La transizione digitale del quotidiano



Proseguiamo, con la trascrizione degli interventi di Leopoldina Fortunati e di Sandra Burchi, la pubblicazione dei contributi formativi del modulo «Crisi e riproduzione sociale» della Summer School organizzata da Machina a inizio settembre 2021, promosso congiuntamente dai curatori delle Sezioni Transuenze e Vortex della rivista, di cui si sono già pubblicati altri interventi. Le due relatrici, in questi contributi, hanno focalizzato il loro sguardo sui nessi tra lavoro produttivo e riproduttivo nella sfera domestica riorganizzata dall’irruzione delle nuove tecnologie, divenuta nell’esperienza dello smart working dell’ultimo anno uno spazio promiscuo in cui convivono lavoro salariato remotizzato, lavoro organizzato dalle piattaforme, lavoro riproduttivo e lavoro «di consumo». Leopoldina Fortunati si sofferma sul rapporto tra trasformazioni tecnologiche e rapporti di produzione e potere nella sfera riproduttiva, indagando le potenziali ambivalenze della nuova onda tecnologica. Sandra Burchi propone invece alcune riflessioni basate su una ricerca qualitativa che ha coinvolto un ampio campione di lavoratrici in smart working nel 2020, all’uscita del periodo di lockdown.


* * *


Leopoldina Fortunati

L’Arcano della riproduzione è uscito nel 1981 in Italia e nel 1995 in inglese, quindi a prima vista è un libro che potrebbe considerarsi vecchio; purtroppo, è ancora attuale, ha molte cose per aiutare a capire l’oggi, per cui è un libro che ha fatto il suo tempo ma che allo stesso tempo ci aiuta anche a capire l’evoluzione e la trasformazione della sfera della riproduzione.

Entriamo nel merito della svolta digitale. Ci sono state, nelle case, due ondate tecnologiche con logiche completamente diverse, che hanno impattato in maniera diversa su questa sfera. La prima era costituita dalle macchine classiche – i mezzi di trasporto – dagli elettrodomestici, le macchine per cucinare o cucire, i telefoni, i mass media, che ne L’arcano erano definiti strumenti del lavoro di riproduzione. In effetti sono anche delle macchine (dove la macchina più importante è il corpo) e avevano caratteristiche in linea con una certa sfera della riproduzione, quella funzionale. La seconda ondata è costituita dalle macchine digitali: computer, internet, smartphone, robotica (Bimbi, Roomba), assistenti virtuali (Siri etc.), macchine in linea con il nuovo ruolo che il capitale chiede oggi alla sfera della riproduzione, e hanno conseguenze importanti sull’intera struttura del sistema capitalistico. Parlare oggi di sistema capitalistico significa parlare di un sistema con una logica e una struttura completamente diversa da trent’anni fa.

Partiamo dalla prima onda. I mezzi di trasporto derivano dalla tradizione della fabbrica, dal core business del capitale e sono inizialmente rivolti ai maschi. La loro penetrazione nella sfera domestica non ha messo in discussione la privacy della casa perché viene concepita una casa per la macchina, il garage. Queste macchine hanno garantito una mobilità delle masse, accompagnato le forti ondate di immigrazione interna ed esterna, dalla campagna alla città, dal sud al nord e così via. Sono anche macchine pericolose, con un numero di morti importante. Le donne hanno faticato ad appropriarsi delle automobili, anche se il loro uso ha poi garantito una maggiore mobilità e libertà individuale. La macchina era legata alla sfera pubblica, da cui eravamo storicamente marginalizzate. La presenza delle donne al volante ha significato un loro percorrere la sfera pubblica che era stata fondamentalmente appannaggio dei maschi, fino ad allora. Per quanto riguarda elettrodomestici, macchine per cucire e cucinare, telefono e mass media, questi erano il risultato di una componente secondaria rispetto all’evoluzione «nobile» dei settori industriali nella sfera domestica. La loro lenta penetrazione è stata accompagnata da una serie di processi integrati, quali la costruzione sociale della figura della casalinga, una divisione del lavoro tra uomini e donne piuttosto rigida, lo sviluppo e l’imposizione dell’egemonia culturale studiata da Gramsci. La lentezza di questa penetrazione era dovuta al fatto che i corpi delle donne (e dei vari membri della famiglia) funzionavano già come «macchine della vita quotidiana»: se la donna non la pago ed è in grado di lavare i piatti, a cosa mi serve una lavapiatti? A meno che non si voglia utilizzare quella stessa donna anche come operaia salariata! La penetrazione nelle case di queste macchine è stata spinta sia dal bisogno capitalistico del lavoro salariato delle donne, sia della resistenza delle donne al lavoro domestico: il rifiuto del lavoro domestico (la crescente disaffezione delle donne verso il lavoro domestico) verso lasciava sguarnite molte case. Elettrodomestici e macchine per cucire e cucinare erano chiaramente rivolte alle donne; invece il telefono era rivolto inizialmente ai maschi e poi alle famiglie. Ci sono stati studi importanti sull’appropriazione del telefono da parte delle donne, che ne hanno fatto un vettore di comunicazione e di socialità, laddove era stato concepito (dai progettisti e designer del telefono) come strumento per le urgenze o come veicolo di informazioni. Poi i mass media, la televisione, indirizzata inizialmente alle famiglie, e anche qui c’è stato un conflitto: quella macchinetta, il telecomando, costituiva lo strumento del comando (cosa bisognava vedere in TV), ma anche un terreno di conflitto interno alle famiglie.

Veniamo alla seconda ondata. I Mass media digitalizzati, computer/internet, smartphone e new media, a partire dagli anni ’90, provengono invece dal punto più alto dell’innovazione industriale. La loro penetrazione nelle case, che è stata in parte anche frutto di una grande appropriazione da parte della gente, ha dato luogo ad un lungo processo ventennale. Il cellulare, importante, a differenza del computer (che nasce in seno al mondo industriale e solo dopo, come personal computer, arriva nelle case), nasce nelle case e poi viene introdotto nelle aziende. Da un lato queste macchine, per il capitale, sono un grande strumento di dominio e di estrazione del valore, dall’altro il loro avvento nelle nostre case ha rappresentato una grande risorsa tecnica, sociale e politica per la gente. È una grande ricchezza che oggi esiste. Dal punto di vista del capitale, questo processo ha avuto due motivazioni principali.

La prima è stata ridurre, attraverso la tecnologia, il potere acquisito dalle donne a livello comunicativo, che aveva alle spalle la prima e la seconda ondata del femminismo, processi in cui le donne avevano acquisito un potere significativo a livello comunicativo. Questo processo di diffusione degli Ict nella sfera domestica avviene in un momento storico particolare. Nonostante il riflusso dei movimenti femministi, ci sono stati molti processi sociali messi in atto dalle donne con determinazione: il rimodellamento del rapporto di potere all’interno della famiglia, più che in passato a favore delle donne; il rafforzamento della padronanza e del controllo della comunicazione da parte delle donne; l’appropriazione della comunicazione da parte delle donne nella sfera pubblica (è stata, questa, una svolta epocale); il rimodellamento dei rapporti di potere anche tra generazioni all’interno della famiglia, con la riduzione del potere degli adulti e degli anziani. Attraverso il computer, internet e il cellulare, la forza delle donne sulla comunicazione è stata ridimensionata, questo è uno dei casi in cui la tecnologia – ideata in gran parte da ingegneri, designer e informatici di sesso maschile – è stata usata contro le donne. Ci sono intere librerie che ricostruiscono questo processo. Anche il cellulare, inizialmente, è stato pensato per un utilizzo maschile: avevano informazioni sulla borsa, il meteo, pensate per il maschio giovane, bianco, benestante, mobile. In un primo momento le donne che usavano queste tecnologie erano meno numerose degli uomini e con minore competenza per utilizzarle (le donne hanno sempre subito questa segregazione educativa, informazioni e competenze tecniche). Gli utenti maschi hanno ripreso il controllo sulla comunicazione e hanno rafforzato il loro controllo sulle informazioni. Tuttavia, in un secondo momento, le donne hanno iniziato ad appropriarsi delle nuove tecnologie, in particolare dagli smartphone, mentre siamo ancora svantaggiate riguardo a computer/internet e robotica (minore presenza di donne nelle discipline Stem, ecc.).

Il secondo è stato facilitare il controllo sulla riproduzione sia da parte dello Stato sia del sistema capitalistico, controllo che precedentemente erano riusciti a sostenere a fatica, a causa della sindrome della porta chiusa. Siccome in «democrazia» il controllo pubblico si arresta sul portone di casa, dove inizia il controllo privato, era difficile controllare come quelle donne lavoravano al loro interno. Il controllo poteva avvenire solo ex ante o al di fuori del processo domestico stesso, quando la forza lavoro arrivava alle porte delle fabbriche o delle scuole (dove vedevi ad esempio se i bambini stavano bene, erano vestiti bene, ecc.). Per lungo tempo i servizi sociali hanno potuto anticipare il controllo, durante il processo stesso, solo in casi limitati (aree di esclusione sociale, emarginazione e grave povertà). Questo controllo è reso possibile dalle nuove tecnologie ed è stato utilizzato per superare le difficoltà di penetrazione dell’ambiente domestico.

Queste tecnologie, infatti, sono un bridge tra famiglia e mondo, sono in grado di mettere le persone (casalinghe, lavoratori, ecc.) in contatto con il mondo esterno, attraverso mezzi quasi invisibili (l’elettricità, le onde elettromagnetiche e così via), ma anche di mettere il mondo esterno (lo Stato, la politica, l’economia) in rapporto con l’interno delle case e le famiglie. Dovevi convincere però le famiglie e le persone a comprarli e utilizzarli. L’unico modo per superare il problema della porta chiusa era sottoporre questi nuovi media allo stesso processo di mercificazione e diffusione cui sono stati sottoposti sia i mezzi di trasporto sia gli elettrodomestici. Sono perciò diventati beni entrati nel mercato e disponibili per l’acquisto. Naturalmente il sistema capitalistico ci ha guadagnato tantissimo dalla vendita, ecc.; però ci sono anche contraddizioni: questa soluzione non era però indolore perché significava, da una parte, che le nuove tecnologie erano poi soggette al potere d’acquisto dei consumatori, quindi alla loro volontà sia in quanto acquisitori (quante tecnologie non sono interessate alla gente? sono stati buttati via miliardi di investimenti tecnologici), dall’altra perché per la prima volta nella storia del capitalismo l’umanità è diventata padrona dei mezzi di ri-produzione).

L’economia politica della sfera domestica si fonda su una doppia strategia divergente: una strategia specifica applicata al lavoro immateriale, basata su una grande quantità di tecnologia più facile da produrre e meno costosa; una strategia opposta applicata al lavoro materiale (più complesso), che coinvolge molto meno la tecnologia, perché non riducibile a standard (niente è più specifico e meno replicabile dell’individuo): le case sono trappole per i tecnologi che vogliono standardizzare. Questa biforcazione è stata necessaria anche per altri motivi: mantenere un’alta produzione di valore nella vita quotidiana; nel contempo, per mantenere il controllo sulle donne, espropriandole della parte immateriale del lavoro riproduttivo (che oggi viene fatto molto dalle macchine); per produrre una forza lavoro in grado di far fronte sia alla complessità della globalizzazione sia alla crescente quota di lavoro domestico non affrontato dalle donne. Ne parlo anche in un lavoro di questi anni, il lavoro materiale a livello domestico ha un’impellenza tale che una mamma, se deve provvedere ai lavori domestici, spesso mette il bambino davanti alla televisione; la parte immateriale (parlare al bambino, giocare con lui) spesso è quella più sacrificata, abbandonata a sé stessa dalle donne costrette al doppio lavoro (esterno e in casa). Attraverso queste nuove tecnologie, il lavoro immateriale non solo crea valore nel processo di riproduzione della forza lavoro, ma oggi genera direttamente capitale, estraendo valore direttamente dalla socialità, dall’amicizia, dall’emozione, dal corteggiamento, dalla comunicazione, dalla sessualità e così via. Quindi oggi ci sono due modalità di produzione di valore: una indiretta (il valore incorporato nella della forza lavoro); una diretta, la più importante forma di estrazione del valore del capitalismo dei giorni nostri. Nei settori tradizionali (manifattura, chimica, aeronautica, ecc.), il Capitale è stato costretto e emigrare; queste sono oggi le aziende che mostrano la strada dello sviluppo capitalistico, con l’utilizzo di queste macchine, l’intelligenza artificiale e gli algoritmi.


Sandra Burchi

Il mio interesse primario nasce anche da un’esperienza biografica: negli anni ’70 non esistevano soltanto la fabbrica e la famiglia come entità separata dove la «riproduzione» era tutta rivolta ai membri della stessa, ma nell’informalità delle case, com’è noto, si svolgeva una parte importante di economia. Nel mio quartiere, ad esempio, molte donne facevano lavoro da casa e utilizzavano la macchina da cucire, il piccolo telaio, ecc.: un lavoro esternalizzato dalle fabbriche, ma che produceva economia. Più in generale, credo, quando parliamo di storia della casa ci sia molto più di quanto immaginiamo. Il nostro immaginario risente molto della casa ottocentesca, teatro degli affetti, ma le case in realtà sono da sempre luoghi di produzione. In un bel libro che si intitola Il lavoro delle donne nelle città dell’Europa moderna, Anna Bellavitis mostra come già nel ’400-’500 le case fossero un luogo di produzione, di economia. Le donne hanno sempre fatto questo lavoro di trasformazione, dalla riproduzione alla produzione e viceversa. Se mettiamo da parte la concezione classica di lavoro, possiamo notare come la casa ha da sempre storicamente un suo spazio, un suo senso nell’economia. Per me questa «casa a doppio senso» è tornata sotto gli occhi quando ho visto che dalla fine degli anni ’90 la generazione che si è trovata ad affrontare la precarietà diffusa, ha iniziato a riallestire spazi di lavoro a casa. Quindi analizzando questo passaggio, tra le donne degli anni ’70 sottopagate, con livelli di istruzione medio-bassi, che cucivano tomaie, fabbricavano abiti o facevano pezzi di maglieria che mandavano alle ditte, fino a queste donne laureate che affrontavano la precarietà tornando a casa nel pieno passaggio al post-fordismo, mi è venuta voglia di capire meglio. Nel frattempo il mondo e le case sono cambiate (per la trasformazione dello spazio domestico rimando all’intervento di Leopoldina), si è reso palese che le case non sono meri luoghi del privato ma sono nodi interconnessi alla sfera produttiva. D’altra parte lo spazio-casa non ha perso del tutto la sua caratteristica affettivo-identitaria: il sentirsi a casa, il fare casa è ancora un desiderio. Lo studio di Paolo Boccagni, che dirige il progetto «Homing» dedicato al «fare casa degli immigrati» e che lavora sull’intersezione tra globalizzazione e il sentirsi a casa, ci dice che c’è qualcosa ancora che ci fa desiderare uno spazio-casa vivibile, che ci permetta di vivere le dimensioni relazionali e soggettive e quel senso di «rispecchiamento» di cui parlava Agnes Heller. Mi sono occupata di questo tema guardando soprattutto alle esperienze concrete. I nostri corpi e le nostre facoltà cognitive sono diventati l’equivalente del capitale fisso e sono al centro del modello antropogenetico del capitalismo odierno che oggi non produce solo oggetti ma soggetti e soggettività, bisogni, desideri e lo stesso immaginario, affinché gli oggetti che vengono prodotti abbiano senso, siano domandati da qualcuno (Benjamin parlava di «aura della merce») e in più li struttura come singolarmente implicati nei processi di produzione. In casa si vede bene come i soggetti oggi sono implicati in questa linea stretta tra produzione e riproduzione, è la sovrapposizione tra spazi lavorativi e spazi di vita a renderla evidente. Ma è interessante guardare ai comportamenti, alle strategie, alle pratiche, a come le persone sciolgono questo nodo per vivere, infatti non credo che questa battaglia possa darsi già per persa. Ci sono (e dove sono) i margini affinché soggettivamente si creino delle vie di fuga? È un tema che non si risolve facilmente, ma è un tema! Quale spazio abbiamo tra assoggettamento e soggettivazione?

La sovrapposizione di spazi, dicevamo, diventa facilmente sovrapposizione di tempi: è da mettere in discussione il concetto secondo cui lavorando a casa si risparmia tempo, non è una cosa data ma una possibilità. Nel mio studio, utilizzo lo sguardo della sociologia qualitativa (o narrativa), facendo uso dei racconti delle persone e analizzando sia le esperienze sia i pensieri sull’esperienza (utilizzo questo livello di riflessività per capire a che livelli si è implicati e quali margini di distanza da quello che viviamo). Questo sguardo ravvicinato, ovviamente, non permette di arrivare a grandi generalizzazioni però mette in chiaro quali elementi sono passati nella soggettività e quali meno. Dapprima ho svolto ricerche sul lavoro da casa, sul lavoro precario e qualificato, sul cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione, quindi soggetti con titoli di studio che lavorano in forma indipendente; successivamente, durante, la pandemia ho guardato allo stesso processo facendo un’indagine sul lavoro dipendente, che ha lavorato da casa grazie a questo istituto normativo detto «lavoro agile». Durante la pandemia si è fatta esperienza, attraverso lo smart working, di una condizione da tempo già nota al lavoro precario: i lavori dipendenti abituati al tran tran casa-ufficio, hanno dovuto fare esperienza di un lavoro da inventare nell’arco delle 24 ore, a cui trovare spazio, organizzazione, senso, obiettivo. Ho lavorato soprattutto sulle donne perché nel lavoro femminile la sovrapposizione tra casa e lavoro, così come il suo scarso riconoscimento, ha una storia più lunga. La legge che ha permesso il lavoro remotizzato è una legge del 2017 sul lavoro agile, figlia più intelligente del «telelavoro», che non ha mai davvero attecchito per via degli effetti di marginalizzazione che produce. Il lavoro agile, essendo pensato come flessibile (tra lavoro a casa e in presenza) ha avuto un lungo iter legislativo, poi è stato approvato rispondendo a bisogni effettivamente circolanti nella società: esigenze di flessibilità, voglia di orari individualizzati, risparmio sui tempi di spostamento, fatica nella presenza sui luoghi di lavoro e sul piano sovra individuale, risparmio sulle missioni, impatto sull’ambiente, ecc. Un immaginario incoraggiato per favorire la conciliazione, l’autonomia, la libertà di lavorare dove si vuole. Sono concetti che non reggono del tutto all’esperienza, ma che continuano ad essere appetitosi soprattutto per chi ha vite molto incasinate, lunghi tempi di spostamento e la necessità di far fronte a più campi di bisogni.

Presentando la ricerca, posso dire che è difficile generalizzare i risultati di ricerca, basata su 60 interviste fatte ad altrettante donne al termine del primo lockdown, anche se ci sono alcune evidenze. Ad esempio, le intervistate sono consapevoli (e preoccupate) dal fatto che le imprese stanno risparmiando sulle sedi di lavoro e sulle manutenzioni e che la produttività amministrativa-burocratica sembra aumentata. Delle accelerazioni si sono viste, oltretutto durante il lockdown l’accordo che aveva consentito il lavoro a distanza era semplificato, l’accordo individuale che dovrebbe garantirlo non è stato fatto ed alcune condizioni sono state fatte saltare per motivi di emergenza: è stato uno smart working organizzato in fretta e furia. Per molte è stato assai scioccante non potere contare sull’andirivieni casa-lavoro e sull’organizzazione dentro-fuori, per altre questo passaggio è stato proprio impraticabile: ad esempio le donne che hanno figli e figlie piccole dicono che non si può lavorare e allo stesso tempo guardare i figli, è una misura di doppia interferenza e non di conciliazione. Più in generale, è stato difficile per tutte quei lavori in cui la relazione è centrale come le insegnanti, le sindacaliste e tutte coloro che contano sulla presenza come dimensione di efficacia che trasmette contenuti, pezzi di lavoro. Tutte hanno visto il proprio lavoro cambiato: anche le segretarie, le donne che lavorano nelle banche, un lavoro che in digitale cambia natura, perde la parte relazionale e diventa un’altra cosa. Tutte hanno sofferto l’isolamento e la mancanza di cooperazione, che è stata inseguita tramite le nuove tecnologie, comportando l’allungamento dei tempi di lavoro. Allo stesso tempo però hanno provato l’esperienza di lavorare in solitudine e senza le interruzioni tipiche del lavoro d’ufficio: un’altra ambivalenza tra chi ha provato questo lavoro «troppo solo», che apre ad una forma di alienazione nuova in casa propria (mi è rimasto impresso il racconto di un’intervistata che diceva di «aver contato gli anelli delle tende» innumerevoli volte), e chi è stata sopraffatta da una casa troppo piena, che ha dovuto cercarsi uno spazio da rendere compatibile con il bisogno di concentrazione. Ho registrato molto ansia nel mettersi in pari rispetto a questo modo di lavorare, come se la norma del saper fare da soli, del saper fare tecnologico si fosse imposta in pochi mesi: questo gap, questo tradurre tutto in operatività tecnologica è stato faticoso e ha determinato anche condizioni di sofferenza e burn-out. I tempi di lavoro sono aumentati e si sono allungati durante la giornata per recuperare il rapporto con i colleghi, per trovare un’organizzazione adeguata, il confinamento ha portato non solo una limitazione dello spazio ma anche del tempo, definendo una giornata senza forma, senza un tempo fuori dal lavoro. Ho notato, inoltre, che le donne che lavorano nel pubblico hanno fatto più fatica per l’impreparazione degli uffici, mentre nel privato c’erano già le premesse per queste modalità organizzative, basate sugli obiettivi più che sull’orario. In generale si è visto, ma con fatica, che lavorare da casa è possibile, ma non è la stessa cosa: non solo è faticoso perché la casa non è vuota, ma richiede un’organizzazione praticabile in uno spazio pensato per vivere. È un lavoro che tieni in testa, perché non si ha uno spazio standard in cui essere eseguito, un’organizzazione pensata da un management. Diventa molto più individuale, accresce la parte del lavoro immateriale da fare a casa, in pratica il lavoro organizzativo è lasciato alle singole lavoratrici che devono armonizzarlo col resto. L’organizzazione diventa la cura delle condizioni del lavoro, viene invisibilizzata, rimossa, diventa un pezzo di lavoro di cura che si mescola agli altri. Se dopo 50 anni di femminismo sappiamo riconoscere il lavoro di cura come l’insieme di lavoro domestico, di relazioni, di riproduzione delle condizioni del vivere, ora siamo alle prese con un nuovo lavoro di cura che riguarda le condizioni del lavorare. Quella sperata ridistribuzione tra i generi di compiti e gerarchia non c’è stata rispetto al lavoro di cura: i divari di genere hanno comportato il solito passo indietro, anche se non è esattamente così, si è vista una sorta modulazione di questo carico. Ci sono donne che rispondono alle normative per cui il lavoro di cura se lo attribuiscono come un dato naturale e si fanno aiutare; le donne che hanno aperto negoziati per difendersi dalle aspettative genderizzate; quelle che si sono sentite totalmente capaci di scambiare questo lavoro con partner e figli. Sappiamo che questa non condivisione è un dato costante delle ricerche, ma guardate nel dettaglio sono meno compatte di come si raccontano. Se è vero che queste aspettative hanno portato molte intervistate ad esprimere un giudizio negativo sul lavoro tornato a casa, la possibilità di un lavoro a casa almeno qualche giorno a settimana è ben visto, così come quello di spostare e ripensare i propri compiti organizzativi e di spostare verso i propri bisogni il tempo. La paura più grande è quella di coloro che, sentendosi lontane dal posto di lavoro, temono di non potervi rientrare, soprattutto per i lavori ripetitivi o meccanici, per cui la socialità è una buona compensazione, che dà senso al lavoro.

Dunque: quali tracce ha lasciato quest’esperienza del lavorare da casa? Sicuramente gli spazi di casa si sono riorganizzati verso il lavoro e gli sforzi organizzativi per rendere possibile ciò sono stati sottovalutati. Quello che sorprende è la capacità dei singoli di allestire pratiche organizzative interstiziali, trovando soluzioni e adattamenti, un’agilità che si basa sulle tecnologie del sé e non su quelle informatiche, sulla capacità di incorporare sistemi organizzativi. Torna spesso la frase bisogna mettere dei paletti per organizzarsi: questo segnala la difficoltà di mettere argini all’occupazione degli spazi di vita, un equilibrio che si costruisce in base alla sottrazione dei propri tempi dal lavoro.


* * *


Immagine: Eugenio Cappuccio


* * *


Leopoldina Fortunati è sociologa della comunicazione e della cultura, già autrice del fondamentale testo del 1981 L’arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale, un contributo di primo piano nel dibattito teorico-politico del «femminismo marxista della rottura».


Sandra Burchi, sociologa del lavoro, ha partecipato a numerose ricerche sul lavoro flessibile e sull’houseworking dei giorni nostri. Su questi temi, oltre a svariati articoli, ha pubblicato nel 2014 il volume Ripartire da casa. Reti e lavori nello spazio domestico, edito da Franco Angeli.