controllo della mobilità umana giocano nel determinare gli statuti del lavoro e dello sfruttamento e, dall’altro, la tensione conflittuale e la continua rinegoziazione prodotta dai movimenti migratori, mai completamente addomesticabili alle logiche dell’accumulazione del capitale.

La tesi ora esposta dà certamente conto anche del ruolo che le gerarchie di genere assumono nella «moltiplicazione del lavoro», di cui le catene della cura sono un esempio su cui gli stessi Mezzadra e Neilson (2013) si soffermano. Il tema che rimane, tuttavia, sullo sfondo è che la proliferazione e diffusione dei confini pro- duce una moltiplicazione altrettanto significativa dei regimi della riproduzione sociale che, in una prospettiva femminista sulle migrazioni, necessitano di essere posti in primo piano per evitare il rischio di riproporre una distinzione concettuale tra produzione e riproduzione che riconosce solo la prima delle due sfere come ambito dello sfruttamento, e dunque come problema politico. La «crisi dei rifugiati» degli ultimi anni, e il discorso ufficiale che l’ha accompagnata, sono esempi dell’espulsione delle tematiche del la- voro e dello sfruttamento dal discorso sulle migrazioni, alla quale è corrisposta la riconcettualizzazione della mobilità umana sotto il paradigma, sempre più omnicomprensivo, delle migrazioni forzate (Chimni 2009; 2018). La conseguenza è stata una desoggetivazione e depoliticizzazione della libertà di movimento dei migranti a favore della loro gestione umanitaria. La stessa distinzione tra migrazioni economiche e forzate non fa riferimento meramente alle cause dei processi migratori, ma alle diverse posizioni che il diritto riserva alla mobilità umana nei regimi della produzione e della riproduzione nelle società di arrivo (Rigo 2020a).

Sono regimi della riproduzione sociale che si moltiplicano attraverso i confini transnazionali quelli che, nell’esternalizzazione del lavoro domestico e di cura, ripiegano gli spazi e i tempi del lavo- ro salariato su quelli della vita delle lavoratrici migranti. Una compressione che, per esempio, durante la pandemia ha comportato vere e proprie forme di segregazione delle lavoratrici nelle case dei datori di lavoro, giustificate dalla necessità di proteggere l’ambiente domestico dai rischi di contagio. Ma si assiste a una moltiplica- zione dei regimi della riproduzione sociale anche nelle campagne del bracciantato agricolo dove, a partire dalla crisi innescata dalle primavere arabe del 2011, e poi ancora dopo il 2015, una quota crescente della manodopera non europea include lavoratori titolari di un permesso di soggiorno umanitario o per richiesta asilo, mostrando come a essere messe al lavoro siano le stesse migrazioni qualificate come «forzate» (Dines e Rigo 2015). Le baraccopoli auto costruite in prossimità delle centrali della produzione agricola, o le tendopoli allestite dalla protezione civile per accogliere i lavoratori, affiancano nelle campagne i grandi centri di raccolta attraverso i quali vengono gestite le crisi dei confini e, a Borgo Mezzanone nella Capitanata pugliese così come a Pozzallo in Sicilia, diventano la condizione imposta alla riproduzione della vita sia dei lavoratori che dei richiedenti asilo.

Il ruolo delle migrazioni nell’abbattere i costi di riproduzione della forza lavoro è un tema che ricorre anche nelle autrici del femminismo marxista di impostazione più ortodossa, per le quali la separazione della sfera della produzione da quella della riproduzione è nondimeno funzionale alla definizione della classe lavoratrice (Voegel 2013, p. 144ss; Ferguson e McNally 2013). Una simile impostazione rischia però di ricadere in quello che Antonella Pic- chio ha definito come un «riduttivismo prospettico» rispetto alla complessità del processo di riproduzione sociale che scambia per «condizioni oggettive quelle che in realtà sono condizione politi- che (nel senso ampio di rapporti di forza tra classi e gruppi sociali» (Picchio 2008, p. 288). Sarebbe senza dubbio miope considerare le dinamiche di sfruttamento del lavoro agricolo, o di quello do- mestico, fermandosi alle condizioni contrattuali, senza spingersi a guardare al vantaggio prodotto dall’abbattimento dei costi di riproduzione della forza lavoro. Questo non toglie che le condizioni di vita delle lavoratrici domestiche «h24», le quali condividono la dimora dei datori di lavoro, o quelle imposte ai richiedenti asilo nei ghetti auto costruiti o nei centri di raccolta profughi non sia- no «oggettive», bensì il frutto di scelte politiche che strutturano rapporti di potere. Si pensi, per continuare con gli esempi, all’importanza di poter esibire un contratto di lavoro per le procedure di ricongiungimento familiare o per il mantenimento della continuità nell’iscrizione anagrafica e, dunque, per usufruire dei servizi territoriali. L’obbligo dei documenti di soggiorno e residenza per soddisfare le necessità di riproduzione della vita rovescia, molto spesso, l’idea che il senso comune ci restituisce del rapporto tra formalità e informalità, per cui si accettano condizioni di lavoro peggiori pur di avere un contratto, o canoni di affitto capestro pur di avere un titolo per l’iscrizione anagrafica. La chiave della riproduzione sociale risulta, da questo punto di vista, imprescindibile per comprendere come i rapporti di sfruttamento, nella loro natura strutturale e politica, vadano ricercati anche al di fuori degli ambiti del lavoro salariato, nonché per rivendicare che le lotte sul- la riproduzione sociale, di cui la libertà di movimento costituisce oggi una delle poste in gioco fondamentali, appartengono a pieno titolo alle lotte contro i regimi di sfruttamento che si dispiegano nella dimensione transnazionale.

Il nesso tra libertà di movimento e vita prende forma nel conflitto tra le limitazioni imposte ai movimenti migratori, che inevitabilmente determinano i regimi della riproduzione sociale delle e dei migranti, e la loro contestazione. Gli statuti giuridici sempre più differenziati, di cui si compongono le migrazioni in conseguenza alla crescente moltiplicazione dei confini, si riflettono nei regimi attraverso cui le donne e gli uomini migranti riproducono le proprie vite e le relazioni che le sostengono. Sono regimi coercitivi della riproduzione sociale i campi profughi allestiti sulle isole dell’Egeo, così come i campi di contenimento per fermare i migranti in Libia. Ma lo sono anche il sistema dei respingimenti, dei rimpatri forzati e della detenzione dei migranti che, a dispetto del carattere eccezionale che ufficialmente li giustifica, hanno assunto una funzione sistemica nel controllo della mobilità e della vita delle e dei migranti. A questi regimi coercitivi di riproduzione della vita, la pandemia ha aggiunto altre forme di detenzione e confinamento in nome della protezione dal virus, sia delle società di arrivo che dei migranti stessi (Tazzioli e Stierl 2021). Se per alcuni l’esito è stato quello di una immobilizzazione forzata, per le lavoratrici e i lavoratori essenziali, impiegati nella produzione e distribuzione del cibo, nella logistica, nella cura, la pandemia ha invece comportato una forzosa mobilità (Mezzadra, Nielson 2021). In entrambi i casi a venire in primo piano è la centralità del nesso tra la mobilità e le condizioni in cui è possibile preservare e riprodurre la vita.


Il femminismo di fronte alla violenza dei confini

La «crisi dei rifugiati» del 2015 ha fatto registrare un incremento senza precedenti nei numeri delle donne che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere l’Europa. In assenza di dati ufficiali certi, sono stati sovente i corpi di donne recuperati senza vita a portare all’attenzione mediatica la violenza dei confini, ma anche ad alimentare una narrazione che, rappresentando le don- ne come vittime in un contesto pressoché destoricizzato, ricerca i colpevoli delle stragi in mare alternativamente nei trafficanti o nel fallimento delle politiche che ne dovrebbero impedire le attività criminose (Pinelli 2019). Negli stessi anni in cui il movimento femminista ha imposto la lotta alla strutturalità della violenza contro le donne sulla scena politica transnazionale, l’Europa ha trasformato il confine Mediterraneo in un sito di conflitto per- manente dispiegando una violenza inaudita contro la mobilità umana (Heller, Pezzani e Stierl 2018). La violenza della militarizzazione dei confini procede mano nella mano con il consolida- mento di reti criminali che devono diventare sempre più forti per poterli attraversare (Brown 2010, pp. 112-13). Allo stesso tempo, la «mascolinità» (ivi, pp. 130-31) attraverso cui viene codificata la funzione protettiva dei confini è funzionale a occultare la duplice violenza esercitata contro le donne migranti – in quanto donne e in quanto migranti – dietro un’«economia affettiva» capace di conciliare, nella lotta ai trafficanti, la brutalità contro i migranti con la benevolenza verso quelle che considera vittime dei processi migratori (Ahmed 2004).

Ci si potrebbe chiedere se sia solamente un caso che la violenza dei confini colpisca così duramente quando ad attraversarli sono le donne. La domanda non nasconde naturalmente tesi complottiste, ma si legittima nella presa in carico di quelle che il dibattito sull’intersezionalità invita a riconoscere come «le differenze che fanno la differenza» (Tomlinson 2019, p. 6). Se la violenza basata sulla razza e sul genere ha come intento quello di annientare le vite, la violenza contro i corpi sessuati delle donne è sempre anche un’imposizione sulla libertà di decidere come riprodurre la vita.

In un bel libro etnografico sulle donne arrivate via mare in Europa durante la crisi, Camille Schmoll mette in guardia sull’utilizzo dell’espressione «femminilizzazione delle migrazioni» quanto è intesa a sottolineare una discontinuità con il passato (Schmoll 2020, p. 189), e invita piuttosto a politicizzare il genere attraverso uno sguardo femminista sulle migrazioni, riconoscendolo come elemento che trasgredisce l’immobilità alla quale vengono solitamente assegnate le donne (ivi, p. 190). La retorica sulla tratta, che è stata predominante nel discorso pubblico degli ultimi anni, è un buon esempio di come, sul piano concettuale e dell’interpretazione giuridica, la presunta immobilità delle donne si trasformi in una interpretazione che ricerca la vulnerabilità in una fragilità soggettiva, invece che nella subordinazione strutturale e sociale, storicamente determinata e mutevole, che le donne affrontano sia nei paesi di provenienza che in quelli di arrivo. Secondo i dati forniti dall’International Organization for Migration, su 11.009 donne nigeriane sbarcate in Italia come richiedenti asilo nel solo 2016, quelle trafficate sono state 8.277[8]. Questi numeri non trovano, però, riscontro nelle decisioni delle Commissioni Territoriali per il diritto d’asilo che hanno spesso subordinato la concessione del- la protezione alla disponibilità delle donne a rappresentarsi come vittime di tratta e a entrare in un programma di protezione sociale (Rigo 2018).

A proposito del riconoscimento, in Francia, delle donne che hanno subito mutilazioni genitali come rifugiate, Didier Fassin ha affermato che l’ingresso della sfera di intimità nelle decisioni sulla protezione internazionale può essere visto come una depoliticizzazione dell’asilo o, più propriamente, come un mutamento della sfera di ciò che viene considerato politico (Fassin 2013, p. 49). Qualcosa di analogo si può affermare per il contenzioso sulle procedure di asilo che, in Italia, ha impegnato negli anni recenti gli organi amministrativi e i tribunali sulle vicende legate alla tratta. Tra le molte decisioni impugnate, e spesso rovesciate dai Tribunali in sede di giudizio di merito, quelle giunte al grado della Cassa- zione danno conto di come la contesa non sia tanto sulla veridicità dei fatti narrati, ma sulla stessa definizione di genere come categoria alla base della violenza qualificata dal diritto come meritevole di protezione. Proprio in merito a una vicenda di tratta, ha infatti suscitato dibattito un’ordinanza del 2020 la quale ha chiarito che «ricorre una condizione di vulnerabilità personale valorizzabile ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria anche ove tale condizione non sia esplicitamente riconosciuta dall’istante»[9]. In altre parole, la corte ha sconfessato una prassi interpretativa che, subordinando la concessione della protezione alla volontà di collaborare delle donne, nei fatti, ne disconosce la scelta di migrare o la individua come una forma di complicità alla violenza subita. Si è spinta anche oltre una pronuncia del 2021, la quale ha invece fondato il riconoscimento dello status di rifugiata a una donna vittima di tratta sul requisito, previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, dell’«appartenenza a un determinato gruppo sociale» indicandolo nell’appartenenza al genere femminile e specificando, nella motivazione, che «deve poi essere riconosciuta la natura strutturale della violenza contro le donne, in quanto basata sul genere»[10].

La tendenza a ridurre il dibattito sulla tratta a un conflitto sulla logica giuridica e i suoi principi oblitera tuttavia come sia stata la trasgressione dei confini da parte delle donne a imporre una politicizzazione del genere nei casi di asilo la quale, riconducendo la tratta alle forme della violenza strutturale contro le donne, ne destituisce il carattere di eccezionalità che assume quando l’enfasi è spostata sulla repressione delle reti criminali. Le pronunce di cassazione sopra riportate non danno certo conto di un terreno pacificato. Proprio il ruolo che organizzazioni e associazioni delle società civile come gli enti anti-tratta hanno assunto nelle procedure di riconoscimento per la protezione internazionale, dove sono sostanzialmente chiamati a certificare la credibilità delle sto- rie narrate (Zorzella 2021), è indicativo degli esiti a cui, sul piano dell’interpretazione giuridica, possono portare approcci diversa- mente inclini a riconoscere l’autonomia delle donne nei processi migratori e nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Non a caso, fondamentale è stata, negli stessi anni, la lettura strutturale della violenza che ha preso corpo nelle pratiche del movimento femminista e, in particolare, nei centri e negli sportelli antiviolenza, spesso sorti da esperienze di autorganizzazione delle donne, che in Italia sono stati una componente essenziale del movimento che ha riempito le strade e le piazze a partire dal 2016, e che sono quotidianamente impegnati nel supporto delle donne straniere (Rigo e De Masi 2019). Il tema della violenza dei confini, e della lotta alla violenza patriarcale che le donne migranti mettono in campo sia nei paesi di provenienza che in quelli di transito e arrivo, è stato peraltro centrale nell’esperimento politico di scrittura collettiva di un piano dal basso contro la violenza sulle donne e la violenza di genere proposto del movimento femminista italiano Non Una di Meno tra il 2016 e il 2017 (ibid.).

Il punto non è di rivendicare una posizione di sintesi rispetto a una prospettiva femminista sulle migrazioni, ma piuttosto di riconoscere gli ambiti di conflittualità e di posizionarsi rispetto a questi. La necessità di assumere un posizionamento intersezionale è sicuramente uno dei nodi più dibattuti del femminismo (Carastathis 2013), dove non mancano gli atteggiamenti e le voci che infantilizzano le donne straniere, senza riconoscere le posizioni di potere da cui vengono pronunciate (Tomlinson 2019). Il diritto non ne è esente e, anzi, è stata proprio l’elaborazione sull’intersezionalità della giurista nera Kimberle Crenshaw (1989) a riconoscerlo come un campo di tensione dove alla discriminazione fa sempre da contrappunto una posizione di privilegio. Nel campo del diritto internazionale, il riconoscimento della «sessualizzazione»[11] (Otto 2006) dei soggetti ne ha generalmente pagato l’inclusione al prezzo della loro rappresentazione come vittime da proteggere, riproducendo sia le gerarchie di genere sia quelle del privilegio occidentale, visibili nella stigmatizzazione delle forme di violenza considerate il portato di culture «altre» (ibid.). La propensione a considerare la provenienza «altra» della violenza traspare, per giunta, anche dall’enfasi sulla repressione dei trafficanti, la quale ripropone uno schema che individualizza il rapporto tra vittima e carnefice, occultando il contesto sociale ed economico nel quale la violenza si produce, sia nei paesi di provenienza che in quelli di arrivo, dove viene perpetuata attraverso la sistematica subordinazione del- le e dei migranti. Questo non fa tuttavia venire meno il fatto che, come ha osservato Diane Otto sulla scorta dell’esortazione di Ratna Kapur a mettere in primo piano i peripheral subjects del diritto internazionale (Kapur 2002), la messa in discussione dell’ordine sessista e imperialista del diritto si debba proprio «a quella caotica, disordinata e demonizzata «alterità» che abita i margini del diritto internazionale dei diritti umani e della società «civilizzata»» (Otto 2006, p. 355). Da questo punto di vista, appaiono senz’altro di interesse alcune recenti posizioni del cosiddetto Third World Approach to International Law che invitano a riconcetualizzare le migrazioni come una pratica decoloniale che sfida il paradigma della sovranità su cui si regge l’ordine del diritto (Achiume 2019).

Se la potenza femminista e la galassia che si è riconosciuta nello slogan Black Lives Matter hanno opposto la politicizzazione della vita alla sua distruzione, la sfida posta quotidianamente dalle e dai migranti che attraversano i confini ci parla con altrettanta radicalità del nesso tra libertà di movimento e vita. La centralità di questo nesso per una prospettiva femminista sulle migra- zioni impone una messa in discussione radicale delle gerarchie e delle priorità che si strutturano attorno alla falsa distinzione tra gli ambiti della produzione e quelli deputati a preservare e riprodurre la vita. Allo stesso tempo, ci dice della necessita di guardare alle connessioni tracciate dagli stessi processi di un’accumulazione del capitale sempre più invasiva e coercitiva della vita e delle relazioni che la sostengono. Ci indica, in altri termini, un terreno di ricerca che complica le gerarchie dello sfruttamento ben oltre i rapporti tra vittime e carnefici su cui si concentrano gli strumenti repressivi del diritto (Marks 2008), per riportarle alla natura po- litica dei rapporti di forza che le strutturano. La politicizzazione della vita, che per esempio ha trovato nel Mediterraneo uno dei suoi più espliciti teatri di conflitto portando a una radicalizzazio- ne delle attività delle ONG del salvataggio in mare, non edulcora la violenza dei naufragi che si ripetono nell’indifferenza della politica istituzionale. Il suo portato è piuttosto normativo perché rivendica ai soggetti il diritto di decidere sulle proprie vite e su come riprodurle, mettendo a nudo l’ipocrisia che rovescia l’imperativo di salvare le vite dei migranti nella giustificazione di frontiere sempre più esternalizzate per fermare e illegalizzare le migrazioni. È un predicato normativo che non trova alcuna semplice traduzione nei diritti come strumento di emancipazione, ma che assume invece il diritto come uno dei terreni su cui si gioca oggi il conflitto sulla vita.



Note

[1] Utilizzo l’espressione «crisi dei rifugiati» perché è ormai entrata nell’uso per in- dicare il picco di oltre un milione di arrivi di migranti che ha investito l’Europa nel 2015. La necessità di virgolettarla è volta a sottolineare come l’espressione non sia affatto neutra (Dines, Montagna, Vacchelli 2018), e come l’accostamento dei termini crisi e rifugiati tenda a occultare le responsabilità istituzionali e la crisi politica che ha mostrato l’Europa nella gestione delle migrazioni. Parte della letteratura critica utilizza, per indicare quanto avvenuto nel 2015, l’espressione alternativa «lunga estate delle migrazioni» per riferirsi sia alla potenza con la quale le migrazioni hanno forzato le politiche europee e nazionali sui confini, sia ai movimenti di solidarietà che si sono attivati per dare sostegno ai migranti (Mezzadra 2018) [2] I dati aggiornati delle morti dei migranti sui confini sono raccolti dall’International Organization for Migration e consultabili al sito https://missingmigrants.iom. int/; ultimo accesso 30/06/2021. [3] Informazioni e statistiche ufficiali in relazione alla misura sono reperibili al sito, www.cbp.gov/newsroom/stats/cbp-enforcement-statistics/title-8-and-title-42-statistics; ultimo accesso 30/06/2021. [4] Il concetto di necropolitica è stato elaborato da Achille Mbembé per descrivere quelle figure della sovranità il cui progetto centrale è la generalizzata strumentalizzazione dell’esistenza umana e la materiale distruzione dei corpi e delle popolazioni (2003, p. 14). [5] Le parole di Draghi sono state riportate da diversi organi di stampa; si veda www.ansa.it/sito/notizie/politica/2021/04/05/draghi-in-libia-obiettivo-ritorno-le- adership-italia_0ebaae00-06fa-4761-bc52-46e7ae2527c8.html; ultimo accesso 30/06/2021. [6] Commissione europea, Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni. Agenda europea sulla migrazione, COM (2015) 240 final, del 13/05/2015. [7] Si vedano le decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione europea, Levin C- 53/81 del 23/03/1982, Raulin C-357/89, del 26/02/1992 e, più di recente, Prix C- 507, del 19/06/2014, Tarola C483/17, dell’11/04/2019. [8] Si veda il rapporto OIM, Human Trafficking through the central Mediterranean route: data, stories and information collected by the International Organization of Migration, International Organization for Migration-Coordination Office for the Mediterrane- an, Roma, 2017; www.italy.iom.int/sites/default/files/news-documents/IOMReport_ Trafficking.pdf [9] Cassazione Civile, sez. II, n. 1750/2021. [10] Cassazione Civile, sez. lavoro, n. 10/2021. [11] Si noti che Otto utilizza sesso e genere come termini in alternativa, allo scopo di denaturalizzare il sesso come categoria anch’essa socialmente costruita (Otto, 2006).



Immagine: Manolo Luppichini


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Enrica Rigo è professoressa associata di Filosofia del diritto presso l’Università di Roma Tre, dove nel 2010 ha fondato e coordina la Clinica dei diritti, dell’immigrazione e della cittadinanza. È autrice di numerosi saggi pubblicati in volumi e riviste nazionali e internazionali, tra cui la monografia Europa di Confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata (2007), e curatrice del volume Leggi, migranti e caporali. Prospettive critiche e di ricerca sullo sfruttamento del lavoro in agricoltura (2015). È attivista dei movimenti per i diritti dei migrati e del movimento femminista Non Una Di Meno.