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Freno d'emergenza. Estratto da «Lettera a mio padre»



cover Lettera a mio padre

Ieri, 4 marzo 2024, ci ha lasciato Barbara Balzerani. La ricordiamo pubblicando un estratto da Lettera a mio padre (DeriveApprodi, 2020).


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Facciamo un altro gioco. Proviamo a cambiare il punto di vista scavando oltre la coltre che copre quello che è occultato dalla rappresentazione della produzione in cui intercambiabili e ammutolite tute blu addette alla manutenzione sono al servizio di macchine che parlano tra loro.

Come se ogni cosa che arreda la nostra vita non fosse composta di pezzi provenienti da mani che estraggono minerali per le produzioni ad alto contenuto tecnologico, che lavorano alle trivellazioni o sotto il sole delle saline, che costruiscono parti assemblate altrove, che producono cibo, strade, ponti e si arrampicano sulle impalcature. Che tengono aperte le botteghe artigiane. Da altre che smaltiscono rifiuti, consegnano acquisti a domicilio, trasportano, raccolgono pomodori, rea-

lizzano grandi firme, puliscono case, cucine di ristoranti e accudiscono gli anziani. Offrono servizi a basso costo non più pubblici. Occupano tutti gli spazi dei lavori precari, flessibili, pericolosi e meno pagati. Un esercito che nutre quell’economia immateriale che non è in grado di costruire nulla, ma che controlla e pianifica le scelte di tutti.

Nel cono d’ombra della piramide produttiva gemmano modi di produzione e di vivere con cui le nuove tecnologie non si relazionano e non è previsto che possano riconoscere.

Che non ne sanno decifrare i codici e non possono farli entrare nei loro cataloghi di vendita. Quelli inessenziali ai traffici finanziari e che diventano materia di questurini, eserciti e tribunali. Che resistono alle lusinghe di una normalizzazione governabile. Che difendono la loro invisibilità al potere e la loro internità alle dissonanze della vita collettiva, insieme punti di forza e vie di fuga. Proprio adesso che tutto sembra perduto forse è il momento migliore per scoprire le occasioni di liberazione dai feticci dell’onnipotenza produttivista e appropriarci di una vita di relazione che tenga conto della vulnerabilità umana, dell’illusione dell’autoconservazione, della capacità creativa collettiva e della misura dei suoi tempi. Liberazione dal dispotismo dei saperi separati dell’accademia e della ricerca a libro paga delle grandi aziende. Negli spazi liberati dalla follia dell’accumulazione attraverso la memoria dei vinti.

Vieni, andiamo finalmente insieme a Napoli, tra i vicoli del Pallonetto. Mi dicevi che mi avresti portata a mangiare nell’antico borgo marinaro. Anche se molto è cambiato l’essenziale è rimasto. Quante volte me ne hai parlato! Mi dicevi che in certi punti è difficile vedere il cielo, come se gli ultimi piani delle case si toccassero. Non avresti mai immaginato le conseguenze di tutto questo stringersi, in questi tempi in cui i telefoni che ci portiamo dietro ci forniscono anche di piante stradali che guidano i nostri passi e ci portano a destinazione. In questi luoghi, per quanto sofisticato possa essere, l’occhio del grande fratello rimane cieco. È la verifica pratica di quello che si dice a proposito delle mappe che non sono il territorio. E non lo sono perché la ricerca di una direzione nel concreto è insieme modalità creativa di pensiero e di relazione. Guardarsi intorno, ricordare, chiedere, tornare indietro, sedersi a bere un caffè, condividere informazioni. Un saper

fare che la passività di un occhio incollato a uno schermo e un orecchio a una voce metallica mortifica e, a lungo andare, degrada. Una forzatura a cui dovremmo opporci per la nostra salute mentale perché il nostro cervello e quello del sistema vivente da cui trae nutrimento, nonostante le tanto sbandierate conquiste scientifiche, evolve secondo distanze temporali molto più lente e, per fortuna, si nutre ancora di una capacità di conoscenza in base alla socializzazione delle esperienze, alle prove ed errori, ai rimedi agli insuccessi. Mentre più si dà spazio alla specializzazione tecnologica più si riducono le possibilità di adattamento alle pressioni degli altri elementi ambientali.

Ma forse ai margini del primo mondo, nelle sue periferie, tra gli irregolari, gli illegali e non previsti è più facile trovare le occasioni ancora utili per riparare il danno che ci stiamo facendo consegnandoci all’autorità della scienza come a un’altra forma di credo religioso, di un’altra verità assoluta, di un’altra entità che ci trascende. Incapace di considerarsi storicamente determinata e non universale strumento di conoscenza, ma solo il nostro, di questa parte del mondo, mai definitivamente libero dagli interessi della grande industria.

Se fossimo capaci di relativizzare la centralità del nostro sapere non dovremmo avere dubbi su chi sta conducendo le lotte più radicali contro la messa in forse di un prossimo futuro per il pianeta. Non certo catastrofismo che, con grande visibilità, chiede soluzioni dentro la stessa logica economica di morte ma minoranze braccate che, con un’idea di benessere inconciliabile, stanno resistendo agli ultimi sfregi alla vita.

A ben vedere la rapina delle risorse, l’imposizione delle monoculture, il consumo e la militarizzazione dei territori devastati dalle grandi opere fanno capo al permanere della politica coloniale, pistola fumante in mano ai grandi gruppi padronali che ha permesso la nascita e la prosperità al capitalismo a cui sono in grado di opporsi solo quelle forze che combinano la lotta contro il disastro ambientale con la messa in opera di sistemi sociali alternativi al modello di sviluppo che domina il mondo. Che non intendono permettere la truffa dell’economia verde. Dal Rojava martoriato ai territori Mapuche, alle coste pugliesi, alle strade di Francia che si tingono di giallo contro le riforme e rompono l’immobilismo dell’unità nazionale contro il pericolo islamico, dal Cile alla Bolivia in fiamme, a tutte le comunità che si battono contro la devastazione delle costruzioni di una diga, di un gasdotto, di un porto, di un treno ad alta velocità, un solo grido sembra squarciare il chiacchiericcio della resa al capitalismo ineliminabile.

Tu dici che è sempre andata così. Che periodicamente la natura scatena forze incontrollabili. Ma non è tutto sempre uguale. Mai come in questo ultimo scorcio di tempo un manipolo di potenti, solo in quanto esistono, indirizzano le sorti di tutti. Nelle strade di Roma passeggiano i cinghiali. Sui nostri cassonetti della spazzatura fanno le gare di volo radente i gabbiani. I topi e i lupi ci contendono risorse e spazi di prossimità. Non sono attrazioni per i turisti. Sono i reparti avanzati dei nuovi virus che la febbre del pianeta sta risvegliando. È un segnale di quanto sia malmesso il nostro e il loro ambiente di vita, quanto compromesse siano le difese immunitarie di ognuno. E che a noi occidentali non evochino il terrore ancestrale di serpenti o pipistrelli non elimina il fatto che sia la convivenza anomala tra umani e altre specie che causa le ripetute epidemie. I nostri sconfinamenti produttivi.

La bestiola appesa al soffitto di una grotta buia non potrebbe nuocere se certe attività umane non avessero fatto da volano.

Tutte legate alla logica capitalistica di distruzione delle condizioni di vita degli ecosistemi. Questa, all’ennesima emergenza, ordinerà le file per mandare in circolo l’ultimo vaccino, fino a esaurimento scorte. E poi da capo. Ancora ci dovrebbero parlare i ciechi di Brughel, anche se, dall’ultima rivoluzione fallita, sembra che sia diventato impossibile anche il solo pensare di liberarci dal virus produttivistico che prospera sul nostro sistema di vita. Eppure la mitizzazione del progresso scientista e tecnologico ha dato ampia dimostrazione non solo della sua nocività ma anche dell’oscuramento della conoscenza non legata ai bilanci di impresa.

Il gigante scintillante della produzione e del mercato mondiale poggia su un mondo di sfruttamento, miseria e devastazioni che ne garantisce il funzionamento. Trovare i modi per smettere di sorreggerlo e vederlo crollare da tempo non è più opera della presa di un palazzo d’inverno. Forse occorrerà sgretolarlo in più punti, danneggiarlo tanto da eroderne le fondamenta. Riconquistare la conoscenza del suo funzionamento in un sistematico sabotaggio, sottraendola dalle mani degli esperti al servizio dei padroni. Per quanto possa essere difficile qualcosa si può fare subito. Smettere di assecondare chi parla di catastrofe imminente e sparge la speranza che siano i responsabili del disastro a metterci riparo. Chi più drammatizza la condizione del pianeta e più trova modi per una riparazione del danno che è conservazione dell’esistente.

Se tu ci fossi ancora sapresti svelare l’inganno malcelato dietro le innovazioni industriali che dovrebbero ripulire l’aria dai gas venefici. Per esempio potresti spiegare come funziona un motore e di che si alimentano le tanto magnificate macchine elettriche, ultima trovata dell’affarismo verde. Come se sotto il cavolo delle fiabe si trovassero belle e pronte le batterie che tutto hanno meno che la qualità di non inquinare. Col tuo aiuto potremmo capire quanta energia ci vuole per produrle, di che si alimentano, quante ne servono. Impareremmo che la materia prima non è il vegetale magico. Che, anche se la favola ha come protagonisti dei bambini, questi non passano le loro giornate a vivere avventure ma a estrarre cobalto per pochi spiccioli. Che ne muoiono tanti. Che sono bambini africani di pochi anni d’età. Che le batterie esauste, insieme ai telefoni e gli altri congegni elettronici, torneranno nei loro paesi come rifiuti speciali di impossibile smaltimento. Che alle guerre per il petrolio si sommeranno quelle per il nuovo oro striato di grigio. Che sono già cominciate. Volti non così difficili da vedere nelle nostre giornate blindate dall’indifferenza. Basterebbe non distogliere lo sguardo.

Se tu ancora ci fossi sapresti che uno di loro si è aggiunto alla schiera dei tuoi nipoti. Uno che ha trovato scampo nella tua grande famiglia. Piccolo, grande risarcimento non avvenuto a caso, anche grazie a te e a quella porta aperta della nostra casa senza sovrappiù. Che è arrivato a ricordarci, con i suoi pochi anni, la lunga storia del suo paese sulle spalle e persino col suo nome coloniale, il debito inestinguibile che continua ad accumularsi sulla nostra civiltà in declino. Che avrebbe potuto godere, insieme ai suoi compagnetti dell’orfanatrofio di Kinshasa, dei frutti della loro terra generosa se non fosse diventata preda degli appetiti del nostro mercato, dei nostri modelli di corruzione, delle nostre guerre. Terra che forse può ancora contagiarci con altra bellezza e altri orizzonti di senso. Prima che il progresso compia la sua opera di oltraggio alla vita.

Non ti stupire. In modi diversi nel mondo stiamo morendo sull’altare imbandito del dio consumo. Non avresti mai potuto crederlo nei tuoi anni di lotta per l’indispensabile.

Adesso che la furia della produzione capitalistica ha diradato tante nebbie, possiamo vedere con un po’ più di chiarezza quanto gli stati con i loro confini, le proprietà della terra con le loro recinzioni, la produzione con lo sfruttamento del lavoro e dei territori, le biotecnologie abbiano messo in forse alla vita di continuare. Forse è tempo di celebrare il fallimento di questa macchina di morte che nessuna versione ecologica può riesumare. Di incepparne il funzionamento. Anche senza tutte le rifiniture di programma, è questo il tempo. Per gli irregolari, gli illegali, gli scarti, gli indios, i comunardi.

L’impasto che può metterci all’altezza di un’altra storia, interamente umana.


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Barbara Balzerani nei primi anni Settanta milita in Potere operaio, poi nelle Brigate rosse. Al termine di una lunga latitanza viene arrestata e sconta 25 anni di carcere. DeriveApprodi ha pubblicato tutte le sue opere: Perchè io, perché non tu (2009),  Cronaca di un'attesa (2011), Compagna luna (2013), Lascia che il mare entri (2014), La sirena delle cinque (2015), L’ho sempre saputo (2017), Lettera a mio padre (2020), Respiro (2023).

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