La saga del «Bambino porcellino»

a cura di Sergio Bianchi



A Venegono Inferiore, in provincia di Varese, in cima a una collina e su una superficie grande 40 volte il campo da calcio di San Siro, il cardinale Schuster volle costruire un imponente edificio in cui i futuri preti ambrosiani potessero essere educati in un clima di concentrazione e raccoglimento, lontano dal frastuono della città. La prima pietra venne posta il 6 febbraio 1928. Il complesso è davvero mastodontico, tra tutti gli edifici spicca la torre alta 64 metri che, a partire dagli anni Trenta e per quasi mezzo secolo, è stata sede dell’Osservatorio di Fisica Terrestre, le cui attività e rilevazioni spaziavano nel campo della meteorologia, climatologia, sismologia e persino radiazione cosmica.


Da: Sergio Bianchi, La gamba del felice, Sellerio, Palermo 2005, riedizione DeriveApprodi, Roma 2014.


Sulla cima della collina più alta del paese c’era il Seminario che noi chiamavamo la fabbrica dei preti. Era grandissimo tutto bianco con due torri alte come quelle dei castelli. L’avevano costruito molto prima della guerra e i vecchi dicevano che c’era voluto talmente tanto materiale che per trasportarlo avevano dovuto abbattere il viale alberato che attraversava il paese e fare apposta una ferrovia che partiva dalla stazione e arrivava fin su in cima alla collina. Il Seminario era un mondo a parte separato dal paese e dentro là i preti avevano tutto in proprio. Avevano il loro acquedotto il loro forno per il pane il loro bosco la loro terra con i loro contadini che coltivavano il grano il granoturco le patate l’uva tutte le verdure tutta la frutta. Avevano le vacche le pecore le capre i cavalli gli asini i maiali i conigli le oche le anatre le galline e tutte le altre bestie come nel paradiso terrestre. Avevano proprio tutto compreso il loro cimitero.

I preti non volevano che nessuno si avvicinava troppo al Seminario e i loro contadini facevano la guardia. Ogni tanto i preti uscivano per andare all’oratorio e allora riempivano tutte le strade. Venivano giù in paese tutti in fila vestiti di nero come un formicaio e facevano un rumore di voci che si sentiva a chilometri di distanza. Erano tantissimi e quando arrivavano all’oratorio era meglio andar via perché occupavano tutto loro e non c’era più posto per nessuno.


Da: Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu, Milano 2016. Nel maggio del 1975 Carinola riuscì a stipulare a suo nome un contratto di affitto per 50.000 lire al mese di due locali di circa 20 metri quadrati ciascuno collocati a due passi dalla piazza della chiesa che erano stati fino a poco tempo prima occupati da un riparatore di biciclette. Seguirono giorni di euforica partecipazione generale ai lavori di sistemazione e di arredamento di quella che divenne la prima sede del movimento. Si rovistarono cantine e solai delle proprie abitazioni alla ricerca di sedie, tavoli, divani, poltrone. Vennero tinteggiate le pareti, sistemato l’impianto elettrico, sgrassato il pavimento, pulite le due grandi vetrate che davano sulla strada. La gente del paese ebbe una reazione di stupore e di sbigottimento nel vedere i «contestatori» insediati addirittura nel centro del paese. Alcune «personalità» si diedero subito da fare per esercitare pressioni sulla proprietaria dei locali affinché recidesse il contratto d’affitto, pressioni che continuarono poi per lungo tempo. Subito dopo l’insediamento cominciarono le discussioni riguardo il nome da dare all’aggregazione. Si decise per Collettivo Claudio Varalli, il nome di uno studente diciassettenne ucciso da un fascista il mese precedente a Milano a margine di una delle tante manifestazioni di quegli anni. Quell’omicidio aveva scatenato una durissima reazione antifascista. Soprattutto a Milano, ma anche in molte altre città, si susseguirono giorni di manifestazioni di piazza a cui parteciparono decine di migliaia di persone. Numerose sedi fasciste vennero assaltate e date alle fiamme. Ci furono violenti scontri con polizia e carabinieri che causarono la morte di altri tre giovani: Zibecchi a Milano, Boschi a Firenze, Micicchè a Torino. Alla manifestazione di Milano che portò alla morte di Zibecchi, il giorno successivo all’uccisione di Varalli, parteciparono anche alcuni compagni del nostro Collettivo, me compreso. Per noi, come per tutti i presenti, fu un’esperienza conclusasi con una tragedia che rimase indelebile nella memoria. In corso XXII Marzo, scoppiarono gli scontri con la polizia e i carabinieri che presidiavano la vicina sede fascista di via Mancini, sede che venne poi assaltata e bruciata. Un gippone blindato dei carabinieri investì Zibecchi schiacciandogli il cranio. Divenne famosa la frase detta da un carabiniere e raccolta da un giornalista presente che la riportò nel suo articolo di cronaca: «Non credevo che un comunista avesse il cervello così grosso». Quegli accadimenti passarono alla storia come «le giornate di aprile». Un neonato collettivo di giovani che, seppur ancora tra tante contraddizioni e confusioni, si riteneva di sinistra, il minimo che potesse fare era di contribuire a conservare la memoria di un proprio coetaneo sentito come un martire antifascista. La prima iniziativa del Collettivo fu quella di affiggere sui muri del paese copie di un manifesto con una vignetta che ironizzava sul grado di bigotteria cattolica in tema di libertà sessuali. La vignetta, ripresa da un libro del disegnatore Gianfranco Buonno, illustrava la predica di un parroco che dal pulpito della chiesa metteva in guardia i fedeli della sua parrocchia da un fantomatico «Bambino porcellino» che importunava le bambine. La matrice del manifesto era stata fatta utilizzando un foglio di carta da lucido sulla quale erano stati ricopiati i disegni della vignetta con inchiostro a china. Da questa matrice erano poi state fatte delle copie eliografate. La reazione dei militanti cattolici del paese fu un misto di intolleranza e di stupidità. Non solo strapparono rabbiosamente dai muri i manifesti ma il parroco, durante una messa, fece una predica nella quale allarmò i presenti parlando di mestatori che facevano circolare «voci» sull’esistenza di atti di libidine compiuti da un bambino a danno di alcune bambine. Una sera, il parroco in persona, accompagnato da alcuni di militanti in età matura, fece irruzione nella sede del Collettivo facendo una minacciosa sfuriata. Dopo un primo momento di stupore capimmo che quell’incredibile rozza reazione a ciò che in fondo era stata una barzelletta costituiva una inaspettata occasione per incentivare la polemica con i rappresentanti della cultura clericale del paese. Il Collettivo diede fondo alla fantasia e, a partire dallo spunto offerto dalle reazioni alla pubblicazione del primo manifesto, ne produsse degli altri originali in cui si narravano le imprese del «Bambino porcellino» a puntate. Nell’ambiente cattolico si diffuse una specie di psicosi. Da un lato c’era la curiosa attesa della puntata successiva come se quanto scritto corrispondesse a vicende realmente accadute, dall’altro, nei confronti di quell’atto provocatorio, c’era una scomposta e isterica reazione che si esprimeva con un’opera di sistematica distruzione dei manifesti. Per impedire gli strappi dei manifesti mischiammo alla colla per l’affissione un trito di schegge di vetro. Gli strappatori si ritrovarono così qualche polpastrello abraso. Nel paese si istaurò una guerra tra «ronde» contrapposte: quelle dei cattolici che strappavano i manifesti e le nostre che li vigilava. Quella vicenda proseguì per un paio di mesi risolvendosi poi con un manifesto in cui si annunciava l’ultima puntata nella quale si svelava che la vera identità del «Bambino porcellino» era quella di Karl Marx. Era una maniera per dire che anche in quel paese dove aveva sempre dominato incontrastato il dominio della cultura clericale si aggirava ormai «lo spettro del comunismo». Quella vicenda, dai contenuti in sé banali e ridicoli, in realtà, nel contesto specifico del paese, rappresentò un evento importante. Dietro le reazioni apparentemente assurde delle gerarchie cattoliche traspariva la consapevolezza di una crisi che era andata man mano accumulandosi negli anni, una crisi di controllo della formazione culturale delle nuove generazioni, l’intuizione che le espressioni del Collettivo, che era arrivato addirittura a insediarsi nel centro del paese, rappresentavano pericolosi elementi simbolici di una rivolta che ormai assumeva forme sempre più esplicite. In sostanza quella reazione sottendeva la consapevolezza di una crisi di potere. A condizionare quel tipo di scontro nel paese non erano solo le condizioni di particolare arretratezza in cui versavano le istanze culturali della sinistra e genericamente della cultura laica. Lo scontro culturale tra princìpi cattolici e laici esisteva in quel periodo a livello generale. Solo nel maggio dell’anno precedente tutta la società era stata investita da quello scontro in occasione del referendum che proponeva l’abrogazione della legge sul divorzio, referendum che era stato promosso dai cattolici e che si era risolto per loro in una sonora sconfitta. Un altro elemento cruciale di quello scontro generale era costituito dalle iniziative politiche del movimento femminista. Molte delle tematiche rivendicative femministe erano infatti riuscite a imporsi socialmente. La battaglia dal diritto al divorzio si era spostata al diritto all’aborto, con un corollario di rivendicazioni di altri diritti che riguardavano per esempio maggiori garanzie sanitarie per le donne e una giusta informazione sui sistemi contraccettivi. Le stesse pratiche femministe, le sperimentazioni di nuove forme dell’agire politico, dilagavano nell’universo femminile arrivando a investire di contraddizioni i vecchi valori impregnati di pregiudizi e discriminazioni. Ovunque vi fosse un collettivo le donne che vi appartenevano costituivano ambiti propri, specifici, basati sull’identità «di genere» e, a partire da quella condizione di autonomia, prospettavano iniziative pratiche spesso indirizzate immediatamente contro i maschi del proprio collettivo e poi contro l’universo maschile in generale. Lo stesso accadde nel collettivo di Venegono Inferiore. Le donne si riunirono separatamente. Infatti, anche all’interno del nostro collettivo seminarono contraddizioni tra i maschi, all’esterno elaborarono e misero in pratica iniziative di controinformazione sull’uso dei contraccettivi. Una di quelle iniziative riguardò la diffusione tra le giovani donne di un questionario sul tema che suscitò nel paese un altro scandalo.


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Bambino porcellino
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