La tradizione da custodire con il fuoco

La soggettività del lavoro vivo nelle radici concettuali dell’operaismo italiano



In questo articolo Elia Alberici discute il concetto di lavoro vivo inteso come soggettività, così come elaborato da Mario Tronti e Romano Alquati nei «Quaderni rossi» e in «classe operaia», fino a Operai e capitale. L’elaborazione di questo peculiare modo di intendere il lavoro vivo è il pilastro filosofico-politico dell’operaismo italiano: la tesi argomentata dall’autore è che se la sistematizzazione filosofica e formale di tale concetto di deve a Tronti, senza l’apporto di Alquati tale formalizzazione non sarebbe stata possibile.


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Introduzione

La tradizione qui evocata è la nostra tradizione. La tradizione della guerra, quella di classe. Non è la tradizione che custodisce lo storico di mestiere, né, tantomeno, il pensatore politico. A loro rubiamo qualcosa, per poi lasciarli volentieri marcire nelle nicchie in cui si autoriproducono, compiacendosi della loro separatezza. Sia ben chiaro: non odiamo i proletari della cultura in quanto tali, ma disprezziamo gli imprenditori della critica critica. Per noi la teoria è rivoluzionaria o non è. Verso la verità assoluta non nutriamo nessun interesse, perché la nostra attenzione è tutta rivolta alla verità incarnata nel punto di vista di un soggetto reale.

Nel titolo abbiamo chiamato in causa le radici dell’operaismo politico italiano: quelle degli anni Sessanta. Non sono le radici della lunga durata, l’analisi della composizione delle linee di pensiero che hanno portato alla maturazione di questa stagione teorico-politica. Sono le radici in quanto presupposti teorico-politici del discorso dell’operaismo. Nello specifico, discutiamo il concetto di lavoro vivo inteso come soggettività, così come elaborato da Mario Tronti e Romano Alquati nei «Quaderni rossi» (QR) e in «classe operaia» (CO), fino a Operai e capitale. L’elaborazione di questo peculiare modo di intendere il lavoro vivo è il pilastro filosofico-politico dell’operaismo italiano: se la sua sistematizzazione filosofica e formale dipende da Tronti, si dimostra come senza l’apporto di Alquati tale formalizzazione non sarebbe stata possibile (Zanini 2010, pp. 46-47).

Questa è la tesi storiografica che intendiamo sostenere. Ed è inscindibile dal presupposto politico di questo discorso. Ripartire dagli anni Sessanta, contro tutto il resto. Più specificamente: ripartire dalla «scoperta» della soggettività autonoma come origine di un progetto politico di rottura rivoluzionaria. Crediamo che lo stile di questo progetto abbia ancora molto da dire ai militanti di oggi. È questa la tradizione a cui volgiamo le spalle nel guardare il futuro con cuore antico.


La fine e l’inizio: Operai e capitale

Operai e capitale è riconosciuto all’unanimità come la sistematizzazione filosofico-politica dell’esperienza dei QR e di CO. Vediamo come si articola la formalizzazione del concetto di lavoro vivo intesto come soggettività proposta da Tronti. Il punto di partenza è la sostanza comune a tutte le merci, ovvero, il «fatto di essere socialmente tutte lavoro oggettivato» (Tronti 2006, p. 212). Vale la pena riportante una citazione che Tronti riprende dai Grundrisse:


Ora l’unica cosa differente dal lavoro oggettivato è il lavoro non oggettivato ma ancora da oggettivare, il lavoro come soggettività. Ovvero: il lavoro oggettivato, ossia esistente nello spazio, può essere anche contrapposto, come lavoro morto (vergangne), al lavoro esistente nel tempo. Nella misura in cui deve esistere temporalmente, come lavoro vivo, esso può esistere soltanto come soggetto vivo (lebendiges Subjekt), in cui esiste come capacità, come possibilità; perciò come operaio (als Arbeiter) (Tronti 2006, p. 212).


Ciò significa, secondo Tronti, considerare il lavoro come soggettività viva che sta «di fronte» all’oggettività capitalistica; in altri termini, riflettere sulla sua immediata esistenza corporea nell’individuo (Tronti 2006, p. 213). Affermare che il lavoro sia soggettività viva, non si discosta, in primo luogo, dal più «classico» significato marxiano di lavoro vivo come baricentro dell’accumulazione capitalistica (Tronti 2006, p. 213). Tuttavia, l’argomento del filosofo romano complica tale questione: quella merce specialissima, la forza-lavoro, possiede una doppia natura, quella di valore d’uso e valore di scambio. In quanto valore di scambio, la forza-lavoro è lavoro astratto, poiché il capitalista la vuole acquistare indifferentemente dalle sue determinazioni concrete. Tuttavia, essa possiede, allo stesso tempo, valore d’uso, ovvero la sua propria determinazione soggettiva e corporea. Si tratta di una contraddizione che costituisce logicamente il rapporto capitalistico, ma che si acuisce storicamente nella fase fordista del capitalismo, con la figura dell’operaio-massa, come esito «finale» dell’astrazione del processo lavorativo (Tronti 2006, p. 214). Dato che il capitale necessita dello scambio con il lavoro vivo per la sua valorizzazione, ne consegue che nel processo lavorativo il primo rinunci a parte della sua oggettività o, meglio, è scisso in oggetto e lavoro (Tronti 2006, p. 215).

Da questa argomentazione, Tronti continua, il punto di partenza della valorizzazione capitalistica è il lavoro come non-capitale, cioè come soggetto vivo dell’operaio (Tronti 2006, p. 216). Ne consegue una tesi fondamentale, destinata a innovare profondamente la storia del marxismo: «l’atto della produzione di capitale, è contemporaneamente il momento della lotta operaia contro il capitale» (Tronti 2006, p. 217). Allora, la sostanza del rapporto capitalistico si dà nella contrapposizione antitetica – antagonistica per meglio dire – tra operai e capitale. Tuttavia, tale rapporto è favorevole all’operaio poiché è la fonte ultima del plusvalore e, allo stesso tempo, è la negazione assoluta del rapporto capitalistico (Tronti 2006, p. 217). La posta in palio dell’antagonismo tra operai e capitale, dal punto di vista del secondo, è la rottura «dell’autonomia della forza lavoro senza distruggere il suo carattere antagonistico» (Tronti 2006, p. 218). La tensione oggettivizzante del rapporto capitalistico non può fare a meno del lavoro vivo in quanto soggettività. In altri termini, la soggettività del lavoro vivo vivifica il capitale proprio perché ne è sua immanente contraddizione: «proprio perché sforzo continuo di parte operaia all’uso politico soggettivo di un meccanismo economico oggettivo» (Tronti 2006, p. 218). Questo significa che il capitale deve tenere la classe operaia dentro al rapporto capitalistico, quello propriamente economico, privandola della sua possibilità di autonomia. All’opposto la classe operaia deve dare contenuto politico a questo rapporto economico, che non significa altro che svelare il contenuto politico del rapporto capitalistico, camuffato come economico. Per Tronti, la «vitalità fermentante» del lavoro operaio, ciò che serve al capitalista per la valorizzazione, è proprio quell’«antagonismo» del carattere antitetico del concetto di forza-lavoro (Tronti 2006, p. 220). È da questo punto di partenza che la sottrazione operaia all’accumulazione capitalistica, al farsi parte del capitale, è teorizzato nell’idea del rifiuto del lavoro.

Risulta, dunque, evidente come il presupposto di tutta la dimostrazione trontiana si erga sulla contraddizione logico-storica del doppio carattere della forza-lavoro: valore d’uso e valore di scambio. In ultima analisi, questo è l’aspetto fondamentale del nucleo teorico dell’operaismo politico italiano. Si può porre tale questione in altri termini, affermando come il lavoro vivo fuoriesca (ecceda) sempre dalle maglie oggettivizzanti dell’accumulazione capitalistica. Ciò che è importante segnalare è come tale discorso sia, in estrema sintesi, una peculiare lettura del concetto marxiano di lavoro vivo, che assume il significato di soggettività. La forza-lavoro, merce specialissima poiché è viva, collassa sulla nozione di soggettività contrapposta antagonisticamente al capitalista, come descritto sopra. Questo va inquadrato nella polemica con le interpretazioni dialettiche e teleologiche del marxismo: la posta in palio è la conquista dell’autonomia della soggettività del lavoro vivo, attraverso la volontà dell’organizzazione politica (Tronti 2006, p. 220). Per questi motivi, è opportuno fare risaltare l’operazione concettuale della rilettura del lavoro vivo alla luce della soggettività con l’espressione: «soggettività del lavoro vivo».

Al fine di tracciare una ricostruzione interna all’esperienza dell’operaismo politico italiano di questo concetto è necessario riprendere un precedente scritto di Tronti. Si tratta dell’editoriale di apertura della rivista CO, Lenin in Inghilterra (1964) in cui viene teorizzata la famosa «rivoluzione copernicana» dell’operaismo italiano (Trotta e Milana 2008, pp. 290-301). Questa tesi marca nella storia del pensiero l’epoca dell’agitazione delle grandi fabbriche del Nord Italia:


abbiamo visto anche noi prima lo sviluppo capitalistico, poi le lotte operaie. È un errore. Occorre rovesciare il problema, cambiare il segno, ripartire dal principio: e il principio è la lotta di classe operaia (Tronti 2006, p. 87).


Con questo ribaltamento concettuale Tronti afferma che a dettare lo sviluppo capitalistico siano le lotte operaie. È un’inversione della natura logica e ontologica dei rapporti tra classe operaia e capitalismo, per cui alla prima è assegnata la preminenza, in questo duplice senso. Questo breve testo, una pubblicistica di natura politica e orientata all’intervento concreto, affonda le sue radici teoriche e la sua ragion d’essere nell’argomentazione sulla soggettività del lavoro vivo descritta sopra. In altri termini, Tronti afferma il primato logico e ontologico dell’antagonismo del lavoro vivo sul capitale. Il capitale deve seguire i «movimenti» della soggettività del lavoro vivo al fine di «catturarli» o «sussumerli» tramite l’innovazione capitalistica. Questo significa che a valorizzare il capitale, il vero arcano del plusvalore, è proprio l’antagonismo operaio. La posta in palio di questo rapporto non-dialettico è il rapporto di forza entro cui operai e capitale si scontrano antagonisticamente.

Abbiamo dunque apprezzato la sistematizzazione filosofica che Tronti compie del concetto, tracciandone gli aspetti teorico e discutendo quelli politici. Ora bisogna seguire la sua elaborazione alla luce del rilevante contributo di Romano Alquati, dimostrando come, senza il suo apporto, questa sistematizzazione formale non avrebbe trovato ragion d’essere.


Cercare le radici: i «Quaderni rossi»

Per seguire la sistematizzazione filosofica del concetto è opportuno ritornare ai primi testi di Alquati, pubblicati sulla rivista QR. Nello specifico alle famose ricerche (o per meglio dire conricerche) che Alquati conduce alla Fiat (QR, numero 1, 1961)[1]. In questi testi Alquati è un minuzioso osservatore della soggettività operaia, più precisamente, dei movimenti con cui la soggettività, dall’adesione alle necessità della produzione, finisce con il contrapporsene (contro-soggettività). In altri termini, Alquati osserva come dal «mito Fiat» i giovani tecnici e i nuovi operai non specializzati (tipicamente migrante dal Sud Italia) divengano disillusi e conflittuali nei confronti dell’azienda (Alquati 1975, pp. 36-37).


Il primo mito che crolla è proprio quello della Produzione […] della razionalità dei procedimenti e delle lavorazioni […] Cioè constatano che la Fiat li ha formati per certe sue esigenze contingenti, che la loro tanto decantata polivalenza è un bluff, che fuori a quel sistema di lavorazione non valgono niente neppure per la loro parte teorica (Alquati 1975, p. 37).


Queste osservazioni sono di particolare interesse poiché Alquati non si limita a ricostruire la nascita di una «coscienza di classe» degli operai Fiat. Al contrario, si interroga sui processi che portano la soggettività operaia a esprimere comportamenti di rifiuto e di critica, nei modi più diversificati e non immediatamente visibili. Infatti, il rifiuto per la fatica della condizione operaia può generare il desiderio di raggiungere una qualifica impiegatizia, attraverso l’impegno nello studio serale per ottenere il diploma (Alquati 1975, p. 37). Un altro esempio è quello dei «consumi compensatori» e del nichilismo di fondo:


vivono dentro e fuori una vita completamente «passiva», «assurda». Sul lavoro si strafregano di tutto, inventano un’«imbecillità» dopo l’altra con l’unica preoccupazione di «fare venire sera» […] [Il figlio] ha la vetturetta. Alla sera va, se resiste al sonno, a spendere la sua paga in divertimenti che alla lunga non lo soddisfano, o che gli fanno odiare ancora di più la sua condizione d’operaio (Alquati 1975, p. 38).


Queste riflessioni non sono da intendere come il tentativo di restituire una fotografia oggettiva della composizione di classe della Fiat all’inizio degli anni Sessanta. A questo proposito vale la pena riportare l’ultima citazione che chiarisce lo spirito del lavoro alquatiano:


quando la domanda d’oggi: «In fondo a me cosa dà la Fiat?» si trasforma per un certo numero di tecnici nell’altra: «Cosa posso sperare io diverso in una società dominata da imprese come la Fiat?» la prospettiva politica che si apre mette già fuori gioco ogni soluzione riformistica (Alquati 1975, p. 38).


Alquati non è interessato a descrivere la trasformazione delle «forze oggettive» in «forze soggettive», come l’adagio marxista e terzointernazionalista voleva[2]. Al contrario, è in grado di descrivere, ante litteram, la doppia natura della forza-lavoro e di rendere conto minuziosamente dei suoi «movimenti». È la soggettività del lavoro vivo il protagonista di questo testo di Alquati, che non viene trattata come un oggetto monolitico e immutabile. Dalle speranze del paradiso perduto della Fiat, al tentativo di recuperarlo attraverso la carriera, fino ai consumi compensatori. A essere valorizzata non è la merce forza-lavoro in quanto valore d’uso, ma, piuttosto, la soggettività antagonistica. Alquati sta dimostrando come al capitale non serva l’operaio come una semplice macchina da mettere a valore. All’estremo opposto, al capitale serve la soggettività operaia, che lo vivifica con i suoi «movimenti contro».

Non è scontato ricordare come si tratti di uno scritto che è separato da più di cinque anni dalla formulazione filosofica trontiana. Tuttavia, si nota già chiaramente come questo testo introduca le innovazioni tipiche della rilettura operaista di Marx e, più in generale, del suo discorso teorico-politico, come nota correttamente Steve Wright (2002, p. 45). Questo è anche il caso dell’inchiesta di Alquati all’Olivetti, pubblicata anch’essa nei QR (numero 2, 1962 e numero 3, 1963). Nello specifico, va ricordata un’argomentazione avanzata da Alquati rispetto al ruolo dell’informazione nella fabbrica. Alquati discute come il ruolo dell’informazione sia riconosciuto dalla sociologia economica più aggiornata (Alquati 1975, p. 113). Tuttavia, procedendo oltre questa elaborazione, l’autore distingue tra «le informazioni di controllo della burocrazia padronale che traducono le “informazioni operative” create dagli operai» (Alquati 1975, p. 114). In altri termini, Alquati descrive come l’apparato burocratico trasmetta ai vertici le «informazioni produttive» che possono solo provenire dal punto di vista operaio sul processo produttivo (Alquati 1975, p. 114). Alquati stesso, successivamente, enfatizzerà questa sua «scoperta» degli anni Sessanta, affermando che l’«esecutore tayloristico» non era un «uomo bue» (Alquati 1994, p. 168). Questo significa che il capitalista non compra la forza-lavoro in quanto corpo biologico-meccanico, al contrario, ne compra la capacità vivificante della sua soggettività. Per questo motivo ha la necessità di «rubare» le informazioni che solo la soggettività operaia può, qualitativamente, aggiungere al processo di produzione. E questa è la chiave del processo di produzione del plusvalore per Alquati, che impiega i termini «informazioni produttive» o «informazioni valorizzanti». Le somiglianze con la futura formalizzazione trontiana sono chiare ed evidenti e, per certi versi, ne chiariscono lo spirito. Questo esempio chiarisce anche il significato della categoria di antagonismo: la soggettività del lavoro vivo non può essere concettualizzata come mero «ingranaggio» della produzione. In altri termini, non si tratta di un processo lineare (dal lavoro vivo verso il lavoro morto); al contrario, i capi devono catturare l’informazione operaia al fine di razionalizzarla e reinserirla in un processo produttivo innovato. Ecco spiegato quell’apparente paradosso secondo cui il capitale si nutre dell’antagonismo operaio: il primo non può fare a meno del secondo, ma, allo stesso tempo, ne deve incanalare la spontaneità verso le necessità della produzione.

Antonio Negri, in un’intervista, coglie lo spirito degli scritti di Alquati come interpretati in questo saggio: «quel che mi interessava in Alquati era la modificazione del soggetto, era l’elemento ontologico, non quello sociologico. Alquati aveva questa enorme intelligenza di veder fluire, trascorrere i flussi del lavoro» (Negri 2008, p. 801).

Prima di concludere questo paragrafo è necessario puntualizzare altri punti di contatto tra i lavori di Alquati e i contributi di Tronti nei QR. Nell’editoriale di apertura del secondo numero della rivista Tronti afferma:


[L’operaio collettivo] deve arrivare ad avere come nemico il capitale totale quindi anche sé stesso in quanto parte del capitale. Il lavoro deve vedere come proprio nemico la forza-lavoro, in quanto merce. È su questa base, che la necessità del capitalismo di oggettivare dentro il capitale tutte le potenze soggettive del lavoro, può diventare, da parte dell’operaio, il massimo riconoscimento dello sfruttamento capitalistico (Tronti 2006, p. 52)[3].


La chiarezza di questo passaggio rende superfluo ogni commento. Particolarmente rilevante è l’idea per cui la forza-lavoro, in quanto parte del capitale, vi sta «dentro» e «contro». Da una parte si trova il tentativo capitalistico di oggettivare la potenza soggettiva del lavoro vivo, dall’altro la tensione operaia a riaffermarsi come soggetto vivo, in quanto valore d’uso. Ma la questione fondamentale di questo passaggio riguarda le conseguenze politiche del concetto di soggettività. Da questo incessante scontro tra operai e capitale consegue, logicamente, che la rivoluzione non si dà come esito di un processo storico finalistico. Al contrario, solo lo sviluppo dell’organizzazione soggettiva della classe operaia può essere rivoluzionario: «senza quello sviluppo la contraddizione stessa rimane un dato di fatto potenziale e non reale, una pura e semplice possibilità» (Tronti 2006, p. 54).

Per motivi di spazio, si possono discutere solo approssimativamente le implicazioni politico-pratiche del concetto di soggettività del lavoro vivo; è, tuttavia, necessario puntualizzarne alcuni aspetti. In primo luogo, queste implicazioni non vanno pensate come un insieme di «azioni concrete» che risultano da un’analisi teorica ed astratta. Al contrario, la teorizzazione del concetto di soggettività del lavoro vivo è già di per sé profondamente intrecciata con il problema della prassi. Come risulta evidente da questa discussione, che lega le osservazioni di Alquati nelle grandi fabbriche al percorso filosofico-intellettuale di Tronti. Non si deve commettere l’errore di relegare il primo alla «collezione dei dati» e il secondo alla sistematizzazione teoretica. Come dimostrato, l’elaborazione dipende, in maniera cruciale, da entrambi.

La soggettività del lavoro vivo è assimilabile all’idea dell’astrazione determinata di Galvano della Volpe (1950), per quanto riguarda la genesi del suo concetto. Il suo ritorno al concreto è, in ultima istanza, una forma particolare e innovativa di leninismo. La spontaneità dei movimenti della soggettività del lavoro vivo non è discreditata, al contrario si colloca come punto di partenza strategico dell’organizzazione politica (Wright 2002, p. 57). È solo dai movimenti della soggettività del lavoro vivo che una forza politica può immaginare un’organizzazione di classe. Ma questa spontaneità non è una forma di anarchia, poiché, se privata di un’adeguata organizzazione politica, contribuisce semplicemente allo sviluppo del sistema. È questo il significato, sul piano più teorico-concettuale, dell’idea trontiana che vede la strategia interna alla classe e la tattica al partito (Tronti 2006, pp. 89-90)[4]. Questa è la traiettoria della riflessione politico-organizzativa alquatiana. Nei QR essa si colloca nel quadro autogestionario di ispirazione trotzkista e legato all’esperienza della rivista francese di «Socialisme ou Barbarie», per poi successivamente mutare in CO (Alquati 1975, p. 42).

Al netto delle differenze, il filo rosso che unisce queste riflessioni risiede nell’insufficienza dell’antagonismo della soggettività del lavoro vivo a causare la rottura rivoluzionaria. In altri termini, il comune sfondo di Lenin unisce Tronti e Alquati in questa riflessione: il secondo, a posteriori, enfatizza molto l’importanza della sua rilettura (Alquati 1994, pp. 126-127).


Il progetto politico di «classe operaia»

Per non smarrire il piano diacronico della discussione è necessario ricordare come il primo paragrafo abbia indagato la sistematizzazione formale del concetto di soggettività del lavoro vivo, rintracciandone la genesi più immediata nell’editoriale di Tronti, Lenin in Inghilterra. Successivamente, il secondo paragrafo è ritornato ai presupposti della discussione, prendendo in analisi i QR. Questa terza parte si congiunge con la prima, discutendo più ampiamente della rivista CO. La pubblicistica di questa rivista, va ricordato, ha un tono più politico e non nasconde le sue intenzioni pratico-organizzative. Qui le conseguenze teorico-politiche del discorso sulla soggettività del lavoro vivo, presupposto nei QR, trovano la loro matura formulazione.

Connesso a quanto brevemente discusso al termine del precedente paragrafo, Alquati, nel primo contributo (1964) su questa rivista, enfatizza la necessità dell’organizzazione soggettiva degli scioperi spontanei a «gatto selvaggio» (Alquati 1975, p. 192). Non si tratta di lamentare la loro estraneità dalle organizzazioni politiche esistenti; al contrario: «il problema che oggi si pongono è quello di unificare politicamente, soggettivamente, la lotta» (Alquati 1975, p. 195). Il piano dell’organizzazione soggettiva di classe è il tema principale della riflessione teorico-politica di CO, come intravisto al termine del precedente paragrafo. Concretamente, questo riguardava il problema del partito e, riassumendo in modo fin troppo stringato, sull’alternativa tra fondare un «partito nuovo» e agire come strumento di pressione verso le organizzazioni esistenti del Movimento Operaio.

È proprio questa tematica del partito che segna un cambiamento nel pensiero di Alquati: la ripresa del leninismo ne è un riflesso. La traiettoria politico-organizzativa di Tronti è ben nota, a partire dalla pubblicazione del saggio 1905 in Italia (CO, 1964) il Pci, lacerato dai dibattiti innescati dalla strategia di Palmiro Togliatti, rientra nell’orizzonte trontiano poiché se ne intravede la possibilità di miglioramento (Tronti 2008, pp. 605-606; 2006, pp. 101-107). Anche Alquati – la sua testimonianza e l’evidenza storiografica combaciano – partecipa alla discussione sul partito, senza presupporre aprioristicamente una chiusura totale al Pci (Alquati 1975, p. 253; 2000; Trotta e Milana 2008, p. 375). In questo periodo si verifica un progressivo allontanamento, dal punto di vista politico-organizzativo, tra Tronti e Alquati (Alquati 1994, pp. 156-157)[5]. È proprio il dibattito sul partito una delle ragioni principali dello scioglimento dell’esperienza di CO e, specularmente, della separazione politico-intellettuale e biografica tra i due[6].

Ritornando alla discussione del concetto preso in esame da questo saggio, in CO Alquati impiega, per primo, la fortunata espressione di «composizione di classe»[7]. Ai fini di questo lavoro, va evidenziato un aspetto fondamentale di questa trattazione. La proposta del concetto di composizione di classe ha il merito di chiarire definitivamente il modo di intendere quello che possiamo chiamare, con un’espressione che non si ritrova negli scritti alquatiani, la produzione di soggettività. Abbiamo già argomentato come Alquati fosse un attento osservatore del processo di soggettivazione della forza-lavoro viva, enfatizzandone l’antagonismo e mostrandone l’intrinseca mutevolezza. Il discorso sulla composizione di classe complica e chiarisce quanto discusso precedentemente:


Perché c’è anche un ciclo delle lotte operaie, che si collega al ciclo economico del capitale, ma non coincide affatto, se non in alcuni traguardi della lotta di classe, nei quali appunto si scontrano (Alquati 1975, p. 226).


Nell’inchiesta alla Fiat Alquati descriveva la soggettività operaia senza limitarsi al «luogo di lavoro»: ne coglieva, al contrario, i movimenti fuori e dentro la fabbrica. Allo stesso modo, il passaggio sopracitato slega, in ultima analisi, la soggettività da un approccio oggettivistico o deterministico. Per certi versi, può essere letto come una naturale conseguenza dell’inversione dei rapporti tra classe e capitale, proposta da Tronti. Tuttavia, tale considerazione eccede questo singolo aspetto: Alquati intuisce come la produzione di soggettività possa avvenire nella «società». Ma questo non è che portare alle sue conseguenze il discorso sulla merce forza-lavoro e sulla sua doppiezza. Quest’ultima, poiché valorizzata in quanto soggettività antagonistica, non è un semplice ingranaggio del sistema economico-produttivo: ovvero la sua produzione (ma anche contro-produzione) non avviene esclusivamente in questo dominio. Alquati intuisce la complessità del concetto di soggettività viva: essa non è deterministicamente legata alle condizioni oggettive della produzione. All’estremo opposto, è l’antagonismo a essere la sua relazione alle condizioni oggettive.

Questo discorso rappresenta la più importante innovazione portata da Alquati al concetto di soggettività del lavoro vivo, durante il periodo di CO. Un anno più tardi Tronti, attraverso la serrata rilettura dei Grundrisse di Marx, ne formalizzerà il significato.


Conclusioni

Spetta al lettore decidere se abbiamo discusso convincentemente e sufficientemente la genesi del concetto di soggettività del lavoro vivo tra Tronti e Alquati. Se si risponde affermativamente, abbiamo mostrato come uno dei concetti fondamentali dell’operaismo dipenda in buona sostanza dall’apporto di Romano Alquati, solitamente associato alle questioni più sociologiche e metodologiche. Quest’ultimo, senza l’organica riflessione su Marx di Tronti, non avrebbe potuto contare sulla soggettività del lavoro vivo come concetto compiuto. Allo stesso modo, il punto di vista operaio e la verificazione pratica delle teorie non si sarebbe potuta incarnare negli scritti filosofici di Tronti (Mengali 2019, pp. 185-192).

Concludiamo la discussione riprendendo il discorso politico annunciato al principio di questo saggio. Sulla rivoluzione copernicana dell’operaismo è stato scritto molto. Si può affermare, oggi, che lotte «operaie» (anche dei venditori di forza-lavoro in senso ampio) dettino lo sviluppo capitalistico? Certamente non siamo in grado di dare risposta a questa domanda, tuttavia ci preme avanzare una considerazione. Si è riflettuto come il rapporto tra lotte e sviluppo abbia come premessa la soggettività del lavoro vivo. Tuttavia, la valenza teorico-politica di questo concetto non perde potenza quand’anche si voglia negare – o quantomeno ridimensionare – la relazione tra lo sviluppo capitalistico e le lotte operaie. Bisogna, allora, guardare al capitale dalla prospettiva della soggettività del lavoro vivo: quand’anche non se ne possa (o voglia) vedere la capacità di sviluppo, si può, indubbiamente, apprezzarne la priorità logica e ontologica rispetto al lavoro morto.

È a questa altezza che ritorna il problema dell’antagonismo. Si può affermare, oggi, che l’antagonismo sia, in ultima istanza, l’arcano del plusvalore? Alquati stesso ha risposto a questa domanda: l’antagonismo non è esclusivamente quello «dispiegato» nella lotta aperta e visibile. Al contrario, l’antagonismo si trova nelle forme di rifiuto e nelle ambivalenze dei movimenti silenziosi e, talvolta, invisibili della soggettività del lavoro vivo. Qui il discorso teorico-filosofico, così come il nostro breve scritto, si interrompe bruscamente. Le parole devono cedere il passo al rapporto dinamico con la realtà. Non tanto per validare questa riflessione storico-politica, quanto perché solo l’inchiesta e la conricerca ci possono fare comprendere su quale specifica ambivalenza è possibile costruire un’organizzazione rivoluzionaria.




Bibliografia

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R. Alquati, Sulla Fiat e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1975.

R. Alquati, Camminando per realizzare un sogno comune, Velleità Alternative, Torino 1994.

R. Alquati, Sul secondo operaismo politico, in Futuro anteriore, DeriveApprodi, Roma 2002.

G. Della Volpe, Logica come scienza positiva, G. D’Anna, Messina-Firenze 1950.

F. Mengali, Per un pensiero incarnato. Soggettività e conflitto nell’operaismo italiano, in La filosofia italiana. Tradizioni, confronti, interpretazioni, a cura di S. Catalano – F. Meroi, pp. 182-202, Leo S. Olschki Editore, Firenze 2019.

A. Minucci, Aspetti della spinta operaia a Torino, «Rinascita», 18, 1961, pp. 445-451.

A. Negri, Antonio Negri, in L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», a cura di G. Trotta – F. Milana, DeriveApprodi, Roma 2008, pp. 789-819.

M. Tronti, Operai e capitale (1966), DeriveApprodi, Roma 2006.

M. Tronti, Mario Tronti, In L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», a cura di G. Trotta – F. Milana, DeriveApprodi, Roma 2008, pp. 589-612.

G. Trotta – F. Milana, a cura di, L’operaismo degli anni Sessanta. Da «Quaderni rossi» a «classe operaia», DeriveApprodi, Roma 2008.

S. Wright, Storming the Heaven. Class Composition and Struggle in Italian Autonomist Marxism, Pluto Press, London 2002.

A. Zanini, On the «Philosophical Foundations» of Italian Workerism: A Conceptual Approach, «Historical Materialism», 18, 2010, pp. 26-93.

Elia Alberici si è laureato in Scienze storiche presso l'Università di Bologna con una tesi sull'operaismo degli anni Sessanta. Ha svolto attività di ricerca con il gruppo londinese «Notes from Below».


Note [1] Questi lavori vanno inquadrati nella storia della nascita di una sociologia marxista in Italia (Apergi 1978); nello specifico, bisogna relazionarli nel dibattito con la proposta di Raniero Panzieri e del gruppo dei sociologi torinesi. Nondimeno va ricordato il rapporto di Alquati con Danilo Montaldi, cruciale nella sua formazione intellettuale. Per una testimonianza di Alquati su tali questioni si veda Alquati (1994, pp. 119-208). [2] Per cogliere la discontinuità che Alquati introduce con i discorsi di natura terzointernazionalista, ci si può riferire a un suo avversario polemico in questo scritto, un membro del Pci torinese, Adalberto Minucci. Quest’ultimo pone la questione delle ribellioni operaie in maniera deterministica e oggettivistica: i movimenti spontanei dei giovani operai Fiat sono causati dalla mancanza di sapere scientifico. Questa contraddizione oggettiva può far nascere una coscienza di classe negli operai (Minucci 1961, pp. 448-451). È evidente come il discorso alquatiano sia di segno opposto: nel pieno stile della rivoluzione copernicana, si presta attenzione alla soggettività e ai suoi movimenti senza voler ricostruire un percorso oggettivo di sviluppo. [3] Si tratta del saggio La fabbrica e la società, QR, n. 2, 1962. [4] È banale puntualizzarlo: tale modo di esprimere la posizione di Tronti è riduttivo ed eccessivamente schematico, in grado di cogliere solamente lo «spirito» della sua riflessione in questi anni. Nondimeno, la riflessione di Tronti sull’organizzazione non può essere considerata omogenea e presenta numerose variazioni, anche sostanziali dai QR fino a Operai e capitale. [5] Nei QR Alquati e Tronti condividevano anche la stessa «linea politica» (per quanto non si trattasse di una pubblicazione di intervento pratico), entrambi uniti, al momento della loro uscita dalla rivista, dalla contrapposizione alla figura di Raniero Panzieri (Trotta e Milana 2008, pp. 227-317). [6] È importante puntualizzare questo aspetto per non schiacciare la ricostruzione dei dibattiti sugli esiti biografici. Questa storia è nota: dopo la fine di CO, Tronti torna nel Pci (Tronti 2008, pp. 604-605) e Alquati si ritira apparentemente a «vita privata» (Alquati 2000). [7] Il testo di Alquati apparso su CO è intitolato Ricerca sulla struttura interna della classe operaia (CO, n. 1, anno II, 1965).