La sinistra populista (una rivisitazione)


Winston Smith


«scatola nera» ha tra i suoi vari temi in discussione anche quelli sulla crisi della militanza e il neomutualismo, temi, questi, che negli ultimi anni hanno incrociato proposte politiche di un possibile utilizzo «a sinistra» del populismo. Rovistando nei nostri archivi ho trovato a riguardo lo scritto che segue risalente al lontano 1995, oltre un quarto di secolo fa. Fu scritto in fretta e furia a introduzione del volume La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano, edito da Castelvecchi. Credo che alcuni passaggi, a distanza di così tanto tempo, abbiano comunque ancora una qualche attualità (S.B.).


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Tristi quarti di vacca

Vent’anni fa, poco più che adolescente, mi trovavo alle prese con le prime esperienze di militanza politica in un territorio provinciale del Nord ad alta densità industriale che ha fatto poi da culla alla rivolta leghista. Nonostante la mia indole piuttosto moderata parteggiavo apertamente per la sinistra dell’estrema sinistra. Con un gruppetto di coetanei, perlopiù operai, avevo dato vita a un collettivo politico dai tratti assolutamente anomali rispetto alle tradizioni della sinistra, tradizioni di cui non ci curavamo affatto, sentendole parte di un generale conformismo ottuso e soffocante. In quella situazione sociale solo la provocazione mirata apriva spazi di alternativa esistenziale e culturale, di ricerca e innovazione, insomma spazi di libertà.

La nostra provocazione coinvolse molti giovani della zona e il nostro gruppetto divenne in fretta un movimento con la caratteristica e il limite di essere però, appunto, solo giovanile. Contare di più, avere più spazi, divenire un’alternativa alla rappresentanza politica dei partiti sul territorio e dei sindacati in fabbrica generò nel nostro collettivo l’ansia di catturare un consenso sociale più ampio. Per raggiungere questo obiettivo pensammo dovesse cambiare innanzitutto l’immagine che di noi si era fatta quel «popolo», realmente o potenzialmente di sinistra, che credevamo referente delle nostre proposte. Basta con l’immagine degli estremisti provocatori, dovevamo mediare quel che eravamo ed esprimevamo con il reale grado di «coscienza» raggiunto dalle «masse sfruttate», in modo da ricavarne un’immagine che rispecchiasse gli ideali di verità, di giustizia e (perché no?) di bontà.

In quel periodo c’era stato un generalizzato aumento dei prezzi dei servizi e dei generi alimentari. A partire dalle grandi fabbriche del Nord erano dilagate lotte di protesta e autoriduzioni. Alcuni gruppi di operai dell’Alfa Romeo di Arese espropriarono un supermercato dando il via a varie forme di saccheggio che negli anni successivi si protrassero un po’ dovunque. Se avessimo dato retta al nostro istinto ci saremmo immediatamente precipitati nel supermercato più vicino. Invece ci limitammo a girarci attorno guardandolo con occhio torvo. Un’azione di esproprio non avrebbe raccolto quell’ampio consenso che ci eravamo prefissati. A qualcuno di noi venne allora in mente di imitare quanto nel contesto di quella lotta avevano fatto, in alcuni quartieri di Milano, gruppi di militanti dell’estrema sinistra più moderata: i «mercatini rossi» volanti, la vendita di alcuni generi alimentari a prezzi ribassati. Dopo accese discussioni, dato che avevamo un amico macellaio, ci decidemmo per una vendita di carne.

Tutti gli averi della nostra cassa furono investiti per l’acquisto di una vacca che fu macellata e trasportata a quarti «in sede». Il giorno dopo cominciò la vendita della vacca per le strade accompagnata da un volantino che spiegava le «motivazioni politiche» dell’iniziativa. La gente, ovviamente, reagì con espressioni tra il perplesso, il divertito e l’allibito. Alla fine di quella vacca non riuscimmo a venderne neanche un chilo.

Mentre era in corso lo strillonaggio passò per il banchetto un tipo conosciuto come leninista purissimo, unico rappresentante in zona di un gruppetto che, come tanti altri in quel periodo, si piccava d’essere «il vero partito rivoluzionario». Ricordo il suo sguardo sarcastico e sprezzante ma ancor più la parola che pronunciò come fosse il peggiore degli epiteti: «populisti».

La sera «in sede», guardando sconsolato i quarti di vacca appesi alla parete, non riuscivo a togliermi dalla mente quella parola: populisti. Portare una vacca al popolo per ricevere in cambio del consenso non era solo una cazzata madornale, era qualcosa di più, era la metafora di come la propaganda politica contenesse in sé il germe di una lusinga corruttrice.

Per ironia della Storia alcuni anni dopo una formazione armata di sinistra sequestrò a Roma un grande distributore di carni. L’intenzione era di barattarne la libertà con la distribuzione gratuita delle sue carni nei quartieri periferici della città. Ma il macellaio, che a quanto pare era un tipo svelto, riuscì a svignarsela facendo fallire l’operazione «tutta la carne al popolo». (…)


Comunicazione populista

Non è certo stata per prima la sinistra a usare nei media linguaggi immediatamente comprensibili, capaci di veicolare quel «senso comune» che si produce nel sociale come sintesi concettuale banalizzata, come risposta difensiva all’invadenza disorientante dell’eccesso informativo.

Alla fine degli anni Ottanta la Lega Lombarda riscopre l’efficacia del «linguaggio popolare» a uso politico-propagandistico e lo contrappone al «linguaggio politichese», imbarocchito e sempre meno decodificabile, dei leader dei partiti della Prima Repubblica. Umberto Bossi docet: «Lo diciamo senza peli sulla lingua, chiaramente, perché capisca la gente»; «Va detto con parole chiare, perché quando si parla alla gente bisogna parlare in maniera molto chiara e semplice. La gente deve capire»; «E poi la gente ne ha pieni i coglioni di essere ingannata con le solite duecento parole che fanno il linguaggio politico».

La sintesi concettuale banalizzata, che trova in un linguaggio altrettanto impoverito le sue corrispettive forme di espressione, si origina nei luoghi «di transito» della comunicazione semplificata.


«Definiamo di transito quella comunicazione semplificata che si svolge di norma nei luoghi di cui è punteggiata la mobilità territoriale dei soggetti. Autobus, treni, bar, uffici pubblici, rappresentano per popolazioni sempre più mobili, il piccolo palcoscenico su cui si instaurano relazioni “a tempo”. Il limite di tempo della comunicazione è rappresentato normalmente dalla durata del servizio che viene prestato nel luogo che fa da teatro alla comunicazione stessa (il tragitto casa-lavoro, la coda a uno sportello pubblico, e via dicendo). Ne deriva necessariamente una comunicazione semplificata, basata sui luoghi comuni o su cronache di vita quotidiana, ma non per questo priva di senso ai fini della definizione dei riferimenti simbolici necessari a orientare il soggetto. Il risparmio di risorse psichiche che questa comunicazione consente, il fatto cioè di consentire all’individuo di non impegnarsi più di tanto in una conversazione e di conservare la sua privacy entro relazioni spesso solo tollerate, rappresenta un vantaggio cui difficilmente si può rinunciare. La diffusione di questa comunicazione procede in relazione diretta con l’aumento dei rapporti coatti cui ci costringe la crescita della complessità. Alla comunicazione stereotipata di transito siamo tutti un po’ costretti, ma tutti ne siamo in qualche misura influenzati. È forse soprattutto attraverso questa via che, nella forma degradata dello stereotipo, prende corpo la necessità di riconoscersi, di condividere riferimenti simbolici: nelle sembianze della quotidianità banale e coatta torna in vita, ma solo sotto forma di fantasma, il mito di una comunicazione dotata di senso» [1].


La Lega si fa interprete di questi processi comunicativi agiti dentro le relazioni sociali quotidiane e ne traspone i linguaggi sul piano della politica, ottenendo un’immediata investitura di rappresentanza. La Lega vince perché riesce ad amplificare, senza snaturare, la «voce del popolo del Nord», «i pensieri spontanei e trasparenti della gente comune». L’invenzione del «popolo del Nord» che fa irruzione nei palazzi della politica è l’affermarsi di un progetto compiutamente populista, col quale tutti gli altri schieramenti si ritrovano obbligati a misurarsi.

Il berlusconismo, come naturale evoluzione del leghismo ma come superamento dei suoi particolarismi localistici, come coniugazione tra nuova imprenditoria postfordista e nuova borghesia della comunicazione, affina l’uso di questi stessi meccanismi comunicativi basati sul linguaggio del «senso comune» sapendo di poter facilmente incidere su un immaginario sociale addestrato a recepire la sintetizzazione banale dei messaggi. Ciò che può sembrare raffazzonato mixaggio di aggressività, volgarità e banalità è in realtà il risultato di un’oculata scelta di strategia comunicativa costruita nelle agenzie di scaltri consulenti pubblicitari. È questo l’aspetto nuovo del populismo odierno rispetto alle sue valenze storiche: si tratta di un populismo tutto legato al linguaggio multimediale, che cresce come nuova ideologia in proporzione alla caduta delle tradizionali ideologie forti, delle «grandi narrazioni». La comunicazione populista dissimula un’impostazione verticale e gerarchica, si rappresenta come apertura interattiva – e perciò orizzontale – a figure simboliche del popolo, è una grande mistificata allusione alla possibilità di un loro accesso agli strumenti comunicativi multimediali. La crisi di identità, la sensazione di omologazione indotta dalla fine dell’appartenenza alle vecchie ideologie genera il disperato bisogno di protagonismo individualistico che trova sublimazione nell’effimero delle mode, nella partecipazione, anche istantanea, al grande baraccone dello spettacolo multimediale. (…)


Ogni pubblico ha gli attori che si merita, e viceversa

Sul piano dell’immagine esibita nei canali comunicativi multimediali si è assistito al paradossale ribaltamento dei caratteri distintivi di destra e sinistra. Utopismo, irrealismo, e i loro corollari che fornivano i tratti distintivi della «cattiva immagine» di cui una

volta era imputata la sinistra sono stati fatti propri, e senza alcun timore, dalla destra. Poco rivoluzionaria, nel senso di radicalmente innovativa, è apparsa infatti la sinistra con tutti i suoi sforzi di apparire mite, moderata, animata dal buon senso, normale, carina. Compreso in ritardo l’evolversi della situazione reale del paese, la sinistra si ritrova ora a rincorrere la stessa strategia comunicativa populista che la destra ha saputo mettere in campo con maggior tempismo ottenendo un folgorante successo di consensi.

La disputa feroce con la destra sull’utilizzazione dei canali comunicativi si risolve nella richiesta di poter usufruire di altrettanti palcoscenici sui quali inscenare altri spettacoli in cui si esibiscono altre maschere, dato che i contenuti politici dei programmi dei due schieramenti sono, almeno sui punti essenziali, difficilmente distinguibili: «Stato leggero», liberismo economico, privatizzazione del patrimonio pubblico, smantellamento dello «stato sociale».

La battaglia è tra attori che si contendono un pubblico, vince chi recita meglio, chi fa le migliori battute ad effetto ai microfoni dei telecronisti, chi racconta le migliori barzellette nei salotti scemi delle televisioni, chi meglio alterna l’espressione truce al sorriso smagliante durante i comizi, chi si appoggia alle migliori «spalle» nelle tournée, chi sfodera le migliori scenografie nei convegni e nei congressi ma soprattutto chi, di tutto questo, sa fare opera di rinnovamento continuo sapendo che il pubblico, addestrato all’iperconsumo, è nelle sue scelte mutevole, instabile, contraddittorio, capriccioso, effimero. Non si può interpretare diversamente la sarabanda nuovista inscenata da tutti i partiti che cambiano nomi, segretari, simboli, colori. O il continuo mutare di opinioni di tutti circa la necessità di indire nuove elezioni come se i sondaggi sugli orientamenti elettorali fossero bollettini metereologici che annunciano il buono o il cattivo tempo.

Ma il pubblico non è migliore dei suoi attori. È un pubblico che per cinquant’anni ha sopportato il sistema dei partiti rinnovando loro la delega della rappresentanza, che ha finto di non accorgersi del suo selvaggio saccheggio alle casse dello Stato messo sistematicamente in opera per anni e anni, che per metà ha accettato il giogo della mafia e per intero la sua mentalità, che ha lasciato tranquillamente inviare al massacro del terrorismo, della droga e dell’emarginazione due generazioni di ribelli che avevano avuto il coraggio di denunciare e di lottare contro tutto questo. Oh, povero popolo di poeti...


Governo dei tecnici e plebiscitarismo

L’affanno storico della sinistra, soprattutto italiana, è sempre stato quello di ricercare una strategia di alleanza tra «le componenti democratiche del popolo», confidando sul fatto che i valori «sani» di cui era portatore il proletariato avrebbero influenzato i ceti medi. Sui tempi lunghi pare sia accaduto il contrario: è stato il proletariato ad assumere i valori dei ceti medi. Cuore e mente del proletariato, la gloriosa cultura operaia che doveva informare tutta la società, dirigendola, giace ormai inerme tra i residui di un industrialismo dismesso. I ceti medi trionfano e non hanno più alcun bisogno di oscillare perché sono divenuti loro il centro di attrazione a cui tutte le rappresentanze politiche fanno riferimento.

Lo sfruttamento del lavoro non solo persiste ma si approfondisce assoggettando alle sue regole sempre nuovi soggetti sociali. La stratificazione in classi subisce una continua ridefinizione dettata dalle modificazioni indotte da dosi sempre più massicce del sapere comunicativo e tecnico-scientifico applicato ai processi produttivi. La velocità di queste trasformazioni mette in crisi la politica tradizionale come strumento di rappresentanza dei diversi interessi, di governo delle loro mediazioni e dei loro conflitti. La politica tradizionale come processo di partecipazione formale da parte di tutto il «popolo» secondo i criteri dell’analisi delle contraddizioni, della discussione sulle soluzioni possibili e della presa delle decisioni non funziona più perché è processo troppo lento.

È anche questa una possibile lettura della fine del sistema dei partiti della Prima repubblica: fine per inadeguatezza di rappresentanza e sua modalità di funzionamento a fronte di ciò che sul piano economico e sociale si è materialmente trasformato. S’avanza una nuova politica agita da un ceto di tecnici specializzati, espressione della moderna impresa postfordista, a cui vecchi e nuovi partiti, sia di destra che di sinistra, affidano i compiti di governo. La complessa articolazione che la politica tradizionale da sempre portava con sé, anche in termini di ricca partecipazione sociale, subisce una compressione, una riduzione, un impoverimento che la riduce all’esercizio «decisionista» che batte la pista al progetto presidenzialista. Al popolo, che formalmente rimane «sovrano», è solo richiesto di esprimere le direttrici generali da intraprendere attraverso forme referendarie-plebiscitarie. La cattura del consenso necessario a legittimare questa prospettiva incentiva l’uso della retorica, della demagogia, della menzogna. Tutti i ceti politici hanno gambe corte e nasi lunghi. I «rappresentanti del popolo» sono delegati a farne il bene, ma per poter essere tali devono innanzitutto riceverne il consenso, perlopiù gabellandolo. La contraddizione che per far del bene bisogna per forza far del male – variante del principio secondo il quale il fine giustifica i mezzi – sta nel presupposto di una filosofia politica che vede la delega alla rappresentanza degli interessi, la costruzione di ceti che fanno della politica una professione sempre più specializzata, come l’unico modo possibile per governare i conflitti sociali e innovare la democrazia. Ma la rappresentanza politica l’unica cosa che veramente sa innovare è la pratica della menzogna utile alla propria riproduzione.


Note

[1] Da una ricerca A.A.STER: Le passioni e gli interessi dei localismi lombardi, Milano 1991.


* Per chi fosse interessato all’argomento può vedere di più attuale: Carlo Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, DeriveApprodi, Roma 2016; Alain Badiou et al., Che cos'è un popolo?, DeriveApprodi, Roma 2014.



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