Lettera a mio nonno. Non lo sapevo che tanti amavano il fascismo



A due giorni dalle elezioni politiche e dalla conclusione del Festival 5 di DeriveApprodi, pubblichiamo, per scatola nera, un articolo di Simona La Neve che si inserisce nel dibattito da noi lanciato sulle pagine di Machina per indagare le nuove forme di resistenza oggi


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DeriveApprodi resiste. L’ho raccontato a mio nonno. È il suo quinto festival, c’era tanta gente, esperti, accademici e militanti, occupati ad analizzare le tematiche contemporanee della guerra, quelle del predominio del white gaze e delle risposte contro-egemoniche dell’arte contemporanea. Come risposta all’ansimare politico dei giorni pre-voto sono tornata a casa felice, e lo eri anche tu dei miei racconti, nonno. Poi mi hai chiesto «Ma cosa ce ne facciamo della resistenza oggi, quando siamo immersi nel fango o intorno a esso?» Mio nonno ha novant’anni e invero ha sempre votato a sinistra, finché è riuscito. E oggi, mentre il «partito della fiamma» ci ricorda chi siamo [anche] stati e chi siamo ancora, le nostre radici si mostrano fasciste. Lui mi ha solo detto di portare pazienza ma i suoi occhi mi hanno raccontato molto di più. Penso alla mia generazione che non conosce abbastanza l’odore del sangue. Io lo so che alcuni dei nostri nonni hanno amato il fascismo, lo hanno trovato una risposta alla fame, al disordine, senza rendersi unanime alla paura del «mostro». Alcuni di loro sono divenuti poi imprenditori, giovani con le mani di terra che hanno portato avanti il Paese. Così dicevano. Mio nonno mi raccontava di alcuni dei suoi amici alla linea mentre altri, con il neoliberismo, sono andati fieri sulle coste del Sud Italia, per fare di un territorio agreste, un luogo da palazzinari. Perché il Paese è fatto di una storia semplice, dice lui, nonostante una parte politica voglia nascondere questa realtà, dietro il suo paffuto dito. È fatto di speranze a un’alternativa diventata ricotta, vecchia e senza ideali. Cosa fare degli ideali che sognavano i compagni? Caro nonno, perdonami, io non lo sapevo che tanti miei coetanei amano il fascismo, senza averlo vissuto. Io di compagni non ne ho mai avuto ma a voi, vi ho ascoltato. Sì che vi ho ascoltato. Quando nel 1989 i paesi comunisti tremavano e cadeva il muro di Berlino, voi dicevate che sarebbe cambiato tutto, mentre in Italia il federalismo seminava i primi contributi. E così è stato, sono arrivati gli anni Novanta. Tu mi dicevi di portare pazienza mentre il neoliberismo ha portato la tv di massa, la spettacolarizzazione del potere economico delle classi dirigenti. Era il 1992, primo anno senza Urss in un’aria post comunista che puzzava di bruciato. Silvio per l’appunto, solo due anni dopo. La svolta storica per il nostro Paese che permise di credere in quel sogno ormai impolverato, respirato negli anni Sessanta. Potevamo tutto, sì ancora. Sì alle leggi sul secondo condono edilizio, alla deregulation, al liberalismo, a nuove edificazioni mentre il risanamento dell’edilizia storica non era prioritario e la necessità di una regia pubblica nella politica della casa, diveniva sempre più silenziosa. Il vestito dell’opinione pubblica si sbottonava, cambiava mentre la guerra infuriava in Croazia, in Bosnia ed Erzegovina. Viceversa, le «rigidità regolamentari» sono il male di quegli anni. A nome di una certa modernità, da sinistra poi, si esprimevano i primi pareri positivi anche sulle più nefande proposte legislative. Quella della «legge Lupi», me la ricordo nonno. Dal nome dell’onorevole Maurizio Lupi di Forza Italia che spazzava via un’urbanistica «basata sul ruolo delle amministrazioni pubbliche, sulla prevalenza degli interessi generali […] sul riconoscimento dei diritti ai servizi e al verde di tutti i cittadini della Repubblica» [1]. L’approccio alla terra, ai confini del territorio, raccontano anni di una destra italiana che sembrava andare per la maggiore e che trovava appoggio in tutta quella fetta di cittadini che voleva ricchezza e subito, a scapito di tutto. Un percorso nuovo dell’umanità si affacciava, senza un sistema economico sociale che superasse quello capitalistico-borghese. Ho ascoltato nonno, ho imparato che l’individualismo è una religione del presente e del futuro che nasconde il passato, ne ho mangiato pezzi e ne ho sentito il sapore. Ma c’era quell’amaro retrogusto che non mi ha mai lasciato. La risposta della sinistra era debole e sempre troppo confusa, me lo hai detto nonno. Un nuovo logo con un albero dalla bella chioma verde ti faceva sorridere e, non poteva dire molto di più la riflessione di Occhetto sull’ambiente, fin troppo audace, nelle elezioni del 1994. «Il cambiamento era nell'aria» mi dicevi, mentre tutto rimaneva com’era. Non me ne rendevo conto ma intorno a me le città cambiavano, così come le persone. E in un fecondo proseguire di speculazioni in vario modo legate all’appropriazione di ogni rendita possibile, che si era saputa creare, in televisione, c’era spazio per Non è la Rai. A me piaceva ballare ma tu non volevi che guardassi quella «roba». Mi portavi con te a lavoro. E ricordo i vestiti pastello che si sporcavano sempre, quando ero con te. Non ti ho mai chiesto se era una palazzina sulla costa di Guardia Piemontese, vicino a Cosenza, quella che ti ha fatto preoccupare più di altre, perché troppo vicina al mare. Mi ricordo perché ero con te quel giorno quando la scuola era chiusa. C’è stato un periodo lo so, in cui molti, in quegli anni, avete capito e siete andati avanti, avete pensato che potesse essere così ancora per un po’. Era il futuro ministro Beniamino Andreatta a dichiarare, negli anni Sessanta, che «l’appropriazione privata dell’aumento di rendita urbana derivante dalla crescita delle città è difficilmente giustificabile» [2]. Ma le città crescevano e sono cresciute come un cancro che non trovava pace. La politica per capirla bisogna guardarla dall’alto, sulla carta, dove si disegnano le città e le campagne perché è lì che viviamo tutti, mi dicevi. Imperava il III governo Berlusconi e chiedevi di portare pazienza mentre l’urbanistica cessava di essere motore per le riforme della gestione del territorio. Poi si è iniziato a sdoganare la gestione di temi etici anche a scala europea, quasi a demandare le problematiche e i principi a qualche altro, che disegni il futuro, senza permetterci di essere noi fautori. Perfino la recente evoluzione delle questioni ambientaliste e del paesaggio è stata solo usata dalla politica, mi dicevi. E oggi nonno cosa succede se guardiamo le nostre case dall’alto? Nonostante la destra vinca a scala internazionale, qui la firma su quella carta, con una matita, l’abbiamo messa con le nostre mani. Quella fiducia nonno, quell’alternativa non si è mai spenta. L’abbiamo solo tenuta in un cassetto, mi hai detto stamattina. Abbiamo di nuovo demandato ad altri, senza permetterci di essere fautori del nostro presente? Resistere è l’unica cosa che ho imparato nonno, ma da dove devo partire per accettare le sconfitte? Come hai fatto a vedere questi cambiamenti e rimanere in piedi, con le mani sporche di terra, ma pulito. Io ho paura nonno. E oggi ne ho ancora di più.



Foto: Roberto Gelini



Note [1] Edoardo Salzano, Memorie di un urbanista. L’Italia che ho vissuto, Corde del Fontego, Venezia, 2010, p.132 [2] G. Campos Venuti, Città senza cultura. Intervista sull’urbanistica, a cura di F. Oliva, Editori Laterza, Bari, p.21